BEATO GIOVANNI RUYSBROECK

L’ANELLO O LA PIETRA PREZIOSA

 

INDICE

Prologo

Capitolo I
Delle tre qualità che rendono l’uomo giusto

Capitolo II
Delle tre qualità che rendono l’uomo interiore

Capitolo III
Delle tre qualità che rendono l’uomo contemplativo.

Capitolo IV
Della piccola pietra splendente e del nome nuovo di cui parla il libro dei misteri di Dio

Capitolo V
Delle opere che Dio compie comunemente in tutti i giusti e delle cinque categorie di peccatori.

Capitolo VI
Della distinzione tra i mercenari e i fedeli servitori di Dio.

Capitolo VII
 Della distinzione fra i fedeli servitori e i suoi amici segreti.

Capitolo VIII
Della distinzione fra gli amici segreti e i figli nascosti di Dio.

Capitolo IX
Come possiamo diventare figli nascosti di Dio e avere una vita contemplativa.

Capitolo X
Come, pur essendo tutt’uno con Dio, dobbiamo tuttavia restare in eterno diversi da Lui.

Capitolo XI
Della grande differenza che esiste tra la luce dei Santi e quella persino più alta ottenuta in questa vita.

Capitolo XII
Della trasfigurazione di Cristo sul Tabor.

Capitolo XIII
Come possiamo godere di Dio.

Capitolo XIV
Di una vita comune che nasce dalla contemplazione e dal godimento di Dio.

 

 

 

 

 

PROLOGO

 

Chiunque desidera vivere nello stato più perfetto presente nella santa Chiesa deve essere un uomo pieno di buon zelo, di spirito interiore, profondo contemplativo e dedicato al servizio di tutti.

 

Capitolo I: Delle tre qualità che rendono un uomo giusto.

 

Occorre notare innanzi tutto le tre qualità che rendono un uomo giusto.

La prima è una coscienza pulita, senza rimorso di peccati mortali. Colui dunque che vuole essere buono deve esaminare e scrutare con cura la sua vita dal tempo in cui egli ha potuto peccare e farà penitenza per riparare alla sua vita peccaminosa secondo quanto gli ordinerà la santa Chiesa.

La seconda qualità che egli deve avere, è quella di obbedire in tutte le cose a Dio, alla santa Chiesa e alla propria ragione. Se si sottomette così senza eccezioni a questa triplice autorità, potrà vivere senza inquietudini né preoccupazioni e essere sempre interiormente irreprensibile in tutti i suoi atti  La terza qualità, che è comune a tutti gli uomini giusti, è quella di perseguire principalmente l’onore di Dio in tutte le loro azioni.

Vedete, queste tre qualità realizzate così rendono l’uomo giusto. E chiunque manchi di una di esse non si trova in grazia di Dio; ma se qualcuno ha deciso nel suo cuore di possederla e da malvagio che era dapprima, diviene altrettanto buono e gradito a Dio e colmato della sua grazia.

 

Capitolo  II: Delle tre qualità che rendono l’uomo interiore.

 

Quindi, se l’uomo giusto vuole diventare interiore e spirituale, deve possedere di nuovo altre tre qualità. La prima consiste nell’avere il cuore spogliato dalle immagini; la seconda è una libertà spirituale nei suoi desideri; la terza è il sentimento d’una unione intima con Dio.

Colui dunque che pensa di essere spirituale esamini se stesso. Chiunque vuole avere un cuore spogliato dalle immagini non può possedere nulla con amore possessivo, né attaccarsi né legarsi a nessuno per effetto di un’inclinazione naturale. Ugualmente, affinché l’uomo divenga spirituale, deve rinunciare a tutte le soddisfazioni e affezioni carnali e non attaccarsi con passione e con amore che a Dio solo, al fine così di possederLo. In questo modo sono allontanate tutte le preoccupazioni e le affezioni disordinate. Quando si possiede Dio per amore, si è liberati interiormente dalle immagini; perché Dio è uno spirito che in nessun modo può essere propriamente immaginato. Senz’altro, come esercizio, si possono usare delle cose buone che colpiscono l’immaginazione, come le sofferenze di Nostro Signore e tutto quello che è capace di suscitare una più grande devozione.  Ma per possedere Dio, bisogna giungere ad uno spogliamento delle immagini, cioè fino a Dio stesso, ed è là il primo elemento e la base della vita spirituale.

La seconda qualità, che è la libertà interiore, consiste nel potersi elevare verso Dio, senza immagini né impacci per via di un esercizio interiore, cioè per mezzo di rendimenti di grazie, lodi, adorazioni, preghiere devote e intimi affetti, in una parola tutto ciò che può, con il supporto della grazia divina, far nascere in noi affezione e amore, come anche zelo interiore per tutte le pratiche spirituali.

Per questi esercizi interiori si raggiunge la terza qualità che consiste nel sentirsi uniti spiritualmente a Dio. Chiunque, in effetti, si eserciti interiormente trova presso il suo Dio un accesso libero e affrancato dalle immagini, e non perseguendo che l’onore divino, deve necessariamente gustare la bontà di Dio e percepire interiormente una vera unione con Lui. Ora, in questa unione è realizzata pienamente la vita interiore, perché il desiderio è costantemente eccitato e provoca un rinnovarsi degli atti interiori. E in tutto questo movimento lo spirito si innalza a una nuova unione. Così si rinnova incessantemente azione e unione, e in questo consiste la vita spirituale.

Voi potete dunque constatare come l’uomo diviene giusto, grazie alle virtù morali e alla retta intenzione; e come può diventare spirituale per via delle virtù interiori e dell’unione con Dio. E senza queste qualità egli non può essere né giusto, né spirituale.

 

Capitolo III: Delle tre qualità che rendono l’uomo contemplativo.

 

Occorre ancora sapere che per diventare un contemplativo di Dio, questo uomo spirituale deve possedere altre tre qualità. Primariamente deve sentire che il fondamento della sua essenza è senza fondo, e deve altresì possederla; in secondo luogo il suo esercizio deve trapassare ogni modo; il terzo luogo la sua dimora deve essere fissata nella fruizione di Dio.

Comprendete bene, voi che desiderate vivere della vita dello spirito, perché io non mi rivolgo a nessun altro che voi. Quando l’unione con Dio che l’uomo spirituale percepisce in se stesso appare al suo spirito come insondabile, cioè di una profondità, di una altezza, di una lunghezza e di una larghezza che sorpassa ogni misura, questo uomo si accorge nello stesso tempo che per l’amore egli stesso è immerso in questa profondità, elevato fino a questa altezza, perduto in questa lunghezza, errante in questa larghezza, dimorante infine lui stesso in ciò che conosce e che tuttavia oltrepassa la sua conoscenza. Inoltre, egli si vede come inghiottito nell’unità per il sentimento intimo della sua unione, e come immerso nell’essere vivo di Dio, per via della morte a tutte le cose. E là egli si sente una sola vita con Dio, e questo è il fondamento e la prima qualità di una vita contemplativa.

La seconda deriva dalla prima e consiste in un esercizio che si fa al di sopra della ragione e senza modi. L’unità di Dio, in effetti, che lo spirito contemplativo possiede per amore, esercita eternamente sulle Persone Divine e su tutti gli spiriti amanti un’attrazione e un richiamo a rientrare in loro stesse. Ora questa attrazione è percepita più o meno da chiunque ami, secondo la misura dell’amore e secondo il modo dell’esercizio praticato. Fintantoché non si prenda coscienza di questa  e non si dimori stabilmente in essa, si può cadere ancora in peccato mortale. Ma il contemplativo che rinuncia a se stesso come a tutte le cose, e che non è più distratto da nulla, perché staccato da tutto, non ha più nulla a cui attaccarsi, il contemplativo può sempre, spogliato dalle immagini, penetrare nel più intimo del suo spirito. Là gli è rivelata una luce eterna nella quale percepisce l’eterna esigenza dell’unità divina, e si sente lui stesso essere come un braciere sempre ardere d’amore, avido dell’unità di Dio al di sopra di tutto. Più prende coscienza di questa attrazione e di questa esigenza, più la percepisce. E più il suo sentimento è forte, più brucia di essere uno con Dio; perché desidera ardentemente pagare il debito d’amore che Dio gli reclama. L’esigenza continua dell’unità divina accende nello spirito un eterno fuoco d’amore; e lo sforzo dello spirito impegnato a pagare il suo debito, accende in lui un ardore perenne.  Perché sotto l’azione superiore dell’unità tutti gli spiriti si smarriscono nella loro attività e non percepiscono altro che l’abbraccio nell’unità semplice di Dio. Ora, nulla può sperimentare o possedere questa unità semplice di Dio, se non si pone davanti alla luce senza misura e nell’amore che supera la ragione e tutti i modi.  Di fronte alla luce lo spirito sente in se stesso un fuoco eterno d’amore e non trova in questo abbraccio né fine né inizio. Egli si vede uno in questo abbraccio d’amore; lo spirito dimora sempre ardendo, perché il suo amore è eterno.  Continuamente egli sente in se stesso un fuoco amoroso perché egli è attratto dall’azione superiore dell’unità divina, là dove lo spirito brucia d’amore. Se egli riflette, capisce bene che c’è una distinzione e una dualità tra lui e Dio, ma là dove lui è consumato dall’amore, egli è semplice e non trova più distinzione non vedendo altro che l’unità, per ché le fiamme immense dell’amore divino consumano e divorano tutto ciò che possono inghiottire.

Da ciò possiamo constatare in terzo luogo che questa unità divina che esercita la sua potente attrazione non è altro che l’amore senza fondo, che convive amorosamente nell’abbraccio eterno del Padre e del Figlio e di tutto ciò che vive in Loro. È in questo amore che noi vogliamo bruciare e consumarci senza fine, per l’eternità, perché là si trova la beatitudine di tutti gli spiriti. È per questo che noi dobbiamo stabilire tutta la nostra vita sopra un abisso senza fondo, al fine di potere eternamente annegare nell’amore e immergerci nella profondità insondabile.  E con lo stesso amore noi ci eleveremo e sorpasseremo noi stessi fino all’altezza incomprensibile. Noi ci smarriremo nell’amore senza modi e noi perderemo nella larghezza senza misura della carità divina. Là le ricchezze sconosciute della bontà e della ricchezza di Dio ci sarà riversata e noi saremo immersi in essa. Noi saremo squagliati e liquefatti, inghiottiti e immersi eternamente nella sua gloria.

Attraverso tutte queste comparazioni voglio mostrare al contemplativo quello che lui è e ciò che lui pratica, ma nessun altro potrà comprendere, perché nessuno può insegnare a coloro che ignorano la vita contemplativa. Al contrario l’eterna verità si rivela allo spirito che inizia così a conoscere tutto ciò che è utile.

 

 

 

Capitolo IV: Della piccola pietra splendente e del nome nuovo di cui parla il libro dei misteri di Dio.

 

Ciò che abbiamo appena detto ci fa capire perchè, nel libro dei misteri di Dio, scritto da San Giovanni, lo Spirito del Signore si esprime così: "Al vincitore, cioè a colui che sa dominarsi e superare se stesso con ogni cosa, darò la manna nascosta, cioè un gusto interiore misterioso e una gioia celeste; gli darò una piccola pietra splendente, sulla quale è scritto un nome nuovo, che nessuno conosce, tranne colui che lo riceve" (Ap 2,17). La piccola pietra è indicata col nome di calculus, per la sua piccolezza e perchè la si può calpestare senza provare alcun dolore. Essa è di una luminosità splendente, rossa come una fiamma rovente, piccola e rotonda, tutta liscia e molto leggera. Con questa piccola pietra splendente possiamo sentire Nostro Signore Gesù Cristo, poiché, nella Sua divinità, Egli è il chiarore della luce eterna, lo splendore della gloria divina e uno specchio privo di macchia, ove ogni cosa vive. Colui, dunque, che sa vincere tutto e superarlo, riceve questa pietra splendente, e, con essa, la chiarezza, la verità e la vita.

Simile ad una fiamma rovente, la piccola pietra rappresenta l'amore ardente del Verbo Eterno che ha riempito con i suoi fuochi tutta la terra e vuole incendiarne tutte le anime amorevoli fino a consumarle (cf Lc 12,49). È così piccola che la si sente appena, quando la si calpesta. Da cui il nome di calculus o sassolino. San Paolo ci da il senso di questa particolarità, quando dice del Figlio di Dio che si è annientato e umiliato, prendendo la forma di schiavo e facendosi obbediente fino alla morte in Croce (Fil 3,6-8). Dalla bocca del Profeta, il Signore ha d'altronde detto Lui stesso: Sono un vermiciattolo e non un uomo, l'obbrobrio degli uomini e il rifiuto del popolo (Sal 22,7).

Nel tempo si è fatto così piccolo che gli Ebrei l'hanno calpestato. E non ci hanno fatto attenzione, poiché se avessero riconosciuto il Figlio di Dio, non avrebbero osato crocifiggerLo (cf 1Cor 2,8)

Anche ora rimane piccolo e disprezzato in tutti i cuori privi d'amore. La pietra preziosa, di cui parlo, è perfettamente rotonda e anche liscia da ogni parte. Ora, questa rotondità ci insegna che la Verità Divina non ha un inizio né fine, mentre l'uniformità tutta liscia indica che il Signore adopererà un peso uguale per tutti, rendendo a ciascuno secondo i suoi meriti, ma dandosi a tutti per l'eternità. Infine, l'ultima proprietà di questa pietra è di essere leggerissima. Il Verbo Eterno del Padre è, infatti, senza pesantezza e, nondimeno, con la Sua potenza, sorregge il cielo e la terra. Parimenti vicino a tutte le cose, non può tuttavia essere colpito da nessuno, tanto oltrepassa e supera tutte le creature, rivelandosi a chi vuole e dove vuole. Pur rimanendo leggero, fa salire sopra tutti i cieli la nostra umanità pesante, per farla sedere, incoronata, alla destra di Suo Padre.

Vedete, è qui questa pietra splendente data al contemplativo; ha un nome nuovo che nessuno conosce se non colui che lo riceve. Sapete, infatti, che tutti gli spiriti, quando si voltano verso Dio, ricevono un nome e ciascuno il suo, secondo la perfezione del suo servizio e l'altezza del suo amore. Solo il primo nome che riceviamo al battesimo, e che è innocenza, trae tutta la sua bellezza dai meriti di Nostro Signore Gesù Cristo. Se ci capita, col peccato, di perdere questo nome di innocenza, purché siamo disposti ad obbedire di nuovo a Dio, soprattutto a tre opere che vuole compiere in noi, lo Spirito Santo ci conferisce un altro battesimo e lì riceviamo un nome nuovo che ci resta eternamente.

 

Capitolo V: Delle opere che Dio compie comunemente in tutti i giusti e delle cinque categorie di peccatori.

 

Notate ora le opere liberali compiute da Dio in tutti coloro che vogliono prestarvisi. Dapprima è un appello, un invito che rivolge a tutti quanti di unirsi a Lui. Orbene, finché il peccatore rimane sordo a questo appello, è necessariamente privato degli altri doni divini che dovrebbero seguire. A questo proposito, osservo che tutti i peccatori si dividono in cinque categorie. Ci sono, in primo luogo, tutti coloro che trascurano le opere pie, vivono secondo gli appetiti della carne e il piacere dei sensi, negli ingombri delle cose mondane, il cuore carico di mille pensieri. Sono incapaci di ricevere la grazia divina o di conservarla, se l'hanno ricevuta. Vengono, poi, coloro che volontariamente e consapevolmente sono caduti nel peccato mortale, e ciò nonostante fanno ancora opere pie, hanno sempre per Dio timore e riverenza, circondano i buoni d'affetto e si raccomandano con fiducia alle loro preghiere. Tuttavia hanno un bel da fare per attaccamento al peccato restano lontani da Dio, invece di voltarsi verso di Lui per amore, sono sempre indegni delle grazie divine.

In terzo luogo, ci sono tutti gli increduli o coloro che errano nella fede. Per quanto compiano opere pie o seguano buone pratiche, non possono piacere a Dio, senza quella vera fede che è il fondamento di ogni santità e di ogni virtù. La quarta categoria comprende coloro che, senza timore né vergogna, vivono in peccato mortale, non curandosi né di Dio, né dei Suoi doni e non stimando nessuna virtù. Qualsiasi vita spirituale è ai loro occhi ipocrisia o menzogna, e tutto ciò che si può dire di Dio o delle Virtù è di peso per loro, perché si convincono che non c'è né Dio, né cielo, né inferno. Perciò non vogliono pensare a niente altro che a ciò che sentono ora e a ciò che hanno davanti a sé. Dio rifiuta e disprezza tali persone, perché peccano contro lo Spirito Santo. Possono ancora convertirsi, ma questa è una cosa rara e difficile. La quinta categoria di peccatori, sono coloro che compiono esteriormente buone azioni, non per onore di Dio, né in vista della propria salvezza, ma per avere una fama di santità o qualche vano profitto. Possono sembrare buoni e santi all'esterno, ma in realtà sono falsi e lontani da Dio, privi di grazie e virtù. Tutti coloro che ho nominato sono invitati all'unione divina, ma, finché rimangono schiavi del peccato, sono sordi e ciechi, incapaci di gustare o di sentire tutto il bene che Dio vuole operare in loro. Quando però nel peccatore ritornando in sé e prendendo coscienza del suo stato, nasce in lui l'odio per il peccato, si avvicina a Dio. Ma per obbedire al Suo appello e alla Sua parola, deve decidersi di buona voglia a lasciare il peccato e a fare penitenza. Così, d'accordo con Dio e sottomesso alla Sua volontà, riceve di nuovo le Sue grazie. Ciò ci permette di capire, innanzitutto, come Dio, per un effetto della Sua bontà, chiama e invita a unirsi a Lui tutti gli uomini senza distinzioni, buoni e cattivi, senza escluderne uno solo. Poi possiamo constatare che questa stessa bontà divina elargisce le Sue grazie a tutti coloro che obbediscono al Suo appello. Insomma, c'è dato di sperimentare e di capire chiaramente che possiamo diventare una stessa vita e uno stesso spirito con Dio, se ci allontaniamo da ogni cosa, per seguire la grazia divina così in alto quanto essa ci vuole portare. Poiché Dio ordina la Sua grazia secondo la misura e il modo di capacità di ciascuno. Quindi, ogni peccatore riceve, se lo vuole, per mezzo dell'azione comune della grazia divina, saggezza e forza per abbandonare il peccato e volgersi verso la virtù. Inoltre, con la cooperazione celata delle grazie di Dio che ogni uomo giusto può vincere il peccato, resistere a tutte le tentazioni, praticare la Virtù e raggiungere la più alta perfezione, purché, in ogni cosa, si mostri fedele alla grazia. Poiché, tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo ricevuto all'esterno e all'interno, viene dalla generosità divina e ci è dato per permetterci di offrire a Dio lodi e azioni di grazie, e di servirLo al fine di farGli cosa gradita. Ma ci sono molti doni divini che, per i buoni, sono un aiuto e un incoraggiamento alla virtù; al contrario, per i cattivi, servono il male e gli offrono un' occasione. Tali sono la salute, la bontà, la saggezza, la ricchezza e la gloria mondana, che costituiscono, del resto, ciò che c'è di più umile e di meno nobile fra i doni divini e che Dio elargisce per l'utilità comune di tutti, amici e nemici, buoni e cattivi. Ora, mentre gli uni consacrano questi beni al servizio di Dio e di coloro che egli ama, gli altri se ne servono per la propria carne, per il demonio e per il mondo.

 

Capitolo VI: Della distinzione tra i mercenari e i fedeli servitori di Dio.

 

Si può inoltre osservare che alcuni uomini ricevono i doni di Dio come mercenari ed altri come servitori fedeli; c'è, fra di loro, una singolare opposizione per quanto riguarda le loro opere intime, amore, intenzione, sentimenti e tutti gli esercizi della vita interiore. Tutti coloro, infatti, che hanno con loro stessi un legame così poco ordinato da voler servire Dio solo per il proprio profitto o per una ricompensa, si separano da Dio e, essi stessi, si incatenano da soli nella propria anima, ponendo in tutte le loro opere soltanto ricerca e preoccupazioni personali. In tutte le loro preghiere e buone azioni, pensano ad interessi temporali, o, se si curano delle cose dell'eternità, è solamente per loro soddisfazione o per il proprio bene. Tali uomini sono legati a sé stessi in modo disordinato, perciò rimangono sempre in questa solitudine egoista, perché sono privi della vera dilezione che li unirebbe a Dio e a tutti i loro amici. Sembra che conservino la legge e i precetti tanto di Dio che della Santa Chiesa, ma trascurano la legge dell'amore, poiché tutto ciò che fanno è suggerito dalla necessità e non dalla carità e ha come solo scopo di far loro evitare la dannazione. Senza un'intima fedeltà a Dio, non osano affidarsi a Lui e tutta la loro vita interiore è soltanto timore e perplessità, fatica e miseria. Da una parte vedono la vita eterna che temono di perdere, dall'altra le pene dell'inferno che tremano di meritare. Tutte le preghiere, tutto il lavoro, tutte le buone opere che tentano per allontanare questo doppio timore non servono a nulla, poiché la paura che hanno dell'inferno è proporzionata al legame disordinato con sé stessi. E questo dimostra assai che in loro il timore del castigo nasce dall'amor proprio. È vero che, secondo il Profeta e il Saggio, l'inizio della saggezza è il timore del Signore (Sir 1,12; cf Pr 1,7), ma qui si tratta di quel timore regolare di perdere la beatitudine eterna, che nasce in ogni uomo da una naturale inclinazione per la felicità, cioè per la visione divina. Perciò, anche privo di fedeltà verso Dio, l'uomo, se si esamina nell'intimo, si sente attirato fuori di sé verso la beatitudine che è Dio. E se teme di perderla, è perché si ama più di quanto ami Dio, e brama per il suo profitto personale una felicità che l'attira. Perciò non osa affidarsi a Dio. Tuttavia ciò si chiama il timore del Signore, inizio della saggezza e i servitori che non hanno fedeltà verso Dio la prendono come legge. Essa costringe almeno l'uomo ad abbandonare il peccato, a desiderare la virtù e a compiere opere buone, il che lo dispone dall'esterno a ricevere la grazia di Dio e a diventare un fedele servitore. Ma nello stesso tempo in cui, con l'aiuto di Dio, egli riesce a vincere in sé ogni individualismo e a liberarsi così completamente da osare affidarsi a Dio per ogni cosa, ha acquistato la compiacenza divina e con essa la grazia del vero amore. Da quel momento, sono bandite perplessità e timore (cf 1Gv 4,18); l'uomo si affida e spera e diventa così un servitore fedele, che ama Dio e lo ricerca in ogni cosa. Vediamo dunque ciò che distingue i servitori fedeli da quelli che non lo sono.

 

Capitolo VII: Della distinzione fra i fedeli servitori e i suoi amici segreti.

 

Esiste ancora una profonda distinzione fra i fedeli servitori di Dio e i suoi amici segreti, poiché i primi, sostenuti dalla grazia e dall'aiuto divino, osservano di buon grado i comandamenti e praticano l'obbedienza verso Dio e la Santa Chiesa, applicandosi a tutte le virtù e buone abitudini; questa si chiama una vita esteriore o attiva. Ma gli amici segreti di Dio aggiungono oltre all'osservanza dei suoi precetti, la docilità ai suoi consigli più intimi. Aderiscono a Lui profondamente per amore, per il Suo onore eterno e rinunciano di buon grado a tutto ciò che essi potrebbero possedere al di fuori di Dio con piacere e con delizia. Tali amici, Dio li chiama e li invita nel loro intimo e insegna loro la varietà degli esercizi interiori e i numerosi modi nascosti della vita spirituale. I suoi servitori, poi, li invia fuori, per compiere fedelmente il loro ministero verso di Lui e i suoi, in ogni specie di buoni uffici. Vedete, Dio dà così il Suo aiuto e la Sua grazia a ciascuno secondo la sua capacità e il suo grado di unione con Lui attraverso le buone opere esterne o gli esercizi intimi d'amore. Ma nessuno può praticare questi esercizi intimi né farne esperienza, se non è tutto quanto e interamente in raccoglimento con Dio. Perché, tanto quanto il suo cuore è diviso, l'uomo guarda al di fuori, è di animo instabile ed è facilmente colpito da ciò che vi è di gradevole o di faticoso nelle cose temporali, perché sono ancora vive in lui. Benché fedele ai precetti divini, rimane sempre nel suo profondo privo di luce e ignaro degli esercizi intimi e della loro pratica. Purché abbia coscienza di ricercare Dio e di volere uniformare la sua condotta alla carissima volontà divina, egli è soddisfatto, sentendo che il suo intento è retto e fedele al suo servizio. Queste due qualità gli sembrano bastare e si persuade che le buone opere esterne, compiute con retto intento, sono più sante e più utili di ogni esercizio interiore. L'aiuto di Dio l'ha guidato nella sua scelta di vita ed egli si applica più a compiere con precisione le sue opere all'esterno che ad amare intimamente Colui per il quale agisce. Da ciò una più grande preoccupazione delle pratiche che di Dio, che ne è il fine, e questa preoccupazione che mantiene l'uomo all'esterno gli impedisce di adempiere al consiglio divino, perché il suo esercizio è più esteriore che interiore, più sensibile che spirituale. Con le sue opere, può ben essere un fedele servitore di Dio, ma ignora totalmente ciò che gli amici segreti conoscono. Da ciò deriva che spesso persone inesperte e tutte esteriori giudicano e condannano coloro che conducono una vita interiore, rimproverando loro di rimanere oziosi. Marta, anch'essa, si lamentava presso Nostro Signore per il fatto che sua sorella Maria non l'aiutava a servire, ritenendo di fare un'opera importante e di grande utilità, mentre sua sorella rimaneva seduta in un vano ozio. Ma Nostro Signore formulò un giudizio su loro due, riprendendo Marta, non per i suoi servizi che erano buoni e utili, ma per l'impegno che ci metteva, lasciandosi distrarre e turbare dalle molteplici occupazioni esterne, lodò Maria per lo zelo interiore che mostrava. Poiché una cosa sola è veramente necessaria e Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta. Quest'unica cosa, necessaria a tutti, è l'amore divino e la parte migliore è la vita interiore che fa aderire amorosamente a Dio. Maria Maddalena l'aveva scelta ed è ancora ciò che fanno gli amici segreti di Dio. Marta, invece, si dedicava ad una vita esteriore, sincera, attiva, e aveva così preso l'altra parte del servizio di Dio, che è meno perfetta e meno buona; ed è la parte che ancora scelgono i servitori fedeli, per amore del Signore. Ma si incontrano persone, che, con il pretesto di una vita interiore e spoglia, rifiutano ogni azione e servizio a vantaggio del prossimo. Non sono ovviamente né amici segreti, né servitori fedeli di Dio, ma piuttosto uomini falsi e nell'errore. Poiché nessuno può seguire i consigli divini, se non vuole osservare i comandamenti. Ricapitolando, tutti gli amici segreti di Dio sono sempre servitori fedeli, quando ciò è utile, ma i servitori fedeli non sono tutti amici segreti, perché il modo di vivere di quest'ultimi è a costoro sconosciuto. Questa è dunque la distinzione fra amici segreti e servitori fedeli di Nostro Signore.

 

Capitolo VIII: Della distinzione fra gli amici segreti e i figli nascosti di Dio.

 

Esiste inoltre una distinzione più intima e più profonda fra gli amici segreti di Dio e i suoi figli nascosti, sebbene entrambi abbiano ugualmente innalzata l’anima a Dio, con i loro esercizi interiori. Ma gli amici conservano nella loro riflessione intima un certo spirito proprio, poiché perseguono l’adesione d’amore a Dio, come la cosa più perfetta e più alta che possono o desiderino raggiungere. Perciò sono anche incapaci di superarsi e innalzarsi sopra le loro opere per giungere ad una nudità senza immagini, poiché la preoccupazione di se stessi e delle loro proprie opere li distrae e li ostacola. E benché, nell’adesione amorosa, provino l’unione con Dio, tuttavia, in tale unione, incontrano sempre la differenza e la dualità che li separano da Lui.

Il semplice passaggio alla nudità e all’assenza di modi resta a costoro ignorato e senza attrattiva, sicché la più alta vita interiore conserva sempre, per loro, l’impedimento delle ragioni e dei modi. Se posseggono una intelligenza chiara e distinta di tutte le virtù che si praticano con la ragione, non possono conoscere quel semplice sguardo dell’alta memoria che è aperta alla luce divina. E benché si sentano innalzati verso Dio da una potente fiamma d’amore, essi conservano il possesso di se stessi e non sono né consumati né annientati nell’unità amorosa. La volontà di vivere sempre al servizio di Dio e di piacerGli eternamente non arriva fino a spingerli a immolare, in Lui, ogni spirito proprio e condurre una vita che Gli sia del tutto conforme. Benché non apprezzino molto ogni riposo o soddisfazione provenienti dall’esterno, tengono in gran pregio i doni divini, come gli atti interiori, le consolazioni e le dolcezze che provano nell’intimo; questo è riposarsi per via e rinunciare a quell’assoluto trapasso che fa ottenere la più alta vittoria nell’amore nudo e senza modi.

Perciò, sebbene capaci di esercitare e riconoscere distintamente tutto ciò che fa aderire con amore a Dio, e di seguire le vie ascendenti e nascoste che conducono alla Sua presenza, ignorano sempre il trapasso senza modi e lo smarrimento fecondo di ricchezze nell’amore superessenziale, dove non si trova più né fine, né inizio, né modo, né maniera. È quindi una profonda distinzione che esiste fra amici segreti e figli nascosti di Dio, poiché gli amici provano in se stessi solo un’ascensione vivente d’amore con modi che la caratterizzano, mentre i figli conoscono di più la morte con un trapasso semplice, in assenza di tutti i modi.

La vita interiore degli amici di Nostro Signore è un esercizio d’amore che li fa innalzare verso Dio e vogliono aggrapparsi continuamente a Lui come a un bene proprio ma non sanno come; sopra tutti gli esercizi si possiede Dio di un amore nudo, senza più agire.

Animati da una fede sincera, s’innalzano sì e continuamente verso Dio; una salda speranza li tiene nell’attesa di Dio e della salvezza eterna; una perfetta carità, infine, li lega a Lui come una solida ancora. Perciò sono sulla buona strada, graditi a Dio e prendendo in Lui il loro compiacimento; tuttavia non si tratta della piena certezza della vita eterna, poiché ogni personalità e spirito proprio non sono stati pienamente immolati a Dio. Ma appena, con perseveranza, si resta fedeli agli esercizi e al ritorno verso Dio, di cui si è fatto la scelta, questa è la prova che si è eletti da Dio fin dall’eternità e che il proprio nome, con le sue opere, sono scritte nel libro della vita della divina Provvidenza.

Se, invece, preferendo altro, si allontanasse da Dio il viso interiore per commettere il peccato che detesta e rimanerci, allora, quand’anche per un atto passeggero di giustizia, si avrebbe avuto il proprio nome scritto nell’onniscienza divina, per mancanza  di perseveranza si sarebbe cancellati e soppressi dal libro di vita, senza mai poter gustare Dio né alcun frutto di virtù.

Noi tutti dobbiamo, dunque, vigilare con cura su noi stessi e mettere, nel ritorno verso Dio, l’ornamento di un’ amore intimo e buone opere esteriori, in modo da poter aspettare con fiducia e gioia il giudizio di Dio e la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo. Ma se sapessimo rinunciare a noi stessi e lasciare nelle azioni ogni proprio spirito, supereremmo ogni cosa con uno spirito del tutto libero da immagini; e in questa nudità, saremmo sotto l’azione immediata dello Spirito divino, con la certezza di essere veramente figli di Dio, secondo ciò che dice l’apostolo San Paolo: Coloro che sono sotto l’azione dello Spirito di Dio sono figli di Dio (Rm 8,14) .

Tutti i buoni cristiani, è vero, sono figli di Dio, poiché sono nati dallo Spirito Santo che vive in loro. Da Lui sono guidati e mossi interiormente, ciascuno in particolare secondo la propria attitudine alle virtù e alle buone opere con le quali è gradito a Dio. Ma poiché il loro ritorno verso Dio e i loro esercizi differiscono, io designo gli uni fedeli servitori di Dio, gli altri suoi amici segreti ed infine gli altri i suoi figli nascosti; benché tutti siano servitori, amici e figli, che servono, amano e ricercano tutti uno stesso Dio, vivendo e operando tutti sotto la benevola influenza dello Spirito Santo. Dio, d’altronde, permette e concede ai Suoi amici tutto ciò che non si oppone ai Suoi precetti; e, con precetti, intendiamo i consigli stessi per coloro che li hanno abbracciati. Nessuno è quindi disobbediente a Dio o in opposizione a Lui se non coloro che trasgrediscono i comandamenti, poiché tutto ciò che è prescritto o proibito da Dio nelle Scritture, gli insegnamenti della Chiesa o il giudizio della coscienza, deve essere compiuto o omesso, pena la disobbedienza o perdita della grazia divina. Ma se ci capita di cadere in peccati veniali, Dio li tollera e la nostra ragione ci scusa, perché non possiamo evitarli completamente. Perciò tali peccati non ci pongono in stato di disobbedienza, poiché non fanno perdere né la grazia di Dio, né la pace interiore. Tuttavia dobbiamo deplorarli sempre, per quanto siano piccoli, e fare tutti gli sforzi per evitarli. Vi ho così spiegato ciò che ho detto dall’inizio, cioè che ogni uomo deve necessariamente obbedire a Dio in ogni cosa, come alla Santa Chiesa e alla propria ragione, poiché non voglio che il senso delle mie parole sia frainteso. E ora lascio le cose così come le ho esposte.

 

Capitolo IX: Come possiamo diventare figli nascosti di Dio e avere una vita contemplativa.

 

Ma come possiamo diventare figli nascosti di Dio e avere una vita contemplativa? Desiderando saperlo ardentemente, ho esaminato accuratamente il mio pensiero. È nostro dovere, come ho detto precedentemente, vivere e vigilare sempre praticando tutte le virtù e sopra tutte le virtù, morire e addormentarci in Dio. Poiché dobbiamo, in primo luogo, morire al peccato, per nascere da Dio ad una vita virtuosa poi rinunciare a noi stessi e morire in Dio per una vita eterna.

Ecco dunque come le cose si dispongono. Se siamo nati dallo Spirito di Dio, siamo figli della grazia e tutta la nostra vita si adorna di virtù. In questo modo si ottiene il trionfo su tutto ciò che è contrario a Dio, poiché tutto ciò che è nato da Dio trionfa sul mondo, dice San Giovanni (1Gv 5,4). E, in questa nascita, tutti gli uomini veramente buoni, sono figli di Dio.

Lo Spirito divino li infiamma e li muove, ciascuno in particolare, per la pratica delle virtù e delle buone opere, secondo le loro disposizioni e attitudini. Così sono tutti graditi a Dio, in un modo distinto e che dipende dal grado d’amore e dalla perfezione degli esercizi. Ma non si sentono né rafforzati, né nel godimento di Dio, né sicuri della vita eterna, capaci come sono ancora di allontanarsi da Dio e cadere nel peccato; ecco perché li chiamo servitori o amici piuttosto che figli.

Ma quando ci innalziamo sopra noi stessi e, nell’ascesa verso Dio, diventiamo abbastanza semplici perché l’amore nudo possa stringerci nell’altitudine dove si muove, al di sopra di tutti gli esercizi di virtù, cioè in quella stessa fonte da cui nasciamo spiritualmente, allora avviene una completa trasformazione e noi moriamo a noi stessi come a ogni proprio spirito per vivere in Dio. Questa morte ci fa diventare figli nascosti di Dio e trovare in noi una vita nuova, una vita eterna. È di questi figli che San Paolo dice: Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3).

Capite bene come avviene tutto questo. Andando verso Dio, dobbiamo presentarci, noi stessi con tutte le opere davanti a noi, come una continua offerta, ma una volta al Suo cospetto, dobbiamo abbandonarci come ogni nostra opera, e, morendo nell’amore, superare tutto il creato per raggiungere le ricchezze superessenziali di Dio; allora potremo possederlo in una perpetua morte di noi stessi. Per questo lo Spirito di Dio dice nel libro dell’Apocalisse: Beati i morti che muoiono nel Signore (Ap 14,13). Sono chiamati a buon diritto morti beati, poiché rimangono eternamente in quel trapasso, immersi di per sé nell’unità di Dio che dà loro godimento. Continuamente muoiono di nuovo nell’amore, sotto la conoscenza superiore e attraente di quella stessa unità.

Lo Spirito di Dio dice inoltre: Si riposeranno dalle loro fatiche e le loro opere li seguiranno (Ap 4,13). Se, infatti, secondo il modo in cui nasciamo da Dio ad una vita spirituale e virtuosa, dobbiamo presentare le nostre opere per offrirgliele, quando superiamo ogni modo per andare nuovamente a morire in Dio e passare ad una vita eternamente beata, le nostre opere ci seguono, poiché formano con noi una sola vita. Nel nostro andare verso Dio con la pratica delle virtù, Dio abita in noi, ma nel trapasso di noi stessi e di tutte le cose, siamo noi che abitiamo in Lui. Abbiamo la fede, la speranza, la carità, è perché abbiamo ricevuto Dio ed Egli resta in noi con la Sua grazia, inviandoci all’esterno, come servitori fedeli, per osservare i Suoi comandamenti. Poi ci richiama all’interno, come amici segreti, se seguiamo i Suoi consigli; e proprio con questo ci rivela chiaramente che siamo figli Suoi, purché viviamo in opposizione con il mondo.

Ma al di sopra di tutto, se vogliamo gustare Dio o fare in noi l’esperienza della vita eterna, dobbiamo, superando la ragione, entrare in Dio con la fede; poi restare lì semplici, spogli, liberi da immagini e, con l’amore, innalzati fino alla nudità interamente aperta della nostra alta memoria.

Poiché, quando superiamo ogni cosa nell’amore e, morendo ad ogni riflessione, procediamo fino al non sapere e all’oscurità, sosteniamo l’azione e la conoscenza superiore del Verbo Eterno, immagine del Padre. Nel nostro spirito libero dall’attrattiva, riceviamo la luce incomprensibile che ci avvolge e ci penetra come l’aria è invasa dallo splendore del sole. E questa luce non è altro che guardare e contemplare senza limiti. Ciò che siamo, lo penetriamo con lo sguardo, ciò che penetriamo così, noi lo siamo, poiché lo spirito, la vita, l’essere, tutto ciò è innalzato in un modo semplice e unito alla verità che è  Dio. Perciò, in quello sguardo semplice, siamo con Dio una sola vita e un solo spirito: ed è questo che chiamo una vita contemplativa.

Quando, con l’amore, aderiamo a Dio, esercitiamo la parte migliore; ma quando passiamo alla contemplazione superessenziale, possediamo Dio nella Sua interezza. A tale contemplazione si unisce sempre un esercizio senza modo, cioè una vita che si annienta; poiché quando usciamo da noi stessi per passare all’oscurità e ad un’assenza di modi senza fondo, il semplice raggio della luce divina brilla sempre come un appoggio stabile e ci trasporta fuori da noi stessi fino alla superessenza e all’inglobamento all’amore. Ne consegue sempre un esercizio amoroso che non conosce modo; poiché l’amore non può rimanere ozioso, ma vuole penetrare con conoscenza e esperienza l’insondabile ricchezza che vive in fondo a se stesso; e questa fame è insaziabile. Tendere sempre verso l’inafferrabile, significa nuotare contro corrente. Non si può né abbandonarlo, né impossessarsene, né farne a meno, né ottenerlo, né tacerne, né parlarne, poiché va al di là di ogni ragione e comprensione, ed è al di sopra di ogni creatura. Perciò non si può né raggiungere né impossessarsene; ma guardando nel più intimo di noi stessi, ci accorgiamo che è lo Spirito di Dio che ci spinge e ci infiamma con questa impazienza d’amore; e, guardando sopra noi stessi, vediamo che lo stesso Spirito divino ci trascina fuori di noi e ci consuma nel Suo proprio essere, cioè nell’amore superessenziale, col quale siamo tutt’uno e possediamo più profondamente e più largamente di ogni cosa.

Questo possesso è un gusto semplice e senza misura di tutti i beni e della vita eterna, e vi siamo sommersi sopra e al di fuori della ragione, nella profonda tranquillità della divinità che mai nulla fa vacillare. Che sia così, lo sanno solo coloro che ne hanno l’esperienza.

Ma come è, chi lo fa, dove si fa e ciò che è, non c’è ragione, né esercizio di sorta capace di penetrarlo; perciò ogni esercizio susseguente deve rimanere fuori di modo o di maniera.

Si gusta un bene insondabile e lo si possiede senza poterlo né afferrare, né capirlo, e al quale non può arrivare nessuno sforzo personale. E così, poveri in noi stessi, siamo ricchi in Dio; mentre patiamo fame e sete, Dio è per noi ebbrezza e sazietà; attivi infine in noi stessi, siamo in Dio in completo riposo. Ed è per l’eternità, poiché senza esercizio d’amore non c’è mai possesso di Dio. Chi pensa e crede diversamente è in errore.

Così viviamo completamente in Dio, lì dove possediamo la beatitudine, e del tutto in noi stessi, lì dove ci esercitiamo all’amore verso Dio. Ma, pur vivendo del tutto in Dio e del tutto in noi stessi, abbiamo tuttavia una sola vita. Vi si prova, è vero, contraddizione e dualità, poiché povertà e ricchezza, fame e sazietà, attività e ozio sono in reciproca opposizione. Tuttavia è qui che raggiungiamo la più alta nobiltà per ora e per l’eternità.

Non possiamo ovviamente diventare Dio e perdere la nostra condizione di creature, cosa impossibile. D’altra parte, se rimanessimo tanto in noi stessi da essere separati da Dio, ci sarebbe per noi, solo miseria e sfortuna. Per questo dobbiamo sentirci del tutto in Dio e del tutto in noi stessi, e, come intermediario tra questi due sentimenti, non troviamo nient’altro che la grazia di Dio e l’esercizio del nostro amore.

Poiché alla stessa cima dell’altissima percezione brilla in noi una luce divina che ci insegna ogni verità e ci muove verso ogni virtù, in un perfetto amore di Dio. Questa luce la seguiamo senza posa fino all’abisso da cui proviene. E lì non sentiamo altro che cedimento del nostro spirito e immersione senza ritorno nell’amore semplice e immenso. Se vi rimanessimo sempre con la vista semplice, anche sempre lo sentiremmo, poiché l’immersione in Dio che ci trasforma resta eternamente e senza mai cessare, purché siamo usciti da noi stessi e possediamo Dio nell’abissamento d’amore. Questo possesso di Dio nell’immersione amorosa, cioè nella perdita di noi stessi, fa sì che Dio è propriamente nostro e noi siamo Suoi, e, sempre, ci inabissiamo senza ritorno in Dio come in noi stessi. L’immersione è nell’essenza con un consueto amore; così rimane costantemente nel sonno o nella veglia, che ne abbiamo o no coscienza. Sotto questo profilo, essa non aggiunge alcun nuovo grado di merito, ma ci tiene nel possesso di Dio e di tutti i beni che vi abbiamo ricevuto e rassomiglia ai fiumi, che costantemente e senza ritorno sfociano nel mare, come in un luogo proprio loro.

Nello stesso modo, se possediamo veramente solo Dio, l’immersione essenziale di noi stessi attraverso l’amore consueto ci precipita continuamente e per sempre in una sensazione d’abisso che possediamo e che è il nostro proprio bene. Se rimanessimo sempre semplici, con la stessa intensità di sguardo, questo sentimento persisterebbe continuamente. D’altronde, l’immersione di cui parliamo, supera tutte le virtù e ogni esercizio d’amore, poiché non è altro che un perpetuo uscire da noi stessi con una chiara previsione, per entrare in un altro, verso il quale tendiamo, del tutto fuori da noi, come verso la beatitudine.

Ci sentiamo, infatti, continuamente trascinati verso qualcosa di diverso da noi stessi. Ed è questa la distinzione più intima e più nascosta che possiamo sentire tra Dio e noi; poiché al di là non si percepisce più distinzione. La nostra ragione tuttavia ha sempre gli occhi aperti nelle tenebre, in quel non-sapere che è un abisso, e in quelle tenebre l’immensa luce ci resta velata e nascosta, poiché non appena la Sua immensità ci inonda, la nostra ragione ne è tutta accecata. Ma ci avvolge di semplicità ed essa stessa ci trasforma; e così, tramite Dio, siamo rapiti a noi stessi e trasportati da Lui fino ad una immersione amorosa, dove possediamo la beatitudine e siamo tutt’uno con Dio.

Così uniti a Lui, serbiamo in noi una conoscenza viva e un amore attivo, poiché, senza la conoscenza, non possiamo possedere Dio, e senza l’esercizio d’amore, ci è impossibile unirci a Lui né conservare tale unione. Se potessimo, infatti, essere beati senza conoscenza da parte nostra, una pietra che non ne ha alcuna, potrebbe anche essere beata. Quando anche fossi il padrone di tutto il mondo che cosa m’importerebbe se non ne sapessi nulla? Perciò avremo eternamente conoscenza e coscienza di gustare e di possedere; e Cristo ce lo insegna, quando parlando di noi a Suo Padre dice: Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo (Gv 17,3). Con ciò potete capire che la nostra vita eterna comporta una chiara conoscenza.

 

Capitolo X: Come, pur essendo tutt’uno con Dio, dobbiamo tuttavia restare in eterno diversi da Lui.

 

Benché abbia detto poc’anzi, che siamo tutt’uno con Dio, come le Sante Scritture ci insegnano, debbo aggiungere ora che dobbiamo restare in eterno diversi da Dio, e sono di  nuovo le Sante Scritture che ce lo dicono. Per stare nella rettitudine, ci occorre avere l’intelligenza e la coscienza dell’una e dell’altra cosa.

Dico quindi che dal volto di Dio e dalla cima della nostra percezione più alta, brilla sul nostro volto interiore una luce che ci insegna la verità dell’amore e di ogni virtù; ed è soprattutto in questa luce che impariamo a prendere coscienza di Dio e di noi stessi e ciò in quattro modi.

In primo luogo, sentiamo Dio presente in noi attraverso la Sua grazia, e quando ce ne accorgiamo non possiamo restare in ozio. Come il sole, con il suo splendore e calore illumina, rallegra e rende fecondo tutto il mondo, nello stesso modo Dio, con la Sua grazia, illumina, rallegra e fa fruttificare tutti coloro che vogliono obbedirGli. Se quindi vogliamo prendere coscienza di Dio in noi stessi, e vedere il fuoco del Suo amore ardere in noi eternamente, dobbiamo con libera volontà aiutarlo ad attizzare tale fuoco. È ciò che faremo restando in noi stessi intimamente uniti al fuoco che ci divora; uscendo da noi stessi per andare verso tutti con fedeltà e amore fraterno; scendendo sotto noi stessi con la penitenza e ogni sorta di opere buone, e anche col reprimere ogni appetito smoderato, salendo infine al di sopra di noi stessi, nelle fiamme del fuoco divino, con la devozione, l’azione di grazia, la lode, la preghiera intima e l’adesione continua a Dio con retto intento e amore sincero. In questo modo Dio resta con noi con la Sua grazia, poiché, negli esercizi che ho appena indicati, è riassunto tutto ciò che possiamo praticare, aiutandoci con la ragione e secondo modi diversi, e, in mancanza di ciò, nessuno può piacere a Dio. Colui che vi porta più perfezione è anche più vicino a Dio; necessari a tutti, questi esercizi possono essere superati solo dai contemplativi. Così, in primo luogo, sentiamo tutti che Dio è in noi con la Sua grazia, se però vogliamo essere Suoi. In secondo luogo, se abbiamo una vita contemplativa sentiamo che viviamo in Dio e da questa vita, che ci dà coscienza di essere in Dio, brilla sul nostro volto interiore una luce che illumina la ragione e fa da tramite fra noi e Dio. Quando godendo questa luce e, con la ragione illuminata restiamo in noi, ci accorgiamo che la nostra vita creata si immerge sempre essenzialmente nella Sua vita eterna. Ma quando seguiamo la luce al di sopra della ragione, con una vista semplice e una nostra libera inclinazione, fino alla vita superiore, qui riceviamo l’informazione superiore di Dio nella totalità di noi stessi; e così ci sentiamo interamente abbracciati in Dio.

Viene, poi, la terza maniera di prendere coscienza che consiste nel sentire che siamo tutt’uno con Dio, poiché per il fatto dell’informazione superiore di Dio, abbiamo coscienza di essere inghiottiti nell’abisso senza fondo dell’eterna beatitudine, dove non possiamo più incontrare distinzione tra noi e Dio. È l’apice della nostra percezione, che possiamo conoscere solo nell’immersione d’amore. Perciò quando siamo innalzati e trascinati fino alla percezione più alta, tutte le nostre capacità restano inattive in un godimento essenziale: ma non sono annientate, poiché allora perderemmo il nostro stato di creatura. E per quanto a lungo resteremo in ozio, con lo spirito a riposo e gli occhi aperti senza osservazioni, possiamo contemplare e gioire, ma nello stesso istante in cui vogliamo analizzare e considerare ciò che proviamo, ricadiamo nel ragionamento e di conseguenza scorgiamo tra noi e Dio distinzione e differenza. Dio non appare più che al di fuori di noi in tutta la Sua incomprensibilità. Ed è la quarta maniera secondo la quale prendiamo coscienza di Dio e di noi. Ci troviamo qui davanti a Dio e la luce che viene dal Suo volto ci rivela questa verità: Egli vuole essere tutto nostro e che noi siamo tutti Suoi. Orbene, nello stesso istante in cui capiamo che Dio vuole essere tutto nostro, sorge in noi un desiderio bramoso e veemente, che è così affamato, profondo e insaziabile che ogni dono di Dio, al di fuori di Lui, non potrebbe soddisfarci. Poiché sentiamo che Egli stesso si è dato e abbandonato alla libertà dei nostri desideri affinché possiamo goderlo secondo tutta l’ampiezza del nostro volere, d’altra parte la luce di verità che emana dal Suo volto ci comunica che tutto ciò che possiamo gustare non è, paragonato a ciò che ci manca, neanche una goccia d’acqua per tutto il mare, e ciò provoca, nel nostro spirito, una vera tempesta di ardore e di impazienza d’amore. Più il gusto si fa intenso, più aumentano il desiderio e la fame, perché si infiammano reciprocamente; ed è ciò che ci fa tendere verso ciò che ci sfugge sempre, poiché, nutrendoci dell’immensità divina, non possiamo assorbirla, e tendiamo verso quell’infinito senza poterlo raggiungere. Così non possiamo arrivare fino a Dio né vedere Dio venire fino a noi, perché, nell’impazienza d’amore, non possiamo rinunciare a noi stessi.

Per questo l’ardore è così esagerato che l’esercizio d’amore fra Dio e noi va e viene come il lampo nel cielo, senza tuttavia poterci consumare. Orbene, in questa tempesta d’amore le nostre opere sono al di sopra della ragione e senza modo, poiché l’amore desidera l’impossibile e la ragione attesta che esso è nel Suo diritto, ma qui essa non può tuttavia né consigliarlo, né trattenerlo. Fintantoché ci rendiamo conto, infatti, con intima devozione che Dio vuole essere nostro, la Sua bontà tocca l’avidità del nostro desiderio e da ciò nasce l’impazienza d’amore, poiché il tocco che defluisce da Dio eccita l’impazienza e reclama il nostro agire, cioè che amiamo l’eterno amore; mentre il tocco che trascina dentro, strappa a forza a noi stessi e vuole che ci inabissiamo e ci annientiamo nell’unità.

Perciò in questo tocco che trascina all’interno, sentiamo che Dio ci vuole Suoi, poiché qui dobbiamo rinunciare a noi stessi e lasciare che operi la nostra beatitudine. Ma lì dove ci tocca, defluendo al di fuori, ci lascia essere noi stessi, ci rende liberi, ci pone nella Sua presenza e ci insegna a pregarlo in spirito e a chiedere liberamente.

Nello stesso tempo ci mostra la Sua incomprensibile ricchezza, sotto tanti aspetti diversi quanti siamo capaci di immaginare. Poiché tutto ciò che possiamo pensare quanto a consolazione e gioia, lo troviamo in Lui senza misura. Perciò quando sentiamo questa volontà di Dio di essere con noi con tutta questa ricchezza e di restare sempre con noi, davanti a ciò tutte le potenze dell’anima si spalancano e, in modo particolare, il nostro avido desiderio, poiché tutti i flutti della grazia divina scorrono a torrenti, e più li gustiamo, più si infiamma il desiderio di gustarli ancora; e mentre questo desiderio cresce, tendiamo più profondamente versi il tocco divino. 

Allora, anche in proporzione a questa intima tendenza, ci invade  e ci inghiottisce l’inondazione della Sua dolcezza e via via che invasione e straripamento crescono, sentiamo di più e riconosciamo che la soavità divina è incomprensibile e senza fondo. Per questo il profeta dice: «Vedete e gustate quanto è dolce il Signore» (Sal 34,9). Non dice quanto sia dolce, perché questa dolcezza è smisurata, e non possiamo né capirla né esaurirla. E la sposa di Dio, nel Cantico dei Cantici, testimonia la stessa verità dicendo: «Mi sono seduta all’ombra di Colui che ho desiderato,  e il Suo frutto è dolce per la mia bocca» (Ct 2,3).

 

 

Capitolo XI: Della grande differenza che esiste tra la luce dei Santi e quella persino più alta ottenuta in questa vita.

 

Esiste una grande differenza tra la luce dei Santi e quella persino più alta che possiamo raggiungere in questa vita. Poiché se l’ombra di Dio illumina il nostro deserto interiore, sulle alte montagne della terra promessa non ci sono ombre. È vero che è lo stesso sole e la stessa luce che brilla sul nostro deserto e sulle alte montagne; ma i Santi sono in uno stato di traslucidità e di gloria che permette loro di ricevere la luce senza intermediario, mentre noi ci troviamo ancora nella condizione di gente mortale e grossolana ed è questo un intermediario che fa un’ombra capace di velare tanto la nostra intelligenza che ci è impossibile conoscere Dio e le cose celesti con la stessa chiarezza dei Santi.

Finché camminiamo, infatti, con quest’ombra, non possiamo vedere il sole in se stesso, come dice San Paolo (cf 2Cor 5,7), la nostra conoscenza consiste di simboli ed enigmi. Tuttavia quest’ombra è illuminata dai raggi del sole a sufficienza, perché possiamo percepire la distinzione di tutte le virtù e ogni verità è utile alla nostra condizione mortale. Ma per diventare tutt’uno con la luce del sole, bisogna seguire l’amore e uscire da noi stessi, abbandonando ogni modo, e, essendo accecati i nostri occhi, il sole ci trascinerà nel Suo proprio splendore dove possederemo l’unità con Dio. Se abbiamo il sentimento e la consapevolezza di essere così, siamo nella vita contemplativa che si addice al nostro stato presente. La condizione degli ebrei, nell’Antico Testamento, era caratterizzata dal freddo e dalla notte e il cammino si faceva nelle tenebre: Erano seduti – dice il profeta Isaia –, all’ombra della morte (cf Is 47,5). Ombra della morte che proveniva dal peccato originale e li condannava tutti ad essere privati di Dio. La nostra condizione, nella fede cristiana, è ancora come la freschezza dell’aurora, poiché per noi è spuntato il giorno. Perciò dobbiamo camminare alla luce e sederci all’ombra di Dio; la Sua grazia farà da intermediario tra noi e Lui; in virtù di che possiamo trionfare di tutto, morire ad ogni cosa e trapassare senza ostacolo nell’unità con Dio. Ma la condizione dei Santi è fatta tutta di calore e di luce, poiché vivono e camminano in pieno mezzogiorno, contemplando ad occhi aperti e illuminati dal sole nel Suo splendore, e penetrati e inondati come sono dalla gloria divina. Nella misura in cui ciascuno è illuminato, gusta e conosce il frutto di tutte le virtù che tutti gli spiriti hanno raccolto. Ma il fatto che i Santi gustino e conoscano la Trinità nell’unità e l’unità nella Trinità e che vi si vedano uniti, costituisce per loro la pietanza più eccelsa che supera tutto e dà loro ebbrezza e riposo. La sposa del Cantico ne esprimeva il desiderio, quando diceva al Cristo: Mostrami tu, che la mia anima predilige, dove pascoli il gregge, dove riposi nell’ora del meriggio (Ct 1,7), cioè, secondo San Bernardo, (in Cantica, serm. XXXIII) mostrami la luce di gloria; poiché ogni alimento che ci è dato quaggiù, dove siamo ancora all’aurora e nell’ombra, è soltanto un assaggio della pietanza succulenta che ci attende, in pieno mezzogiorno della gloria divina.

Tuttavia la sposa si compiace di essersi potuta sedere all’ombra di Dio e che il Suo frutto sia dolce per la sua bocca. Sentire che Dio ci tocca interiormente, per noi è gustare il Suo frutto e il Suo alimento, poiché il Suo tocco è il cibo che ci dà. Orbene, tale tocco trascina all’interno oppure scorre al di fuori, come l’ho detto prima (1). Quando Dio ci trascina all’interno, dobbiamo essere completamente Suoi, e qui impariamo a morire e a contemplare. Ma quando scorre all’esterno, Dio vuole essere tutto nostro, e così ci insegna a condurre una vita ricca di virtù.

Sotto il tocco col quale ci trascina all’interno,  tutte le nostre capacità debbono venir meno, e allora siamo seduti alla Sua ombra. E il Suo frutto è dolce per la nostra bocca; poiché il frutto di Dio è il Figlio di Dio, che il Padre genera nel nostro spirito. Questo frutto è così infinitamente dolce per la nostra bocca che siamo incapaci di ingerirlo e di trasformarlo in noi stessi; ma è Lui che ci assorbe e ci trasforma in Lui. E sempre, quando questo frutto ci tocca, attirandoci all’interno, noi dominiamo e ci distacchiamo da ogni cosa. Vittoriosi così su tutto, gustiamo la manna nascosta, che ci dà vita eterna e riceviamo la pietra splendente, di cui ho già parlato, che porta il nostro nuovo nome, scritto ancor prima dell’inizio del mondo. Ed è questo il nuovo nome che nessuno conosce, se non colui che lo riceve (2). Chiunque si sente unito a Dio gusta il sapore del suo proprio nome, secondo la misura delle sue virtù, dell’accesso a Dio e dell’unione con Lui.

Ed è perché ciascuno possa ricevere il suo nome e possederlo eternamente che l’Agnello di Dio, il Signore fatto uomo, si è consegnato alla morte. In questo modo ci ha aperto il libro della vita, dove sono scritti tutti i nomi degli eletti. Nessuno ne può essere cancellato, poiché fanno tutt’uno con il libro vivente, che è il Figlio di Dio. La Sua morte ne ha spezzato i sigilli, affinché tutte le virtù fossero portate alla perfezione, nel modo in cui Dio l’ha eternamente previsto. Così dunque, secondo la misura in cui ciascuno può vincersi e morire ad ogni cosa, avverte il tocco del Padre che l’attira interiormente; e in questa stessa misura gusta la dolcezza del frutto, che è il Figlio nato in lui, e con questo stesso gusto lo Spirito Santo gli rende testimonianza che è figlio ed erede di Dio. Orbene, su questi tre punti, nessuno rassomiglia mai completamente ad un altro. Perciò ciascuno riceve il suo nome particolare, che è sempre nuovo per via di nuove grazie e nuove opere virtuose. Per questo ogni ginocchio si piega nel nome di Gesù, che ha combattuto per noi e ha riportato la vittoria. Grazie a Lui, le nostre tenebre sono state dissipate e compiute tutte le virtù al massimo grado. Perciò il Suo nome è innalzato al di sopra di ogni nome, perché Egli è il capo e il principe di tutti gli eletti; ed è nel Suo nome che siamo chiamati eletti, ornati di grazie e di tutte le virtù, e aspettiamo la gloria di Dio.

 

Capitolo XII: Della trasfigurazione di Cristo sul Tabor.

 

Se vogliamo che il nome di Cristo sia in noi esaltato e glorificato, dobbiamo seguire Cristo Lui stesso sulla montagna del nostro spirito completamente spoglio, come Pietro, Giacomo e Giovanni l’hanno seguito sul Tabor. L’interpretazione della parola Tabor, nella nostra lingua, s’intende come luce crescente e sempre nuova. Orbene, se siamo veramente Pietro per la conoscenza della Verità, Giacomo per la vittoria sul mondo e Giovanni pieno di grazia, e in possesso delle virtù secondo ogni giustizia, Gesù ci conduce sulla vetta del nostro spirito spoglio, in un vasto deserto, dove si mostra a noi con la gloria della Sua luce divina. Al Suo nome, il Padre celeste ci apre il libro vivente della Sua saggezza eterna; e questa saggezza divina inonda la purezza del nostro sguardo e la semplicità del nostro spirito con un gusto semplice e diretto di tutti i beni indistintamente. Poiché quando Dio ci innalza fino a Lui, contemplare e sapere, gustare e sentire, esistere e vivere, avere e essere, è tutt’uno, e stiamo tutti di fronte a questo innalzamento e ciascuno in particolare secondo modi diversi. Il nostro Padre celeste, infatti, nella Sua saggezza e bontà, gratifica ognuno secondo la dignità della sua vita e dei suoi esercizi. Perciò se rimanessimo sempre con Gesù sul Tabor, cioè in cima al nostro spirito spoglio, sentiremmo continuamente un nuovo aumento di luce, e di verità; la voce del Padre si farebbe sentire sempre e ci farebbe provare il tocco che scorre all’esterno attraverso la grazia o che attira all’interno nell’unità. Ora, questa voce del Padre è udita da tutti coloro che imitano Nostro Signore Gesù Cristo e dice di tutti loro:«Sono i miei figli prediletti, nei quali mi sono compiaciuto». Ed è in considerazione di questo compiacimento che ciascuno riceve la grazia, secondo la misura e il modo di cui egli stesso si compiace in Dio. In questa reciproca compiacenza di Dio in noi e di noi in Dio si esercita il vero amore. E così ognuno gusta il sapore del proprio nome, della sua funzione e del frutto dei suoi esercizi. Le persone che fanno vita mondana non vedono nulla di ciò che riguarda i buoni, poiché sono morti davanti a Dio e per Lui non hanno nome, perciò non possono né provare né gustare ciò che appartiene ai vivi. Il  tocco divino che scorre fuori ci rende vivi nello spirito, ci riempie di grazia, illumina la nostra ragione, ci insegna a conoscere la verità e la distinzione delle virtù. Ci tiene in presenza di Dio con una tale forza che siamo capaci di portare, senza alcun cedimento dello spirito, ogni gusto, sentimento e dono che Dio fa scorrere in noi. Ma il tocco divino che attira interiormente esige che siamo tutt’uno con Dio e che spiriamo e moriamo in beatitudine, cioè nell’amore eterno che avvolge il Padre e il Figlio in uno stesso godimento. Perciò, quando ci siamo inerpicati con Gesù su per la montagna del nostro spirito spoglio d’immagini, se lo seguiamo ancora con uno sguardo semplice, un intimo compiacimento e il piacere della fruizione, allora proviamo il potente ardore dello Spirito Santo che ci consuma e ci liquefa nell’unità divina. Poiché là dove, uniti al Figlio di Dio, la nostra tendenza amorosa è di tornare verso il nostro principio, anche lì sentiamo la voce del Padre, il cui tocco ci attira interiormente e questa voce dice a tutti coloro che Egli ha eletto nel Suo Verbo eterno: «Questi è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3,17). Eternamente, infatti, il Padre si è compiaciuto nel Figlio e il Figlio nel Padre, per il fatto che il Figlio di Dio doveva prendere la nostra umanità, doveva morire e pertanto ricondurre tutti gli eletti fino al loro principio.

Se, quindi, per l’intermediario del Figlio, siamo innalzati fino alla fonte da dove siamo usciti, ci è concesso di udire la voce del Padre che ci chiama interiormente e ci illumina sulla verità eterna. E questa verità ci mostra il compiacimento di Dio manifesto ampiamente, principio e fine di ogni compiacimento. Qui tutte le nostre forze vengono meno e, cadendo estasiati con il viso a terra, diventiamo tutti uno e un solo tutto, nell’abbraccio amoroso dell’unità divina. Quando abbiamo la coscienza di questa unità, c’è solo Dio per noi, viviamo della Sua vita, godiamo della Sua beatitudine. Qui  ogni cosa è consumata, ogni cosa è rinnovata; poiché qui siamo immersi nell’immenso abbraccio dell’amore di Dio, dove c’è per ciascuno una gioia così grande e particolare, che si è incapaci di pensare o percepire la gioia di un altro. Si è trasformati nell’amore di fruizione che esso stesso è tutto e non ha né bisogno né possibilità di cercare nulla al di fuori di sé.

 

Capitolo XIII: Come possiamo godere di Dio.

 

Perché l’uomo possa godere di Dio, sono necessarie tre cose: un’autentica pace, un silenzio interiore e un’adesione amorosa. Colui che vuole trovare fra lui e Dio una vera e propria pace, deve amare Dio in modo tale che sia pronto a rinunciare, per il Suo onore, ad ogni legame o affetto disordinato, come ad ogni possesso che andrebbe contro questo onore divino. Questa prima condizione è necessaria a tutti.

La seconda è il silenzio interiore che consiste nel liberarsi dalle immagini di ogni cosa vista o sentita. La terza è un’adesione amorosa a Dio, adesione che costituisce in se stesso l’atto di godere; poiché chiunque aderisce a Dio con amore puro, e non per il proprio vantaggio, gode di Dio in tutta la verità, e sente che ama Dio ed è amato da Lui.

Ma ci sono ancora tre gradi più alti che danno assetto all’uomo e lo rendono adatto a godere sempre di Dio, e a prendere coscienza di Lui ogniqualvolta egli ci si vuole applicare.

Il primo è il riposo preso in Colui di cui si gode: e ciò avviene quando il prediletto è vinto dal prediletto, quando è posseduto da Lui con un amore puro e essenziale, quando, infine, cade amorosamente sull’oggetto del suo amore, cosicché ognuno gode tranquillo del pieno possesso dell’altro. Il secondo grado si chiama un sonno di Dio, che avviene quando lo spirito perde se stesso, senza sapere cosa diventa, dove va e come avviene. L’ultimo grado di cui si possa parlare è quello in cui lo spirito contempla una tenebra, dove non può penetrare con la ragione. Qui si sente trapassato e perduto, e tutt’uno con Dio senza differenza né distinzione. E in questa unità, è Dio stesso che diventa la sua pace, il suo godimento e riposo. Perciò c’è in questo una profondità abissale, dove lo spirito deve trapassare in beatitudine e rivivere di nuovo in virtù, come l’amore e il suo tocco lo comandano. Vedete, se fate in voi queste diverse esperienze, avete la conoscenza di tutto ciò che ho detto o che potrei dire ancora. E quando entrate in voi stessi, vi è così facile e agevole contemplare e godere come lo è di vivere dal punto di vista naturale.

Da questa ricchezza deriva una vita comune di cui vi ho promesso, fin dall’inizio, di parlare.

 

Capitolo XIV: Di una vita comune che nasce dalla contemplazione e dal godimento di Dio.

 

L’uomo che da quella cima è ricondotto da Dio verso il mondo porta con sé ogni verità e ricchezza di virtù. Egli non ricerca il bene proprio, ma l’onore di Colui che lo invia. Perciò è retto e vero in ogni cosa, è in possesso di un capitale ricco e liberale, che basato sulla stessa ricchezza di Dio, deve sempre spandersi verso coloro che ne hanno bisogno, poiché la sua abbondanza scorre dalla viva fonte dello Spirito Santo che nessuno può prosciugare. Quest’uomo è uno strumento vivente, e spontaneo di cui Dio si serve per compiere ciò che vuole e come vuole; e non attribuisce nulla a se stesso, ma restituisce ogni gloria a Dio, rimanendo così sempre pronto e disposto a fare ciò che Dio vuole, rigoroso e forte in ogni sofferenza e in ogni fatica che gli è imposta. Questa è una vita comune dove si è anche pronti a contemplare e ad agire, ponendo in entrambi la stessa perfezione. Nessuno, infatti, può possedere questa vita se non è contemplativo e nessuno può contemplare, né godere di Dio, se non riunisce le sei condizioni di cui ho parlato precedentemente. È, di conseguenza, un errore voler contemplare, pur conservando per qualche creatura amore, diletto, spirito di possesso disordinati che siano. Si crede così di poter godere prima di essersi spogliati pienamente o concedersi il riposo, prima di aver conosciuto il godimento. Ma ci si inganna, poiché, per giungere a Dio, ci occorre un cuore libero, una coscienza tranquilla, un viso senza veli, libero da artifici, raggiante di schiettezza. Allora potremo salire di virtù in virtù, contemplare Dio e goderne, e come ho detto, diventare tutt’uno con Lui.

Che Dio ci aiuti tutti ad ottenerlo. Amen.

 

 

(1) L’analisi che qui è fatta del tocco divino distingue due effetti da essi prodotti. Il primo è caratterizzato da un flusso all’esterno, che causa un amore attivo, cioè l’impazienza d’amore. Il secondo attira all’interno, e ci conduce al riposo nell’unità.

 

(2) Ruysbroeck ritorna qui sulla descrizione del tocco divino nei suoi due istanti, se così si può dire. Quando questo tocco fluisce da Dio, allora ci si presenta e ci mostra che vuole essere tutto nostro, chiedendo di essere corrisposto. Ma quando il tocco ci trascina all’interno, dobbiamo essere interamente di Dio e lasciarci prendere da Lui. Si potrebbe avvicinare a questo doppio effetto del tocco divino ciò che Ruysbroeck descrive al Cap. XIV dei sette gradi dell’amore, quando mostra il Padre che dice ad ogni spirito in un eterno compiacimento: «Ti appartengo e tu mi appartieni, sono tuo e tu sei mio».

 

 

 

 

j.m.j.