| L'affetto umano è l'adesione totale della libertà di una persona, e non semplicemente dell'istinto e dell'appetito animale di un uomo o di una donna. L'affettività umana è, di fatto, l'effetto in noi di una decisione e impostazione fondamentale di vita, e non solo si può educare, ma si può custodire. Sì, una simpatia istintiva può nascere in superficie per dei moventi del tutto esteriori, ma non si tratta ancora di vero affetto. Lo diventerà se liberamente la si nutrirà, la si alimenterà, e la si custodirà. Se, invece, non la si asseconda e non la si custodisce, alla fine si affievolirà. La vita spirituale, come quella psichica, è il risultato di un equilibrio estremamente delicato di tendenze, istinti, pulsioni, dalle più nobili alle più basse; un equilibrio da acquistare e da mantenere con un lavoro sapiente e continuo di educazione, di selezione e di custodia. Possiamo provare i sentimenti e i desideri più santi e belli, ma, se non li custodiamo e li perseveriamo in un certo orientamento di vita, essi si affievoliscono e si estinguono. Sappiamo bene che, se ci abbandoniamo all'istinto, ci stanchiamo presto di qualunque cosa. Nelle amicizie, nella vita coniugale, nella vita religiosa e comunitaria, o in quella professionale, intervengono crisi che, se non si superano continuando a volere ciò che un giorno si è voluto, si rimane a uno stadio puramente istintivo, che privilegia i capricci del momento, e non l'affetto vero. Si è in preda a una febbre di «esperienze» sempre nuove, e questo ci impedisce di fare fino in fondo l'unica esperienza della nostra vita autenticamente umana. Un vero amore umano ha bisogno di educazione, richiede una purificazione da tutto ciò che lo insidia e lo contrasta. Quindi, anche la vita secondo lo Spirito suppone un allenamento e un esercizio. | Francesco Rossi
de Gasperi Sentieri di vita 1, 157-158 |
| Si sale solamente quando si scende. | San Francesco di Sales |
| § 2. Più che l'esercizio delle virtù, sarà lo sforzo per purificarsi il cuore che ci porterà più brevemente e più sicuramente alla perfezione dell'amore, perché il Signore è disposto a concederci ogni sorta di grazie, a condizione che non vi mettiamo assolutamente ostacoli. È proprio rendendo puro il nostro cuore che togliamo quanto ostacola le operazioni di Dio; e chi può comprendere le stupende meraviglie che il Signore opera nell'anima una volta che essa sia libera dagli impedimenti? S. Ignazio diceva che più di una volta i Santi stessi mettono ostacoli alle grazie del Signore. § 4. Tra tutti gli esercizi della vita spirituale non ve ne è uno che il demonio ostacoli con maggior opposizione, quanto lo sforzo di rendere puro il cuore. Ci lascerà fare indisturbati alcuni atti esterni di virtù, accusarci, per esempio, in pubblico dei nostri sbagli, servire in cucina, visitare gli ammalati negli ospedali e gli infelici nelle prigioni, perché in tutto ciò troviamo talvolta una certa soddisfazione; se non altro favorisce la nostra vanità e può soffocare i rimorsi interiori della coscienza: ma il demonio non può soffrire che scandagliamo profondamente il nostro cuore, esaminandone i disordini e applicandoci ad emendarli. Perfino il nostro cuore rifugge assolutamente da questo scandaglio e da questa cura che lo mette a nudo e gli fa sentire le proprie miserie. Tutte le nostre facoltà sono cadute in uno stato di grave disordine, che a noi non piace scoprire, perché rimarremmo umiliati da questa conoscenza. | LOUIS LALLEMANT La dottrina spirituale Pr. 1, cap. 1, § 2.4. |
| Sapevo benissimo di avere un'anima, ma quale fosse il suo valore e chi stesse dentro di essa non lo capivo perché avevo gli occhi bendati dalle vanità della vita per poterlo vedere. Infatti, se avessi capito, come ora, che in questo minuscolo palazzo dell'anima mia abita un Re così grande, mi sembra che non l'avrei lasciato tanto spesso solo; qualche volta, almeno, sarei stata con Lui e soprattutto avrei procurato di non esser così piena di macchie. Ma che cosa c'è di più meraviglioso che vedere Colui il quale può riempire della sua grandezza mille e mille mondi, rinchiudersi in una casa così piccola? In verità, essendo Egli il Signore di tutto, può fare ciò che vuole, e siccome ci ama, si adatta alla nostra misura. Quando un'anima comincia a seguire questa via, perché non abbia turbarsi di vedersi tanto piccola, destinata a racchiudere in sé un essere tanto grande, il Signore non le si rivela finché essa non ingrandisce a poco a poco la sua capacità, proporzionatamente ai doni che vuole accordarle. Per questo dico che può fare ciò che vuole, perché ha il potere d'ingrandire il palazzo dell'anima. Tutto sta nel fargliene dono con piena decisione e di sgombrarlo, affinché Egli possa mettere o levare quel che vuole, disponendone come di cosa propria. E Sua Maestà ha ragione, non neghiamoci a Lui. Egli non vuol forzare la nostra volontà, prende ciò che Gli diamo, ma non si dà interamente a noi finché noi non ci diamo interamente a Lui. Questo è fuor di dubbio, ed essendo di grande importanza, ve lo ricordo continuamente: il Signore non agisce nell'anima se non quando, del tutto sgombra da ostacoli, è sua; diversamente, non so come potrebbe agire, amante com'è dell'ordine. Se infatti riempiamo il palazzo di gente da poco e di cose inutili, come può trovarvi posto il Signore con la sua corte? È già molto se si trattiene un momento fra tanti impicci. | S. TERESA D'AVILA Cammino (Valladolid) XXVIII,11-12 |
| I filosofi hanno detto che l'amore rende uguali coloro che si amano, quando non sono uguali. Questa fusione del divino e dell'umano, propria di Gesù, fa sì che il suo amore divino somigli al nostro, fatto anche di un elemento di cielo e un altro di terra. L'incanto di Gesù per noi è quello di toccare il divino attraverso l'umano; il guardare l'infinito in ciò che è terreno; vedere che la grandezza si rende piccola per amore e la maestà innamorata si copre di miseria; sospetto che l'incanto di Dio è lo stesso, ma all'inverso, cioè riempire il nostro vuoto con la Sua pienezza; guardare la nostra miseria esaltata fino al cielo e il nulla ingrandito fino al divino. I due amori hanno una mescolanza divino e umana; è stato necessario che l'amore discendesse dai cieli perché quello della terra potesse salire; che l'infinito si annientasse per divinizzare il nulla… Dolce e consolante è pensare a questo mistero e comprenderlo; sapere che Dio si compiace di essere amato come noi lo amiamo; cioè in mezzo all'oscurità e alla miseria, con la timidezza di chi è piccolo, con le vicissitudini proprie della terra; con il vacillare di ciò che è debole; con le eclissi di ciò che è transitorio… e – nonostante queste imperfezioni –, il nostro povero amore abbia, a causa del divino che lo Spirito Santo ci ha posto, l'audacia dei desideri, la sublimità del'eroismo, la forza della generosità; la purezza del disinteresse, l'ardore, la forza, la costanza e l'immortalità del divino. Quanto deve compiacere Dio che noi siamo puri in mezzo al fango! Fedeli tra i pericoli, leali nella lotta, amanti nelle prove, saldi nelle vicissitudini; che in mezzo alle nostre lacrime gli sorrida il nostro amore, che lottando con le miserie della terra e le debolezze del nostro cuore, gli diciamo con ardimento: ti amo nonostante tutto: «Tu lo sai, puoi essere sicuro del mio amore». | CONCHITA CABRERA DE ARMIDA Nell'intimità con Gesù Esercizi Spirituali 1929 Città Nuova, 130-131 |
La mancanza di fede non è come la mancanza di qualsiasi altro bene morale o materiale. Per me è un dramma, un dramma intimo e doloroso, che mi ha colpito alla vigilia della morte, quando l'anima non ha più forze di ricupero e di rinnovamento. Sa che a volte, se ci penso, mi commuovo? Sì, proprio così, mi commuovo, e piango su me stesso e sulla mia miseria. Ma quanti di coloro che predicano la Fede, sentono la Fede come io sento la mancanza della Fede? |
Augusto Guerriero |
| È bene, quando si prega, tenersi in pace ed in tranquillità nella presenza di nostro Signore, o sotto i suoi occhi, senz'altro desiderio, né pretesa che di stare con Lui, e di accontentarLo; ed inoltre non dovete sforzatevi per parlare col Divino Amore, perché basta parlare col guardarLo e farsi vedere. Molti non fanno differenza tra Dio ed il sentimento di Dio, tra la fede ed il sentimento della fede, il che è un grandissimo errore, infatti sembra loro che quando non sentono Dio, non siano alla sua presenza, e questa è una grande ignoranza, […] Vi è gran differenza tra l'avere la presenza di Dio, e l'avere il sentimento della sua presenza [cioè puoi benissimo essere alla presenza di Dio con la tua fede eppure non sentire nulla con il sentimento]. | P. Pio Bruno Lanteri, Scritti, Spi 2368b |
| Ave Crux, Spes unica! Il mondo è in fiamme, la lotta fra Cristo e l'Anticristo è apertamente sferrata. Perciò, se ti decidi per Cristo, può costarti la vita. Rifletti bene su quanto prometti. Pronunciare e rinnovare i voti è cosa terribilmente seria. […] Ti spaventi dinanzi alla grandezza di quanto i santi voti esigono da te? Non devi spaventarti per nulla. Quanto hai promesso supera le tue deboli forze umane. Non supera però la forza dell'Onnipotente, e questa diventa tua, se ti affidi a Lui quando Egli riceve il tuo giuramento di fedeltà. […] Il mondo è in fiamme. L'incendio può cogliere anche la nostra casa. Sopra tutte le fiamme però si innalza la Croce. Non la possono bruciare - è il cammino dalla terra al cielo. Chi l'abbraccia con fede, amore e speranza, viene portato nel grembo della Trinità. | EDITH STEIN, Nel castello dell'anima. Pagine spirituali, OCD, 408-409 |
VIGILANZA Per amare Dio occorre fare la sua volontà. Ma la sua volontà si presenta momento per momento. E può essere espressa da circostanze esterne, dai propri doveri, dal consiglio di persone sagge o che ci rappresentano Dio. O anche da un imprevisto doloroso, o gioioso, o noioso, o indifferente. Chi la comprende è lo spirito attento, l'anima vigile. Non per nulla il Vangelo parla spesso di vigilanza. Ed è proprio il Vangelo che concentra l'uomo sul presente quando, non volendo che si preoccupi del futuro, fa chiedere il pane al Padre solo per «oggi» e invita a portar la croce di «oggi» e ricorda che basta l'affanno di «ogni giorno». È ancora il Vangelo che ammonisce: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio» (Lc 9, 62). Noi cristiani, per abituarci a vivere bene il presente, dobbiamo saper dimenticare il passato e non preoccuparci del futuro. E ciò è sapienza elementare: giacché il passato non esiste più ed il futuro sarà quando diverrà presente. Diceva Caterina: «La fatica che è passata, noi non l'abbiamo, però ch'è fuggito il tempo; quella ch'è a venire, non l'abbiamo, però che non siamo sicuri di avere il tempo» (Epistolario, II, Alba 1966, p. 97). I grandi e i santi conoscono questa norma. S'abituano a discernere tra le varie intime voci quella di Dio. E in questo continuo esercizio il discernimento si fa sempre più facile, perché la voce s'irrobustisce, s'amplifica. All'inizio forse non è del tutto semplice. Allora occorre, con perfetto abbandono in Dio, credere al suo amore e compiere con decisione quella che si pensa la sua volontà, con la fiducia che, se non lo è, Egli ci rimetterà sul giusto binario. E anche qualora la volontà di Dio apparisse chiara, come quando essa chiama ad un lavoro da compiere per intere ore, c'è sempre una tentazione da vincere, uno scrupolo da cacciare, una preoccupazione da gettare nel cuore di Dio, pensieri peregrini da allontanare, desideri vari cui rinunciare. Vivere il presente è un'idea e una prassi straordinariamente ricca. Vivere il presente innesta la nostra vita terrena, già sin d'ora, nel corso della vita eterna. |
Chiara Lubich (1920 † 2006) |
PANE DI VITAPane di vita, nutri d'amore |
Serva di Dio Maria Oliva Bonaldo del Corpo Mistico |
PREGHIERA ALLA VERGINE DELLA SANTISSIMA TRINITÀ Maria Santissima, Madre del Verbo Incarnato e Madre nostra cara, Tu che hai amato il Padre con amore di Figlia ubbidientissima, |
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Non possiamo mai allontanarci da Dio, mai fare vacanza: siamo con Lui, con Lui dobbiamo rimanere, in ogni istante, ovunque andiamo, qualunque cosa facciamo. Non siamo con Lui soltanto quando siamo in chiesa: siamo con Lui anche al mercato; non soltanto Egli ci parla nell'orazione, ma anche quando stiamo spazzando la casa, anche quando camminiamo per le strade. La nostra anima deve mantenersi in attenzione a Lui che ci parla. |
Don Divo Barsotti, Conferenza sullo Spirito Santo |
La vigilanza è una cultura dell'attenzione, un sottrarsi al sonnambulismo. Il tempo si rivela compenetrato di eternità, il Signore viene nel mezzo della notte, attraverso la notte di tutte le cose. La vigilanza è perciò apprendistato della meraviglia e dell'accoglienza, e ogni tanto anche grazia di scoprire realmente l'esistenza degli altri. "Ecco lo Sposo che viene nel mezzo della notte. Beato quel servo che troverà vigilante… Anima mia, non lasciarti vincere dal sonno… ma svegliati e dì: Santo, Santo, Santo sei Tu o Dio!" (Liturgia bizantina. Ufficio di mezzanotte del Lunedì santo). |
OLIVIER CLEMENT, I volti dello Spirito, Qiqajon, 191 |
Quante volte ho sperimentato che la Madre del Figlio di Dio rivolge i suoi occhi misericordiosi alle preoccupazioni dell’uomo afflitto e gli ottiene la grazia di risolvere problemi difficili, ed egli, povero di forze, si riempie di stupore per la forza e la saggezza della Divina Provvidenza. |
GIOVANNI PAOLO II Omelia del 19/8/2002 alla Basilica di Kalwaria Zedrzydowska |
– È tanto importante conoscerci, che in ciò non vorrei vi rilassaste, neppure se foste già arrivate ai più alti cieli, perché mentre siamo sulla terra, non c'è cosa più necessaria dell'umiltà. Torno dunque a ripetere che è assai utile, - anzi, utile in modo assoluto - che prima di volare alle altre mansioni*, si entri in quelle del proprio conoscimento, che sono le vie per andare a quelle. Ora, se possiamo camminare sopra un terreno piano e sicuro, perché voler ali per volare? Facciamo piuttosto del nostro meglio per approfondirci in questa nostra conoscenza. Ma credo che non arriveremo mai a conoscerci, se insieme non procureremo di conoscere Dio. Contemplando la sua grandezza, scopriremo la nostra miseria; considerando la sua purezza riconosceremo la nostra sozzura; e innanzi alla sua umiltà vedremo quanto ne siamo lontani. Vi sono in ciò due vantaggi: primo, perché una cosa bianca messa vicina a una nera appare più bianca, come una nera messa vicino a una bianca; e in secondo luogo, perché la nostra intelligenza e volontà, portate ora su Dio e ora su di noi, si rendono più nobili e più disposte al bene. Se dal fango della nostra miseria non ci sollevassimo mai, ne risulterebbero molti inconvenienti. […] Perciò, figliuole, fissiamo gli occhi in Cristo nostro bene e nei suoi santi, e vi impareremo la vera umiltà. |
S. TERESA D'AVILA, Castello interiore I Mansione, cap. 2, § 9-10.11 |
Ave Maria, Donna povera ed umile, benedetta dall'Altissimo! Vergine della speranza, profezia dei tempi nuovi, noi ci associamo al tuo cantico di lode per celebrare le misericordie del Signore, per annunciare la venuta del Regno e la piena liberazione dell'uomo. Ave Maria, umile serva del Signore, gloriosa Madre di Cristo! Vergine fedele, dimora santa del Verbo, insegnaci a perseverare nell'ascolto della Parola, ad essere docili alla voce dello Spirito, attenti ai suoi appelli nell'intimità della coscienza e alle sue manifestazioni negli avvenimenti della storia. Ave Maria, Donna del dolore, Madre dei viventi! Vergine sposa presso la Croce, Eva novella, sii nostra guida sulle strade del mondo, insegnaci a vivere e a diffondere l'amore di Cristo, a sostare con Te presso le innumerevoli croci sulle quali tuo Figlio è ancora crocifisso. Ave Maria, Donna della fede, prima dei discepoli! Vergine Madre della Chiesa, aiutaci a rendere sempre ragione della speranza che è in noi, confidando nella bontà dell'uomo e nell'amore del Padre. Insegnaci a costruire il mondo dal di dentro: nella profondità del silenzio e dell'orazione, nella gioia dell'amore fraterno, nella fecondità insostituibile della Croce. Santa Maria, Madre dei credenti, Nostra Signora di Lourdes, prega per noi. Amen. (Lourdes -Sagrato della basilica del Rosario - Sabato 14 agosto 2004) |
Preghiera alla Madonna di Lourdes |
Il cuore per Paolo, come per gli altri autori dell’A.T., è il centro di tutta la vita sensibile, intellettuale e morale, la sede universale degli affetti e delle passioni, del ricordo e del rimorso, della gioia e della tristezza, delle risoluzioni sante e dei desideri perversi; il canale di tutti gli effluvi dello Spirito Santo; il santuario della coscienza dove sono scolpite a caratteri indelebili le tavole della legge naturale, ove nessuno sguardo penetra eccetto l’occhio di Dio. La verità lo illumina, l’infedeltà lo acceca, l’impenitenza lo indurisce, l’ipocrisia lo falsa, la felicità lo dilata, l’angoscia lo stringe, la riconoscenza lo fa esultare. Il cuore è la misura dell’uomo, è simpliciter l’uomo stesso. Ed è per questo motivo che Dio per vagliare il suo giusto valore lo guarda nel cuore. |
FERDINANDO PRAT, La teologia di san Paolo, vol. II, S.E.I., 34 |
| […] Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: “O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi”. Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera! Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. – [Cliccare qui per leggere l'intero testo]. | DALL’OMELIA DEL BEATO GIOVANNI PAOLO II DEL 22/10/1978 PER L’INIZIO DEL SUO PONTIFICATO |
SOLO QUANDO AVREMO TACIUTO Solo quando avremo taciuto noi, Dio potrà parlare. Comunicherà a noi solo sulle sabbie del deserto. Nel silenzio maturano le grandi cose della vita: la conversione, l'amore, il sacrificio. Quando il sole si eclissa pure per noi, e il Cielo non risponde al nostro grido, e la terra rimbomba cava sotto i passi, e la paura dell'abbandono rischia di farci disperare, rimanici accanto. In quel momento, rompi pure il silenzio: per dirci parole d'amore! E sentiremo i brividi della Pasqua. |
Tratto da «Preghiere scritte da don Tonino Bello» |
O Gesù, se il tuo fianco è stato trafitto è perché noi potessimo penetrarvi. Se il tuo cuore è stato ferito, è perché noi potessimo abitare in esso e in te, liberati dalle agitazioni esterne. È stato ferito affinché attraverso questa ferita visibile noi potessimo vedere la ferita invisibile dell’amore. Come meglio avrebbe potuto manifestarsi l’ardore di questo amore se non tollerando che non soltanto questo corpo, ma anche questo cuore fosse trafitto da una lancia? La ferita carnale ha rivelato la ferita spirituale. Chi potrebbe allora non amare questo cuore così trafitto? Chi potrebbe non ricambiare con amore l’amore di un cuore così amante? Chi potrebbe non stringere un cuore così puro? Ama il suo amico ferito colei che, ferita da un amore così grande, esclama: «L’amore mi ha ferita!». Non risponde forse all’amore di colui che l’ama quando dice: «Dite al mio Diletto che sono malata d’amore» (Ct 5,8)? Noi che ci troviamo ancora quaggiù in questo corpo, amiamo con tutte le nostre forze, ricambiamo con amore, stringiamo il corpo ferito del nostro caro Gesù al quale gli empi carnefici hanno traforato le mani; chiediamo che il suo amore leghi con i suoi lacci e trafigga con la sua lancia il nostro cuore ancora duro e impenitente. |
S. BERNARDO DA CHIARAVALLE, Trattato sulla Passione del Signore, III |
Carità e superbia sono tra loro antitetiche: se il superbo amasse, cesserebbe di essere superbo, perché l’amore richiede di uscire da se stessi e dichiarare di non poter bastare a se stessi, e soprattutto di essere interessati all’altro più di sé. Qui ci troviamo davvero agli antipodi della superbia […]. La superbia, espressione di possesso irrispettoso di sé e dell’altro è anche contraria alla castità, in quanto non si vuole dipendere da nessuno perché non si è mai amato nessuno. A questo rischio il celibe, e dunque il religioso, è particolarmente esposto, più dello sposato. P. Raniero Cantalamessa, nel suo testo Verginità afferma: «C’è una grande affinità tra umiltà e castità, come, d’altra parte, tra superbia e lussuria. La lussuria è l’orgoglio della carne e l’orgoglio è la lussuria dello spirito. I celibi e i vergini sono particolarmente esposti alla tentazione dell’orgoglio […]. Di una comunità di vergini molto austere e colte (credo fosse quella celebre di Port-Royal) un visitatore mandato dall’autorità ecclesiastica ebbe a dire nel suo rapporto: Queste donne sono pure come angeli e superbe come demoni». |
GIOVANNI CUCCI, Il fascino del male, AdP, 46-48 |
Regala ciò che non hai... |
Alessandro Manzoni
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Caro Gesù, ti ringrazio per avermi dato l'opportunità di esistere e di riscoprire la mia anima rendendomi un uomo nuovo. Ti ringrazio per il tempo di vita che mi hai concesso e forse per quel poco che ancora mi concederai; cercherò di passarlo standoti il più vicino possibile, nonostante il mio cuore sia colmo ancora di paura. So che prima o poi tutti dovremo affrontare questo viaggio ed io sono contento di percorrerlo avendoti assistito durante la tua passione. Ti ringrazio per avermi dato l'opportunità di ritrovarti, perché ti avevo perduto. Attraverso la mia malattia ho avuto l'opportunità di rinascere nell'anima, perduta nelle nefandezze del mondo. La mia speranza è che Tu stia preparando un posto lì, in Paradiso, anche per me. A me, mio Signore, basta un luogo anche piccino perché possa finalmente riposare nell'amore di Dio. Sia fatta comunque la tua volontà, ma se puoi fa che questo calice di paura e di angoscia passi e che possa giungere a Te con serenità, accompagnandomi per mano. |
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La LIBERTÀ e l’AMORE sono due realtà attualmente legate l’una all’altra. Ma noi facciamo fatica ad accordarle. Quale deve primeggiare sull’altra? Il possesso di sé per amare o l’amore di sé per essere libero? È dentro questa confusione che io vivo queste due realtà fondamentali di tutta la vita umana. No libertà senza amore, no amore senza libertà. Ma dov’è l’equilibrio tra questi due fondamenti di tutta la vita personale? Dei due, quale è il primo? Un uomo attende alla sua maturità quando la libertà non è una rivendicazione e quando l’amore non è più per lui occasione di semplice piacere. È da questi due lati reciproci che l’uomo deve apprendere a essere libero e ad amare, perché l’uno senza l’altro conduce alla morte. La dissociazione dei due fa il malessere dell’uomo. Dai due lati, egli ha bisogno di essere liberato o di uscire dalla schiavitù dell’«io». Chi mi renderà capace e libero di amare? Un grande passo in avanti è fatto quando io comincio a rendermi conto che non posso rispondere da solo a tali questioni. Io credo all’inizio di capire di cosa si tratti e allora sono condotto dall’istinto o dalla volontà di un «io» che non vuole che se stesso. Occorre che io apprenda dai miei sbagli che non faccio ciò che voglio, ma faccio ciò che non voglio e mi scontro così con un mio limite. È umiltà conoscerlo e scoprire che occorre supplicare un altro per realizzare ciò che io sono. Una supplica sgorga dal mio cuore, quella della preghiera: Signore, Tu hai messo in me un immenso desiderio. Tu mi hai donato la libertà e il bisogno di amare e d’essere amato. Ecco che, dall’inizio, io mi sento povero e malato. Liberami. Insegnami ad amare. (cf Rm 7,14-25). […] Incorporati al suo Corpo, quelli che diventano suoi discepoli, ricevendo la sua Parola, Gesù permette loro di ritrovare in Lui l’equilibrio fondamentale compromesso dal peccato, quello della libertà che si apre all’amore e si lascia trasfigurare da esso. Poiché la condizione della vita umana dobbiamo accettare di riceverla da un altro, da questo Dio che ci ha fatto e che ci ha ristabilito nel suo Figlio nello splendore del nostro essere divino. È in Gesù che tu diventi libero. È in Gesù che tu sei introdotto nell’amore. [cliccare qui per scaricare il testo completo di Jean Laplace] |
Jean Laplace La libertà nello Spirito. La guida spirituale, 29-30 |
La Parola eterna che si esprime nella creazione e che si comunica nella storia della salvezza è diventata in Cristo un uomo, «nato da donna» (Gal 4,4). La Parola qui non si esprime innanzitutto in un discorso, in concetti o regole. Qui siamo posti di fronte alla persona stessa di Gesù. La sua storia unica e singolare è la Parola definitiva che Dio dice all’umanità. Da qui si capisce perché all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Il rinnovarsi di questo incontro e di questa consapevolezza genera nel cuore dei credenti lo stupore per l’iniziativa divina che l’uomo con le proprie capacità razionali e la propria immaginazione non avrebbe mai potuto escogitare. Si tratta di una novità inaudita e umanamente inconcepibile: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14a). […] La Parola eterna si è fatta piccola – così piccola da entrare in una mangiatoia. Si è fatta bambino, affinché la Parola diventi per noi afferrabile. Adesso, la Parola non solo è udibile, non solo possiede una voce, ora la Parola ha un volto, che dunque possiamo vedere: Gesù di Nazareth. [Cliccare qui per leggere il testo integrale dell'Esortazione Apostolica] |
DALLA ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE ‘VERBUM DOMINI’, 11-12 |
La mia battaglia continuerò, nonostante le difficoltà e le minacce che ho ricevuto. Il mio unico scopo è difendere i diritti fondamentali, la libertà rteligiosa e la vita stessa dei cristiani e delle minoranze religiose. Sono pronto ad ogni sacrificio per questa missione che assolvo con lo spirito di un servo di Dio. Ora vi è ancora molto lavoro da fare, dobbiamo affrontare sfide molto serie come quella sulla blasfemia. Cercherò di testimoniare nel mio impegno, la fede in Gesù Cristo. Shabhbaz Bhatti, 12 febbraio 2011 |
Il Testamento di Shabhbaz Bhatti |
La conversione al Verbo porta l'anima a riformare se stessa per mezzo di Lui e a conformarsi a Lui. In che cosa? Nell'amore. Dice infatti: Siate imitatori di Dio come figli carissimi e camminate nell'amore come Cristo ha amato voi (Ef 5,1). Tale conformità rende l'anima sposa del Verbo. Mentre si mostra simile per volontà a Lui, al Quale è simile per natura1, amandoLo come ne è amata. […] Questo e veramente un contratto di spirituale e santo connubio. Ho detto poco, contratto: è un amplesso. Amplesso veramente dove il volere e non volere le medesime cose ha fatto uno solo dei due spiriti. Né vi è da temere che la diversità delle persone faccia zoppicare in qualche cosa la connivenza delle volontà, perché l’amore non conosce la riverenza. L’amore prende il nome dell’amare non dall’onorare. Onori pure colui che ha orrore, che si stupisce, che teme, che si meraviglia; tutte queste cose sono assenti in chi ama. L’amore è già troppo di per sé. L’amore dove arriva, trasforma in sé e occupa tutti gli altri affetti. Perciò colui che ama non conosce nient’altro. Egli stesso, il Verbo, che a buon diritto merita onore, che giustamente è oggetto di stupore e di meraviglia, preferisce di più essere amato. Sono Sposo e sposa. Quale altro legame o relazione cerchi fuori dell’essere amati e amare? […] 1. Dio, incarnandosi nel seno della Vergine Maria, ha assunto la nostra natura umana, si è fatto simile a noi per natura. |
S. Bernardo di Chiaravalle Sermoni sul Cantico dei Cantici, LXXXIII, 2-5 |
– Con la potenza propria della verità, andate a tutti, ovunque ci siano intelligenze da illuminare, volontà da irrobustire, energie da incanalare al bene; ovunque vi siano lacrime da tergere, incertezze da superare, solitudini da animare. Avvicinate con dolcezza, mitezza e pazienza i fratelli lontani, che forse sotto la negazione racchiudono un cuore ferito, che ha bisogno di amore e di comprensione. Fate loro capire che non nell'odio sta la soluzione dei loro problemi, non nel trionfo di ideologie anticristiane sta il segreto del rinnovamento del mondo, ma nella pratica volonterósa, coerente e decisa del Santo Vangelo, vissuto da tutti anche con sacrifìcio personale. – |
Dal discorso di S. S. Giovanni XXIII alle ACLi del 1° maggio 1959 |
Contemplando lo spettacolo doloroso di tutti coloro che soffrono, la Chiesa si rivolge al suo Signore, come le sorelle di Lazzaro Marta e Maria di Betania si rivolgono a Gesù nel Vangelo. Marta lo prega con speranza: «Signore, colui che tu ami è malato» (Gv 11,3). I segni di guarigione che abbiamo ragione di attendere, vengono concessi affinché si sappia che Dio ascolta, consola, compatisce e salva dalla morte. Essi contribuiscono a confermare gli uomini del nostro tempo in quell’esortazione con la quale Giovanni Paolo II conclude la sua lettera apostolica Novo Millennio Ineunte: «Duc in altum! Andiamo avanti con speranza! Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa, come oceano vasto in cui avventurarsi contando sull’aiuto di Cristo. Il Figlio di Dio, che si è incarnato duemila anni or sono per amore dell’uomo e che compie ancor oggi la sua opera: dobbiamo avere occhi penetranti per vederla e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumenti». |
Adolfo Lippi – Philippe Madre La preghiera per la guarigione e la liberazione nella Chiesa Libreria Editrice Vaticana, 167 |
| Finché l'uomo non
svuota il suo cuore, Dio non può riempirlo di sé. Non appena e nella misura
che di tutto vuoti il tuo cuore, il Signore lo riempie. La povertà è il vuoto
non solo per quanto riguarda il futuro, ma anche per quanto riguarda il
passato. Nessun rimpianto o ricordo, nessuna ansia o desiderio. Dio non è nel
passato, Dio non è nel futuro: Egli è la presenza! Lascia a Dio il tuo
passato, lascia a Dio il tuo futuro. La tua povertà è vivere nell'atto che
vivi, la Presenza pura di Dio che è l'Eternità.
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Dai pensieri di don Divo
Barsotti
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| Se la storia [dell'umanità] non è nutrita
di eternità diventa semplicemente zoologia.
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Olivier Clement, Taizé, Un senso alla vita, Lindau,
Torino 2009
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La
conversione del cuore a Dio non è qualcosa che si realizza in un atto, ma in
un cammino d'amore.
La prima conversione è la
conversione al Padre. La persona si piega alla signoria di Dio
riconosciuto come Signore e Creatore. Riconosce che deve rendere conto a Lui
della propria vita e che non può fare tutto quello che le pare, ma deve
sottomettersi alla sua Legge. In questo riconoscimento, come Gesù svela nella
parabola del figliol prodigo, la persona umana tornando a Dio e riconoscendo
la sua Signoria, Lo scopre inaspettatamente come Padre amoroso che fa festa
per lui e commosso lo abbraccia.
Questa
prima conversione è una conversione morale dove la persona decide di farla
finita con il peccato, perché il peccato non le porta felicità, ma
dannazione.
La seconda conversione è la
conversione al Figlio. Ritornato alla casa del Padre, Questi
mostra al figlio che è ritornato a Lui, il Figlio bello nel Quale Egli si
compiace da sempre e gli dice: «GuardaLo, ascoltaLo, seguiLo, amaLo, impara da Lui ad essere anche tu un figlio nel
quale Io possa compiacermi!». E inizia quindi la sequela di Gesù, si va alla
sua scuola, s'impara il Vangelo e lo si comincia a mettere in pratica e si
incomincia a scoprire la gioia delle virtù, la consolazione e la
soddisfazione del cuore nel fare il bene. La scuola di Gesù illumina la
mente, rinforza la volontà e la persona si sente illuminata e più forte.
Questa
seconda conversione è una conversione alle virtù con le quali la persona si
impegna a imitare Gesù, ma la sua è ancora una sequela non del tutto
disinteressata, perché nel seguirLo ne ricava
soddisfazione interiore. La sequela gratifica ed esalta (cf Lc 10,17-20), il veleno di una certa superbia nascosta avvelena
insensibilmente la persona che inconsciamente si crede santa perché si sente
forte nelle virtù. In questa fase ancora non si comprende il valore
della croce, di fronte alla quale si preferisce non fare domande, non sapere
(cf Mc 9,32), perché si ha paura.
La terza conversione è la
conversione allo Spirito Santo ovvero all'Amore.
Occorrerà che la persona tocchi con mano che il virtuoso è Gesù e non lei,
occorrerà sperimentare che senza Gesù non può far nulla (cf Gv 15,5) e che lei è fragile, manchevole,
peccatrice e che tutto è grazia, tutto è amore e che la croce, proprio quella
croce che le faceva tanto paura, è amore. Qui finalmente viene dato il colpo
di grazia al cuore di pietra che resisteva ancora nel petto del seguace di
Gesù, ora lo Spirito Santo gli trapianta un cuore di carne, un cuore ferito
profondamente dall'amore, un cuore sempre aperto per tutti che gocciola
sangue d'amore per tutti.
Questa terza conversione è
anche una conversione alla Chiesa nella quale ci si sente sempre più di
essere vitalmente inseriti. La persona infatti qui scopre la Chiesa nella sua sponsalità e nella sua istituzionalità.
Nella sua sponsalità, in quanto in Essa vive una
nuova e più profonda intimità con il Verbo incarnato di cui si sente sempre
più sposa tutta bella di una bellezza non sua (cf Ef 5,27), ma ricevuta in dono e non conquistata dalle sue
virtù che ha capito non avere. Nella sua istituzionalità,
in quanto si sente sempre più figlia della Chiesa, che ama come una madre e
dalla quale riceve il latte della grazia divina che la sostiene e la rigenera.
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La
triplice conversione a Dio
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Mi sembra più importante che mai
sottolineare che la solitudine è una delle capacità umane in grado di
esistere, mantenersi e svilupparsi anche al centro di grandi città, fra la
folla fitta e nel contesto di una vita attivissima e produttiva. L’uomo e la
donna che possiedono questa solitudine del cuore non sono più fatti a pezzi
dagli stimoli divergenti del mondo che li circonda, ma sono in grado di
percepire e capire quel mondo da una centro interiore in cu regna la quiete.
Vivendo attivamente si impara a
distinguere fra essere presenti in isolamento ed essere presenti in
solitudine. Soli in ufficio, in casa o in una sala d’aspetto vuota si può
soffrire d’isolamento irrequieto oppure godere di una solitudine serena.
Insegnando in classe, ascoltando una conferenza, guardando un film o
chiacchierando in un momento di svago, si può avere un senso pesante
d’isolamento oppure la profonda soddisfazione di chi parla, ascolta e osserva
dal centro tranquillo della propria solitudine. Non è poi troppo difficile
distinguere attorno a noi chi è inquieto e chi è calmo, chi è coatto e chi è
libero, chi è isolato e chi solitario. Chi vive in solitudine di cuore può
prestare orecchio attento alle parole ed al mondo altrui, ma quando è il
senso di isolamento a guidarci, noi siamo portati a scegliere solo le
osservazioni e gli eventi che offrono soddisfazione immediata ai nostri
bisogni insaziabili.
Il nostro mondo, tuttavia, non si
divide in isolati e solitari. Noi oscilliamo costantemente fra questi due
poli e siamo diversi da un’ora all’altra, da un giorno all’altro, da una
settimana all’altra e da un anno all’altro. E faremo bene a confessare di
avere solo un’influenza limitatissima su queste oscillazioni. Troppi fattori
conosciuti e sconosciuti recitano un ruolo nell’equilibrio della nostra vita
interiore, ma appena saremo in grado di distinguere i poli fra cui ci
spostiamo, sviluppando una sensibilità per questo campo di tensione, allora
non dovremo più sentirci smarriti e cominceremo invece a intravedere la
direzione da prendere. Lo sviluppo di questa sensibilità interiore è l’inzio della vita spirituale.
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Henri
J. M. Nouwen, I tre movimenti della vita
spirituale. Viaggio spirituale per l'uomo contemporaneo, Ed. Queriniana, 31-33
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| Abbi sempre grandi desideri, cioè desiderio
di grande santità, di fare opere grandi - mira sempre più in alto che puoi -
per riuscire a colpire giusto. Come i mercanti che domandano di più per
riuscir a prendere il giusto prezzo. A ciò ti aiuterà la considerazione della
tua grande nobiltà: figlio di Dio, fratello di Gesù, dei Martiri e dei Santi,
Erede del Cielo. «Siate santi, come Santo è il padre vostro celeste». Fate
anche le cose piccole, minime con amore grande. Sempre più in alto!
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Pensieri di S. Riccardo Pampuri
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Lo
Spirito Santo non opera nulla in noi senza farlo prima desiderare [almeno] in
maniera incosciente e incoativa [=iniziale]. Si ottiene da Dio ciò che si
spera da Lui e, se non si attende nulla, lo Spirito Santo non può esaudire un
desiderio inesistente. Soltanto il desiderio può attirare Dio in noi ed Egli
viene a coloro che glielo chiedono con intensità, confidenza e perseveranza.
S’intuisce bene questa legge del desiderio nell’educazione alla preghiera:
non si può insegnare a pregare a chi non ne ha il desiderio intenso. […] Non
è facile capire questo, perché il desiderio in noi non esiste allo stato
puro, si frammenta sempre in desideri particolari. […] Per noi, desiderare è
sempre desiderare qualche cosa: una spremuta di limone, se abbiamo sete, un
amico, se siamo soli, una promozione se siamo stati relegati. È a livello
dell’oggetto che il nostro desiderio ci inganna, perché una volta soddisfatto
non si estingue, ma va vagabondando alla ricerca di altri oggetti. I maestri
di spirito ci chiedono di «modulare» le nostre immagini da cui nascono i
nostri desideri. Santa Teresa d’Avila dice, a
questo proposito, «il nostro desiderio è senza rimedio». È facile capirlo,
perché noi desideriamo l’infinito, cioè Dio, e nulla quaggiù può colmare
questo desiderio. Questo dà, a quelli che accettano di non ingannare la loro fame
con cibi terrestri, una psicologia d’esilio che li immerge in un insondabile
smarrimento che nulla, sulla terra può pacificare. Se accettano di non
sfuggire a questo smarrimento, ma di lasciarvisi cadere fino in fondo, esso
diventa sorgente e alimento di preghiera permanente, perché pur invocando il
soccorso, essi rimangono nella tensione infinita che è continua comunione con
il Padre. Essi sono puro desiderio davanti al volto di Dio: «Dove sei
Signore, la mia anima ha sete di Te… Non ho riposo che in Te». |
Jean Lafrance
In preghiera con Maria la Madre di Gesù, Gribaudi, 109-110. |