Casella di testo: Inseguendo l’Agnello

Casella di testo: Bocconcini Spirituali
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal Libro dei Colloqui

di S. Maria Maddalena de’ Pazzi (1566 †1607)                    [Versione in italiano corrente]

 

 

Martedì mattina del 26 febbraio 1584, di buon’ora, stando la novizia Maria Maddalena in ginocchio, sul letto, le vennero in mente le parole che aveva sentito alla s. Messa del giorno prima: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27). E in queste parole fu rapita dal Signor, come al solito, in estasi, e le sembrava di intendere che Gesù avesse detto quelle parole per mostrarci la grandezza del Padre suo e l’unione che Lui stesso Figlio e Verbo umanato aveva con suo Padre, e il potere che gli aveva dato di rivelare questo a noi sue creature, dandoci cognizione di Sé e di Lui.

E capì che Gesù aveva detto quelle parole perché a noi venisse il desiderio di diventare figli di Dio, giacché Egli non può essere conosciuto se non da chi gli è figlio. E così che desiderassimo anche affaticarci per diventare anche Padri di questo Dio, poiché il Figlio non poteva essere conosciuto se non da chi è suo Padre.

E dato che qualcuno avrebbe potuto dire: “Ma come si fa a diventare figli di Dio? È una cosa troppo alta a pensarla, essendo noi di una così bassa e vile condizione non sapremo mai in che modo potremo diventare figli di Dio!”. E allora c’è l’ha detto Lui che quello che farà la sua volontà, questo è suo padre, madre e fratello: “Chiunque fa la volontà di Dio è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50).

E diventiamo ancora suoi figli nel renderci atti con le sante virtù a ricevere quella comunicazione che il Padre vuole farci, comunicazione che è una vera conoscenza di Lui stesso, che è una unione, una vera comunicazione o partecipazione al suo essere: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio”.

Se si desidera conoscere questo Padre bisogna diventarGli figli facendo la volontà sua in ogni cosa; “e nessuno conosce il Figlio se non il Padre”, volendo poi ancora conoscere il Figlio, bisogna diventarGli padre e come il Padre ama immensamente il Figlio, amandoLo noi sopra tutte le cose Gli diventiamo padre e Lui vuole diventare, per modo di dire, nostro Figlio, facendo la nostra volontà.

“Dio appaga i desideri di quelli che lo temono” (Sal 144,19); perché, dato che Egli fa la volontà del suo eterno Padre, essendo noi diventati padre suo, vuole fare ancora la volontà nostra, tanto che facendo la volontà di Dio e nell’amarLo sopra tutte le cose gli diventiamo figli e padri, e così ci rendiamo atti a conoscerLo e a che Egli ci comunichi il suo essere come a figli, e faccia così la volontà nostra, poiché la nostra volontà è diventata sua essendo che il Padre e il Figlio sono una cosa sola.

“Colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”: così sarà conosciuto il Padre e il Figlio a chi il Figlio lo vorrà rivelare.

Ci rivela, e per dir meglio, Gesù ci ha rivelato il Padre e Se Stesso per mezzo della sua SS.ma Umanità, infatti da Essa abbiamo potuto conoscere Dio, parlo della sua Divinità, dato che con il Padre è una cosa sola; per cui il Padre ci rivela il Figlio avendoLo manifestato a noi dicendo: “Questo è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto” (Mt. 17,5). E il Figlio ci manifesta il Padre dicendo: “Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,30), “e il Padre è più grande di me” (Gv 14,28). Questo disse quanto a questa sua Umanità che ci ha rivelato il Padre; tanto che per volerci comunicare il suo essere, e farci conoscer Se Stesso, ha lasciato il suo essere tanto grande, immenso e infinito, e ha voluto pigliare il nostro finito, mortale, e tanto vile e basso.

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[P.S. Tutte le opere di S. Maria Maddalena de’ Pazzi sono trascrizioni effettuate dalle sue consorelle carmelitane, mentre lei parlava stando in estasi mistica e delle successive spiegazioni che queste le chiedevano passata l’estasi]

 

 

 

Dal Libro dei Colloqui

di S. Maria Maddalena de’ Pazzi (1566 †1607)                                 [Versione originale]

 

Martedì mattina a buon' hora, stando lei ginocchioni sul' letto gli sovvenne alla mente quelle parole del' Santo Evangelio che si era detto la mattina inanzi alla Messa di San Matthia Apostolo [Mt. 11,25-30], sendosi rimesso l'offitio suo per esser venuta la suo Festa in domenica, cioè la domenica passata della Sexagesima: Nemo novit Filium nisi Pater; neque Patrem quis novit nisi filius et cui voluerit Filius revelare (Mt. 11,27). Nessuno conosce il' Figliuolo se non il' Padre; et chi è quello che possa conoscere il' Padre se non il' Figliuolo, et quello a chi esso Figliuolo lo vorrà revelare.

 

Et in questo essa fu tirata dal' Signore al' solito fuori d'ogni sentimento corporale, et gli pareva intendere che Jesu havessi detto queste parole per mostrare a noi la grandezza del' suo Padre, l'unione grande che esso stesso Figliuolo Verbo humanato haveva con esso suo Padre, et la potestà che gli haveva dato di far quella revelatione a noi suo creature, dandoci cognitione di Se e di lui.

 

Et intese che ancora haveva Jesu detto queste parole perché ci venissi voglia di diventare figliuoli di Dio, da poi che esso non può esser conosciuto se non da chi è figliuolo. Et così che ci volessimo affaticare di diventare Padri di esso Dio, poiché non poteva esser conosciuto se non da chi è suo Padre. Et perché qualcuno potrebbe dire: o come si ha a fare a diventare e' figliuoli di Dio, che è pure una cosa grande a pensarla, sendo noi di così vile e bassa conditione, e anche non sapremo mai in che modo farci; ce l'ha detto esso stesso - diceva lei - che quello che farà la suo volontà, questo è suo padre, madre e fratello: Quicumque fecerit volontatem Patris mei qui in caelis est, ipse meus frater, soror, et mater est (Mt. 12,50).

 

Et diventiamo ancora suo figliuoli in renderci atti con le sante virtù a ricevere quella comunicatione che ci vuol fare il' Padre, la qual comunicatione è una coniuntione, o vero un conoscimento di esso stesso Padre, dico del' suo essere: Nemo novit Patrem nisi Filium.

 

Et però bisogna ha voler conoscere il' Padre diventar figliuolo di esso Padre, facendo la volontà sua in ogni cosa; et nemo novit Filium nisi Pater, volendo poi ancora conoscere il' Figlio bisogna diventar padre, che così come il' Padre ama grandemente il' Figliuolo, e così noi amandolo sopra tutte le cose gli diventiamo padre. Et esso vuol diventare, per modo di dire, nostro Figliuolo, facendo la volontà nostra.

 

Volontatem timentium se faciet (Ps. 144,19); però che sì come esso fa la volontà del' suo eterno Padre, così sendo noi diventati padre suo vuole fare ancora la volontà nostra, tanto che in fare la volontà di Dio, e in amarlo sopra tutte le cose gli diventiamo figliuolo e padre, e così ci rendiamo atti a conoscerlo e che esso ci comunichi il' suo essere come a figli, et faccia la volontà nostra, poiché la nostra volontà è diventata sua sendo ch'el' Padre e il' Figliuolo sono una istessa cosa.

 

Et cui voluerit Filius revelare; et sarà conosciuto il' Padre e il' Figliuolo a chi esso Figliuolo lo vorrà revelare.

 

Ci revela, e per dir meglio, ci ha revelato Jesu el' Padre et se stesso per mezzo della sua S.ma Humanità, però che da essa habbiamo havuto cognitione di Dio, dico della sua Divinità, quale insieme col' Padre e una cosa stessa; onde il' Padre ci revela il' Figlio havendolo manifestato a noi dicendo: Hic est Filius meus dilectus in quo mihi bene complacui (Mt. 17,5). El' Figliuolo ci manifesta il' Padre dicendo: Ego et Pater unum sumus (Jo. 10,30), Et Pater maior me est (Jo. 14,28). Volse dire quanto a quella sua Humanità che ci ha revelato esso Padre; tanto che per volerci comunicare il' suo essere, et farci conoscer se stesso, ha lassato esso suo essere tanto grande, immenso e infinito, e ha voluto pigliare il' nostro finito, mortale, e tanto vile e basso.

 

L’ADORAZIONE

 

[…] Quando Isaia si affronta col Dio tre volte santo, ha la consapevolezza non soltanto della propria precarietà, ma anche della sua condizione di peccatore (Is 6,1-4). Questa presa di coscienza lo libera dall’angoscia perché fa nascere in lui il solo movimento che sia degno di questa santità: l’adorazione. Gli israeliti non ignoravano l’angoscia, ma non vi rimanevano chiusi, perché sapevano superarla con l’adorazione. Un israelita, e quindi un cristiano, è un uomo che scoprendo il volto santissimo di Dio, sa mettersi in ginocchio per  pregare. Più ancora: egli rivolge il proprio volto verso il volto di Dio per adorare (ad = verso; or = la bocca, il volto).

Rimane, tuttavia, una grande distanza tra Maria che proclama la santità del nome di Dio [«Santo è il suo nome» (Lc 1,49)] e Isaia con tutti coloro che, dopo di lui, faranno questa medesima esperienza. Subito dopo aver visto Dio sul suo trono di gloria, Isaia confessa: «Ohimé! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono» (Is 6,4). La santità di Dio esige che l’uomo si santificato, cioè purificato dal peccato per essere partecipe di quella santità. «Dio Santo, Dio Forte, Dio Immortale, abbi pietà di noi», cantano i nostri fratelli d’Oriente. Di fronte a Dio tre volte santo, Maria non dichiara d’essere «peccatrice», perché sa che la santità di Dio l’ha purificata d’ogni peccato e l’ha santificata dal primo istante della sua vita.

Maria fa un’esperienza ancor più profonda di quella del peccatore – perché il peccato è accidentale all’esistenza – Ella scopre la contingenza e la precarietà del suo essere in «situazione», che i tomisti chiamano «la miseria dell’essere creatura», totalmente sospeso a Dio che lo crea in ogni istante. Per noi, è proprio questa precarietà la sorgente di tutti i nostri peccati e ciò che li rende possibili, ma questi peccati non raggiungono la bontà del nostro essere profondo. Maria scopre la povertà del suo essere, cioè la sua miseria sostanziale, pur essendo pura da ogni peccato. Questa presa di coscienza la immerge nell’adorazione, perché sperimenta di trovarsi tra due abissi: quello della santità di Dio e quello del suo «nulla» o della sua miseria.

L’adorazione è un movimento che va al di là dell’amore. L’amore desidera l’unione, mentre l’adorazione è il movimento di tutto l’essere che si lascia trasportare dal torrente della santità di Dio e, quindi, dal suo amore, come un sughero che galleggia sull’oceano. L’uomo che adora non cerca di capire, si rallegra di non capire e d’essere oltrepassato e superato da tutte le parti da questo torrente che faceva dire a san Giovanni della Croce: «All’Amore che ti travolge non chiedere dove va». È una sottomissione di tutto l’essere a ciò che l’Altro desidera. L’adorazione si situa, così, nel prolungamento della fede stessa e della fiducia che si lascia trasportare dall’amore, come è detto di Abramo: «Partì senza sapere dove andava… Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso» (Eb 11,8.10). Questa città è certo la Dimora di Dio, la Trinità santissima stessa. Maria dirà anche: «Si faccia di me secondo la tua parola» (Lc 1,38). È sempre il medesimo superamento: «Non la mia, ma la tua volontà… Tu, non io» (cf Lc 22,42).

Per Abramo, come per Maria e Gesù, adorare in spirito e verità è consegnare la propria vita alla volontà del Padre e consacrarsi alla santità del suo Nome, cioè santificare la propria esistenza introducendola integralmente e per sempre nel centro della Trinità santa. La consacrazione o la santificazione è sempre l’opera del Padre santo: «Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, a

Jean-Joseph Surin, Guida spirituale, II, 9: La presenza di Dio

 

Che cosa s’intende per presenza di Dio?

Intendiamo l’esercizio dell’anima con il quale essa si rende Dio presente, al fine di trarne forza per agire bene in tutte le occasioni che si presentano.

In che cosa consiste questo esercizio della presenza di Dio? Vi sono come tre gradi.

  Primo grado dell’esercizio della presenza di Dio .

Il primo è di ricordarsi di Dio il più possibile per mezzo della fede, la quale c’insegna che Egli è ovunque, ci vede ed è giudice delle nostre azioni. Con questa conoscenza, l’uomo cerca di vedere Dio in tutto ciò che fa e di comportarsi in tutto santamente. Così Dio dice ad Abramo: «Cammina davanti a me e sarai perfetto» (Gen 17,1). Davide diceva di avere Dio sempre presente per non vacillare nelle contrarietà che doveva affrontare [tema presente nei Salmi, cf ad es. Sal 138]. A questo esercizio si devono dedicare tutti coloro che vogliono agire bene, perché considerando che Dio li vede, essi sono distolti dal male e sollecitati a tutto ciò che è bene. Il primo consiglio che si dà alle persone che intraprendono la via della devozione è di rendersi familiare questo ricordo di Dio, da ciò seguono tutti gli altri beni che vengono nella pratica della virtù.

  Secondo grado dell’esercizio della presenza di Dio .

Qual è il secondo grado di questo esercizio? È non solo ricordarsi di Dio, ma anche pensare che Egli è in noi e abita nell’intimo dell’uomo molto più che in tutte le altre cose. Infatti, poiché Dio comunica il suo essere alle creature in proporzione della loro nobiltà, è da credere che, essendo l’uomo una creatura molto perfetta, si compiaccia di abitare in lui, secondo ciò che dice san Paolo: «Il tempio di Dio che siete voi» (1Cor 3,17). I veri spirituali si abituano anche a rappresentarselo in se stessi, facendo ciò che dice l’apostolo: «Cercare Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi» (At 17,27). Ciò si fa non solo con l’idea della sua presenza, ma anche con il sentimento di questa sua stessa presenza in noi.

La nostra anima è come una casa nella quale vi sono diverse dimore abitate da Dio: Egli si fa percepire in ciascuna di esse, ma soprattutto nell’ultima e più profonda. Sovente permette che l’anima sia tentata nella parte sensibile e tuttavia Egli si fa sentire nella parte razionale. Talvolta è turbata anche la parte razionale e Dio si trincea nell’intimo o profondo dell’anima dove fa sentire la sua assistenza, la sua protezione ed anche le sue carezze. Questo fatto ha ispirato qualche mistico a chiamare questo trinceramento la roccaforte dell’anima (Benedetto da Canfield, san Francesco di Sales, Jeanne-Pierre Camus), perché, quando il resto è occupato, quest’ultima parte rimane intatta con i sentimenti di Dio. Si tratta di una roccaforte spirituale, cioè di una facoltà interiore dell’anima dove Dio le si comunica nonostante gli attacchi dei quali essa, in altre parti, sente la pressione. Ciò si spiega facilmente con quello che dice san Paolo quando distingue il nostro uomo vecchio da quello nuovo (cf Ef 4,22-24; Col 3,9-19), l’uomo esteriore da quello interiore (cf Rm 78,22; Ef 3,16), e ancor meglio con ciò che fece nostro Signore stesso che, seguendo il sentimento dell’anima colpita da ciò che le comunicavano i sensi e la carne, domandava al Padre che il calice passasse oltre e non gli fosse dato a bere, seguendo invece lo spirito, diceva che non avvenisse così, ma secondo la sua santa volontà (Mt 26,39; Mc 14,36; Lc 22,42). Ecco perché le persone abituate al senso della presenza di Dio dentro di sé si rivolgono al punto più profondo del loro intimo e là Lo gustano e Lo sentono: «Ci chiama… », dice sant’Agostino nelle Confessioni (IV, 12, 19), «perché ritorniamo al cuore». In questa profondità del cuore, l’uomo spirituale in ogni momento trova il suo Dio senza che abbia bisogno di andare lontano per incontrarLo: «Benché non sia lontano da ciascuno di noi… » (At 17,27), e in un altro punto: «Il Signore è vicino» (Sal 144,18; cf Fil 4,5 e Rm 10,8). Ciò avviene abitualmente più per opera della grazia che per il nostro sforzo, benché il nostro impegno sia molto utile.

Questo senso della presenza di Dio dentro di noi ha tre gradi.

Il primo è quando l’anima gusta nel suo fondo l’Essere di Dio, in generale e confusamente, senza alcuna conoscenza distinta.

Il secondo è quando questa stessa anima sente in sé la presenza di Gesù Cristo che le è unito sia per la sua grazia sia per la santa Eucaristia, di modo che essa sperimenta Gesù Cristo che dimora ed opera in lei, come colui che sentisse vicino a sé qualche persona che gli tenesse compagnia. L’anima Lo sente non solamente vicino a sé, ma dentro di sé.

Il terzo grado è più elevato e meno comune ed è di sentire le tre Persone Divine che abitano nell’anima e di conversare con Loro.

  terzo grado dell’esercizio della presenza di Dio .

Qual è il terzo grado della presenza di Dio, tradotto in esercizio per le anime devote?

È quando non solamente l’anima si rappresenta Dio mediante la fede o Lo sente in sé, ma Lo vede e Lo sente in tutte le creature che le sono davanti e delle quali si serve. ordinariamente però questo è un dono di Dio, anche se si può avere, con lo sforzo e l’applicazione, qualche sentimento simile. Di solito Ciò deriva da un grande favore di Dio, per mezzo del quale un’anima, che si è esercitata a lungo nel suo amore, trova Dio ovunque e Lo sente in tutte le cose con una dolcezza senza pari e con l’aumento di questo stesso amore. il vedere Dio operante in tutto e dovunque è una conoscenza che non supera la natura, perché, come diceva uno degli antichi, Trismegisto: «Lì e dovunque risplende» (Corpus Hermeticum, lib. V, 2 e 10); Egli è non solamente nelle cose spirituali, ma anche in quelle sensibili e corporali, mostrandosi in tutto con la sua bontà, la sua potenza e la sia forza.

Le anime, aiutate dalla grazia, Lo sentono nei corpi e nelle creature insensibili e Lo scoprono presente in tutto; esse gustano la sua dolcezza nel nutrimento che prendono, riconoscono la sua virtù nel fuoco che le riscalda, la sua bellezza nei fiori e nella luce, la sua collera e la sua giustizia nel furore degli animali, e in genere tutte le cose servono loro per amarLo, per gustarLo e ammirarLo in tutto. E questo vuol dire davvero essere circondati completamente da Dio come in un oceano di amore e di bontà, poiché tutte le cose sono segni, impronte e vestigia di Dio piuttosto che creature grossolane e materiali. Ciò avviene per un esercizio continuo di queste anime che, non volendo e non cercando che Dio, Lo incontrano in tutte le cose e prendono motivo da tutto per elevarsi a Lui e progredire maggiormente nel suo amore e nella sua grazia.

 

nch’Io li ho mandati nel mondo; per loro Io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17,17-19).

Maria può sperimentare, senza pericolo, la precarietà della sua esistenza perché prega e adora. E lo fa invocando sempre il sano nome di Dio. ella, in fondo non ha niente altro che questo Nome. È la ricchezza e la povertà della lode e dell’adorazione dell’Unico, poiché Maria non ha mai visto il suo volto. Anche per noi che siamo peccatori, pur sperimentando  la precarietà della nostra esistenza, il nostro modo di adorare sarà il ripetere senza fine: «Dio santo, abbi pietà di noi». Questa è la vera adorazione.

[…]. Prima, però, di poter pronunciare questo nome, c’è una cosa da chiedere ed è di capire, di sperimentare, di «gustare» che riceviamo la nostra esistenza da Dio e ch’essa è sospesa a Lui che ce la dona continuamente e che se Gli accadesse «un istante di distrazione» noi ricadremmo subito nel nulla. Una tale esperienza, può condurre alla disperazione. Lo si vede nella vita del Curato d’Ars che aveva chiesto a Dio di mostrargli la sua «miseria». Si trattava della «miseria dell’essere creatura» sospesa a Dio, perché aveva già una profonda esperienza del suo essere peccatore; egli confessa che se lo Spirito Santo non l’avesse sostenuto, sarebbe caduto nella tentazione della disperazione e che la sola via d’uscita fu il rifugiarsi, come un cagnolino, ai piedi del tabernacolo.

Quando facciamo l’esperienza del nostro essere contingente sospeso a Dio che ci dà istante per istante l’esistenza, possiamo anche noi, provare un senso di angoscia o di disperazione. Soltanto lo Spirito Santo può darci la gioia di «assaporare» la nostra miseria e può ispirarci di cercar rifugio accanto alla Vergine Maria. Ella ci insegnerà a metterci umilmente in ginocchio e ci farà comprendere il desiderio del Padre che cerca adoratori in spirito e verità (Gv 4,23).

«Il valore di una vita è il peso della sua adorazione».

«L’adorazione della Trinità è il nostro unico progetto» (padre Monchanin).

«I maestri segreti della storia, che non sanno di esserlo, sono gli uomini di adorazione» (Oliver Clément).

«Ciò che sostiene l’umanità, non sono i governanti, né gli uomini di genio, né gli uomini di azione, ma gli adoratori. Che cosa Dio chiede loro? Non grandi cose: che ci credano. Il  mondo intero, dice san Giovanni, è nelle mani del maledetto. È una fortezza di ghiaccio che non vuole amare e Dio glielo dà per sede. Egli cerca chi su di esso faccia breccia e questi sono gli adoratori» (padre M. D. Molinieé).

 

 

Tratto da

Jean Lafrance, In preghiera con Maria la Madre di Gesù

 

 

Estratto da “Lo specchio dell’eterna salvezza” di Ruysbroeck Il Mirabile [Beato Giovanni Ruysbroeck]

 

 

CAPITOLO SETTIMO

 

Sul modo e sulla maniera in base alle quali il Cristo si è donato nel santo Sacramento

 

 

Chiunque voglia inebriarsi d’amore deve contemplare, scrutare e ammirare due segni dell’amore che ci testimonia il Cristo nel santo Sacramento, segni così alti e profondi che nessuno può cogliere, né comprendere pienamente.

Il primo ci insegna che il Cristo ha donato alla nostra anima la sua carne in cibo e il suo sangue in bevanda. Una tale meraviglia d’amore non era mai stata capita prima. Ma è la natura dell’amore di donare e ricevere sempre, d’amare e di essere amato, e queste due cose si riscontrano in chiunque ama.

Così l’amore del Cristo è avido e liberale: se lui ci dona tutto quello che ha e tutto quello che è, in cambio prende in noi tutto quello che noi abbiamo e tutto quello che noi siamo; e lui richiede da noi più di quello che noi siamo capaci di donare. La sua fame è smisuratamente grande; ci consuma per intero fino alla fine, talmente la sua avidità è immensa e il suo desiderio insaziabile: lui divora fino al midollo delle nostra ossa. Tuttavia noi ci concediamo volentieri a Lui, e più noi Gli concediamo, più Lui gusta le nostre attrattive. Ed anche se Lui ci consuma, non può mai essere sazio, poiché Lui è insaziabile e la sua fame è senza misura; noi siamo poveri, Lui lo sa: ma non ne ha cura, non esige di meno.

Per prima cosa prepara i suoi pasti e consuma nell’amore tutti i nostri peccati e i nostri difetti. Poi, dopo che siamo purificati attraverso il fuoco dell’amore, Lui piomba su di noi come l’avvoltoio sulla propria preda[1]. Poiché Lui vuole trasformare e consumare la nostra vita piena di peccato nella sua vita tutta piena di grazia e di gloria, che è sempre pronto a donarci, purché noi consentiamo a rinunciare a noi stessi e ad abbandonare il peccato. Se noi potessimo vedere l’ardente desiderio che ha il Cristo della nostra salvezza, noi non saremmo capaci di trattenerci e ci avvicineremmo noi stessi a Lui. Sebbene le mie parole siano strane, quelli che amano mi capiscono bene.

L’amore di Gesù è di natura così nobile che, consumando tutto, vuole nutrire. Se Lui ci assorbe interamente in Lui, di risposta lui ci dona Lui stesso. Bisogna che nascano in noi la fame e la sete dello spirito, che devono farceLo gustare con un godimento eterno, e a questa fame spirituale così come all’amore del nostro cuore dona l’alimento del suo Corpo. E di questo Corpo sacro, se noi lo prendiamo e consumiamo in noi con un’intima devozione, fluisce in tutto il nostro essere e nelle nostre vene anche il suo Sangue glorioso e pieno d’ardore. Noi siamo infiammati per Lui d’amore e di carità di cuore; corpo e anima, siamo impregnati di godimento e di gusto spirituale. 

È così che Lui ci dona la sua vita piena di saggezza, di verità e di insegnamenti, affinché noi Lo imitiamo in tutte le virtù; e allora Lui vive in noi e noi in Lui. Lui ci dona anche la sua anima con la pienezza delle grazie che possiede, affinché, stabilmente, noi possiamo sempre restare con Lui, in comunione d’amore, di virtù e di lodi di suo Padre. Infine, quello che oltrepassa tutto, ci offre e ci promette la sua divinità, per un giorno eterno. Ci si può sbalordire del fatto che esultano coloro che gustano ed sperimentano queste cose?

 

 

à Chi desiderasse proseguire la lettura clicchi qui: http://www.pasomv.it/lo_specchio/Lo%20Specchio_07.htm


[1] S. Elisabetta della Trinità che tanto gustò gli scritti del Beato Giovanni Ruysbroeck, si appropriò di quest’immagine addolcendola di femminilità e così definiva se stessa come “la preda dell’Aquila divina”.

 

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Dai Sermoni per le Feste della Madonna di s. Bernardo da Chiaravalle

La vergine umile – Dal Sermone 1 - Commento a Lc 1,26-27

 

In quella città [Nazareth], fu mandato da Dio l’angelo Gabriele. A chi? A una vergine promessa sposa di un uomo chiamato Giuseppe. Ma chi è questa vergine così degna di venerazione da essere salutata da un angelo, e così modesta da essere promessa sposa di un falegname? Incantevole connubio di purezza e di modestia: come piace a Dio quell’anima in cui l’umiltà aggiunge pregio alla verginità e la verginità adorna l’umiltà. Di quanta venerazione non pensi sia degna colei nella quale la fecondità esalta l’umiltà e il parto consacra la verginità? Ti sta dinanzi una donna vergine, una donna umile: se non puoi imitare la verginità dell’umile, imita almeno l’umiltà della vergine.

La verginità è indubbiamente una virtù encomiabile, ma l’umiltà è maggiormente necessaria; la prima è consigliata, la seconda è comandata; a quella sei invitato, a questa sei obbligato; di quella è detto: chi può comprendere, comprenda (Mt 19,12), di questa sta scritto: se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,3). Quella è ricompensata, questa la si esige. Alla fine, puoi salvarti anche senza verginità, ma non lo potrai senza umiltà. Dirò anzi che può piacere a Dio l’umiltà che piange la verginità perduta, ma oso affermare che senza l’umiltà nemmeno la verginità di Maria sarebbe stata gradita a Dio.

A chi volgerò lo sguardo se non all’umile e al povero (Is 66,2). All’umile, dice, non al vergine. Se, dunque, Maria non fosse stata umile, lo Spirito Santo non sarebbe disceso su di lei; se non fosse disceso su di lei, ella non avrebbe concepito. Come, infatti, avrebbe potuto concepire per opera sua senza di lui? È evidente, perciò, che affinché concepisse per opera dello Spirito Santo, come ella stessa dichiara, Dio ha guardato l’umiltà della sua serva (Lc 1,48), piuttosto che la verginità di lei. E se Maria piacque a Dio per la sua verginità, tuttavia concepì per la sua umiltà. Da questo appare che l’umiltà, senza dubbio, a far sì che piacesse la sua verginità.

Che ne dici, tu, vergine, superbo? Maria, dimentica della sua verginità, si gloria della sua umiltà. Tu, invece, trascurando di essere umile, ti lusinghi con la tua verginità. […].

La verginità, certamente, non è di tutti. E tuttavia ancor meno sono coloro nei quali è unita alla verginità. Se dunque non puoi che ammirare la verginità di Maria, impegnati a imitarne l’umiltà, e questo ti sarà sufficiente. Se poi sei vergine e umile insieme, chiunque tu sia, sei davvero grande!

 

Dal Sermone 2 - Commento a Lc 1,26-27

 

Il versetto si conclude così: E il nome della vergine era Maria (Lc 1,27). Diciamo qualche cosa anche su questo nome, che viene interpretato “stella del mare” (cf S. Girolamo, Libro dei nomi) e che bene si adatta alla Vergine Madre. Molto opportunatamente, infatti, essa viene paragonata a una stella, perché, come la stella emette il raggio senza corrompersi, così, senza infrangere la sua integrità, la Vergine partorì il Figlio. Il raggio non diminuisce lo splendore della stella, il Figlio non toglie l’integrità alla Madre.

È lei quella nobile stella nata da Giacobbe (cf Nm 24,17), il cui raggio illumina il mondo intero, il cui splendore rifulge nei cieli e penetra gli abissi, e percorrendo la terra, riscaldando le menti più che non i corpi, alimenta le virtù e inaridisce i vizi. Ella è la stella fulgida e unica, necessariamente elevata sul mare tempestoso e immenso, splendente di meriti e lucente di esempi.

Tu, chiunque tu sia, che stai nell’instabilità continua della vita presente, ti accorgi di essere sballottato tra le tempeste più che camminare sulla terra, tieni ben fisso lo sguardo al fulgore di questa stella, se non vuoi essere spazzato via dagli uragani. Se insorgono i venti delle tentazioni e ti incagli tra gli scogli delle tribolazioni, guarda alla stella, invoca Maria. Se sei spinto qua e là dalle onde della superbia, dell’ambizione, della calunnia, dell’invidia, guarda alla stella, invoca Maria. Se l’ira, l’avarizia, la concupiscenza della carne scuotono con violenza la navicella del tuo spirito, guarda a Maria. Se, turbato per l’enormità dei tuoi peccati, confuso per la bruttezza della tua coscienza, atterrito per la paura del giudizio di Dio, cominci a precipitare nel baratro della tristezza e nell’abisso della disperazione, pensa a Maria.

Nei pericoli, nelle angustie, nelle perplessità, pensa a Maria, invoca Maria. Maria sia sempre sulle tue labbra e nel tuo cuore: e, per impetrare il soccorso della sua preghiera, non dimenticare i suoi insegnamenti. Seguendo i suoi esempi non ti smarrirai; invocandola non perderai speranza; pensando a lei non scivolerai; sotto la sua protezione non avrai paura di niente giungerai a destinazione; e così sperimenterai in te stesso quanto giustamente sia stato detto: E il nome della vergine era Maria!

S. Maria Maddalena de’ Pazzi, I Quaranta giorni

 

Venerdì, addì 29 di Giugno

Essendo comunicata, sentivo che Jesu mi diceva quelle parole che disse a san Pietro: Beatus es Simon, Bar Iona, quia caro et sangunis non revelavit tibi, sed Pater meus qui in caelis est [Mt. 16, 17: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli].  Et mi diceva:

"A san Pietro no' gli poteva esser revelato chi Io fussi, né dalla carne, né dal sangue, ma solo dal mio Padre, che è in cielo. Così all'anima no' gli può esser rivelato, né dalla carne, né dal sangue, la grandezza e purità del mio Amore, ma solamente il Padre mio, che è in cielo, gli può rivelare questo".

Intendevo bene che questa revelatione [rivelazione] la faceva lo Spirito Santo, ma per essere esso Spirito Santo una cosa medesima insieme col Padre, e col Figliuolo, facevano anche insieme questo effetto. Relationes ad extram

Vedevo in questo lo Spirito Santo stare in continuo moto, per dire a modo nostro, non però che egli si movessi d'onde era, ma vedevo che esso continuamente manda razzi, frecce e saette d'Amor Puro ne cuori delle creature. Et intendevo che ogni minima cosa che l'Anima non faceva con quello occhio e pura intentione di honorare Dio e di piacer solo a lui, etiam [anche] un minimo alzar d'occhio e una minima parola, era ostacolo e impedimento a conoscere la Purità e grandezza di tale Amore. Et per il contrario quella Anima che haveva quella pura intentione [intenzione], ogni cosa ben che minima fussi, vedevo che gli cooperava la cognitione [cognizione] della grandezza e purità di tale Amore; come le parole, e' pensieri, e' desideri e ogni cosa che essa faceva solo per honorare Dio e piacere a lui, gli causava tale conoscentia [conoscenza].

 

S. Francesco di Sales, Teotimo, - Libro VI Capitolo 13 - Della ferita d’amore

[…]Se fai bene attenzione, Teotimo, non è il desiderio di una cosa assente che ferisce il cuore; perché l’anima sente che il suo Dio è presente, l’ha già condotta nella riserva del suo vino, ha posto sul suo cuore lo stendardo dell’amore (Ct  2,4); ma è il fatto che, benché Dio la veda già tutta sua, continua a farle pressione lanciandole di tanto in tanto innumerevoli dardi del suo amore, dimostrandole in modi sempre nuovi come sia molto più amabile di quanto non venga amato. Ed essa, che non ha forza sufficiente per amarlo, né amore per darsi forza, vedendo il proprio impegno così debole in confronto al desiderio che ha di amare degnamente colui che nessuna forza può sufficientemente amare, si sente schiacciata da un tormento che non ha confronti; infatti, tanti sono gli slanci che compie per volare più in alto verso l’amore desiderato, tante sono le ferite di dolore che riceve.

Questo cuore innamorato del suo Dio, desiderando infinitamente amare, si accorge che, nonostante tutto, non riesce ad amare e nemmeno a desiderare abbastanza. Ora, questo desiderio che non può essere esaudito, è come un dardo nel fianco di uno spirito generoso; ma il dolore che ne deriva non cessa di essere amabile, perché a chi desidera amare bene, piace molto desiderare, e penserebbe di essere il più miserabile dell’universo se non desiderasse continuamente amare ciò che è così sommamente amabile: desiderando amare riceve dolore, ma amando desiderare riceve dolcezza.

[…]Dio dunque, se così si può dire, prendendo in continuazione delle frecce dalla faretra della sua bontà infinita, ferisce l’anima dei suoi amanti facendo loro chiaramente vedere che nemmeno si avvicinano ad amarlo per quanto è amabile.

Chi tra i mortali non desidera amare di più la divina bontà, non l’ama abbastanza; la sufficienza in questo divino esercizio non basta a colui che ci si vuol fermare come se gli fosse sufficiente.

 

 

S. Francesco di Sales, TEOTIMO

Libro IX Capitolo 14: In braccio alla Vergine Madre

 

«È pensabile che la santissima Vergine nostra Signora provasse tanta gioia nel portare il suo piccolo Gesù tra le sue braccia, che la contentezza impediva la stanchezza o, perlomeno, la rendeva piacevole […] E se qualche volta lo metteva a terra per farLo camminare con le sue gambine al suo fianco, tenendoLo per mano, non era perché non avrebbe preferito tenerLo abbracciato e stretto al seno, ma era per esercitarLo ai primi passi e farLo camminare da solo. Anche noi, Teotimo, come piccoli figli del Padre celeste, possiamo camminare con Lui in due modi: in primo luogo possiamo avanzare camminando coi passi della nostra volontà, che avremo cura di conformare alla sua, tenendo sempre, con la mano dell’obbedienza, quella della sua divina volontà e seguendola ovunque ci conduca. […] Ma possiamo andare con nostro Signore anche senza avere alcuna volontà, lasciandoci semplicemente portare dal suo beneplacito divino, come un bambino tra le braccia della mamma, per una sorta di meraviglioso consenso che può essere chiamato unione, o meglio unità della nostra volontà con quella di Dio. Ed è il modo nel quale dobbiamo cercare di comportarci se vogliamo vivere nella volontà del beneplacito divino, in quanto gli effetti della volontà del beneplacito procedono soltanto dalla sua provvidenza e ce li troviamo senza esserceli procurati. È vero che possiamo volere che avvengano secondo la volontà di Dio, e tale volere è ottimo; ma possiamo anche accogliere gli eventi del beneplacito celeste con una semplicissima tranquillità della nostra volontà che, non volendo alcuna cosa, aderisce semplicemente a tutto ciò che Dio vuole sia fatto da noi, su di noi e di noi.

Se si fosse chiesto al dolce bambino Gesù, quando veniva portato in braccio alla Madre, dove andava, non avrebbe avuto ragione di rispondere: Io non vado, è mia Madre che va per me? E a chi Gli avesse chiesto: Ma almeno, Tu non vai con tua Madre? Avrebbe avuto ragione di dire: No, io non vado in alcun modo, o se vado con là dove mi porta mia Madre, non ci vado con Lei o con le mie gambe, ma ci vado con i passi di mia Madre, per mezzo di lei e in Lei. E, a chi avesse insistito: Ma almeno, carissimo divin Bambino, intendi lasciarti portare dalla tua dolce Madre? Avrebbe potuto rispondere: Proprio no, io non voglio niente di tutto ciò, anzi, come la mia buona Mamma cammina per me, così è Lei che vuole per me: Io le lascio la cura di andare, come quella di voler andare per me; e come cammino soltanto in virtù dei suoi passi, voglio soltanto per mezzo della sua volontà, e quando mi trovo in braccio a Lei non penso a volere o a non volere, lascio ogni cura a mia Madre, tranne quella di stare in braccio a Lei, di succhiare al sua sacro seno e di tenermi stretto al suo collo amabilissimo per baciarla amorosamente con i baci della mia bocca (Ct 1,2). E perché lo sappiate, mentre mi trovo tra le delizie di quelle sante carezze che sorpassano ogni dolcezza, penso a mia Madre come ad un albero vitale e Io sono in Lei come il frutto, sono il suo cuore al centro del suo petto, o la sua anima al centro del suo cuore. È per questo che, come il suo camminare è sufficiente per Lei e per me, senza che IO mi preoccupi di fare un solo passo, così, anche la sua volontà è sufficiente per Lei e per me, senza che Io compia un solo atto di volontà sia per andare che per venire. Non faccio nemmeno caso se cammina svelta o lentamente, se va da una parte o da un’altra, e non voglio sapere dove vuol andare, accontentandomi che, qualunque cosa avvenga, Io sia sempre tra le sue braccia, stretto al suo piacevole seno, dove mi nutro, come tra i gigli (cf Ct 2,16; 6,2).

O Figlio divino di Maria, permetti alla mia povera anima questo slancio d’amore! Va’ pure, o caro, piccolo amabilissimo Bambino, o meglio, non andare, ma rimani così santamente stretto al petto di tua Madre, cammina sempre in Lei, grazie a Lei e con Lei e non andare mai senza Lei finché sei bambino. Quante sono beate le viscere che ti hanno portato e le mammelle che hai succhiato (Lc 11,27). Il Salvatore delle nostre anime ebbe l’uso di ragione dal primo istante del concepimento nel seno della Madre, e Gli era possibile tenere tali discorsi; sì, e anche il glorioso Giovanni, suo precursore, dal giorno della santa visitazione: e benché entrambi, in quel momento e nel periodo dell’infanzia, godessero della propria libertà per volere o non volere, tuttavia, in ciò che riguardava la condotta esteriore, lasciarono alle loro madri la cura di fare e volere per essi ciò che era necessario. Teotimo, dobbiamo essere così, piegandoci e conformandoci al beneplacito divino, come se fossimo di cera, non perdendo tempo a desiderare e volere le cose, ma lasciando a Dio di volere e farle al nostro posto, come gli piacerà, gettando in Lui tutta la nostra sollecitudine in quanto Egli ha cura di noi, come dice il beato Apostolo (1Pt 5,7). Fa’ attenzione, egli dice: tutta la sollecitudine, ossia quella di accettare gli eventi e quella di volere o non volere; infatti, Egli avrà cura del buon esito dei nostri affari e di volere per noi il meglio. Tuttavia, serviamoci bene della nostra attenzione per benedire il Signore per tutto quello che farà, sull’esempio di Giobbe, dicendo: Il Signore mi ha dato molto, il Signore me l’ha tolto; sia benedetto il nome del Signore (Gb 1,21). No, Signore, non pretendo che Tu conduca gli eventi secondo il mio pensiero; lascio a Te di decidere per me a tuo piacimento; ma anziché volere gli eventi, io Ti benedirò perché sei Tu che li hai voluti. O Teotimo, quant’è bello occupare così la nostra volontà, quando essa lascia la cura di volere e scegliere i risultati del beneplacito divino, per lodare e ringraziare tale beneplacito per i risultati raggiunti».

 

Aelredo di Rievaulx

L’amicizia spirituale,                                                                    

 

[pp. 118-120]

Aelredo

Nelle cose umane, niente possiamo desiderare di più santo, niente si può cercare che sia più utile, niente è più difficile da trovare, niente si può sperimentare di più dolce, niente è più ricco di frutti [dell’amicizia spirituale]. L’amicizia infatti porta i suoi frutti nella vita presente e in quella futura. Essa condisce con la sua soavità tutte le virtù, seppellisce i vizi con la sua forza, addolcisce le avversità, modera le prosperità, così che senza un amico quasi niente tra le creature umane può essere fonte di gioia. Un uomo senza amici è come una bestia, poiché non ha chi si rallegri con lui quando le cose vanno bene, o condivida la sua tristezza nei momenti di dolore; gli manca uno con cui sfogarsi quando la mente è più luminosa e geniale del solito. Guai a chi è solo, perché se cade non ha chi lo sollevi (Qo 4,10). È nella solitudine più totale colui che è senza amici.

E invece, quale felicità, quale sicurezza, quale gioia avere uno «con cui poter senza timore confidare i tuoi sbagli, uno al quale poter rivelare senza arrossire i tuoi progressi nella vita spirituale, uno cui affidare tutti i segreti e i progetti del tuo cuore! Cosa può esservi di più gioioso dell’unione di un animo con un altro, di due che diventano uno al punto che sparisce la paura della prepotenza, o il timore indotto dal sospetto, e la correzione di uno non fa soffrire l’altro, e la lode non può essere senza adulazione? Un amico, dice il Saggio, è una medicina per la vita (Sir 6,16). Eccellente, davvero! Non c’è infatti, in tutto quanto può capitarci in questa vita, medicina migliore, più valida o più efficace per le nostre ferite, che l’avere un amico che venga a dividere con noi i momenti di sofferenza e i momenti di gioia, così che spalla a spalla, come dice l’Apostolo, portiamo gli uni i pesi degli altri (Gal 6,2), meglio uno sopporta più facilmente i propri mali che quelli dell’amico. L’amicizia, dunque, «rende più splendida la buona sorte e più lievi le avversità dividendole e mettendole in comunione» (Cicerone, Lelio, 22). Davvero l’amico è una medicina eccellente per la vita

[…] L’amicizia, dunque, è la gloria di chi è ricco, la patria di chi in esilio, la ricchezza di chi è povero, la medicina di chi è malato, la vita di chi è morto, la grazia di chi è sano, la forza di chi è debole, il premio di chi è forte. Tale è l’onore, il ricordo, l’apprezzamento e il rimpianto che si accompagna agli amici, che la loro vita ci appare degna di lode, e la loro morte preziosa. Ma c’è ancora una cosa che supera tutte le precedenti: l’amicizia è a un passo dalla perfezione, che consiste nell’amore e nella conoscenza di Dio, così che un uomo, in virtù dell’amicizia che ha verso un altro uomo, diventa amico di Dio, secondo quanto dice il Signore nel Vangelo: Non vi chiamo più servi, ma amici miei (Gv 15,15).

[…] …l’amicizia costituisce il gradino più alto verso la perfezione.

 

[122.125.128]

Aelredo

Ora considera in breve in che modo l’amicizia costituisce un gradino che porta all’amore e alla conoscenza di Dio. Nell’amicizia, invero, niente può esservi di disonesto, niente che sia finto o simulato, in essa tutto è santo, spontaneo e vero (cf Cicerone, Lelio, 26). Tutto questo è proprio pure della carità. La qualità particolare dell’amicizia risplende nel fatto che fra coloro che sono uniti nel vincolo dell’amicizia tutto è fonte di gioia, tutto dà una sensazione di sicurezza, di dolcezza, di soavità. In nome della carità perfetta noi amiamo molti che ci sono di peso e ci fanno soffrire: ci occupiamo di loro in tutta onestà, senza finzioni o simulazioni, ma con sincerità e buona volontà, e però non li ammettiamo nell’intimità della nostra amicizia. Nell’amicizia, invece, si ricongiungono l’onestà e la soavità, la verità e la gioia, la dolcezza e la buona volontà, il sentimento e l’agire. Tutte queste cose iniziano da Cristo, mediante Cristo maturano, e in Cristo raggiungono la perfezione. Non sembra dunque troppo impervio né innaturale il cammino che, partendo dal Cristo che ispira in noi l’amore con cui amiamo l’amico, sale verso il Cristo che ci offre se stesso come amico da amare: così si aggiunge incanto a incanto, dolcezza a dolcezza, affetto ad affetto.

L’amico, dunque, che nello spirito di Cristo entra in sintonia con un altro amico, diventa con lui un cuor solo e un’anima sola (At 4,32), e così, salendo insieme per i diversi gradini dell’amore fino all’amicizia di Cristo, diventa un solo spirito con lui in un unico bacio. Questo era il bacio che un’anima santa bramava quando diceva: Mi baci con i baci della sua bocca (Ct 1,1). […] C’è dunque un bacio corporale, un bacio spirituale, un bacio mistico. Il bacio corporale si fa unendo le labbra, il bacio spirituale congiungendo gli animi, il bacio mistico con l’infusione della grazia dello Spirito di Dio.

Il bacio corporale […]

Il bacio spirituale. Viene ora il bacio spirituale, caratteristico di quegli amici che sono legati da una medesima legge di amicizia.

Non è un contatto della bocca, ma un sentimento del cuore; non è un congiungere le labbra, ma un fondere gli spiriti, e lo Spirito di Dio rende tutto casto e vi intride con la sua presenza il gusto delle realtà celesti. Non troverai sconveniente chiamare questo bacio il bacio di Cristo, Perché è Lui che lo dà, non direttamente con la sua bocca, ma con la quella dell’amico, ed è Lui che ispira in quelli che si amano quel santissimo affetto che li fa sentire uniti al punto da sembrare loro che in corpi diversi abiti una sola anima, il che fa loro dire con il Profeta: Come è bello e gioioso che dei fratelli vivano uniti (Sal 132,1).

Il bacio mistico. Allora l’animo abituato a questo bacio, non dubitando che tutta questa dolcezza viene da Cristo, si trova a riflettere e a dire: «Oh, se venisse Lui in persona», e così aspira al bacio mistico, e con tutto l’ardore del desiderio esclama: Mi baci con un bacio della sua bocca (Ct 1,1), e allora, calmati gli affetti terreni, e sopiti gli affanni e i desideri di questo mondo, troverò la mia gioia solo nel bacio di Cristo, e mi riposerò nel suo abbraccio, e dirò al colmo della felicità: La sua sinistra mi sostiene il capo, e la sua destra mi abbraccia (Ct 2,6)

Non è un contatto della bocca, ma un sentimento del cuore; non è un congiungere le labbra, ma un fondere gli spiriti, e lo Spirito di Dio rende tutto casto e vi intride con la sua presenza il gusto delle realtà celesti. Non troverai sconveniente chiamare questo bacio il bacio di Cristo, perché è Lui che lo dà, non direttamente con la sua bocca, ma con la quella dell’amico, ed è Lui che ispira in quelli che si amano quel santissimo affetto che li fa sentire uniti al punto da sembrare loro che in corpi diversi abiti una sola anima, il che fa loro dire con il Profeta: Come è bello e gioioso che dei fratelli vivano uniti (Sal 132,1). […]

Un confine preciso all’amicizia è stato posto da Cristo stesso, quando ha detto: Nessuno ha un amore più grande di chi offre la sua vita per gli amici (Gv 15,13). Ecco fino a dove deve tendere l’amore tra gli amici che siano disposti a morire l’uno per l’altro. Vi basta?

. «Va’, dunque, e fa’ anche tu lo stesso» (Lc 10,37)

 

S. Giovanni della Croce, Cantico Spirituale “B”

 

STROFA 1

1. Dove ti sei nascosto, Amato?

Sola qui, gemente, mi hai lasciata!

Come il cervo fuggisti,

dopo avermi ferita;

gridando t’inseguii: eri sparito!

1-          

2-     In questa prima strofa, l’anima innamorata del Verbo Figlio di Dio, suo Sposo, desiderando unirsi con Lui mediante la visione chiara ed essenziale, espone le sue ansie d’amore, lamentandosi con Lui della sua assenza. […]

3-     […].

Qui è bene notare come per quanto siano elevate le comunicazioni e gli atti delle divine presenze, alte e sublimi le notizie di Dio che l’anima ha in questa vita, tutto ciò non è essenzialmente Dio né ha a che vedere con Lui, poiché invero Egli è ancora nascosto all’anima. È necessario perciò che essa lo stimi superiore a tutte queste grandezze, lo creda nascosto e lo cerchi come tale dicendo: Dove ti nascondesti?

Poiché né l’alta comunicazione né la presenza sensibile sono indizio maggiore della sua presenza per grazia, né la mancanza di tutto ciò nell’anima ne indica l’assenza perciò il Profeta Giobbe dice: Se verrà a me, non lo vedrò; e se mi fuggirà non me ne accorgerò (9,11).

4-     Queste parole ci fanno intendere come, se percepisce qualche grande comunicazione, notizia divina o qualche altro sentimento, l’anima non deve credere che ciò sia vedere chiaramente o possedere essenzialmente Dio, né pensare di essere più in Lui, per quanto grande esso sia. Se tutte queste comunicazioni sensibili e intellegibili le vengono a mancare ed essa rimanesse arida, tra le tenebre e priva di aiuto, non deve credere perciò che le manchi Dio, poiché realmente nel primo caso non può sapere con certezza di essere in grazia di Dio, e nel secondo di esserne priva, secondo quanto afferma il Savio: Nessun uomo mortale può sapere se sia degno di amore o di odio davanti a Dio (Qo 9,1).

[…].

5-     […].

6-     […].

A tale scopo c’è da notare che il Verbo Figlio di Dio, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, se ne sta essenzialmente nascosto nell’interno[1] dell’anima. Quindi l’anima che vuol trovarlo, deve allontanarsi secondo l’affetto e la volontà da tutte le cose create e ritirarsi in sommo raccoglimento dentro di sé come se tutto il resto non esistesse. Perciò S. Agostino dice nei Soliloqui[2]: Non ti trovavo, o Signore, di fuori, perché fuori cercavo male te che stavi dentro.

Dio dunque è nascosto nell’anima, dove il bravo contemplativo deve cercarlo: Dove ti nascondesti?

7-      O anima bellissima fra tutte le creature, che desideri tanto conoscere il luogo dove si trova il tuo Diletto, per trovarlo ed unirti a Lui! Ormai ti è stato detto che tu stessa sei il luogo in cui Egli dimora e il nascondiglio dove si cela. Tu puoi grandemente rallegrarti sapendo che tutto il tuo bene e l’intera tua speranza è così vicina a te da abitare dentro di te o, per dire meglio, che tu non puoi stare senza di Lui: Sappiate – dice lo Sposo che il regno di Dio è dentro di voi (Lc 17,21) e il suo servo, l’apostolo S. Paolo soggiunge: Voi siete il tempio di Dio (2Cor 6,16).

8-     È grande conforto per l’anima sapere che Dio non le viene mai meno, anche se essa è in peccato mortale[3]; quanto meno Egli abbandonerà quella che è in grazia!

Che vuoi di più, o anima, e perché cerchi ancora fuori di te, dal momento che hai dentro di te le tue ricchezze, i tuoi diletti, la tua soddisfazione, la tua abbondanza e il tuo regno, cioè l’Amato, che tu desideri e brami? Gioisci e rallegrati con Lui nel tuo raccoglimento interiore, perché lo hai così vicino! Qui desideralo, adoralo, senza andare a cercarlo altrove, poiché ti distrarresti, ti stancheresti senza poterlo né trovare né godere con maggiore certezza e celerità, né averlo più vicino che dentro di te. Vi è un’unica difficoltà e cioè che, pur essendo dentro di te, se ne sta nascosto; però è già molto se si conosce il luogo dove sta nascosto per cercarlo con la certezza di trovarlo. È quanto tu, o anima, chiedi allorché con affetto di amore dici: Dove ti nascondesti?

9-      Tuttavia mi puoi dire: se l’Amato dell’anima mia è dentro di me, perché non lo trovo e non lo sento?

Ciò accade perché Egli se ne sta nascosto e tu non ti nascondi per trovarlo e per sentirlo. Infatti chi vuol trovare una cosa nascosta deve entrare fino al nascondiglio dove quella si trova e, quando la trova, anch’egli è nascosto con lei. Dunque poiché il tuo Sposo amato è il tesoro nascosto nel campo dell’anima tua, per il qual tesoro l’astuto mercante vendette tutti i suoi beni (Mt 13,44) sarà necessario che tu, per trovarlo, dimenticando tutte le cose e allontanandoti da tutte le creature ti rifugi nel nascondiglio interiore del tuo spirito (Mt 6,6) e serrata la porta dietro di te, vale a dire chiusa la tua volontà a tutte le cose, preghi occultamente il Padre tuo (Ibid.). Allora, rimanendo nascosta con Lui, lo sentirai e lo amerai di nascosto, lo godrai e ti diletterai con Lui di nascosto, ossia in maniera superiore ad ogni espressione e sentimento umano.

10- Orsù, anima bella, poiché ora sai che il Diletto tanto desiderato dimora nascosto nel tuo seno, procura di essere bene nascosta con Lui e così lo abbraccerai e lo sentirai con affetto d’amore nel tuo seno. Ricordati che Egli ti invita a questo nascondiglio per mezzo di Isaia il quale dice: Vai, entra nel tuo nascondiglio chiudi dietro di te le tue porte, cioè tutte le tue potenze a tutte le creature, nasconditi per un momento (26,20), vale a dire per questo momento della vita temporale. Poiché se nella brevità della vita presente, come dice il Savio, tu, anima fortunata, custodirai con ogni cura il tuo cuore (Pr 4,23), indubbiamente il Signore ti concederà quanto promette per mezzo di Isaia: Ti darò gli occulti tesori e ti svelerò la sostanza dei segreti e dei misteri (45,3), sostanza la quale è Dio stesso, poiché Egli è la sostanza e il concetto della fede, e questa è il segreto e il mistero. Quando verrà rivelato e manifestato quanto la fede ci tiene nascosto, cioè la perfezione di Dio, come dice S. Paolo (1Cor 13,10), allora all’anima sarà manifestata la sostanza dei misteri segreti.

Anche se in questa vita, per quanto si nasconda, l’anima non può giungere mai a conoscere le profondità come nell’altra, tuttavia, se come Mosè si rifugerà nella caverna della pietra (Es 33,22-23), cioè nell’imitazione vera della vita del Figlio di Dio, suo Sposo, con l’aiuto della destra di Dio, meriterà di vedere le spalle di Lui, vale a dire di raggiungere in terra tanta perfezione da unirsi e trasformarsi per amore nel Figlio di Dio, suo Sposo. In tal modo ella si sente tanto unita con Lui e così sapientemente istruita nei suoi misteri che per quanto riguarda la conoscenza di Lui in questa vita, non ha bisogno di dire: Dove ti nascondesti?

11- È già stato detto, o anima, il metodo che ti conviene seguire per trovare lo Sposo nel tuo nascondiglio. Ma se vuoi che io te lo ripeta, ascolta una parola ricca di sostanza e di verità inaccessibile: cercalo con fede e con amore, senza cercare soddisfazione in cosa alcuna, e senza desiderare di gustarla e intenderla fuori di quanto è necessario; queste due cose, come la guida del cieco, ti condurranno per vie a te ignote, al nascondiglio di Dio. Infatti la fede, cioè il segreto di cui si è parlato, è simile alle gambe delle quali l’anima si serve per andare verso Dio, e l’amore è la guida che ve la conduce, di modo che, trattando i misteri e i segreti della fede, meriterà che l’amore le manifesti quello che tale virtù racchiude in sé, vale a dire lo Sposo che ella desidera in terra per mezzo della grazia speciale dell’unione divina e in cielo per mezzo della gloria essenziale, godendo non più nascostamente, ma faccia a faccia.

Intanto, quantunque l’anima arrivi a tale unione, che è lo stato più alto a cui si può giungere in questa vita, poiché lo Sposo è nascosto nel seno del Padre, dove desidera goderlo nell’altra, ella continua a dire: Dove ti nascondesti?  […]

Chi desidera prendere visione del testo integrale clicchi su  http://www.pasomv.it/santi_file/Page468.htm

Indice del Cantico Spirituale “B”à http://www.pasomv.it/santi_file/Page470.htm                                            


 

[1] La versione del Cantico Spirituale “A” qui riporta “nell’intimo centro”.

[2] Pseudo-Agostino, Soliloquiorum animæ ad Deum liber unus, c. 30, ML 40, 888.

[3] Cioè Dio continua non cessa di essere presente anche nell’anima del peccatore con la sua presenza di immensità, pur cessando la sua presenza di grazia

 

Lettera di S. Teresa di Gesù Bambino a don Bellière 

J.M.J.T. – 26 luglio 1897                                                                                                            L 231

 

Gesù

Caro fratellino,

quanto piacere mi ha fatto la tua lettera! Se Gesù ha ascoltato le sue preghiere ed ha prolungato il mio esilio a causa di esse, devo dirle che egli, nel suo amore, ha esaudito anche le mie, perché lei, secondo quanto mi ha scritto, si è rassegnato a perdere «la mia presenza, la mia azione sensibile»[1]. Ah! lasci che glielo dica, fratello mio: il buon Dio riserva alla sua anima assai dolci sorprese! Essa è «poco abituata alle cose soprannaturali», secondo le sue stesse parole, ed io che non per nulla sono la sua sorellina, le prometto di farle gustare, dopo la mia partenza per la vita eterna, tutta la felicità che si può provare a sentirsi vicina un’anima amica. Non si tratterà più di una corrispondenza come questa, più o meno rara, sempre molto incompleta, che lei sembra rimpiangere, ma un colloquio fraterno che incanterà gli angeli, un’intimità che le creature non potranno biasimare, perché rimarrà nascosta ai loro occhi.

Ah! come mi sembrerà bello essere liberata da questa spoglia mortale, la quale, nel caso impossibile che mi trovassi alla presenza del mio caro fratellino insieme ad altre persone, mi costringerebbe a guardarlo come uno straniero, uno sconosciuto qualsiasi!…

La prego, fratello mio, non sia come gli ebrei che rimpiangevano le «cipolle d’Egitto». Da qualche tempo non ho fatto altro che servirle fino alla sazietà, di questi legumi che fanno lacrimare, quando s’avvicinano agli occhi senza essere cotti. Ora invece il mio sogno è di dividere con lei la «manna nascosta» (Ap 2,17), che l’Onnipotente ha promesso di dare «ai vincitori».

È solo per il fatto di essere nascosta che questa manna celeste attira meno delle «cipolle d’Egitto», ma, sicuramente, quando mi sarà consentito di presentarle un nutrimento tutto spirituale, non rimpiangerà più quello che le avrei dato se fossi rimasta ancora a lungo sulla terra.

Ah! la sua anima è troppo grande per attaccarsi a qualche consolazione di quaggiù! È nel cielo che deve incominciare a vivere fin d’ora, poiché sta scritto: «Là dove è il vostro tesoro, ivi è anche il vostro cuore» (Mt 6,21; Lc 12,34). Non è Gesù il suo unico tesoro? Poiché egli è in cielo, è là, che deve abitare il suo cuore. Glielo dico con tutta semplicità, caro fratellino, mi sembra che le sarà più facile vivere con Gesù, quando io sarà accanto a lui per sempre.

Bisogna proprio che mi conosca male per aver paura che il racconto dettagliato delle sue mancanze possa diminuire la tenerezza che ho per la sua anima. O fratellino mio! stia pur certo, non avrò bisogno di «mettere la mano sulla bocca di Gesù». Egli ha dimenticato da un pezzo le sue infedeltà; solo i suoi desideri di perfezione sono lì a rallegrare il suo cuore.

La supplico, non si «trascini più ai suoi piedi»; segua quel «primo slancio che lo porta tra le sue braccia». È questo il suo posto ed ho constatato, più ancora che nelle altre lettere, che le è vietato andare in cielo per un’altra via. Diversa da quella della sua povera sorellina.

Sono completamente del suo avviso, «il Cuore divino è più rattristato delle mille piccole indelicatezze dei suoi amici che dalle colpe, anche gravi, che commettono le persone del mondo». Tuttavia, mio caro fratellino, mi pare che avvenga solo quando i suoi, non accorgendosi delle loro continue indelicatezze, se ne fanno una abitudine e non gliene domandano perdono, che Gesù può pronunziare quelle parole commoventi che la Chiesa gli mette in bocca durante la Settimana Santa: «Queste piaghe che vedete in mezzo alle mie mani le ho ricevute nella casa di coloro che mi amavano» (Zc 13,6). Per quelli che l’amano e vengono, dopo ogni indelicatezza, a domandargli perdono gettandosi nelle braccia sue braccia, Gesù sussulta di gioia. Egli dice ai suoi angeli ciò che il Padre del figliol prodigo diceva ai suoi servitori: «Rivestitelo della sua veste di prima, mettetegli l’anello al dito, rallegriamoci tutti» (Lc 15,22). Ah! fratello mio, come sono poco conosciuti la bontà e l’amore misericordioso di Gesù!…

È vero, per godere dei suoi tesori, bisogna umiliarsi, riconoscere il proprio nulla, ed è questo che molte anime non vogliono fare, ma non è così che lei si comporta, fratellino mio, e perciò la via della confidenza semplice e amorosa è proprio fatta per lei. Vorrei che fosse semplice col buon Dio, ma anche… con me. Si meraviglia della mia frase? Vede fratellino mio, lei mi chiede scusa della «sua indiscrezione», che consiste nel desiderio di sapere se, nel mondo, la sua sorella si chiamava Genoveffa; una simile domanda per me è del tutto naturale. Per dimostrarglielo, le fornirò alcuni particolari riguardanti la mia famiglia intorno alla quale non ha avuto informazioni abbastanza precise.

Il buon Dio mi ha dato un padre e una madre più degni del cielo che della terra. Essi chiesero a Dio di dar loro molti figli e di prenderli per sé. Questo desiderio fu esaudito. Quattro angioletti se ne volarono al cielo, e le cinque figlie rimaste nell’arena presero come sposo Gesù. Dimostrò un coraggio eroico mio Padre, il quale salì tre volte, novello Abramo, il monte Carmelo per immolare a Dio quello che aveva di più caro. Dapprima furono le due maggiori; poi la terza delle sue figlie, dietro consiglio del suo direttore spirituale e condotta sempre dal nostro incomparabile Babbo, fece un tentativo in un convento della Visitazione. (Il buon Dio si accontentò dell’accettazione. Più tardi, essa ritornò nel mondo dove vive come se fosse nel chiostro). Non restavano più che due figlie all’eletto di Dio, una di diciotto anni, l’altra di quattordici. Quest’ultima, la «piccola Teresa», gli chiese di spiccare il volo verso il Carmelo. Cosa che essa ottenne senza difficoltà fino a condurla dapprima a Bayeux, in seguito a Roma, allo scopo di eliminare gli ostacoli che ritardavano l’immolazione di quella ch’egli chiamava la sua regina. Quando l’ebbe condotta in porto, disse all’unica figlia che gli rimaneva: «Se vuoi seguire l’esempio delle tue sorelle, ti do il mio consenso, non ti preoccupare di me».

L’angelo che doveva sostenere la vecchiaia di un tal santo, gli rispose che dopo la sua partenza per il cielo, avrebbe preso anche lei il volo verso il chiostro; e ciò riempì di gioia colui che viveva solo per Iddio.

Ma una vita così bella doveva essere coronata da una prova degna di tanta virtù. Poco tempo dopo la mia partenza, il Babbo che noi amavamo come giustamente si meritava, fu colpito da un attacco di paralisi alle gambe, che si ripeté parecchie volte, ma essa non poteva fissarsi là, troppo tenue sarebbe stata la prova, dal momento che l’eroico patriarca s’era offerto a Dio come vittima. Così la paralisi, cambiando il suo corso, si fissò nel capo venerabile della vittima che il Signore aveva accettato. Non ho più spazio per raccontarle particolari commoventi. Voglio dirle soltanto che ci fu necessario bere l’amaro calice fino alla feccia e separarci per la durata di tre anni dal nostro venerabile Babbo, affidandolo a mani pie, ma estranee.

Egli accettò questa prova, di cui comprendeva tutta l’umiliazione, e spinse il suo eroismo fino a non volere che si chiedesse la sua guarigione.

A Dio, mio caro fratellino, spero di poterle scrivere ancora, se non aumenta il tremito della mano, che mi ha costretta a scrivere questa lettera a più riprese.

La sua sorellina, no Genoveffa, ma

«Teresa» del Bambino Gesù del Volto Santo

 

[In questa lettera manca la solita sigla finale “rel. carm. indegna” per mancanza di spazio]


 

[1] Le frasi fra virgolette sono citazioni di brani della lettera del padre Bellière a cui risponde la Santa con questa sua lettera.