LA PREGHIERA, IL CUORE E LA PAROLA

Ø la preghiera

Due sono le caratteristiche della preghiera del cristiano maturo: è preghiera di figlio e di amico.

Il primo luogo dell’incontro con il Dio del Signore nostro Gesù Cristo è la preghiera, la preghiera che nasce dalla fede viva nella presenza del Risorto nella vita di ogni giorno: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19).

La preghiera del cristiano nasce dall’esperienza di un amore troppo grande: l’amore del Padre e l’amore del Figlio. È l’esperienza viva di questo amore che fa sgorgare dal cuore la preghiera. È la conoscenza dell’«amore grande con il quale del Padre ci ha amati» (Ef 2,4) e ci ha eletti e benedetti «in Gesù prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nell’amore, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo» (Ef 1,3-5) che fa elevare l’anima del cristiano nella preghiera. E questo grande ed eterno amore del Padre si è fatto conoscere attraverso l’amore con cui il Figlio suo Prediletto ci ha amato nel tempo: un amore visibile, concreto, un amore crocifisso per amore: «Gesù mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Un amore che nessuno poteva mai immaginare né prevedere, un amore che ci supera, ci allibisce, ci commuove, ci intenerisce, ci sconvolge, ci inquieta perché amore chiede amore, amore esige amore, amore mendica amore: «Dammi da bere… Ho sete!…» (Gv 4,7; 19,28).

La preghiera che non nasce da questa ferita del cuore toccato dal duplice amore non è ancora preghiera cristiana. Certamente è anch’essa preghiera, ma molto, molto imperfetta. Essendo la preghiera essenzialmente una «relazione viva  e personale con il Dio vivo e vero» (CCC 2558) ed essendo il Dio vivo e vero «Amore» (1Gv 4,8.16) essa non può che nascere da un’esperienza d’amore. È la consapevolezza di essere amati il fondamento su cui si innalza ogni preghiera umana. Magari si farà appello a questo amore senza lasciarsi troppo coinvolgere da esso, e allora sarà più una preghiera servile di qualcuno che prega Dio solo per avere qualcosa e non come esigenza di una relazione d’amore che si vive con Lui. In genere non si arriva alla pienezza dell’esperienza della preghiera come espressione di una relazione d’amore se non attraverso un cammino i cui passi sono adattati alla persona che lo vive.

Ogni nostro pregare deve partire dalla consapevolezza di questo duplice amore con cui siamo stati amati. È propriamente questa la missione dello Spirito Santo nei nostri cuori: farci sperimentare nell’oggi che viviamo, l’amore del Padre e del Figlio, tenerlo vivo nel nostro cuore facendone una memoria continua e orientando tutte le nostre facoltà a trovare il proprio oggetto in questo duplice amore. Lo Spirito Santo ci è stato dato per questo: perché fossimo immersi in questo duplice amore e tutto vivessimo in questo duplice amore e come risposta a questo duplice amore.

È questa propriamente «la relazione viva e personale con il Dio vivo e vero». È una relazione d’amore, cioè un dare e ricevere amore; noi non possiamo dare amore per primi, il nostro è sempre un amore di risposta e non può non esserlo (cf 1Gv 4,19) e in quanto è amore di risposta, perché esso possa sgorgare occorre che si colga l’offerta, cioè che si colga il modo con cui siamo amati. L’offerta d’amore che abbiamo ricevuto dal Padre e dal Figlio è invito alla risposta, è domanda di amore. Dio non ha bisogno del contraccambio del suo amore se non per darci la gioia di amarLo. Dunque, quando Dio ci domanda, ci comanda e ci mendica amore, non lo mendica per Sé Stesso, non avendone assolutamente bisogno, vivendo in Se Stesso, nella comunione infratrinitaria, la pienezza della gioia, ma se Egli mendica amore è solo perché noi possiamo ottenere la partecipazione alla pienezza di questa gioia che, se non Lo amassimo, non ne godremmo mai.

Questa «relazione viva e personale con il Dio vivo e vero», che è dunque una relazione viva d’amore, si fonda sulla fede via, si slancia sulla speranza che è la dimensione fiduciale della fede e si sperimenta nella carità.

Questa «relazione viva e personale» dunque è originata, si sviluppa e matura sulle virtù teologali. Tutto nasce dalla fede. Infatti è la fede che ci fa conoscere questo amore, ma non si tratta semplicemente di una conoscenza intellettuale, la fede che producesse solo conoscenza intellettuale non è fede teologale, la fede teologale provoca una ferita al cuore, una duplice ferita che sarà quanto più profonda, quanto più sarà profonda la fede stessa. Non si può infatti venire a conoscenza di essere amati senza sentire questa ferita, e quanto più si sa di essere amati, quanto più profonda è la ferita del cuore.

Il dramma del cristiano si ha quando si possiede una fede che non provoca nessuna ferita, nessuno stupore, nessuna commozione. Bisogna però stare attenti a non confondere l’aridità con la mancanza di questa ferita. Quando nella preghiera e quindi in questa relazione viva e personale esperimentiamo aridità, cioè assenza di entusiasmo e di gioia sensibile, non dobbiamo pensare che questo sia dovuto necessariamente dalla poca fede o dalla mancanza di amore. Il segno che la fede è viva, e con essa anche la duplice ferita che produce, è il fatto che la persona è amareggiata di avere questo senso di aridità e vorrebbe non averlo, e si addolora perché pensa di non stare amando l’Amore; in realtà lo sta amando nell’aridità, senza sentimenti esaltanti, ma con la fedeltà alle esigenze concrete dell’amore. Infatti se non fosse fedele alle esigenze concrete dell’amore che, in definitiva, coincidono con i doveri del proprio stato, allora sì che la persona non sta più amando il Signore. Ma finché compie i doveri del proprio stato e si addolora di non amare il Signore come dovrebbe, lo sta amando nella sua piccolezza e povertà. Infatti «l’amore di Dio consiste nell’osservanza dei suoi comandamenti» (1Gv 5,3) e solo chi li osserva Lo ama. Al contrario chi vivesse un’esperienza di preghiera e quindi di «questa relazione viva e personale» con tanta gioia, entusiasmo e affetto e non portasse a compimento i doveri del proprio stato, questa persona è una povera illusa ingannata da qdpds e sta vivendo non «una relazione viva e personale», ma una relazione immaginaria con un Dio non «vivo e vero», ma soggettivo e immaginario.

La fede dunque ci ferisce il cuore, la speranza poi ci anima alla fiducia, all’abbandono nella fede. La speranza, in un certo senso, è la risonanza affettiva della fede. Se la fede non provocasse nessuna risonanza affettiva, significherebbe che essa è veramente poca o nulla. Per capirci, la situazione sarebbe paragonabile ad esempio al fatto che alla televisione dicono che un pericoloso folle omicida si aggira nelle vicinanze di casa nostra. Una notizia così che non mi portasse a dire a mia figlia di non uscire, in realtà non è stata creduta, perché non mi ha provocato paura. Ora, viceversa, se la notizia di tanto amore ricevuto addirittura dall’eternità! Addirittura sapere che Uno è morto per te e di che morte! Se delle simili notizie non mi spingessero alla fiducia, alla confidenza, all’affidamento, all’abbandono, si può veramente dire che stiamo credendo a queste notizie? Mentre il cristiano è tale appunto perché ha creduto al Vangelo, cioè alla buona notizia dell’amore del Padre e del Figlio.

La carità è la risposta concreta, fattiva alla notizia di questo duplice amore. Consapevole di essere amato così, il cristiano decide, vuole e sceglie di amare il Padre e il Figlio. Ecco la carità all’azione e il suo primo atto in realtà è quello stesso di ferire la persona che accoglie la notizia di questo duplice amore, è la carità che opera la ferita nel cuore e che quindi rende viva la fede, è la carità che spinge la persona ad affidarsi e abbandonarsi con fiducia a questo duplice amore. Per cui il primo atto della carità è quello di animare d’amore la fede e la speranza. Questo atto non è solo il primo atto della carità, ma è anche il più grande che essa possa fare e sta all’origine di ogni altro atto di carità esteriore perché senza di Lui «non possiamo fare nulla» (Gv 15,5). Cioè, credendo all’amore del Padre e del Figlio e affidandoci con fiducia a questo amore, noi già stiamo amando il Padre e il Figlio, anzi facciamo in questo atto di fede e di speranza il nostro più grande atto di carità e ogni altro gesto esteriore animato dalla carità troverà la sua sorgente proprio in questo amoroso e fiducioso abbandono all’amore del Padre e del Figlio. Per questo, come accennavamo prima, la preghiera, o meglio, la «relazione viva e personale con il Dio vivo e vero» è una relazione vissuta da figli e da amici.

L’esperienza della preghiera va vissuta con atteggiamenti filiali e amicali. Filiali perché abbiamo creduto all’amore del Padre che ci ha fatto suoi figli nel Figlio e «lo siamo realmente» (1Gv 3,1). Siamo realmente figli di Dio e Gesù ci ha insegnato a chiamarLo «Abbà», cioè «mio caro Papà», «Babbu nostru» come dice il Padre nostro in sardo! Un caro Papà interessato alla nostra vita, ad ogni piccola cosa della nostra vita, ha contato persino i capelli del nostro capo e noi valiamo per Lui molto, ma molto più dei passeri e di ogni altra cosa. Pregare da figli significa tutto questo.

Ma noi non siamo solo figli, siamo anche amici, amici di Gesù (cf Gv 15,14), amici intimi suoi, siamo suoi compagni, Egli infatti ci chiama alla sua compagnia, vuole essere compagno nostro di viaggio e si pone davanti a noi come Battistrada, come «Via» (Gv 14,6) da seguire, Amico sempre presente che ci incoraggia, ci aiuta, ci sprona, ci corregge, ci perdona, ci ama. Amico che vuole condividere con noi tutto. L’amico ama condividere le sue cose con l’amico e Lui ha condiviso tutto con noi: il suo caro Papà è diventato anche il nostro, il suo Santo Spirito è diventato anche il nostro Spirito, veramente nostro, Anima della nostra anima, la sua cara Mamma è diventata anche la nostra, la sua gloria… anche la nostra, la sua santità… anche la nostra. E vuole condividere con noi i suoi segreti e confidarceli nel silenzio della nostra preghiera (cf Gv 15,15).

C’è un errore fondamentale in cui spesso cadono molti nei confronti di questa «relazione viva e personale con il Dio vivo e vero» che è la preghiera. Quest’errore è il pensare che pregare sia una cosa complicata, difficile. Spesso le persone affermano di non saper pregare e sono sincere, e pensano questo perché ancora non hanno capito tre cose fondamentali: la prima è che la preghiera è affare di figli e amici e quindi la cosa più importante è quella di credere di avere un vero caro Papà e un vero carissimo Amico; la seconda è che la preghiera è cosa molto facile perché ogni cellula del nostro essere e ogni intima fibra della nostra anima è stata fatta perché entri in preghiera e trovi la pienezza di se stessa nell’esperienza di questa «relazione viva e personale con il Dio vivo e vero» che ci ama di immenso amore. L’uomo è fatto per pregare e quando comincia a pregare sul serio, cioè quando comincia a porsi davanti a Dio come figlio e amico, vive un’esperienza paragonabile ad un uccello che per la prima volta si ritrova a volare: pur avendo le ali non aveva mai volato perché non sapeva di averle! Bisogna che ci accorgiamo di essere aquile chiamate a volare, volare in alto, molto in alto. La terza cosa, che in realtà è la prima, è che la preghiera più che un’azione nostra, è un ritrovarsi in uno stato che ci è dato come dono. La preghiera è frutto del dono che abbiamo ricevuto dal nostro carissimo Amico Gesù, ci ha donato il suo Spirito che ora è diventato nostro, ci appartiene, è nostro. E Lui, lo Spirito Santo diventa così l’Anima della nostra anima, più intimo a noi di quanto lo possiamo essere noi stessi ed è Lui che prega in noi e con noi, e la sua preghiera diventa realmente la nostra, il suo gemito il nostro (cf Rm 8,26), la sua voce la nostra, perché se Lui è veramente nostro, noi per contro siamo veramente suoi, apparteniamo a Lui (cf 1Cor 6,19). Condividendo con Gesù Risorto il suo stesso Spirito, siamo Uno in Lui, un solo corpo, un solo Spirito (1Cor 12,13), per questo S. Agostino poteva affermare:

“Nessun dono maggiore Dio potrebbe fare agli uomini che costituire loro capo il suo Verbo, per mezzo del quale ha creato tutte le cose, e a lui unirli come membra, così che egli fosse Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, un solo Dio con il Padre, un solo uomo con gli uomini. Cosi, quando pregando parliamo con Dio, non per questo separiamo il Figlio dal Padre e quando il Corpo del Figlio prega non separa da sé il proprio Capo, ma è lui stesso unico salvatore del suo Corpo, il Signore nostro Gesù Cristo Figlio di Dio, che prega per noi, prega in noi ed e pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui le nostre voci e la sua voce in noi” (Commento al Salmo 85,1).

 

Ø Il Cuore

Ogni metodo di preghiera che possiamo trovare nelle indicazioni dei vari maestri spirituali, ha come scopo quello di farci rendere conto che abbiamo le ali, renderci conto che già siamo stati introdotti nella preghiera e come il nostro corpo respira l’aria, la nostra anima respira amore pregando. L’aria che fa vivere la nostro anima, il nostro cuore è l’amore, amore ricevuto e amore donato. È lo Spirito che prega in noi e la nostra preghiera altro non è che la consapevole partecipazione ad essa:

– Il nostro cuore infatti è già in stato di preghiera. La preghiera l’abbiamo ricevuta, insieme alla grazia, al momento del nostro battesimo. Lo stato di grazia, come lo si chiama, significa infatti, al livello del cuore, stato di preghiera. Là, nell’intimo più profondo di noi stessi, siamo da allora in contatto continuo con Dio. Lo Spirito Santo di Dio si è impadronito di noi, si è completamente impossessato di noi: si è fatto il respiro del nostro respiro, lo Spirito del nostro spirito. Prende, per così dire, a rimorchio il nostro cuore e lo volge verso Dio. È lo Spirito che, secondo Paolo, parla incessantemente al nostro spirito e testimonia che noi siamo figli di Dio. Costantemente infatti lo Spirito grida in noi e prega: “Abbà, Padre!” supplicando e sospirando con parole inenarrabili ma che tuttavia non cessano mai (cf Rm 8,15; Gal 4,6).

Portiamo continuamente questo stato di preghiera con noi, come un tesoro nascosto di cui siamo ben poco o per nulla coscienti. Il nostro cuore respira da qualche parte in pienezza, ma senza che noi lo avvertiamo. Siamo sordi nei confronti del nostro cuore in preghiera, non gustiamo l’amore, non vediamo la luce in cui viviamo. Infatti il nostro cuore sonnecchia e bisogna destarlo progressivamente, per tutta la vita. Allora pregare non è davvero difficile. La preghiera ci è stata data da tanto tempo, ma raramente si è coscienti della propria preghiera. Ogni tecnica di preghiera non ha altro scopo che renderci coscienti di ciò che abbiamo già ricevuto, insegnare a sentire, a discernere, nella piena e tranquilla certezza dello Spirito, la preghiera che nel nostro intimo ha preso radice e non cessa di operare. Essa deve salire alla superficie della coscienza, impregnare e investire progressivamente tutte le facoltà, lo spirito, l’anima e il corpo. La nostra psiche e le nostre membra devono vibrare al ritmo di questa preghiera e venire coinvolte nella preghiera dall’interno, come un pezzo di legno secco che gettato sul fuoco si infiamma immediatamente. Un monaco lo diceva con forza: “Il nostro lavoro è bruciare legna”.

La preghiera allora non è nient’altro che questo stato di preghiera, che con l’andare del tempo è divenuto ormai cosciente. La preghiera scaturisce dall’abbondanza del cuore, secondo il detto evangelico: “La bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34; Lc 6,45). La preghiera è un cuore che trabocca di gioia, di eucaristia [=ringraziamento], di lode e di gratitudine. È la sovrabbondanza di un cuore ben desto.

In effetti la condizione è che il nostro cuore si desti. Finché dorme, invano cerchiamo in noi il luogo della preghiera. Inutile immaginare: si cadrebbe nella distrazione. Inutile eccitare un sentimento religioso: si scivola presto nel sentimentalismo. E se l’intelligenza, prendendo il sopravvento, ha di mira idee chiare, la preghiera fredda e secca si sottrae a qualsiasi flusso vitale. Certo, immaginazione, sentimento e intelligenza non sono inutili. Ma queste facoltà non possono portar frutto se, a un livello molto più profondo, il nostro cuore non si è destato ed esse, divorate dalla fiamma di questo fuoco spirituale, non sono bruciate.

Ogni metodo di preghiera mira a quest’unico scopo: ritrovare il cuore e destarlo. La preghiera deve consistere in una specie di vigilanza interiore. Gesù stesso ha accostato vigilanza e preghiera. La formula “vegliate e pregate” risale certamente a Lui (Mt 26,41; Mc 13,33). Solo un’attenzione profonda e pacata può metterci sulle tracce del nostro cuore e, in esso, della preghiera.

Bisogna dunque vigilare e incominciare con il ritrovare la via verso il nostro cuore per liberarlo e sbarazzarlo da tutto ciò che lo ingombra. La conversione non ha altro scopo che farci rientrare in noi stessi, farci ritornare al centro vero della nostra persona, redire ad cor (cf Is 46,8 Vulg.), ritornare la cuore, come si diceva volentieri nel medioevo. Nel cuore spirito e corpo si raccolgono; si tratta del punto centrale del nostro essere. Ritornati ad esso viviamo a un livello più profondo, in cui si è in riposo e in armonia con tutto e con tutti, in primo luogo con se stessi. Questo ritorno è ritorno in sé. Genera raccoglimento e interiorità. Penetra fino al nostro o più profondo, all’immagine di Dio in noi. Giunge al centro ontologico in cui noi sgorghiamo costantemente dalla mano creatrice di Dio e da cui rifluiamo verso di Lui. Pregare ci insegna a vivere della vita che è interiore a noi stessi. Ogni uomo di preghiera possiede un cor profundum, un cuore insondabilmente profondo. La parabola del figliol prodigo (cf Lc 15,11-32) è stata spiegata in tal senso da alcuni Padri della Chiesa. –  André Louf, Lo Spirito…, 19-20.

Ø La Parola

Quando il battesimo avviene da adulti, esso appare chiaramente come una rigenerazione spirituale nel cuore dalla Parola: «Siete stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma da uno incorruttibile, cioè la Parola di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,23). Possiamo dire che:

– La grazia del battesimo diviene realtà quando una Parola di Dio per la prima volta interpella veramente il nostro cuore. è questo l’organo della preghiera in noi. Per descrivere questa esperienza i Padri dispongono di un vocabolario molto ricco: la Parola di Dio tocca il nostro cuore, lo ferisce, lo sprona, lo penetra, lo fende, lo apre. La Parola scuote il cuore dal suo torpore: «Svegliati, o tu che dormi» (Ef 5,14). Al centro dell’uomo, nel suo nucleo, nel suo cuore la luce nuova si alza.  «E Dio che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2Cor 4,6) –  A. Louf, Lo Spirito…, 46.

Cuore e Parola:

– Là [nel cuore], nel più intimo del nostro io, Gesù è presente. Tutto ciò che si svolge al di fuori del nostro cuore, e, per meglio dire, alla porta del nostro cuore, non ha altro fine che aiutarci a farci scoprire il tesoro nascosto all’interno del cuore. là si trova il sepolto di Pasqua, la vita nuova: «Donna perché piangi? Chi cerchi? Colui che cerchi lo possiedi e non lo sai?…» (Monaco anonimo del XIII sec.). raggiungiamo il centro del nostro cuore mediante la Parola di Dio.[…] Questo incontro fra la Parola e il cuore è indicibilmente più importante: è in gioco un risveglio o un sonno, una nascita o una morte. È per questa ragione che il cuore deve esporsi assolutamente nudo alla forza creatrice della Parola di Dio. Le altre facoltà, durante questo tempo, deono ritirarsi in silenzio e attendere pazientemente. “Parla, Signore, al cuore del tuo servo, e il cuore parlerà a Te” (Guido il Certosino). […] Per un po’ di tempo ancora il cuore sonnecchia, ma lo Spirito di Dio vi è già presente e, a nostra insaputa grida al Padre. questo stesso Spirito è anche presente nella Parola di Dio che dal di fuori bussa al nostro cuore. un’affinità s’istaura subito tra la Parola che dal di fuori ci interpella e lo Spirito che veglia nel nostro cuore sonnolento. Il cuore dell’uomo è stato fatto per accogliere la Parola e la Parola si adatta naturalmente. L’una è stata fatta per l’altro. La Parola deve essere seminata nel cuore (Mt 13,19; Lc 8,12). Ma il cuore deve essere purificato (Mt 5,8; Eb 10,22) e preparato (Lc 8,15) in vista della Parola. Il nostro cuore infatti è ordinariamente indurito e il nostro spirito bloccato (Mc 6,52; Gv 12,40; Ef 4,18). È insensato e tardo a credere (Lc 24,25), ottenebrato (Rm 1,21) facilmente appesantito dalle preoccupazioni (Lc 21,34). Pertanto non è capace di gustare il cibo spirituale della Parola di Dio. Ma quando la Parola interpella il nostro cuore, l’una e l’altro possono riconoscersi, di colpo e in modo totalmente imprevisto, grazie all’unico Spirito che li pervade. Un autentico ponte allora è gettato tra il nostro cuore e la Parola. Dall’uno sprizza una scintilla verso l’altra. Tra lo Spirito che sonnecchia nel profondo del cuore e lo Spirito che agisce nella Parola si stabilisce un dialogo fecondo e vivificante. Rigenerati da un seme incorruttibile (1Pt 1,23), il cuore rinasce dalla Parola. Nella Parola come in uno specchio, riconosciamo il nostro nuovo volto, in essa siamo testimoni della nostra rinascita in Cristo (cf Gc 1,23). “L’uomo nascosto nel profondo del cuore” (1Pt 3,4) si risveglia in noi. In questo modo la Parola penetra nel più profondo del nostro essere, come una spada acuta a doppio taglio che penetra tra l’anima e lo spirito, fra le giunture e le midolla (Eb 4,12) e suscita una vita nuova. La Parola mette il nostro cuore a nudo. Da parte sua il nostro cuore liberato può finalmente mettersi all’ascolto della Parola di Dio. A sua volta egli la penetra sempre più profondamente. Parola e cuore si specchiano l’una nell’altro e diventano sempre più simili. Il cuore si riconosce ora dotato di un organo nuovo, possiede sensi nuovi e una finezza prima sconosciuta. – André Louf, Lo Spirito Santo prega in noi, 46.

L’esperienza del cristiano parte tutta dalla scoperta del proprio cuore come la scoperta della propria casa, casa nostra è il nostro cuore dove abita il Signore e noi con Lui, questa scoperta è operata dall’incontro con la Parola che giunge a noi da varie parti: la Sacra Scrittura, la Tradizione viva della Chiesa. Ma la Parola può bussare alle porte del nostro cuore anche attraverso un fiorellino, un tramonto, il sorriso di un bimbo, la parola di un amico o di uno sconosciuto. Dio ama parlarci in svariati modi e occasioni, gli uomini distratti che non hanno un cuore desto, ma addormentato, non si accorgono di questo continuo parlarci di Dio e quindi non se ne curano, l’uomo invece che possiede un cuore desto, se ne accorge e ne gode nel silenzio del proprio cuore ferito dalla Parola, Parola che continuamente lo ferisce e lo piaga d’amore.

j.m.j.