Conferenza spirituale: La risposta di Gesù
Nella conferenza di ieri sera ci siamo fermati a riflettere su quelle domande inquietanti che ogni uomo non può non porsi a riguardo di se stesso, della vita che vive, del mondo, della morte. E abbiamo visto, di riflesso, come queste domande inquietanti postulano nel più profondo del cuore di ogni uomo e di ogni donna un anelito di speranza verso una luce che dispieghi queste oscurità, verso una gioia che seppellisca ogni tristezza, verso una vita che vinca ogni morte. Senza questa luce, gioia e vita sperata, la vita umana non ha senso e converrebbe agli uomini non essere mai nati, converrebbe morire evitando così inutili sofferenze. Ma se, invece, conviene vivere è solo perché ogni essere umano si porta nel cuore questa speranza.
Ebbene, noi crediamo che nella pienezza dei tempi questa speranza si è fatta carne, si è fatta vedere, sentire, toccare in Gesù, il Figlio di Dio, luce, gioia e vita nostra:
1Gv 1 [1]Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita [2]"poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi", [3]quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. [4]Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta.
Gesù quindi è la risposta all’anelito di speranza che c’è nel cuore di ogni essere umano, ma questa rispo-sta giunge a noi attraverso una mediazione, quella di coloro che lo hanno visto, sentito, toccato, amato.
Attraverso il racconto della loro esperienza, che giunge a noi attraverso i Vangeli e diverse lettere scritte dai suoi apostoli alle varie Chiese che avevano costituito, anche a noi è dato, nell’oggi che viviamo, di entrare, attraverso l’esperienza della fede, nel mistero di quella «pienezza dei tempi» (Gal 4,4) in cui Gesù, speranza nostra (cf Eb 6,18), è passato per le vie della Palestina, dando in Se Stesso e nelle sue parole la risposta a tutte le domande che inquietano il cuore umano.
Ad ogni uomo in ricerca, ecco il primo mezzo che possiamo offrire perché possa trovare ciò che cerca: il Vangelo. Il Vangelo è il racconto di un’esperienza che provoca all’esperienza, l’esperienza di un incontro che provoca l’incontro con Colui che è presente in tutti i tempi e in ogni tempo si fa compagno di viaggio di ogni uomo che cerca luce, gioia e vita e che cammina triste. Sconsolato e deluso perché ancora non lo sa riconoscere vivo e presente nella sua vita.
Il Vangelo, dunque, il primo mezzo di questo incontro. Ma come leggere il Vangelo? C’è un modo di leggere il Vangelo per il non credente e uno per il credente, uno per chi ancora non conosce Gesù, e uno per chi già lo conosce e lo ama.
A chi ancora non conosce Gesù, bisogna semplicemente consegnare il Vangelo e invitare a leggerlo e lasciare che il suo cuore reagisca alla lettura. Per questo è cosa buona consegnare a chi ancora non conosce Gesù, il Vangelo di Marco: è il Vangelo dell’impatto con il non credente e provoca l’incontro. Nella sua vivacità e sinteticità coglie l’attenzione del lettore e gli fa fare il cammino degli apostoli, apostoli che Marco descrive, più di ogni altro evangelista, rozzi e duri di cervello e così refrattari a comprendere la Croce, proprio come noi!
Nella prima parte del Vangelo di Marco Gesù si presenta ai lettori «come uno che ha autorità» (Mc 1,22) e la forza di questa autorità comincia a farsi sentire nel cuore di essi. Gesù si presenta come uno che ha autorità. Egli parla con autorità sua propria, l’autorità della verità perché Lui è «la Verità» (Gv 14,6). Nella prima parte del suo Vangelo, Marco presenta Gesù come un personaggio che s’impone, s’impone per la forza della sua personalità e per i gesti portentosi che compie.
Bisogna permettere al Padre del Cielo di attirare il lettore al suo Figlio e lasciare che lo osservi mentre parla con autorità, mentre agisce con autorità, autorità sulle malattie (Mc 1,29-34, ecc.), sui demoni (1,25-26, ecc.), sulla natura (Mc 4,35-41), sulla morte stessa (Mc 5,38-43) e soprattutto mentre si accosta ai peccatori e mangia con loro (Mc 2,15-17).
Bisogna poi che il lettore, giunto a metà Vangelo si interpelli con Gesù che interpella: «Chi dice la gente che Io sia?… E voi…? E tu…?» (Mc 8,27). S’affaccerà allora alla mente e al cuore del lettore ancora incredulo, la domanda: Sarà forse Lui il Messia? Sarà veramente Gesù la risposta ai miei interrogativi, ai miei perché?
E mentre questa domanda si affaccia alla mente, ecco che Gesù parla di sue prossime grandi sofferenze e morte, suscitando la contrarietà di Pietro che sarà da Lui ammonito severamente (cf Mc (8,31-33). Badate bene, è solo nella seconda parte del Vangelo che Gesù parla della Croce, non ne parla subito, ne parla a suo tempo. Bisogna che il discorso sulla Croce cali in un cuore che già ha imparato a conoscere Gesù e a lasciarsi affascinare da Lui. Bisogna che sia nata un po’ di fiducia nel cuore di colui che alla ricerca, per presentargli la Croce. Gli apostoli quanto dovettero faticare per capire la Croce! Non pretendiamo che essa sia capita subito dall’incredulo alla ricerca di verità. Bisogna che faccia l’esperienza dell’emorroissa, che si avvicini a Gesù e con la fede gli tocchi il mantello perché possa guarire dalle sue malattie (5,21-34); bisogna che si faccia l’esperienza della trasfigurazione (9,2-8), l’esperienza del Tabor, l’esperienza del silenzio ricco di presenza, esperienza di stare con Lui, sedotti dal suo profumo così divino e così squisitamente umano, bisogna intravedere con gli apostoli la sua gloria, il suo fulgore, la sua divinità.
Ma nonostante queste esperienze gli apostoli erano così refrattari ad accogliere la Croce, l’ostacolo maggiore era che volevano essere grandi e non piccoli (9,34), volevano essere i primi e non gli ultimi (9,35), volevano sedere gloriosi e non poveri servi (10,37). Quanto dovette faticare il buon Gesù per capovolgere i valori sui quali loro avevano costruito se stessi! Un giorno li chiamò a Sé e prendendo in braccio un bimbo li invitò a farsi piccoli come quel bambino se volevano essere veramente grandi (9,33-37); un giorno poi mentre erano nel tempio fece notare agli apostoli, la cui attenzione era tutta presa dalle cospicue offerte che gettavano nel tesoro i ricchi, come una povera vedova aveva messo più di tutti nella propria miseria perché aveva dato tutto quello che aveva (12,41-44).
Ed eccoci finalmente all’Ultima Cena e al dramma della sua Passione. Il Maestro che parlava con autorità, che guariva i malati, cacciava i demoni, dominava la natura e vinceva la morte, ora lo vediamo tremare di paura con l’anima angosciata e oppressa dalla tristezza (14,33-34) e tradito da uno dei suoi (14,43-45), tutti scappano, tutti lo lasciano solo (14,50), tremare solo, soffrire solo, morire solo, rinnegato pure dal primo dei suoi apostoli (14,66-72)
Ma qualcosa succede al momento della morte: nessuno è mai morto come Lui, il suo grido di morte è diverso da ogni altro grido. I Romani esperti crocifissori, ne avevano sentiti di gridi di condannati morenti, eppure proprio lì mentre moriva vinto, fallito, schiacciato e straziato dai dolori fisici e morali, un centurione romano invece proprio da quel suo grido di morte (14,37) lo riconosce come il Figlio di Dio: «Veramente Costui era il Figlio di Dio!» (15,39). Riconosciuto vincitore mentre perde la vita!
Il lettore così viene condotto per mano ad entrare nel mistero della morte e scoprire una morte che vince. Che strana vittoria! Il centurione non vede il Risorto, non sa che il Crocifisso risorgerà da morte, eppure già nel suo morire, lui crede che è il Figlio di Dio: solo il Figlio di Dio poteva morire così e morendo così sconfigge la morte. Ma cosa poté mai percepire il centurione romano per poter affermare che «veramente era il Figlio di Dio»?
Giunto a ciò, il lettore non può non venire colpito dalla dignità di quel suo morire, la potenza morale di quest’uomo che si è lasciato sputacchiare, deridere, umiliare, torturare e crocifiggere per amore, per amore e solo per amore e muore d’amore sulla croce.
A questo punto il cercatore di verità, il cercatore di Dio è pronto per prendere in mano il Vangelo di Matteo e cominciare ad andare a catechismo. A scuola di Gesù tramite il Vangelo di Matteo, il cercatore di Dio comincia a mettere dei contenuti in quei sentimenti e in quelle emozioni che Marco aveva suscitato nel suo cuore. Quel capovolgimento di valori che in Marco era stato chiaramente enunciato, ma non pienamente sviluppato, ora viene approfondito dalla presentazione del messaggio evangelico delle beatitudini: beati i poveri in spirito…, beati gli afflitti…, beati i miti…, beati i misericordiosi…, beati gli assetati e gli affamati della giustizia, beati i puri di cuore…, beati gli operatori di pace…, beati i perseguitati a causa della giustizia… (5,1-12). Beatitudini che poggiano fondamentalmente sulla scoperta dell’amore del Padre, amore personale, amore che si interessa accuratamente di ogni aspetto della vita dei suoi figli, e che conta anche i loro capelli, amore che sa e che provvede (6,25-34; 10,30-31). Sapersi amati di questo amore conduce la persona a vivere nella fiducia e nella gioia lontano da ogni ansietà ed affanno e sapere che questo amore si riversa non solo su di sé, ma su tutti, apre il cuore all’amore universale sorgente di compassione, di perdono, di servizio (5,43-48).
E continuando a leggere Matteo, il cercatore di Dio, giunto al capitolo 18 si introduce nella comunità ecclesiale, insieme di uomini e di donne che condividono l’amore di questo Padre e desiderano che questo amore sia conosciuto e amato da tutti. Gente adulta che ha scoperto la gioia di essere piccoli, peccatori in cammino di santificazione impegnati nelle dure esigenze dell’ascesi cristiana che impone tagli anche dolorosi per acquistare quella purezza interiore senza la quale non si può far parte del Regno dei Cieli. Persone che sanno perdonarsi e sopportarsi sempre, che amano pregare insieme e condividere l’amore del Signore, interessate le une alle altre perché ognuna cresca in questo amore, si aiutano a vicenda correggendosi amorevolmente quando notano un fratello, una sorella non corrispondere come dovrebbe a questo amore, e senza aspettare che decadano da esso, li aiutano a rimanere in questo amore. Persone che formano una comunità viva che non si compiace in se stessa, ma è tutta tesa alla ricerca di ogni pecorella smarrita da ricondurre al suo ovile.
Il cercatore di Dio che ora si è stabilito nella comunità ecclesiastica entra nell’ordinarietà della quotidianità. Il passare del tempo comporta quasi inevitabilmente la decadenza, una certa noia, un arenarsi nelle paludi della mediocrità, una certa stanchezza come quella che attanagliò il cuore del popolo nel deserto stufatosi di cibarsi sempre e solo di manna (cf Nm 11,6). Allora è giunto il momento di prendere in mano il Vangelo di Luca, il Vangelo della Speranza, il Vangelo di Maria, il Vangelo della Chiesa animata dallo Spirito del Risorto che fa nuovo tutto e rianima gli sfiduciati e li invia a testimoniare al mondo la gioia di Dio. Non più quindi ricercatori della propria gioia, ma ricercatori e esperimentatori della gioia di Dio. La gioia di Dio che si riversa nel cuore della Vergine resa gravida di Gesù, la gioia di Dio che si riversa nel cuore di Zaccheo e di ogni figlio prodigo che torna alla casa paterna. La gioia di Dio che si vede riconosciuto, accolto e amato come Salvatore e Redentore in Gesù suo Figlio. Alla scuola dell’evangelista Luca, il ricercatore di Dio impara a cogliere e apprezzare l’intimo dell’animo umano, impara a cogliere il cuore e a partecipare con benevola tenerezza alle sue emozioni, sentimenti e ferite e impara così a essere misericordioso come lo è il Padre buono del Cielo (6,36). Una variegata serie di personaggi (di cui non parlano gli altri evangelisti) viene ora presentata al ricercatore di Dio: Zaccaria e Elisabetta, Anna e Simeone, Marta e Maria, Zaccheo, Simone il Fariseo, la Peccatrice, la vedova di Nain, e anche altri tratti dalle sue parabole come il poveraccio aggredito dai briganti e il buon samaritano, la vedova (18,1-8) e l’amico importuno (11,5.8), come, e ancor di più, il pastore, la donna, il padre buono, il figliol prodigo e suo fratello nella trilogia delle parabole della misericordia (Lc 15). Luca attraverso questi personaggi ci rende partecipi di una variegata ricchezza di sentimenti umani e di affetti che affascinano il cuore del lettore e gli danno un’idea positiva, bella del cuore della persona umana. Ma soprattutto nel parlarci della Madre di Gesù, Maria, Luca ci mostra la creatura più ricca di bei sentimenti: all’Annunciazione, alla Visitazione, alla Natività, alla Presentazione al Tempio, al ritrovamento al Tempio dopo lo smarrimento per tre giorni del suo Figlioletto, dietro al Figlio mentre predicava il suo Vangelo lungo la Palestina. Luca, insieme con Marco e Matteo, tace però sulla sua presenza accanto al Figlio nella sua Passione, nulla ci dicono questi evangelisti quasi in senso di riverenza del suo infinito dolore.
Mi piace qui ricordare un passo di Caterina da Siena che contempla Dio innamorato della bellezza della sua creatura:
- O Padre etterno ! O fuoco e abisso di caritá ! O etterna bellezza, o etterna sapienzia, o etterna bontá, o etterna clemenzia, o speranza, o refugio de' peccatori, o larghezza inextimabile, o etterno e infinito bene, o pazzo d'amore! E hai tu bisogno della tua creatura? Sí, pare a me; ché tu tieni modi come se senza lei tu non potessi vivere, conciosiacosaché tu sia vita, dal quale ogni cosa ha vita e senza te neuna cosa vive. Perché dunque se' cosí inpazzato? Perché tu t'innamorasti della tua factura, piacestiti e dilectastiti in te medesimo di lei, e, come ebbro della sua salute, ella ti fugge, e tu la vai cercando; ella si dilonga, e tu t'appressimi: piú presso non potevi venire che vestirti della sua umanità. – Caterina da Siena, Dialogo 153.
Al cercatore di Dio ora manca ancora un ultimo passaggio: la scoperta del Vangelo di Giovanni, il Vangelo dell’apostolo prediletto. Attraverso il cammino fatto insieme agli altri evangelisti, il cercatore di Dio si è scoperto amato e chiamato a testimoniare quest’amore in una sequela fedele e appassionata del Maestro e ha imparato a coltivare nel suo cuore i più squisiti sentimenti umani che formano la ricchezza del suo cuore. Possiamo dire, in un certo senso, che attraverso il Vangelo di Luca, il cercatore di Dio comprende che la sua vocazione è quella di diventare come Maria per essere la gioia del Padre e permetterGli così di poter generare nel suo cuore Gesù. Diventare Maria, cioè una persona come Maria, aperta radicalmente alla volontà del Padre e ricca dei sentimenti più belli per poter generare nel proprio cuore Gesù e con Maria prende coscienza anche lui di avere, insieme con Lei, «trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30).
Ora il cercatore di Dio è chiamato ad approfondire questa grazia, questo amore di cui è gratuitamente beneficato, e scoprirsi così non solo amato, ma anche «prediletto». L’evangelista Giovanni con il suo Vangelo desidera infatti partecipare ai suoi lettori la sua esperienza di «prediletto», cioè di colui che Gesù amava di più. Beneficato da una particolare provvidenza che ha voluto che lui fosse l’amico più intimo di Gesù, Giovanni si autodesigna come «il discepolo che Gesù amava» (cf 19,26; 20,2; 21,7; 21,30) nel senso non che gli altri non fossero anch’essi amati, ma nel senso che fosse il discepolo amato di più. Giovanni capisce che la sua esperienza non gli è stata data solo per lui stesso, ma per farla conoscere anche a tutti coloro che nel cammino della fede sono chiamati da Gesù ad essere suoi intimi amici, amici a cui desidera svelare i suoi segreti e insegnare loro l’amore più grande che è quello di dare la propria vita per i propri amici (15,12-17). Nella sua parabola terrena il Figlio di Dio umanato, soggetto a tutte le limitazioni della natura umana, non poteva essere intimo amico di tutti, ma solo di qualcuno. Ora nella pienezza del possesso della sua umanità glorificata, il Risorto può stabilire con tutti intime relazioni di amicizia e ognuno dei suoi amici può e deve considerarsi il prediletto, cioè colui che viene amato di più. Ogni fedele, cioè ogni amico di Gesù può dire: Io sono stato amato di più…, io sono il discepolo prediletto da Gesù.
E sentendosi amato così, il cercatore di Dio, prende maggiore consapevolezza di quel suo essere figlio, veramente figlio di Dio, amato dal Padre di amore specialissimo, perché ha imparato ad amare il Figlio e il Padre non può non amare chi ama il suo Figlio Diletto (14,23; 16,27). Amici e figli (cf Caterina da Siena, Dialogo 63): ecco la dimensione più profonda dell’essere cristiano vissuto in una inerenza reciproca d’amore: «Il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). All’amico suo prediletto, cioè al cercatore di Dio, Gesù svela i segreti della sua Persona Divina, la sua generazione eterna (17,24; ecc.) facendolo dimorare in essa attraverso l’amore (14,23) e la spirazione del suo Santo Spirito (7,37-39; 16,5-15; 20,20,19-23). L’Amico Gesù gli svela anche il segreto della sua Mamma, il segreto di Maria, la Nuova Eva, la Donna che associa a Sé nell’opera della redenzione dell’umanità (2,1-12) e che sotto la Croce del Figlio genera alla vita della grazia la moltitudine di tutti coloro che, partoriti dal fonte battesimale della Chiesa, saranno fatti figli in Lui. Dall’alto della sua Croce, «il Figlio Primogenito» (Lc 2,7) affida alla Madre, l’amico discepolo, e all’amico discepolo affida sua Madre: «Donna ecco tuo figlio…, figlio ecco la tua Madre» (Gv 19,26-27). L’amico di Gesù prende con sé la sua Mamma e si sforza di essere per Lei come un altro suo Gesù. Per questo, in un certo senso, possiamo dire che la vocazione del discepolo di Gesù nel Vangelo di Giovanni è quella di essere come Gesù per Maria e poiché si può essere sempre più Gesù, il viaggio del nostro cercatore di Dio continua lì in quella Casa, che è la Chiesa, con Maria.
Amen.
j.m.j.