IL DESIDERIO ALL’INIZIO DI UN RITIRO SPIRITUALE

 

Non si apprezzerà mai abbastanza l’importanza del desiderio nella vita dell’uomo. È  stato detto che l’uomo può definirsi essere di desiderio. Il desiderio è, infatti, come la molla profonda di ogni azione, di ogni progetto, di ogni creatività. Senza di esso o con il suo attenuarsi la vita stessa ristagna, rischia addirittura di spegnersi.

   Tornano qui opportune alcune righe di Francesco Alberoni, che pur da laico ricono-sce nel desiderio una dimensione antropologica essenziale:

«… tutti i desideri che aumentano quanto più sono soddisfatti hanno a che fare con l’arricchimento della vita, col suo diventare più complessa … Quando non desideriamo più di desiderare, quando non abbiamo più bisogno di bisogni, siamo inariditi, spenti. La vita è una spinta verso il complesso, verso il «di più». Non desiderare, desiderare di non avere desideri è, perciò, un tornare indietro verso la vita animale e, poi, ancor più indietro fino alla materia organica, a quella inorganica, cioè alla morte».

   Il principio vale anche, anzi a maggior ragione, per la vita spirituale. Lo insegnano i maestri dello spirito, tra gli altri proprio Ignazio, autore del libretto degli Esercizi: percorrendone sia pur rapidamente le pagine c’imbattiamo in non pochi passi significativi dal punto di vista del desiderio. La petizione, per esempio, da premettere a ogni singola meditazione o contemplazione, si esprime chiedendo «ciò che voglio e desidero [48]; il ritiro può avere diversa durata fino a un massimo di 30  giorni circa, ma si  raccomanda di darlo per intero solo «a chi è più libero e desidera progredire al massimo possibile»[20]

Per non dilungarci troppo, ci basti far appello al parere di due ottimi conoscitori del testo ignaziano. Secondo padre Schiavone «Desiderare, nel senso di  forte tensione per raggiungere uno scopo, è tra i verbi, che scandiscono gli Esercizi»; ancor  più succintamente e icasticamente Hugo Rahner  - fin dal 1948 - aveva indicato nell’avverbio latino magis, ossia del sempre di più, la paroletta che, da sola, meglio contrassegna tutta la personalità e il libretto di Ignazio. È così che, al seguito, del noto storico e teologo tedesco la spiritualità del magis, ossia del sempre di più, la spiritualità – potremmo tradurre più liberamente – del desiderio insaziabile è diventata una delle definizioni più diffuse e condivise della spiritualità degli Esercizi.

È tuttavia ancor più importante cogliere la provocazione al desiderio nella Parola stessa di Dio. Un termine biblico che senz’ombra di dubbio si colloca nel vocabolario del desiderio è il verbo cercare. Lo cogliamo sulle labbra stesse di Gesù nel sermone della montagna, quando ci raccomanda la supplica insistente e fiduciosa: «Cercate e troverete», «Chi cerca trova» (Mt 7,7). Quest’ultima frase non fa che riprendere  un antico proverbio corrente anche ai nostri gironi. In sé e per sé non dà nessuna garanzia: c’è infatti chi cerca denaro e resta con quel poco che ha, chi cerca di far carriera e non riesce, chi cerca lavoro e resta purtroppo disoccupato, c’è anche chi cerca moglie e non la trova… Ma sulla bocca del figlio di Dio la frase cessa di essere un mero proverbio: suona come promessa che non teme smentita, diventa provocazione a un desiderio efficace. Ebbene, «cerca e trova» è suggerito a  ciascuno di noi, all’inizio e durante tutto questo ritiro come atteggiamento indispensabile per renderlo fruttuoso, e una maniera di esprimere e di nutrire tale desiderio è proprio la preghiera e la preghiera di domanda.

Il medesimo verbo cercare torna particolarmente significativo nel IV Vangelo. Ci piace constatarne la presenza all’inizio e verso la fine dell’itinerario giovanneo. La prima parola pronunciata da Gesù è quella rivolta ai due aspiranti discepoli che dietro indicazione del battista tentano di prendere contatto con chi è stato loro designato come l’Agnello che toglie il peccato del mondo. Gli si mettono a camminar dietro, e Gesù, allora, sentendosi pedinato, si volta e domanda loro: «Che cosa cercate?», «ti zìeteíte?» (Gv 1,38). Se quei due – Andrea e Giovanni – non avessero desiderato nulla, quella domanda sarebbe rimasta senza risposta e tutto sarebbe finito lì. Invece,sia pur in maniera confusa e imprecisa, un desiderio covava, per così dire, sotto la cenere nel loro cuore. E allora una richiesta quasi banale che poteva sembrare una pura  curiosità riuscirono a formularla: «Dove abiti?» Fu così che cominciò l’avventura capace di cambiare la loro esistenza.

Il profondo senso evangelico del verbo cercare risulta confermato e rafforzato per il fatto che appare anche sul finire del IV Vangelo. Nel capitolo ventesimo – che, secondo il parere comune degli esegeti, rappresenterebbe il capitolo finale della prima redazione giovannea cui solo in un secondo momento si sarebbe aggiunto il ventunesimo – c’imbattiamo in Maria di Magdala nei pressi del sepolcro, smarrita per non aver ritrovato il corpo del Maestro. Proprio in quel momento Gesù risorto le si fa incontro,sotto le vesti di giardiniere, e le chiede: «Chi cerchi?», «tina zìetéi?» (Gv 20,15). Aveva colto nel cuore di quella donna il desiderio, anzi quella passione che – per quanto poco illuminata – l’aveva fatta perseverare sulle tracce dell’amato, senza cedere alla delusione e alla paura. Quella domanda allora non fece fatica a stabilire un contatto, a suscitare una risposta,ad aprire la via all’autorivelazione del Risorto.

Di qui, appare chiaro il ruolo spirituale del desiderio. Non sta solo agli inizi della sequela, ma l’attraversa tutta quanta e la spinge verso la piena maturazione. L’accoglienza del Vangelo non si risolve in un assenso dato una volta per tutte, ma significa entrare in una ricerca continua, in un cammino ininterrotto sotto la spinta di un desiderio che mai si spegne. Di qui, se una direzione deve pur contrassegnare questo itinerario, potrebbe essere individuata nel confronto tra le due menzionate domande del racconto giovanneo: all’inizio – all’apparenza almeno – si tratta della ricerca di un qualcosa (che cosa cercate? Ti z^etéite?) non ancora definito, magari la ricerca di valori evangelici, della sapienza evangelica; ma sempre più ci si accorge che è la ricerca di una Persona concreta (Chi cerchi? tina zêtéi?). Anche noi, lungo questi giorni di meditazione sulla parola, prenderemo sempre maggior consapevolezza di quest’aspetto fondamentale: il Vangelo è Cristo stesso, aderire al vangelo è ricerca continua di Lui. E nella misura in cui lo troviamo sul serio, lo cerchiamo sempre di più.

 

A questo punto, nessuno potrà sottrarsi all’interrogativo: «Ho vivi desideri? Che cosa mi attendo, che cosa cerco, che cosa spero da questi esercizi?»

Forse, la risposta mi è facile. Se mi sento a mio agio, se percepisco me e il mio rapporto con il Signore in termini positivi, tanto meglio. Con il Salmista posso dire: «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia…» (Sal 62,1), oppure «Quanto sono amabili le tue dimore… L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore…» (Sal 83,2-3). Non meravigliamoci però se le cose stessero altrimenti. In ogni caso, il primo atteggiamento da assumere di fronte alla domanda «che cosa sento? che cosa sto provando?» è la trasparenza: cerchiamo di prendere consapevolezza di quelli che sono i nostri effettivi sentimenti, cerchiamo di riconoscerli nella loro istintiva spontaneità, anche se ai nostri occhi fossero poco gradevoli e desidereremmo fossero diversi. Certo, ci piacerebbe incominciare il ritiro con molta vivacità, con tanta fiducia, con acceso desiderio e invecce, forse, ci ritroviamo svogliati,stanchi, freddi o tiepidi, prima ancora di incontrarci con la parola, Non cediamo allo scoraggiamento; prendiamone atto senza troppe difese e presentiamoci al Signore con lo stile di molti salmi di lamentazione: «Pietà di me, Signore: vengo meno; risanami, Signore; tremano le mie ossa…» (Sal 6,3), «Abbi pietà di me, Signore, vedi la mia miseria…» (Sal 9,14).

Per altro, il prendere atto della propria povertà interiore, del proprio deficit di desiderio è già una prima condizione per suscitarlo. Facciamo nostra – parafrasandola – la constatazione e l’implicita richiesta di Maria a Cana, «Non hanno più vino» (cfr Gv 2,3): ci è venuto meno il vino del desiderio, il vino inebriante dello Spirito. Tu solo puoi trasformare l’acqua insipida del nostro cuore nella linfa vitale che fa fruttificare noi, tralci, altrimenti sterili, di quella vita vera che sei tu, o Cristo!

Inoltre, sia chiaro che se Gesù è vicino a noi, addirittura dentro di noi, non è per inquisire e giudicare la nostra freddezza o povertà interiore: la conosce prima che noi ne prendiamo coscienza, e si fa presente a noi non per condannarla, ma per evocare, ossia per far emergere i nostri desideri migliori, sopiti nella tiepidezza o quasi spenti sotto la cenere del nostro attivismo efficientista che è il volto più appariscente della nostra inerzia spirituale. Cerchiamo di riconoscere in Gesù proprio l’evocatore del desiderio… Basterà rifarci all’incontro con la Samaritana presso il pozzo di Sichem per riscoprire la pedagogia evocativa del Maestro (cfr Gv 4). Chi è già familiare con questa pagina giovannea rintraccerà facilmente nei vv. 7, 10, 16, 21 il cammino per cui va evolvendo la situazione di quella donna. È lui, Gesù che per primo esprime un desiderio. Assetato, infatti, e stanco del viaggio chiede «dammi da bere» (v. 7), più che un desiderio è un bisogno a livello fisico, biologico. Sulle sue labbra umane e divine quell’acqua naturale, pur intesa in tutta la sua fisicità, diventa però il punto di partenza, il simbolo che gli permette di alludere a un’altra acqua, proprio quando l’interlocutrice risponde con tono di sorpresa e al tempo stesso di ostentazione. Fin troppo sicura o orgogliosa di quel pozzo e della sua tradizione, la donna ne vorrebbe fare argomento di disputa con quel viandante giudeo (cfr vv. 9, 11-12) e perdersi in vani discorsi, ma Gesù replica provocandola a invertire le parti:  «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice “dammi da bere”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (v. 10), un’acqua, come aggiungerà subito dopo, «che zampilla per la vita eterna» (v. 14), tale che chi ne beve non senta più sete e non abbia più bisogno di tornare ad attingerne (cfr v. 15). La donna allora resta coinvolta e finisce per scoprire in se stessa un’altra sete inappagata e il bisogno di quell’acqua misteriosa: «Signore, dammi di quest’acqua» (v. 15). Le parti si sono davvero invertite. La Samaritana lascia le sue difese, accetta l’apertura a un altro orizzonte di desiderio, quello dello Spirito: è lei a domandare.

Non sarà Gesù capace di operare in noi in questi giorni d’incontro con lui?

 

Quando il desiderio lo sentiamo germinare in noi, è già un dono di cui ringraziare Dio. Ma, lungi dall’esserci vicino solo per provocare le nostre migliori attese e ricerche, Gesù è presente anche per aiutarci a discernerle. Non basta che un desiderio si presenti sotto titolo e forma religiosa per essere veramente buono: i suggerimenti dello Spirito, infatti s’incarnano in una interiorità complessa, esposta anche all’influsso della carne e alle possibili suggestioni del maligno che sa assumere le sembianze dell’angelo di luce. Occorre, quindi, il discernimento, e Gesù ne è maestro. Alle folle giudaiche che lo raggiungevano sull’altra sponda del lago dopo la moltiplicazione dei pani, rivolgeva proprio quest’ammonimento: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati…» (Gv 6,26). Cioè, avverte la loro ricerca, il loro desiderio (ritorna il verbo cercare) e non lo condanna, però ammonisce quella gente a riconoscere l’ambiguità della propria ricerca: avevano accolto volentieri quel cibo e ne avevano colto solo la realtà superficiale, non l’allusione a un altro pane, il pane che discende dal cielo. Di qui, prenderà l’avvio il discorso su  Gesù-panevivo. Come la Samaritana era stata educata a discernere tra acqua e acqua, e le folle del lago a discernere tra pane e pane, così anche noi fin dall’inizio di questo ritiro siamo sollecitati a leggere dentro i nostri desideri e a sottoporli a discernimento.

 

1) Francesco Alberoni, «Impariamo dai bambini: il desiderio non finisce mai», Corriere della Sera, 28-1-1982, p. 3.

 

2) Il testo degli Esercizi utilizzato da p. Rendina è, con alcune libertà, quello pubblicato dal CIS di Napoli nel 2001. I numeri della suddivisione tradizionale in versetti sono citati tra parentesi quadra, senza altre indicazioni.

 

3) L’A. (cfr  S. Ignazio di Loyola, Ricerca sulle fonti, a cura di Pietro Schiamone, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1995, p.92, nota 1) rimanda a [20, 23, 48, 73, 87, 89, 98, 130, 133, 151, 167, 168, 177,199,350].

 

4) È questo l’anno della prima edizione tedesca del sagggio di Hugo Rahner, Ignatius von Loyola und das geshicgtliche Werden seiner Froemmigkeit. Si veda la traduzione italiana in H. Rahner, La mistica del servizio, Milano, Selecta, 1959. Una nuova edizione è prevista tra le pubblicazioni AdP.

 

5) La traduzione letterale sarebbe semplicemente «di più»; preferiamo tuttavia, come più fedele allo spirito, la versione ancora più dinamica «sempre di più».

 

6) Nella versione appena citata, vedi p. 16, ultime righe.

 

7) La traduzione è dalla Bibbia CEI con qualche libertà.

 

8)Queste due frasi – al tempo stesso – molto simili e tuttavia differenti – potrebbero, a nostro parere 8osiamo esprimerlo, ma ne lasciamo il giudizio agli esegeti), costituire una specie d’inclusione semitica che finirebbe in qualche modo per incorniciare e definire l’unità narrativa del testo incluso (nel nostro caso, di tutto il IV Vangelo).

 

9) Per i Salmi, si è scelta la numerazione tradizionale della Vulgata, preferita ancora dalla Liturgia.

 

 

Tratto da

SERGIO RENDINA, Con i sentimenti di Gesù – Un ritiro Ignaziano di otto giorni, Ed. ADP

Inseguendo l’Agnello