SACRA RITUUM CONGREGATIO
section historica
S. Hist. n. 63
PINEROLIEN.
beatificationes et canonizationis
servi dei
PII BRUNONIS LANTERI
fundatoris congregationis oblaturum m. v.
(†1830)
––––––––––––––––
POSITIO
super introductione causæ
et super virtutibus
ex officio compilata

typis polyglottis vaticanis
mcmxlv
DOCUMENTA
_________
PREMESSA
Per dare alla ricca ma frammentaria documentazione relativa alla vita del Servo di Dio Pio Brunone Lanteri una certa unità logica, abbiamo creduto opportuno dividerla in sei parti, ognuna delle quali si riferisce ad un aspetto speciale della vita e dell'attività del Servo di Dio. In ciascuna parte i documenti verranno disposti in ordine cronologico.
Diamo subito l'indice di queste sei parti, con l'indicazione del loro contenuto e dei Documenti compresi in ciascuna di esse:
PARS PRIMA: Documenta quae ad vitam Servi Dei Pii Brunonis Lanteri spectant, annis 1759-1830: Doc. I-XIX.
PARS SECUNDA: Documenta quae Servum
Dei moderatorem vel fundatorem quarundam piarum societatum respiciunt, annis
1780-1829: Doc. XX-LIII.
PARS TERTIA: Documenta quae ad fundationem
Congregationis Oblatorum M. V. spectant, annis 1816-1830: Doc LIV-LXV.
PARS QUARTA: Excerpta e scriptis servi Dei, annis 1782-1822: Doc. LXVI-LXIX.
PARS QUINTA: Documenta quae tum ad vitam Servi Dei cum praesertim ad eius famam sanctitatis referuntur qua eque post eius mortem composita fuerunt, annis 1830-1870: Doc. LXX-LXXXVIII.
PARS SEXTA: Excerpta e Processu ordinaria auctoritate constructo in Curia Pineroliensi annis 1930, 5 aug. – 1931, 16 iun: Doc. LXXXIX.
PARS PRIMA
DOCUMENTA QUAE AD VITAM SERVI DEI
PII BRUNONIS LANTERI SPECTANT, ANNIS 1759-1830
(Doc. I-XIX)
______________
In questa prima parte abbiamo raccolto i documenti che contengono dati biografici o comunque brevi accenni alla vita del Servo di Dio in genere.
DOC. I
TESTIMONIUM BAPTISMATIS Servi Dei, anno 1759, 12 maii. – Ex copia authentica in archivo Postulationis O. M. V. asservata, S. I, 1443.
Dell'attestato di battesimo del Servo di Dio Pio
Brunone Lanteri esiste tuttora l'originale nei registri parrocchiali di Santa
Maria della Pieve in Cuneo (Liber X Bapt., 1748-
Prendiamo occasione dalla pubblicazione di
questo attestato per dare un cenno sulla famiglia del Servo di Dio. Suo padre,
Pietro Lanteri, apparteneva ad un'onorata famiglia di Briga (oggi Briga
Marittima, provincia di Cuneo) nel territorio della Contea di Nizza, ed era
medico. Da Briga egli si trasferì nella città di Cuneo, ove acquistò fama di
ottimo cristiano e di integerrimo professionista; la sua carità era così grande
e i benefìci che recava agli ammalati poveri così segnalati, che veniva
chiamato «Padre dei Poveri» (cfr. P. Gastaldi, Della vita del Servo di Dio Pio
Brunone Lanteri, fondatore della congregazione degli Oblati di Maria Vergine,
Torino 1870, pag. 18). Di lui si conserva ancora una pubblicazione di carattere
scientifico intitolata: Febris epidemicae, quae Cunei anno MDCCLXXIV et LXXV
grassata est, historia, Nizza 1776. Unitosi in matrimonio con Margherita
Fenoglio, sua remota parente, il 2 luglio 1746 (Liber Matr.,
1. Maria Caterina, nata il 3 settembre 1747 (Liber
Bapt.,
2. Pietro Ambrogio, nato il 6 dicembre 1748 (Liber
Bapt.,
3. Giacomo Raffaele, nato il 24 ottobre 1749 (Liber
Bapt.,
4. Maria Angelica Luisa, nata il 2 gennaio 1751 (Liber
Bapt.,
5. Anna Maria Teresa, nata il 28 ottobre 1752 (Liber
Bapt.
6. Giuseppe, nato tra il 1753 e il 1759, cresimato il 3 maggio 1766 (Liber Confir., 1766, n. 38, della parrocchia di S. Maria della Pieve), entrato fra i Minori Conventuali nel 1770 (cfr. Biancotti, Doc. LXXXI); non si conosce la data della sua morte.
7. Pio Brunone, nato il 12 maggio 1759, morto il 5 agosto 1830; è il nostro Servo di Dio.
8. Agostino Luca, nato il 28 agosto 1760 (Liber Bapt.,
9. Margherita, nata nel 1762, morta il 24 maggio 1764
(Liber Mort.,
10. Giuseppe Tommaso, nato il 19 luglio 1763 (Liber
Bapt.,
Margherita Fenoglio, madre del Servo di Dio morì il 19
luglio 1763, dopo aver dato alla luce l'ultimo figlio Giuseppe Tommaso; Pietro
Lanteri, il padre, sopravvisse lungamente e morì il 31 ottobre 1784 (Liber
Mort.,
In libro baptizatorum Ecclesiæ parrocchialis S.Mariæ de Plebe Civitatis Cuneensis sub Anno Domini millesimo septingentesimo quinquagesimo nono legitur ut infra.
Anno Domini 1759 die duodecima maji R.dus D. Bernadinus Falcus Vice-curatus baptizavit Infanem natum hora vigesima ejusdem diei ex D. D. Petro Lanteri, et Margherita, filia quondam Josephi Fenolii ejus coniuge, cui impositum fuit nomen Pius Brunus pancratius. Patrini fuere Dns Pious Eula et Dna Lucia uxor Dni Josephi Riboletti. In originali subscriptus Maurtius Dalmatius Murena Archipresbyter et Parochus.
In quorum fidem rogatus hanc dedi sigillo parocchiali munitam. Datum Cunei die 1 decembris 1824.
(l.s.) Pr. Aloysius Arena, V. Curatus
Amedeus Brunus Comes a Samono Dei et apostolicæ Sedis gratias Episcopus Cuneensis. – Universis et singulis præsentes Nostras inspecturis fidem facimus et testamur admodum Rev.dum D.num Aloysium Arena qui restroscriptam fidem exaravit esse vere vicecuratum Ecclesiæ Parrocchialis Sanctæ Mariæ de Plebe huius Civitatis ejusque in prædicto suo munere attestationibus et subscriptionibus adhiberi fidem in judicio et extra.
Datum Cunei ex Palatio Episcopali
Die 1 decembeis 1824
DOC. II
TESTIMONIUM CONFIRMATIONIS Servi Dei, anno 1772, 28 novembris. — Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. osservato, S. I, 1446.
Il registro dei Cresimati della parrocchia di Santa Maria della Pieve in Cuneo, ove trovasi annotato anche il nome del Servo di Dio, esiste tuttora. Qui riproduciamo l’attestato autentico che ne diede il viceparroco della parrocchia, il 26 settembre 1780, probabilmente in vista delle sacre ordinazioni che il Lanteri doveva ricevere in Torino. Il Servo di Dio fu cresimato all’età di 13 anni nella parrocchia di Santa Maria della Pieve, il 28 novembre 1772, da Mons. Giovanni Ignazio Gautier, vescovo di Iglesias (Sardegna), a ciò delegato dal vescovo di Mondovì da cui dipendeva allora la città di Cuneo. Non ci fu possibile rintracciare la data della prima comunione del Lanteri, ma secondo l'uso del tempo, la dovette ricevere press'a poco contemporaneamente alla Cresima.
Fidem facio Ego infrascriptus Vicecuratus Parrocchialis Ecclesiæ Sanctæ Mariæ Civitatis Cunei Diœcesis Montisregalis D. Clericum Brunonem Lanteri fiulium perillustris D. Medici Petri fuisse ab Ill.mo et rev.mo D.D. Joanne Ignatio Gautier Episcopo Ecclesiensi et Comite, ex delegatione Ill.mi et rev.mi D. D. Michælis Casati Episcopi Montisregalis Collegiata insigni B. M. V. ad nemora, anno Incarantionis Dominicæ millesimo septingentesimo septuagesimo secundo, die vigesima octava Novembris: Patrino adhibito Ill.mo D. Francisco Beltrando; uti legere est libro secundo Confirmatorum fol. 20 pag.a 2.da. idcirco hoc veritatis testimonium propria manu exaratum et Parrochiali sigillo firmatum dedi, Cunei, die 26 septembeis 1780.
(l. s.) Franciscus Antonius Bruni V. Curatus
DOC. III
FACULTAS Servo Dei ab episcopo Montis Regalis in Pedemontio concessa induendi habitum ecclesiasticum, anno 1777, 17 septembris. — Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I., 10.
Sappiamo dal Biancotti (cfr. Doc. LXXXI), uno dei primi biografi del Servo di Dio, che il diciasettenne Lanteri, sentendosi chiamato allo stato religioso, entrò nella Certosa di Chiusa di Pesio (1776), posta nelle vicinanze di Cuneo. Il volenteroso giovane non potè tuttavia effettuare il suo progetto a causa della troppo delicata complessione fisica, e il superiore lo dovette rinviare a casa dopo soli otto giorni. Fu allora che il Lanteri venne nella determinazione di dedicarsi al Signore nello stato ecclesiastico secolare. Chiese ed ottenne infatti dal Vescovo di Mondovì, suo Ordinario, la facoltà di vestire l'abito ecclesiastico (17 settembre 1777). Subito dopo si recò a Torino per frequentare il corso di teologia che allora veniva impartito nella Regia Università.
Michæl Casati Congregationis Clericorum Regularium, Dei et Apostolicæ Sedis gratias Episcopus monits Regalis, et Comes. – Dilecto Nobis in Christo D. Pio Bnrunoni Lantwei filio D. Medici Petri in Civitate Nostræ Dioec. Natuo Salutem in Domino – Requisitioni tui parte Nobis hodierna die factæ benigne annuente, ut habitum Clericalem sumere, induere, et in eo incedere possis, et valeas, attento quod Nobis satis constat de tuis legitimis natalibus, sufficienti Doctrina, morum honestate, ac pio desiderio laudabiliter progrediendi in statu ecclesiastico, harum serie facultatem facimus, et licentiam impertimur in Domino. – Dat. Monteregali ex Palatio nostro Episcopali die XVII mensis Septembris Millesimo septingentesimo septuagesimo septimo.
(l. s.) † Michæl Episcopus
Bassus Cancellarius
DOC. IV
TESTIMONIUM quo Pius Bruno Lanteri servum perpetuum B. M. V. sese declarat, anno 1781, 15 augusti. — Ex originali archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. II, 1b.
Il 15 agosto del 1781, nella imminenza
della sua ordinazione al suddiaconato, avvenuta il 22 settembre dello stesso
anno, il giovane levita Pio Brunone Lanteri si consacrò irrevocabilmente a
Maria Santissima con un caratteristico atto di schiavitù. Non si tratta
dell'atto di schiavitù istituito e praticato dal B. Grignion de Montfort, il
cui Traité de la vrai dévotion a
Comunque l'atto di cui abbiamo parlato non è che il riflesso della tenera devozione che il Servo di Dio nutriva verso Maria Santissima, alla quale era stato consacrato dal suo padre sin dall'infanzia. È noto infatti che il Lanteri soleva spesso ripetere: «che egli non aveva altra madre, fuori di Lei», cioè di Maria Santissima (cfr. Doc. LXXXI).
Sulle origini dell'atto di schiavitù cfr.
Mons. Laveille, Le B. Grignion de Montfort, 1673-1716, d'après des documents
inédits, Paris 1906, pag. 379; P. Pourrat, La spiritualité chrétienne Paris,
vol. III (1927), pp. 498-499, vol. IV (1928), pp. 398-399; J. -M. Le Bail,
SCRITTURA DI SCHIAVITUDINE
Cuneo, li 15 Agosto 1781.
Sappiano tutti coloro nelle mani delle (sic) quali capiterà questa mia scrittura, che io sottoscritto B[runo] mi vendo per ischiavo perpetuo della B. V. Maria N. S. con donazione pura, libera, perfetta della mia persona, e di tutti i miei beni, acciò ne disponga ella a suo beneplacito come vera, ed assoluta Signora mia. Siccome mi riconosco indegno d'una tal grazia prego il mio S. Angelo Custode, S. Giuseppe, S. Teresa, S. Giovanni, S. Ignazio, S. Francesco Saverio, S. Pio, S. Bruno, acciò mi ottengan da Maria SS. che si degni ricevermi tra suoi schiavi. In confermazione di ciò mi sottoscrissi
Pio Bruno Lanteri
DOC. V
LITTERÆ TESTIMONIALES de ordinatione sacerdotali a Servo Dei suscepta, anno 1782, 25 maii. — Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 13.
II Servo di Dio
ricevette
Victorius Cajetanus Balthassar Maria Costa de Arignano Divina Miseratione, et Apostolicæ Sedis Gratias Archiepiscopus Taurinensis et Magnus S. R. M. Eleemosynarius.
Dilectum Nobis in Christo R.dum D. Lanteri Pium Brunonem vivitatis Cunei, diœcesis Montiregalis, in sacro Diaconatus ordine costitutum, super defectum ætatis 13 mensium vigore Brevis apostolici diei 22 ultimi elapsi mensis januarii pontificia auctoritate dispensatum, ac legitime dimissum, vita, moribus, ætatis, doctrina, ceterisque per sacrum Concilium Tridentinum requisitis idoneum habitum fuisse qui promoveretur, et ordinaretur; ea propter ad sacrum Ppresbyteratus ordinem promovendum atque ordinandum duximus, ac promotum, et ordinatum esse a Nobis die vigesima quinta mensis maii, sabbato quatuor Tenporum post Pentecostem, anno millesimo septingentesimo octogesimo secundo, indictione Romana quintadecima, Taurinorum Augustæ in archiepiscopali publica nostra ad archienpiscopales hædes nostras eclesia, Deiparæ Virgini Immaculatæ Conceptæ sacra, sacros Ordines in Domino celebrantes, hisce consignatis litteris universis testatum facimus, ac pronunciamus. Adfuerunt ad hæc vocati ac rogati testes adm. R. R. D. D. Prior Petrus Hieronymus Soleri Nobis a cæremoniis ac Joseph Dominucs Mazzocchi, cappellani nostri familiares. – Datuma Taurini anno, mense, die, indictione, et loco citato, ut supra,
† V. Cajetanus Archiep.us Taurinen.
Casetti Cancellarius
DOC. VI
MANEAT ab Archiepiscopo Taurinensi Servo Dei concessum, anno 1782 23 novembris. — Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 137.
II Servo di Dio, conseguita la laurea in sacra Teologia nell'Università di Torino il 13 luglio 1782 (cfr. Diploma originale, conservato nell'archivio della Postulazione O. M. V., S. I, 1463) e col previo consenso del suo Ordinario di Mondovì, ottenne dall'arcivescovo di Torino, Mons. Costa di Arignano, di poter rimanere in quella città. Fra i diversi «Maneat» e «Exeat» concessi al Servo di Dio e conservati nell'archivio della Postulazione (S. I, 136-141), diamo qui soltanto il primo rilasciatogli il 23 novembre 1782 dall'arcivescovo di Torino. Dal medesimo arcivescovo il Lanteri ebbe pure la prima patente di confessore, il 22 ottobre 1785. Le patenti di confessore, ottenute dal Servo di Dio in Torino ed altrove, sono tuttora conservate nell'archivio della Postulazione (S. I, 154-165).
Victorius Cajetanus Balthassar Maria Costa de Arignano.
Divina Miseratione et Apostolicæ Sedis gratrias, archiepiscopus Taurinensis, et magnus S. R. M. Eleemosynarius.
Dilecto Nobis in Christo ad. R. D. Pio Brunoni Pancratio Lanteri, presbytero civitatis Cunei, diœcesis Montisregalis. S. T. D. salutem in Domino.
Quoniam ex illustrissimi, ac Reverendissimi Ordinarii tui litteris commendatitiis veniam tibi datam constat degendi extra fines diœceseos; nos petentem, ut in nostra versari tibi fas sit, facile suscipientes, hanc tibi potestatem factam volumus ad [il tempo non fu indicato] modo a sac. Conc. Trid. Decreris, synodalibus Taurinen. Costitutionibus, et iis omnibus, et singulis, quæ proxime per Litteras Pastorales ediximus, ne latum quidem unguem discedas. Propterea per Nos addictus ecclesiæ parocchiali, in cuius territorio moraberis iis sedulam operam navabis, in quavis æde Monialium Sacra non facies, et ab iis omibus, quæ Cleri, et Sacerdotii nomini, ac dignitati minus consentanea videantur, longe abhorrebis. Quarum quidem rerum omnium Nobis, ubi libuerit, a curato, vel rectore ecclesiæ adferes testimonium.
De Taurini, die vigesima tertia mensis novembris, millesimo septigentesimo octogesimo secundo,
Cautionem præstitit in personam ad. R. D. Julii Sineo a Turri Palleria, presbyteri Taurinen., die 16 huius mensis novembris
Octavius Burghesius, provic. generalis
A. Davichius, pro canc.
DOC. VII
TESTIMONIA de bonis moribus Servi Dei, annis 1785 et 1787.
Il primo di questi attestati fu rilasciato al Servo di Dio dal Parroco di S. Tommaso in Torino nella cui parrocchia egli aveva dimorato per cinque anni. Il suddetto attestato va messo, con ogni probabilità, in relazione con il conseguimento della prima patente di confessore, ottenuta dal Servo di Dio due giorni dopo, cioè il 22 ottobre 1785.
Il secondo attestato fu concesso dal Vescovo di
Losanna in occasione del breve soggiorno che il Servo di Dio fece, nel
1
Testimonium de bonis moribus Servo Dei concessum a parocho S. Thomæ Augustæ Taurinorum, anno 1785, 20 octobris. – Ex originali in archivio Postulationis O.M.V. asservato, S. I, 6.
Adomodum Reverendum D. Pium Brunonem Cuneensem Sacerdotem, huius Parœciæ quinquennio incolam, singulari morum probitate, pietate, exemploque jugiter præfulsisse subscriptus ego prudens, sciensque testor. – Ex S. Thoma Apostolo – Taurini die 20 8bris 1785.
F. Ireneus M. Bonardelli, curatus S. Thomæ Apostoli.
2
Testimonium de bonis moribus Servo Dei concessum ab episcopo Lausannensi, anno 1787, 19 maii. – Ex originali in archivio Postulationis O.M.V. asservato, S. I, 7.
Bernardus Emmanuel de Lenzburg. Dei et Sanctæ Sedis Apostolicæ Gratia,
Episcopus ac Comes Lausannensis. S. R. I. Princeps, et Appas Infulatus Monast.
B. M. V. de Altaripa Ord. Cisterc, etc. etc.
Hisce notum facimus et attestamur Perillustrem ac R.dum D.num Lanteri Dioœsis Montisregalis oriundum, qui in hac nostra aliquandiu commoratus est, esse bonæ vitæ, conversationis, famæ et doctrinæ, nulloque quod sciatur, censuræ ecclesiasticæ vinculo innodatum, propter quod a confectione vel perceptione Sacramentorum arceri possit. Unde illum, tum propter disciplinæ ecclesiasticæ studium, tum propter compositos et inculpatos mores omnibus prælatis ecclesiasticis, aliisque quibuscumque personis enixe cupimus commendatum. In quorum fidem etc. – datum Friburgi Helvetiorum, die decima nona mensis maii, anno millesimo septinegentesimo octogesimo septimo.
(l.
s.)
† B. E. M. Ep. Lausannensis
DOC. VIII
TESTIMONIA ADLECTIONIS Servi Dei inter
varias pias societates, annis 1790-1809. — Ex originalibus in archivo
Postulationis O. M. V. asservatis, S. I, 166-172.
Fra le carte appartenute al Servo di Dio e conservate oggi nell'archivio della Postulazione degli Oblati di Maria Vergine vi sono vari biglietti che comprovano la sua aggregazione a diverse Pie Società o Unioni non solo di Torino, ma anche di Besançon, di Pisa e di Roma. Li pubblichiamo tutti in questo documento, perché sono altrettanti testimoni della pietà del Servo di Dio.
Del terzo e del quinto biglietto, daremo solo l'estratto che si riferisce al Lanteri.
1
Biglietto di aggregazione ad una Pia Unione di Besançon.
«Jésus triste jusqu’à la
mort» – L’heure de M. Pie Bruno Lanteri prêtre pour la conversion des pécheurs,
sera depuis… (Douleurs intérieures de J. C.)… Enregistré au livre
de l’association pour le mercredi 5 … à Besançon 1790. – Sœur Hugon sacristaine
des religieuses du Refuge.
2
Aggregazione alla pia Unione del Sacro Cuore di Gesù, canonicamente eretta in Roma nella Venerabile Chiesa di S. Maria in Cappella per tutti i fedeli in qualunque parte del mondo si trovino.
Io Brunone Lanteri per
accrescere sempre più
(l. s.) Sodalitas S. Pauli Ap.li.
L. Felici Regolatore Primo dell'Unione di S. Paolo Apostolo — Reg. L. — Num. degli Aggregati 73613 — in Roma 1803.
3
Elenco (a stampa) degli ascritti alla Pia Società della B. M. V. delle Grazie nella Chiesa di S. Tommaso Apostolo della città di Torino…
al n. 42: Lanteri Bruno Teologo (1805).
4
Biglietto d'accettazione nella Confraternita di Maria Santissima Ausiliatrice.
Io sottoscritto Deputato, ed Agente della Confraternita di Maria SS.ma Ausiliatrice, eretta in Pisa, dichiarata unita a quella di Monaco di Baviera per Breve della S. Mem. del Sommo Pontefice Pio VI, sotto il dì 15 febbraio 1799, ricevo in vigore di questo certificato ed accetto in questa Confraternita il M. R. Sacerd. Sig. Pio Bruno Lanteri per essere partecipe di tutte le grazie, ed altri beni spirituali concessi a questa Confraternita.
Dato a Pisa il 26 del mese di aprile l'anno 1809.
P. E. Giovanni Braccelli, Deputato.
5
Biglietto di aggregazione all'Associazione del S. Piagato Cuore di Gesù, nella Chiesa delle M. RR. MM. della Visitazione in Torino...
Sig.r D. Pio Bruno Lanteri — S'invitano tutte le anime divote del Sagro Cuore di Gesù a ritrovarsi in ispirito ciascun giorno in questo Cuore Santissimo a 3 ore prima di mezzo dì, nel mezzo dì, e tre ore dopo, per rendergli così raccolte, ed unite riverentissimo omaggio, e vivi ringraziamenti di tutti i di lui benefizi, con una breve elevazione di mente, e compire all'Adorazione del 3° Venerdì di ottobre dalle ore 8 sino alle 9 [senza data].
DOC. IX
EPISTOLA Servi Dei ad sacerdotem Augustinum Eula circa oratorium Sancti Jacobi apud «Briga», Taurini anno 1800 11 julii. — Ex originali (minuta) in archivo Postulationis O.M.V. asservato, S. II, 23.
Il Lanteri esercitava il diritto di patronato sulla cappella di San Giacomo del Fontano situata nel territorio di Briga, paese d’origine di suo padre. Non potendo da Torino, dove risiedeva occuparsi direttamente di ciò che riguardava tale cappella, il Servo di Dio aveva dato al suo cugino, sacerdote Agostino Eula, l’incarico di occuparsene. La lettera che qui pubblichiamo documenta la cura posta dal Lanteri nell'adempimento dei suoi doveri come patrono. Nell'archivio della Postulazione esiste soltanto la minuta di questa lettera.
Stimat.mo Sign.re e Cugino Car.mo,
Sono ben sensibile alle attenzioni che si è sempre preso e si prende tuttora a riguardo della Cappella di S. Giacomo, e gliene rendo distintissime grazie. Approvo affatto l'elezione da lei fatta del Cappellano nella persona del Signor D. Giovan Battista Arnaldi, quale prego riverire per parte mia, godendo sentire da V. S. che compie in tutto agli obblighi annessi, cosa che, sommamente gli raccomando unitamente alla manutenzione di detta Cappella. Mi rallegro che tra breve il Cugino D. De Medici, nipote di D. Pietro sarà ordinato Sacerdote, e tanto più mi rallegro perché ne ho sentite ottime informazioni, onde mi farò sempre un piacere di potergli giovare in qualunque cosa io possa. Scusi se ho tardato tanto a rispondere allo stimatissimo di lei foglio; le mie occupazioni e la mia assenza da Torino ne furono la cagione. E con particolare stima ed affetto mi protesto
Di V. S. Car.ma e Stim.ma
Torino, li 11 luglio 1800.
L[anteri].
DOC. X
DOCUMENTA quae pertinent ad relegationem Servi Dei in domo sua rustica decreto publicae auctoritatis Napoleonicae, annis 1811-1816.
II 10 giugno 1809, Pio VII scomunicava Napoleone il quale aveva decretato scaduto il dominio temporale dei Papi. Nella notte del 5 al 6 luglio seguente, l’Imperatore, rispondeva alla scomunica facendo rapire e trasportare in Francia, com'è noto, l'inerme Pontefice, il quale dopo 41 giorni di strapazzi veniva ricondotto in Italia e relegato nel palazzo vescovile di Savona (16 agosto), dove, privato di tutti i suoi consiglieri, ebbe anche la proibizione di comunicare con qualunque chiesa e qualsiasi suddito dell'Impero (14 gennaio 1811).
In Torino si venne subito formando un accurato servizio segreto di assistenza per l'Augusto Prigioniero di Savona e per i Cardinali, i Prelati e i Sacerdoti imprigionati — in particolare nel forte di Fenestrelle — da Napoleone. Tra i membri addetti a questo servizio troviamo intrepidi sacerdoti, come il Lanteri, il Daverio, il Guala ecc. e valorosi e pii laici, come il Marchese Cesare Taparelli d'Azeglio, il banchiere Gonella, il Cav. Renato d’Agliano ecc.
Per quanto ci è dato sapere il Lanteri era l'anima di tutto questo intenso e segreto lavoro di assistenza: egli incominciò dapprima col difendere il Pontefice divulgando scritti personali ed opere di altri autori che trattavano dei diritti e delle prerogative del Papa (cfr. Doc. XLVII; LXXII; LXXVII; LXXIX; P. Gastaldi, op. cit., pag. 200); quindi gli fece pervenire vistose somme di denaro, perché non avesse a dipendere dal Principe oppressore (cfr. Doc. LXXII; P. Gastaldi, op. cit., pp. 200-201), e preziosi documenti che gli servirono per preparare importanti lettere e brevi a Cardinali e Vescovi (cfr. Doc. LXXIX; P. Gastaldi, op. cit., pag. 203). Fra i documenti trasmessi all'Augusto Prigioniero meritano di essere ricordati gli Atti del concilio di Lione (1274), che il Cav. Renato d'Agliano, ammesso al bacio del piede del Pontefice, riuscì a nascondere nelle di lui vesti; atti che servirono a Pio VII per il Breve del novembre l8l0 sui vescovi e vicari capitolari e che l'Imperatore dichiarò poi, il 25 gennaio 1811, contrario alle leggi dell'impero e alla disciplina ecclesiastica.
La storicità dei fatti relativi all'attività del Servo di Dio in favore di Pio VII è fuori dubbio, perchè narrati da tre sacerdoti vissuti per lunghi anni col Lanteri, cioè il Loggero (Doc. LXXIX), il Ferrero (Doc. LXXII) e il Craveri (Doc. LXXVII).
Sull'attività di questo servizio segreto di assistenza
per il Pontefice, i Cardinali, i Prelati e i Sacerdoti imprigionati da
Napoleone, organizzato in Torino, le notizie sono rare e sparse; oltre i
documenti sopra ricordati e quelli che verranno pubblicati qui appresso, cfr.
B. Pacca, Memorie storiche del ministero, de’ due viaggi in Francia e della
prigionia nel forte di S. Carlo in Fenestrelle, 2a ediz. Roma 1830,
parte II, cap. V, pp. 227-228; Marchesa Cristina Morozzo d'Azeglio, Il Marchese
Cesare d'Azeglio, cenni biografici sul suo marito, editi e annotati da A. G.
Tononi, in
Tanta attività in pro del Pontefice non poteva
sfuggire all'esosa polizia napoleonica: il nome del Lanteri fu infatti trovato
tra le carte di un certo Bertaud du Coin di Lione, anch'esso occupato
nell'assistenza segreta del Papa. Il Lanteri fu interrogato e poi confìnato in
una sua piccola casa di campagna, detta
In questo documento pubblicheremo tutto l'incartamento della polizia relativo alla relegazione. Questi pezzi, uniti alle testimonianze dei tre sacerdoti poc'anzi ricordati, i quali hanno vissuto col Servo di Dio, portano anch'essi il loro contributo per documentare l'attività del Lanteri in favore di Pio VII. Non osta il fatto che il Lanteri dichiari di non aver consegnato nulla al signor Bertaud du Coin (n. 2), di non conoscer nessuno a Savona e di non aver scritto personalmente nessuna lettera (n. 5), poiché egli aveva i suoi fidi agenti e segretari, tra i quali il Cav. Renato d'Agliano e il Sac. Giuseppe Loggero.
L'incarto della polizia, ora conservato nell'Archivio
Nazionale di Parigi (N. 1621, S. 2, Du Coin, Turin, Lanteri et Daverio, les
abbès;
1° una lettera del Ministro dei Culti all'Arcivescovo di Torino (n. 4);
2° una lettera dell'Arcivescovo al Ministro dei Culti (n. 5);
3° due lettere dell'Arcivescovo di Torino al Lanteri (nn. 11,13);
4° una lettera dell'Arcivescovo al Direttore della Polizia, Sig. d'Auzers (n. 12);
5° un attestato di buona condotta rilasciato dal Lanteri al Loggero, quando questi desiderava entrare nella Compagnia di Gesù (14).
Tutti i documenti aggiunti sono conservati nell'archivio della Postulazione e della Curia Arcivescovile di Torino.
1
Minuta di una lettera del Ministro della Polizia Generale al Direttore della Polizia dei dipartimenti «au-delà des Alpes», circa l'arresto del Sig. Bertaud, Parigi 1811, 19 gennaio. — Dall'originale conservato nell'archivio Nazionale di Parigi, N. 1621, série 2ème.
Il Ministro della Polizia Generale francese annuncia con la presente lettera al Sig. d'Auzers, direttore della Polizia nei dipartimenti d'Italia, di aver fatto arrestare un certo Bertaud du Coin di Lione, perché si era recato a Savona ed aveva rimesso e ricevuto corrispondenza dal Pontefice, e di aver trovato fra le sue carte una lista di indiziati. Fra questi figura anche il Lanteri. Il Ministro inviava copia della lista e ordinava che si procedesse all'interrogatorio e, nel caso, all'arresto degli indiziati.
II Ministro pensava che fra Torino e Savona dovesse esistere una regolare linea di corrispondenza; il sospetto era veramente fondato, come lo dimostrano varie testimonianze dell'epoca.
Le perquisizioni e gli interrogatori ordinati dal Ministro furono eseguiti, e nella famiglia Cordero di Montezemolo di Mondovì si conserva ancora memoria delle noie ch'ebbe a soffrire il loro avo Demetrio (uno degli indiziati che figura nella lista), dalle quali fu poi liberato per le sue amichevoli relazioni col Generale Sérrurier (cfr. Memorie manoscritte raccolte dal Generale Vittorio Cordero di Montezemolo; gli estratti che c'interessano sono conservati nell'archivio della Postulazione, S. I, 1492a.b).
La lettera che qui pubblichiamo non è firmata, essendo la semplice minuta; l’originale doveva però portare la firma del Ministro della Polizia, Duca di Rovigo, come si vede dalla risposta del Direttore della Polizia (n. 2).
N° 1621, srie 2
Paris, le 19 janvier 1811.
Monsieur le Directeur de Police à Turin.
Je viens,[1] Monsieur, de faire arrêter le Sr Bertaut du Coin de lyon.
Cet homme a fait, en 9bre dernier le voyage à Savone, près du Pape,
envoyé par quelques prêtres factieux et brouillons.
Il a vu le Pape, a remis et reçu des dépêches et est revenu à
Il est convenut du fait, et de l’objet du voyage, mais sans vouloir
expliquer quels ont eté les moyens, et conséquemment quels sont les
intermédiaires de cette corrispondence, mais j’ai trouvé dans ses papiers la
pièce don’t je vous envoie copie. Je ne doute nullement que ce ne soient les
principaux agents placés sur le différents points de la ligne depuis Savone
jusqu’à
Je vous charge expressément de vérifier mes soupçons à cet égard en
faisant interroger avec le plus grand soin ces personnes en commençant par M.
Conrade et ensuite tous les autres, dan le même temps autant que possible.
Vous chercherez à connaître particulièrement tous le autres agents de
cette ligne de corrispondence que j’ai lieu de croire être montée depuis
longtemps avec beaucoup de soin; ils devront pareillement être interrogés. Il
conviendra conséquemment d’examiner soigneusement les papiers de chacun, et de
ne négliger aucune des indications qui peuvent faire connaître: 1° les
circostances et lìépoque du voyage de Berthaud du Coin; 2° si lui ou
quelqu’autre agent n’en aurait pas fait antérieurement et 3° si cette même
ligne n’à pas servi à d’autres communications, ou à des transmissions de dépêche
scrètes entre Savone et
Je vous recommande de mettre dans cette opératione toute l’attention que
son importance exige.
Vous maintiendrez en détention jusqu’à ma détermination ultérièure ceux
dont les explications ne vous auront pas paru franches et sincéres, ou dont les
interrogatoires ou les papiers auraient fourni quelques preuves de complicité
dans les manœuvres don’t il s’agit.
Agréez, je vous prie, Monsieur, les assurances de ma considération la plus distinguée.
In un foglio a parte trovasi l’elenco degli indiziati:
M. René Galleani d’Aglian
M. l’abbé Brunon Lanteri
M. ò’abbé Daveri
M. Démétrius Cordero de Montezemo [Montezemolo] a Mondovì
M de Sinsan
M. Conrade ingénieur des ponts et chaussées à
2
Lettera del Direttore della Polizia dei dipartimenti «au-delà des Alpes» al Ministro della Polizia Generale, circa gli interrogatori fatti ad alcuni imputati, tra cui il Servo di Dio, Torino 1811, 29 gennaio. — Dall’originale conservato nell’Archivio Nazionale di Parigi, N. 1621, sèrie 2ème.
Il Signor d’Auzers, Direttore della Polizia dei dipartimenti «au-delà des Alpes», notifica al Ministro della Polizia Generale a Parigi che ha adempiuti gli ordini ricevuti nella lettera precedente, e che ha sottoposto a interrogatorio e a perquisizione i sei indiziati indicati nella lista.
Interessantissima è la parte che si riferisce al
Lanteri, che sappiamo essere stato perquisito ed interrogato lo stesso giorno,
29 gennaio
Della lunga lettera del Direttore della Polizia, come delle annotazioni fatte in margine all’originale da impiegati del Ministero, abbiamo creduto opportuno dare il testo completo, perché costituisce il documento più importante di tutto l’incartamento.
Cabinet
N° 729
(B. 8, février)
Torino, il 29 gennaio 1811
Monseigneur,[2]
Je n’ai reçu que le 26 de ce mois, la lettre que Votre Excellence m’a fait l’honneur de m’écrire en me faisant connaîtrel’arrestation qui vient d’être opérée à Lyon, du sieur Bertaut du Coin, et de me transmettettant une liste de six individus qui a été trouvée sur lui.
Votre Excellene m’ordonne, en même temps, de chercher
à découvrir s’ils ne sont pas les agents de differents points de la ligne,
pepuis Savone jusqu’à Turin, pour une corrispondance de quelques prêtres
factieux et brouillons.
Je me suis occupé de suite de cette affaire, avec
l’attention que son importance exige. J’ai interrogé moi-mêeme M. Conradi,
ingénieur des ponts et chaussées à
Il m’a déclaré n’avoir vu qu’une fois le sieur Bertaut
du Coin; que ce fut par hasard, à déjeûner chez M. le Commissaire des guerres
Jujardi qui le connaissait, mais non pas dans le mois de novembre dernier; car
il était alors en mission de son administration à Rome (ce qui est vrai); qu’il
croyait que c’était, il y a à près un an.
Il est donc positif que le sieur Bertaut a fait plus
d’un voyage à
J’ajouterai, Monseigneur, que M.l’ingénieur Conradi
est entièrement occupé des devoirs de sa place; qu’il ne se mêle en rien
d’affaires politiques et encore bien moins d’affaires religieuses que c’est un
jeune homme au caractère ouvert, ne sachant pas ce que c’est que l’intrigue,
l’un de individues, en un mot, qu’on peut le moins soupçonner d’être un agent
secret. D’aprés ces considerations, je pense qu’on peut ajouter toute confiance
à sa déclaration.
Quant à M.
le Commissaire des guerres Jujardi, je ne puis rendre de lui les même comptes.
Cet homme, d’un caracteère atrabilaire et concentré, a manifesté, dans le
premières années de la révolution, des prinpipes de liberté exaltés; il a été
connu, sous ces rapports, à Aix et a Brignole sa patrie (Brouche du Rhône). Quelques années aprés, ses idées changèrent entièrement; j’en ignore les
motifs. Il donna avec la même force dans l’excès contraire, c’est-à-dire, dans
une dévotion exagérée. C’est sous ce derniern point de vue qu’il s’est montré à
D’après cette mobilité de caractère, il ne serit
nullement surprenant que M. Jujardi ait eu des rapports particuliers avec le
sieur Bertaut, chargé de missions près du Pape. Ce Commissaire a quitté
J’ai interrogé également M. le Baron de Sinsanm Préfet du Palais de S. A. 1. Le Prince Gouverneur général, également porté sur la note. Il a eu assez de peine à se rappeler le nom du Sieur Bartaut du Coin. Il ne l’a, dit-il, jamais vu. Il croit, cependant, avoir reçu à peu près au mois de novembre, une lettre où on lui recommandait cet individu, mais d’une manière vague, c’est-à-dire, pour lui être utile, pendant son séjour à Turin. M. de Sinsan, m’a ajouté qu’il nìavait pas reçù cet individu, étant malade à cette époque, ce qui est positif ayant été retenu dans son lit, et pendant prè de six mois, par des coliques néphrétiques.
J’ai demandé alors à M. de Sinsan, s’il se souvenait qui lui avait écrit cette lettre de recommandation: il m’a répondu croire être assuré qu’elle venait de m. l’abbé Rey, chapelain de M. l’Evêque de Chambery, qu’il avait connu aux bains d’Aix, en Savone.
Votre Excellence pensera peut-être qu’en faisant
interroger ce Chapelain, à
Au reste, Monseigneur, je dois rendre justice à M. le Baron de Sinsan. C’est un jeune homme trés estimable, dévoué au gouvernement, d’une grande sagesse et prudence, plein d’honneur, incapable, je crois, de manquer jamais à ses devoirs. Il a son fils ainé, page de S. A. I. le Prince Gouverneur général, et il a sollicité cette place comme una très grande faveur.
Quant à M.
l’abbé Brunon lanteri, porté aussi sur la note, je l’ai fait interroger avec le
plus grand soin, ayant des motifs de suspicion sur son compte. Cet
ecclésiastique qui passe ici pour très pieux et très honnête homme, m’était
cependant signalé, par un agent secret, comme n’ayant pas une opinion très
favorable au Gouvernament particulièrement depuis les difficultés avec le Pape.
Cependant, comme il est très prudent dans ses
disscours et dans ses démarches, je n’avait obtenu aucune preuve; mais, je
faisais exercer sur lui une surveillance secrète.
J’avais découvert qu’il existait autrefois à
M. l’abbé Lanteri était le chef de cette réunion qui
correspondait encore à Vienne, en Autriche, il y a huit ans, par
l’intermédiaire d’un prêtre Piémontais, nommé Virginio, établi depuis 10 ans,
dans cette ville, mais qui est mort, il y en a trois à peu près.
Elle correspondait également à
J’ai cru, Monseigneur, devoir sommettre tous ces
détails à Votre Excellence. Quoiqu’ils n’aient pas un rapport direct avec
l’affair don’t il s’agit, ils donnent la mesure du caractère et des mpyens de
M. l’abbè Lanteri.
L’interrogatoire que je lui ai fait subir, n’a pas produit de grandes découvertes. Il a toujours persisté à soutenir qu’il n’avait vu qu’une fois ou deux le Sieur Bertaut, qui était venu se confesser à lui, et que même, étant malade alors, il ne se rappele pas s’il a pu accomplir ce ministère; qu’il ignore les motifs du voyage du Sieur Bertaut; que celui-ci lui a dit, il est vrai, qu’il allait à savone, ni pour ailleurs, quoique le Sieur Bertaut lui en ai fait la demand: qu’il ne lui a été recommandé par personne.
Aussitôt après son interrogatoire, j’ai fait proceder à la visite de ses papiers. Il n’y a été rien trové de suspecte que la copie d’une lettre du Pape, datée de Rome, le 10 juin 1809[3]. J’ai l’honneur de las transmettre à Votre Excellence, ainsi qu’une traduction des paragraphes les plus marquants, afin qu’elle puisse voir, au premier coup d’œil, dans quel esprit elle à été écrite, et ce qu’on doit penser de l’opinion politique de celui qui conserve chez lui de tels manuscrits. C’est cette même bulle don’t j’ai découvert déjà, il y a un an, des exemplaires, et que j’avais envoyée au Ministère de la police générale.
Je ne dois pas dissinuler, Monseigneur, que M. l’abbé Lanteri a une grnade influence ici par le moyen de la confession. Il est un des plus courus dans la ville. Quoiqu’il soit d’une très mauvaise santè depuis plusieurs mois, ce qui le force de garder sa chambre, une grande quantité d’individus, même dans la classe marquante, l’ont conservé pour leur directeur spirituel.
Il serait convenable, je pense, que M- l’Archevêque de Turin reçut l’ordre de lui ôter ses pouvoir spirituels pour la confession. Le délabrement de sa santé ne permettrait peut-être pas qu’on le transférat bien loin.2 Cependant, il serait avantageux de l’envoyer soit à Coni [=Cuneo] lien de sa naissance, soit dans sa maison de campagne peu distante de Turin, avec défence de revenir dans cette ville, jusqu’à nouvel ordre, sa precence pouvant être fàcheuse, sous le point de vue des fausses directions qu’il peut donner aux consciences.
M. l’abbé
Daveri (porté aussi sur la note) a été interrogé en même temps: il s’est tenu
dans une dénégation adsolue, affirmant toujours qu’il avait vu par hasard le
sieur Bertaut deux fois chez l’abbé Lanteri son ami, mais qu’il avait toujours
ignoré les motifs de son voyage, et n’était entr dans aucune espèce de
communication avec lui. Je ne sais jusqu’à quel point Daverio a les même
opinions exagérées, en fait de religion, que son ami l’abbé Lanteri, et il
était anciennement membre de la même societé, pour perpetuer la morale des
jésuites. On a procédé, ensuite, à l’examen de ses papiers,
mais, il ne s’y est rien trouvé de suspect.
Je pense
que M. l’Arcevêque devrait lui interdire également la confession. Quant à sa translation hors de Turin, elle paraît difficile à effectuer
dans ce moment, étant dans son lit, depuis trois mois, à cause d’un violent
crachement de sang, don’t il est probable qu’il ne guérira pas.
M. Reno
Galliani d’Aglian n’est pas à Turin dans ce moment. (Il est aussi sur la
liste). A son retour, je l’entendrai également et prendrai
toutes le mesures le plus convenables.
Quant à M. Démétrius Cordero de Montesemolo, j’ai pris
des dispositions pour qu’il fût interrogé à Mondoi, ses papiers examinés et
toutes les recherches faites avece soin. Aussitôt que j’aurai obtenu ces
derniers détails, je m’empresserai de les soumettre à Votre Excellence.
Je suis avec respect
Monseigneur,
de Votre Excellence
le très humble et très obéissant serviteur
le
Directeur de
D’Auzers.
A S. Ex. Monseigneur le Duc de Rovigo
Ministro
de
3
Minuta di una relazione del Ministro della Polizia Generale all’imperatore Napoleone, in cui si propone il confino per il Lanteri, Parigi 1811, 27 febbraio. ― Dall’originale conservato nell’Archivio Nazionale di Parigi, N. 1621, série 2ème.
Ricevuto il precedente rapporto del Direttore della
Polizia di Torino, il Ministro della Polizia Generale, Duca di Rovigo, presentò
a Napoleone una relazione sul caso Lanteri e Daverio, proponendo di confinare
il primo a domicilio coatto e sotto sorveglianza nella sua casa di campagna,
fuori di Torino. Questa casa detta
Il Lanteri è presentato all’Imperatore come capo di una società gesuitica e come animato da profondi sentimenti ultramontani, espressione, che nel linguaggio del tempo, significava ardente difensore dei diritti e delle prerogative del Romano Pontefice. Il Ministro, seguendo il suggerimento del Direttore della Polizia di Torino, far pur all’Imperatore la proposta «d’enganger» l’Arcivescovo dell’anzidetta città a togliere al Lanteri e al Daverio la facoltà di confessare.
Il rapporto non reca la firma del Ministro, perché si tratta della minuta.
1ére Division
Paris, le 27 février 1811
Rapport à Sa Majesté l’empereur et Roi[4]
Sire,
Parmi les papiers saisis chez le Sieur Bertaut Du Coin, de Lyon, agent et commissionnaire des prêtres factieux arrétés, il s’est trouvé sur une liste de plusieurs noms, ceux de l’abbé Lanteri, et de l’abbé Daverio de Turin. Pour connaître jusqu’à quel point ces deux ecclésiastiques pouvaient avoir parteipé aux manœuvres don’t il s’agit, je les ai fait interroger.
Le Sieur Lanteri est convenu qu’il avait vu le Sieur Bertaut Du Coin à son passage à Turin, lorsqu’il se rendait à Savone; qu’il l’avait confessé deux fois.
M. Lanteri a été chef d’une Societé Jésuitique; depuis les événements qui ont eu lieu à Rome, il a manifesté des opinions ultramontaines très prononcées. Quoique malade depuis plusieurs mois, il reçoit chez lui beaucoup de personnes qui s’y rendent pour se confesser et sur lesquelles il parait exercer une grande influence.
Quant à l’abbé Daverio,
il a prétendu n’avoir vu que par hasard le Sieur Bertaut Du Coin chez l’abbé
Lanteri, et n’être entré dans aucune espèce de communication avec lui. On m’a donné sur ce prêtre les même renseignement lié et don’t il parait
partager les opinions.
J’ai l’honneur de proposer à Votre Majesté d’ordonner que le Sieur Lanteri sera éloigné de Turin, et envoyé à une maison de campagne qu’il possède à quelque distance de cette ville où il sera placé en surveillance.
Quant au Sieur Daverio, comme il est dans ce moment retenu au lit par une maladie qui paraît grave, je ne propose pas sa translation hors de Turin, mais j’ai donné les ordres convenables pour le faire surveiller avec soin.
Je prie Votre Majesté d’examiner s’il ne convient pas de charger S. Ex. le Ministre des Cultes d’engager M. l’Archevêque de Turin de retirer à ces deux ecclésiastiques leurs pouvoirs pour la confession.
Je suis avec le plus profond respect
Sire
de Votre Majesté Impériale et Royale
le très humble et très obéissant serviteur et
fidèle sujet.
4
Lettera del Ministro dei Culti all’Arcivescovo di Torino, in cui ordina di sospendere dalle confessioni il Lanteri, Parigi 1811, 9 marzo. ― Da una copia del tempo conservata nell’archivio della Postulazione O.M.V., S. I, 238a.
Il precedente rapporto del Duca di Rovigo all’Imperatore con la proposta di confino per il Lanteri fu approvato da Sua Maestà e rinviato per l’esecuzione al conte Bigot de Préameneu, ministro dei Culti. Questi trasmise all’Arcivescovo di Torino la decisione imperiale, con l’ordine di sospendere dalle confessioni il Lanteri e il Daverio e di notificare al primo l’ordine di recarsi nella sua casa di campagna.
La presente lettera non appartiene all’incartamento della Polizia, perché emanata da un altro dicastero; l’abbiamo però inserita a questo punto a ragione del suo contenuto. L’originale non è stato trovato, ma l’archivio della Postulazione ne possiede una copia del tempo, quella stessa, a quanto sembra, che l’Arcivescovo di Torino comunicò al Servo di Dio. La copia doveva essere accompagnata da una lettera dell’Arcivescovo, che non è stata trovata.
Copie
Paris, le 9 mars 1811
Monsieur l’Archevêque,
D’après un rapport de S.
Ex. le Ministre de
Agréez, Monsieur l’Archevêque, l’assurance de ma consideration la plus distinguée.
Le Ministre des Cultes
Comte Bigot de Préameneu.
5
Lettera dell’Arcivescovo di Torino al Ministro dei Culti, in cui dichiara aver tolto le facoltà al Lanteri, Torino 1811, 21 marzo. ― Dal «Registro delle lettere di S. Ecc. Rev.ma Monsignor Giacinto Della Torre, Arcivescovo di Torino: Ministres des Cultes», pp. 317-319, conservato nell’archivio della Curia arcivescovile di Torino.
Alla precedente lettera del 9 marzo l’Arcivescovo di Torino Mons. Giacinto Della Torre, rispondeva in data 21 dello stesso mese assicurando il Ministro dei Culti di aver tolto la giurisdizione per le confessioni al Lanteri e al Daverio e di aver indotto il primo a ritirarsi nella sua casa di campagna. Segue però una lunga giustificazione dell’operato di ambedue e in particolare del Lanteri. Per questa parte l’Arcivescovo si è servito indubbiamente, copiando talvolta ad litteram, di uno scritto fornitogli dal Lanteri, dietro sua richiesta, e che si conserva ancora nell’archivio della Postulazione (S. II, 117).
Per esempio si confronti il primo alinea con questo passo dello scritto del Lanteri: «Le T[héologien] L[anteri] à l’honneur d’assurer V. E. qu’il n’a jamais eu aucune connaissance à Savone, qu’il n’était pas même capable depuis un an et demi environ d’aucun commerce de lettres à cause de sa mauvaise santé, n’en ayant en effet écrit depuis cet intervalle que 5 à 6 par nécessité pour ses affaires propres, ainsi il ne comprend pas comme on le puisse suopçonner compromis dans aucune correspondance de cette nature».
21 marzo 1811
A Son Excellence le Ministre des Cultes
Prêtres Lanteri et Daverio
A peine j’ai reçu la lettre de V. E. en date du 9 mars courant, que je me suis [fait] un devoir de retirer de MM. Lanteri et Daverio prêtres le pouvoirs de confesser les fidèles de mon diocèse, en engageant le premier à se rendre de suite à sa maison de campagne; ce qu’il a exécuté sans la moindre hésitation pour obéir aux ordres du Gouvernement. Mais si V. E. me permet de lui dire franchement la vérité j’ai l’honneur de l’assurer que le Théologien Lanteri n’a jamais eu aucune connaissance à Savone, et qu’il n’est pas même d’aucun commerce de lettres n’en ayant en effet écrit depuis cet intervalle que cinq à six par nécessité pour ses affaires de famille.
C'est aussi à tort qu'on l'a dénoncé comme fanatique très prononcé. Tous ceux qui le connaissent peuvent attester que non seulement il ne s'est jamais mêlé d'aucune affaire politique, mais que, de toute sa vie n'a jamais été répandu dans aucune société. Son caractère étant au contraire celui d'un homme solitaire, très réservé, et de très peu de paroles, ce qui l'a toujours éloigné des affaires.
Il en est de même à l'égard de l'accusation qu'on porte contre lui de recevoir chez lui beaucoup de personnes pour se confesser. Cette accusation est tout à fait gratuite, et ne peut lui être imputée à delit; puisque s'il est vrai qu'il confessait autrefois beaucoup de personnes, surtout du sexe, et même quelques français à cause qu'il connaissait leur 1angue, il n'est pas moins vrai que tout s'est passé en règle, c'est-à-dire en public et à l'église, et fort peu chez lui, n'étant ordinairement occupé qu'à visiter des malades.
Il est aussi très positif que cet ecclésiastique depuis un an et demi environ est habituellement attaqué à la poitrine, et qu'il souffre de violents attaques de nerfs, ce qui a porté les médecins dès cette époque à lui faire défense de s'occuper de son ministère. Depuis lors M. Lanteri n'a p1us été en état d'aller à l'église pour confesser, ayant même été forcé à renvoyer l’ordinairement les personnes qui venaient à cet effet le trouver chez lui, où il n'en a confessé depuis dix-huit mois qu'un très petit nombre. D'ailleurs je dois assurer V. E. que si l'on veut juger de ses principes d'après la conduite de ses pénitents, on ne pourra certainement pas les soupçonner animés d'aucun mauvais esprit.
D'après tout cela, la peine d'être privé des pouvoirs d'administrer le sacrement de pénitence retombe plutôt sur les personnes respectables et très édifiantes qui ont de la confiance en lui, que sur lui-même qui a réellement besoin de repos. Mais ce qu'il trouve bien dur et pénible, ce qu'il me paraît n'avoir point mérité, c'est d'être rélégué dans son état actuel d'infirmité à sa campagne, laquelle bien loin d'étre seulement à quelque distance de la ville de Turin, en est en effet très éloignée pour un malade qui a souvent besoin de prompts secours de médecins et de remèdes qu'il ne saurait se procurer dans ces environs qui en sont tout à fait dépourvus.
Dans cet état de choses comme il s'est empressé d'obéir sans délai aux ordres de V. E. qu'il a reçu par mon organe, il n'a pu arranger ses affaires doméstiques et il aurait en conséquence besoin de revenir à Turin après Pâques pour une quinzaine de jours.
C'est la grâce que j'ose Vous demander, Monseigneur, sur ma propre responsabilité, en Vous assurant que le prêtre Lanteri n'est pas méchant ni capable de se compromettre dans aucune correspondance contraire au Gouvernement.
Quant à l'autre Théologien prêtre M. Daverio je puis également assurer V. E. que ses qualités personnelles sont assez bonnes et louables surtout à l'égard sa réserve à ne point se mêler des affaires politiques. J'ajoute que sa santé étant encore en plus mauvais état de celle de M. Lanteri il a dû renoncer depuis trois ans au confessionnal dans l'église, et à un petit emploi qu'il avait dans le ministère. Depuis le 2 novembre 1810 jusqu'au 12 du courant il a été retenu dans son lit à cause d'un crachement de sang très obstiné, qui ensuite est passé en un vomissement très dangereux, de sorte qu'on a été obligé de l'administrer, les médicins craignant qu'il allait finir ses jours; pendant tout ce temps là M. Daverio a été hors d'état non seulement le lire ou écrire, mais encore de parler et de recevoir aucune personne ehez lui, et lorsqu'on est allé lui faire la perquisition, on le trouva dans son lit et dans un état pitoyable. Du reste je n'ai trouvé en lui aucune résistance à obéir aux ordres du Gouvernement, et à s'abstenir de confesser le petit nombre de personnes qui avaient de la confiance en lui, lorsque il était encore capable de s'acquitter du saint ministère.
Voilà, Monseigneur, ce
que je dois Vous dire au nom de la vérité et de la justice à l'égard de ces
deux prétres qu'on s'est plu à dénoncer à la police comme animés d'un mauvais
esprit et même comme fanatiques très prononcés. Plût
à Dieu que tous mes prêtres fussent aussi réservés, aussi sages, aussi soumis
et obéissants aux lois comme ces deux accusés.
6
Lettera del Ministro dei Culti al Ministro della Polizia Generale circa l’esecuzione del mandato contro il Lanteri, Parigi 1811, 10 aprile. ― Dall’originale conservato nell’Archivio Nazionale di Parigi, N. 1621, série 2ème.
Il Ministro dei Culti dà comunicazione ufficiale al Duca di Rovigo, Ministro della Polizia Generale, che ha partecipato all’Arcivescovo e questi al Lanteri l’ordine di confino, e che il Lanteri è partito per il suo domicilio coatto. Domanda il parere del Duca circa il permesso, chiesto dall’Arcivescovo per il Lanteri, di farlo rientrare per 15 giorni a Torino. Sappiamo che il Lanteri era partito per Bardassano il 25 marzo 1811 (cfr. Doc. XXXII).
Questo documento, come i seguenti sino al n. 10, appartiene all’incarto della Polizia.
Ministère des Cultes
Secrétariat
Bureau - Enreg.t N°
Monsieur le Duc, Votre Excellence avait fait à Sa Majesté un rapport
relativement aux Srs Lanteri et Daverio ecclésiastiques de
Monsieur l'Archevêque demande sous sa responsabilité qu'il soit permis au Sr Lanteri de retourner après Pâques à Turin pour une quinzaine de jours.
Je prie Votre Excellence de me donner son avis sur cette
demande.
Agréez, Monsieur le Duc, l'assurance de ma haufe considération.
Le Ministre des Cultes
Cte Bigot de Préameneu.
S. Ex. le Ministre de
7
Nota della Segreteria del Ministero dei Culti al Ministro della Polizia Generale per sollecitare la risposta alla precedente lettera, Parigi 1811, 27 aprile. - Dall' originale conservato nell'archivio Nazionale di Parigi, N. 1621, série 2ème.
Dopo 17 giorni dalla precedente lettera, non avendo
ricevuto il parere con essa richiesto al Ministero della Polizia,
1ère Division.
Paris, le 27 avril 1811
Note pour S. Ex. le Ministre de ht Police Générale de l'Empire.
Monseigneur,
Votre l'Excellence a, le 27 février der soumis à Sa Majesté un rapport relativement à deux ecclésiastiques de Turin (les Srs Lanteri et Daverio) reconnus pour avoir eu des relations ave c le Sr Bertaut Du Coin, agent de prêtres factieux, lorsqu'il passa, en 9bre der à Turin pour se rendre à Savone près du Pape.
Votre rapport a été, par ordre de l'Empereur, renyoyé pour l'exécution à S. Ex. le Ministre des Cultes qui vous informe que conformément aux conclusions que vous avez prises, les pouvoirs de confesser ont été retirés à ces deux ecclésiastiques, et que le Sieur Lanieri a quitté Turin et s'est rendu au lieu fixé pour sa surveillance.
Son Excellence observe que cet abbé aurait besoin d'aller passer une quinzaine de jour à Turin pour y consulter des medecins sur sasanté délabrée et pour terminer quelquesaffaires. Sa demande est appuyé par M. L’Archevêque de Turin qui se porte garant de sa bonne conduite pendat son séjour dans cette ville.
On ne voit pas
d’inconvénients d’après cette garantie d’accorder la permission pour les 15
jours seulement. On propose en conséquence à Votre excellence de donner à M. le
Directeur de
Ci-joint les deux lettres à cet effet.
8
Minuta di una lettera del Ministro della Polizia Generale al Ministro dei Culti contenente il parere favorevole per il ritorno temporaneo del Lanteri a Torino, Parigi 1811, 27 aprile. ― Dall’originale conservato nell’Archivio Nazionale di Parigi, N. 1621, série 2ème.
Ricevuta la nota di sollecitazione, il Duca di Rovigo rispose lo stesso giorno al conte Bigot de Préameneu, Ministro dei Culti, dicendo che non vi è difficoltà per la concessione al Lanteri di quindici giorni di licenza, e che perciò a disposto in conseguenza.
1ère Division
N° 1621, Srie 2ème
Paris, le 27 avril 1811
A S. Ex. le Ministre des Cultes
Monsieur le Comte,[6]
J'ai reçu la lettre que Votre
Excellence m'a fait l'honneur de m'écrire le 10 de ce mois relativement à
l'abbé Lanieri qui a fait l'objet d'un rapport que j'ai soumis à l'Empereur le
17 [leggi 27] février der, et qui vous a été renvoyé par Sa
Majesté. D'après la garantie qu'offre Mr l'Archevêque de Turin, je ne pense pas
qu'il puisse y avoir cl'inconvénient à ce que le Sr Lanteri puisse passer 15
jours à Turin pour y consulter les médecins sur sa santé. Je préviens en
conséquence de cette autorisation M. le Directeur cle
J'ai l'honneur d'offrir à Votre Excellence les nouvelles assurances, etc.
9
Minuta di una lettera del Ministro della Polizia Generale al Direttore della Polizia dei dipartimenti «au-delà des Alpes» in cui gli notifica la concessione fatta al Lanteri, Parigi 1811, 27 aprile. ― Dall’originale conservato nell’Archivio Nazionale di Parigi, N. 1621, série 2ème.
Conforme all’impegno indicato nella nota precedente, con questa lettera scritta lo stesso giorno, il Ministro della Polizia Generale notifica al Direttore della Polizia di Torino che il Lanteri può rientrare in Torino per quindici giorni, e che quindi lo faccia sorvegliare dalla Polizia e ne controlli il ritorno.
1ère Division
N° 1621 Srie 2ème
Paris, le 27 avril 1811
A Monsieur le Directeur
de
des Dépariernents au-delà des Alpes à
Le Sr abbé Lanteri, Monsieur, qui a reçu de M. l'Archevêque de Turin l'ordre de se rendre à sa campagne près Turin, demande à venir passer quinze jours dans cette ville pour consulter des médecins à raison de sa santé délabrée. Je ne vois pas d'inconvénients à lui accorder cette permission pour quinze jours seulement. Vous ferez surveiller sa conduite pendant son séjour et vous veillerez à ce qu'il retourne au lieu fixé pouI' sa résidence à l'expiration du délai qui est fixé.[7]
Agréez, je vous prie, Monsieur, les assurances, etc.
10
Lettera del Direttore della Polizia dei Dipartimenti «au-delà des Alpes» al Ministro della Polizia, in cui dichiara aver eseguito i suoi ordini, Torino 1811, 1° maggio. ― Dall’originale conservato nell’archivio Nazionale di Parigi, N. 1621, série 2éme.
Il Signor d’Auzer riferisce al Ministro della Polizia Generale che ha comunicato all’Arcivescovo il permesso concesso al Lanteri, e che eseguirà gli ordini di sorveglianza su di lui.
Cabinet 1621, S.rie 2
N° 1099 Turin, le 1er mai 1811
Monseigneur,
Je viens d'annoncer à M. l'Archevêque de Turin que Votre Excellence, prenant en considération la demande de M. l'abbé Lanteri, veut bien permettre qu'il se rende dans cette ville, pour quinze jours seulement, afin de consulter sur sa santé.
Je surveillerai les démarches de cet ecclésiastique, pendant son séjour, et rendrai compte à Votre Excellenee de son départ pour la résidenee qui lui a été assignée.
Je suis, avee respect,
Monseigneur,
de VotreExeellenee,
le très humble et très obéissant serviteur
le Directeur G.al de
D'Auzers.
A S. Exc.ce Monseigneur le Duc de Rovig
Ministre
de
11
Lettera dell’Arcivescovo di Torino al Servo di Dio, in cui annuncia che gli è stato concesso il permesso di ritornare a Torino, Torino 1811, 1° maggio. ― Dall’originale conservato nell’archivio della Postulazione O.M.V., S.I, 238b.
L’Arcivescovo trascrive la lettera ricevuta dal Direttore della Polizia, d’Auzers, annunziando al Servo di Dio il permesso di rientrare per quindici giorni a Torino.
L’originale della lettera è presso l’archivio della Postulazione, e non fa naturalmente parte dell’incartamento della Polizia.
Torino, li primo maggio 1811
Preg.mo Sig. Teologo,
Dal Sig. D’Auzers ricevo lettera intorno alla persona di V.S. Stimat.ma che mi fo una vera premura di trasmetterle qui trascritta ed è del seguente tenore:
Cabinet
N. 1098 Turin, ce 1er mai 1811
Monseigneur,
J'ai l'honneur de vous
prévenir que S. Ex. le Ministre de
Je vous prie d'en donner avis à l'abbé Lanteri, et 1orsque son délai sera expiré de me faire connaître le jour où il retournera dans sa maison de campagne.
Agréez, Mons.r, l'assurance de ma considération la plus distinguée.
Le
Directeur Général de
des départements au-delà des Alpes
Signé: D'Auzers.
Resta, dunque, a mio parere, in pieno arbitrio di V. S. M.to R.da lo scegliere per qui recarsi ad accudire ai suoi interessi nella quindicina di giorni, che più le aggrada, sol che si compiaccia di darmene un breve cenno. Assai mi dispiace, che per ora non siasi potuto ottenere grazia maggiore, mi lusingo però, che questo suo allontanamento dalla Metropoli non sarà di lunga durata, ed ai Suoi S. Sacrifizi raccomandandomi, con ben distinta stima, e considerazione mi professo
Di V. S. M.to R.da
Aff.mo per servirla di Cuore
† Giacinto Arc.vo di Torino.
A Monsieur
M. le Th. Lanteri
A
12
Lettera dell’Arcivescovo di Torino al Direttore della Polizia dei Dipartimenti «Au-delà des Alpes», in cui dà notizia che il Lanteri è rientrato a Torino, Torino 1811, 16 maggio. ― Dal «Registro delle lettere di S. Ecc. Rev.ma Mons. Giacinto della Torre, Arcivescovo di Torino: Différentes Autorités», pag. 207, conservato nell’archivio della Curia arcivescovile di Torino.
Con la presente lettera, l’Arcivescovo fa sapere al Direttore della Polizia che il Lanteri è giunto a Torino in virtù del permesso concessogli; chiede inoltre per il Servo di Dio un prolungamento di soggiorno per provvedere agli urgenti bisogni della sua malferma salute. L’interessamento dell’Arcivescovo è degno di essere messo in rilievo.
La presente lettera non fa parte dell’incartamento della Polizia.
Turin, Le 16 mai 1811
A M. Dauzers Directeur
Général de
M. le Théologien Lanteri
Je m’empresse de vous annoncer que le prêtre Théologien Lanteri en profitant de la permission que vous lui avez accordée de se transférer de sa maison de campagne à Turin pour arranger ses affaires, y est arrivé hier au soir. Mais, comme il a été nouvellement attaqué l’autre jour d’une forte oppression à la poitrine, et de quelque autre incommodité particulièrement à un bras, il lui faudrait un espace de temps proportionné pour s'entretenir à Turin afin de pouvoir consulter les médecins et les chirurgiens pour se rétablir en santé, et pour ètre à mème de se rendre de suite à la maison de campagne suivant les ordres du Gouvernement.
C'est pourquoi j'ose le recommander de nouveau à vos bontés en vous assurant qu'il n'abusera pasdes permissions qu'il vous plaira de lui accorder, et qu'il se fera un devoir d'exécuter les déterminations sitôt que sa santé le lui permettra, et qu'il aura sistémé (sic) ses affaires.
Je vous prie en attendant, Monsieur le Directeur Général, [d'agréer] les sentiments de ma reconnaissance, et de la parfaite considération.
13
Lettera dell'Arcivescovo di Torino al Servo di Dio, in cui gli dimostra un affettuoso interessamento, Torino 1811, 17 maggio. — Dall'originale conservato nell'archivio della Postulazione O. M. V., S. I, 238b.
L'Arcivescovo dimostra un affettuoso interessamento per il Lanteri, in favore del quale, come già sappiamo, aveva richiesto al Direttore della Polizia un prolungamento di soggiorno in Torino.
Anche di questa lettera l’archivio della Postulazione conserva l'originale; essa, come la precedente, non appartiene all'incartamento della Polizia.
Torino, li 17 maggio 1811
Pregiat.mo Sig.r Teologo
Per mezzo della virtuosissima Sig.ra Contessa Mathis ho ricevuto il foglio di V. S. Preg.ma de' 16 corrente, in cui porge l’avviso d'esser giunto in Torino approfittando della licenza, che le venne accordata. Dal medesimo rilevo con sommo mio rincrescimento, che sia stata nuovamente sorpresa da un forte attacco d'oppressione al petto con l'aggiunta d'un nuovo incomodo in un braccio. Nel dare perciò notizia del di Lei avviso al Signore D'Auzers, Direttore Generale della Polizia, con mia lettera di ieri, mi sono fatto un premuroso dovere di rappresentargli i suoi incomodi, e il bisogno, ch'Ella avrebbe in conseguenza d'un maggiore spazio di tempo per trattenersi qui in Torino, affine di consultare i medici, e i chirurghi, e ristabilirsi in sanità, e quindi ritornare alla sua casa di campagna, assicurandolo nel tempo stesso, ch'Ella non si sarebbe in verun modo abusato delle licenze, che Le verrebbero concesse dal Signor Direttore suddetto, li cui riscontri non mancherò di tosto
comunicarle per Sua regola.
Le Prego intanto dal Signore un perfetto ristabilimento in salute, e con sentimenti di vera stima, e della più affettuosa considerazione passo a raffermarmi
Di V. S. Preg.ma
Aff.mo di cuore per servirla
† Giacinto Arciv.o di Torino.
A Monsieur
Monsieur l’abbé Pie Bruno Lanteri
Docteur en théologie
Turin.
14
Attestato di buona condotta rilasciato dal Servo di Dio al sacerdote Giuseppe Loggero, Torino 1816, 12 luglio. — Dall'originale conservato nell'archivio della Postulazione O. M. V., S.II, 119.
Il Loggero da giovane era commerciante in Torino e penitente del Servo di Dio. Sentendosi chiamato alla vita ecclesiastica fu dal Lanteri guidato anche negli studi; dopo la sua, ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1809, egli convisse regolarmente col Lanteri e ne divenne suo segretario. Gli fu quindi compagno anche durante tutto il tempo della relegazione alla Grangia. Ritornato il Servo di Dio in Torino, dopo la restaurazione monarchica nel 1814, il Loggero credette di essere chiamato alla vita religiosa nella Compagnia di Gesù che si stava allora riorganizzando; a questo scopo egli fece pratiche per potervi entrare, ma senza esito (cfr. epistolario del Loggero conservate nell'archivio della Postulazione O. M. V., S I, 539 e ss.).
Fu in tale occasione che il Servo di Dio gli rilasciò l'attestato che qui riproduciamo come utile appendice ai documenti sul confino, perché ci offre dati preziosi in proposito.
L’attestato fu indirizzato, a quanto sembra, al Padre Montesisto, provinciale dei PP. Gesuiti in Genova, dove si pensava di aprire un noviziato (1815-1816). L'originale è rimasto nell'archivio della Postulazione.
Attesto io infrascritto, che il Sacerdote Giuseppe Loggero da più di dodici anni in qua si è sempre settimanalmente confessato da me.
Che essendo io stato esigliato da Bonaparte in una mia deserta campagna come sospetto di segreta comunicazione con il S. P. in Savona, e di cattivi principi contro il governo d'allora, il suddetto sacerdote superando ogni diceria e difficoltà, spontaneamente si esibì, e volle venir meco in detta solitudine per tenermi compagnia, ed assistermi, siccome fece pel corso di tre anni che durò il mio esiglio; ciò che mi fu sommamente grato, massime essendo io molto cagionevole di salute.
Che non avendo ancora fatto allora che un anno di studi teologici (ordinato però già sacerdote con le debite dispense, stanti le critiche circostanze de' tempi) riprese in detta solitudine i suoi studi su autori classici e gesuitici, che io gli somministrava, massime contro le eresie e gli errori correnti de' Giansenisti, Richeristi, Febronianisti, tanto più che non vi era mezzo altrimenti di studiare la teologia senza pericolo di cattivi principi.
Che in seguito, dopo la liberazione da Bonaparte, essendomi io ristabilito in Torino, continuò il medesimo ad abitar meco ed attese a comporsi un corso abbondante di meditazioni per gli Esercizi spirituali, esattamente secondo il metodo di S. Ignazio, a tenore di quanto io gli andavo suggerendo, con somministrargli abbondantemente libri opportuni, e continua di presente a lavorare per comporsi il suo corso d'istruzioni per tal effetto.
Che frattanto non lasciò di attendere al confessionale nella chiesa di S. Francesco di Torino e di visitare, confessare, predicare e catechizzare assiduamente con molto zelo nelle prigioni e negli ospedali, e dettò più volte in pubblico le meditazioni, dando gli esercizi di S. Ignazio con grandissimo frutto, godendo sempre un'ottima salute.
Che finalmente, riguardo alla sua vocazione, io l'ho sempre conosciuto amantissimo della Compagnia di Gesù ed ansiosissimo di entrarvi, nè io saprei trovarvi alcuna cosa in contrario a tale vocazione, fuorché la perdita che io ne faccio.
Questo è quanto posso io attestare per amore della verità.
Torino, li 12 luglio 1816.
Teol. Pio Brunone Lanteri
Affezionatissimo alla Comp.a di Gesù.
DOC. XI
EXCERPTA E DUABUS EPISTOLIS P. Aloisii Prosperi Taparelli d'Azeglio S. I., quibus agitur de Servo Dei et de eiusdem P. Aloisii vocatione, Romae annis 1814, 18 septembris, 1816, 3 ianuarii. — Ex originali (n. 1) et e copia contemporanea (n. 2) in archivo Postulationis O. M. V. asservatis, S. I, 459, 463.
Il notissimo Padre Luigi (Prospero) Taparelli d’Azeglio della Compagnia di Gesù crebbe in Torino nella scuola spirituale del Lanteri, di cui anche il padre, Marchese Cesare, era amicissimo.
Diamo qui due lettere scritte dal Padre Luigi, una prima di entrare nel noviziato, l’altra dal noviziato di Sant’Andrea in Roma. La prima, che doveva, a quanto pare, essere indirizzata al Lanteri come si ricava dalle parole poste in capo al foglio, poi cancellate: «Revmo Sig. Teologo e Padre carissimo in Gesù Cristo», e dalla prima frase della lettera che accenna alla malattia agli occhi del Servo di Dio, fu invece scritta e spedita al sacerdote Luigi Gianolio. In essa egli parla di due Gesuiti Irlandesi che si recheranno a Torino e prega il Gianolio e il Teologo Guala che facciano conoscere loro il Servo di Dio.
Nella seconda, che conosciamo solo da una copia del tempo senza indicazione del destinatario, ma che tutto porta a credere sia stata indirizzata al Lanteri, espone la sua gioia di trovarsi nel noviziato romano di Sant'Andrea, ricorda il salutare ritiro fatto cinque anni e mezzo prima (1810), al termine del quale si decise per lo stato ecclesiastico, e chiede la sua benedizione. Sappiamo che il giovane Prospero, in compagnia dei fratelli Massimo ed Enrico, fece nell’estate del 1813, un corso di Esercizi spirituali nel Santuario di S. Ignazio presso Lanzo, sotto la direzione del Teologo Guala (cfr. Massimo d'Azeglio, I miei Ricordi, ediz. Barbera, Firenze, 1920, cap. VI, pag. 78); questi esercizi però non sono evidentemente da confondersi con quelli accennati nella lettera di cui trattiamo e che ebbero luogo tre anni prima.
Le due lettere che qui riproduciamo sono
già state pubblicate dal Padre Pirri in Carteggi del P. Luigi Taparelli
d'Azeglio della Compagnia di Gesù (Biblioteca di Storia Italiana recente,
1800-1870, della Regia Deputazione sovra gli studi di Storia Patria per le antiche
Provincie e
1
Roma, 18 settembre [l8l4]1
Gianolio Carissimo Fratello in G. C.[8]
Attende tibi ne incidas.
Val meglio che scriva a te questi pochi versi; gli occhi del Signor Teologo non gli lascerebbero leggere i miei caratteri e con quest'occasione intanto parlerò teco un momento. Dirai al Signor Teologo Guala che un tale ex-cappuccino a lui noto, ch'egli ha raccomandato a Monsignor Morozzo, mi commette d'interrogarlo se ha riscossa la sua pensione... Ho indirizzati allo stesso Signor Teologo certi Gesuiti Irlandesi: son persuaso che non potranno non essere gratissimi, e perciò di nuovo li raccomando a lui e a te per far loro conoscere Torino e specialmente il T[eologo] L[anteri]... Pregate tutti sempre per me, con tutto il possibile fervore: mi raccomando al Signor Teologo. Addio, son breve malgrado mio.
Tuo Aff.mo Fratello in G. C.
[Luigi Taparelli d'Azeglio]
Al M.to R.do Sacerdote Sig. Sig. P.ron Col.mo
il Sig. D. Luigi Gianolio
a S. Francesco di Torino
2
Pax Christi
Voleva scriverle giorni fa, ma ho dovuto aspettare fino adesso per mancanza di tempo. Il Sig. Padre mi ha detto, che le ha già scritto ch'io sto perfettamente, ed ho messo fuori in pochi giorni un par di gote che non hanno invidia a quelle ch'io teneva in Firenze; mi ha pure assicurato ch'ella ha ricevuto la mia del mese scorso. La nostra quiete e la contentezza cresce ogni giorno col crescere dell'ordine, e colla piena osservanza in cui siamo dell'antiche nostre regole e consuetudini. Veramente bisogna esserci per conoscere davvero la profondità e perfezione dell'Istituto di S. Ignazio, e quanto se ne può dire non potrebbe mai darne un'adeguata idea. Ella sa quanto lo stimava quand'era in Torino, e quanto bramava d'esserne a parte: ora però m'accorgo della differenza che passa tra il sentir dire e il provar per isperienza... Io dal porto di sicurezza, ove l'infinita Misericordia di Dio mi ha tratto, non cesso di pregare per questi...[9] la sventura e il pericolo dei quali non fa che penetrarmi, a confronto dello stato di felicità e di quiete, in cui mi trovo per divina bontà. Veramente quando mi fisso in questo pensiero, resto confuso, nè trovo altro modo di spiegare una vocazione sì sublime, se non ricorrendo all'infinita bontà di quel Dio, che sa creare dalle pietre dei figli d'Abramo. Mi ricordo i miei deliri passati, le idee di vanagloria, i sogni che mi faceva, non son più di 5 anni e mezzo, sul mio futuro stato nel mondo, sui piaceri, le commodità, i divertimenti, la bella figura che mi destinavo nel mondo, nelle conversazioni, nel millittare (sic), ed in mille altre simili sciocchezze; e non intendo, se non per mezzo d'un miracolo della grazia, come abbia talmente cangiato modo di pensare e come l'aspetto di questi oggetti tanto abbia variato nel mio capo. Mi ricordo nel triduo che feci... [10] dopo tre giorni di meditazioni, io mi trovava collo stessissimo modo di pensare, pieno delle stesse frascherie, degli stessi oggetti; alla sera ultima nel confessarmi mi svanì per così dire il sogno, e mi risolsi in un momento allo stato Ecclesiastico, e sentii fin d'allora germogliarmi in cuore i semi della vocazione in cui adesso mi trovo. Ne ringrazio di cuore Iddio, e La prego di ringraziarlo Ella pure, perché veramente ogni giorno il mio stato diviene più felice.
La prego di darmi la sua benedizione, che mi ottenga da Dio la santa perseveranza. Mi protesto di tutto cuore con filiale venerazione ed affetto.
Roma da S. Andrea a Monte Cavallo, 3 [gennaio] 1815.
Umil.mo Obb.mo Figlio in G. C.
Luigi Prospero Taparelli della Compagnia di Gesù.
DOC. XII
TESTIMONIUM civilis Auctoritatis de Servi Dei bonis moribus, anno 1815, 10 maii. — Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 9a.b
II seguente certificato di buona condotta rilasciato al Lanteri dall'Autorità civile, non sappiamo a quale occasione, è importante per i dati fisici che ufficialmente ci attesta riguardo al Servo di Dio, confermati e completati da un allegato del Governo napoleonico, di data anteriore non precisata, perché l’impiegato ha lasciato in bianco lo spazio destinato alla indicazione dell'anno. Entrambi gli originali sono in possesso dell'archivio della Postulazione.
Per ragione di chiarezza, riproduciamo in corsivo le parti scritte a mano, in tondo quelle stampate che costituiscono il modulo.
Certificato di buona condotta in esecuzione delle Regie Patenti delli 13 Luglio 1814.
N. 596
Noi, Vicario, e sovr'Intendente Generale di politica e pulizia (sic) della presente città, suoi borghi e territorio per S. S. R. M., sulla deposizione delli Signori sacerdote Giacomo Andreis del fu Sig. Nicolao nativo di Dronero, e Giuseppe Perrone del fu Sig. Michele nativo di Bricherasio, negoziante, ambi nella presente Città residenti, testimoni cogniti e dabbene, appiè del presente sottoscritti, certifichiamo sulle deposizioni di cui sovra che il Molto Illustre e Riverendo Sig. Teologo Pio Bruno Lanteri fu Sig. Pietro nativo di Cuneo, e residente in Torino, i di cui connotati trovansi qui contro descritti, è persona proba e di buoni costumi.
In fede del che li abbiamo spedito il presente valevole per due mesi. Rilasciato in Torino dall'Uffizio del Vicariato, li dieci maggio 1815.
Segnature: Del richiedente: T. Pio Bruno Lanteri. Dei testimoni: D. Andreis Giacomo, Giuseppe Perrone - Varrotti assistente vicariato, Chiocca, segretario. Vidimato li 10 maggio 1815 dal Capitano Comandante i Carabinieri Reali stazionati in Torino, Richeri di Montrichorj. Connotati: Età d'anni 56; Statura oncie 39; Capelli bianchi; Ciglia idem; Occhi biggi; Fronte alta; Naso grosso; Bocca ordinaria; Mento rotondo; Barba biggia; Viso ovale; Colorito naturale; Corporatura mediocre.
ALLEGATO:
Signalement du porteur: Taille de 1 mètre, 705 millimètres; Cheveux gris; Sourcils chàtains; Front grand; Yeux bruns; Nez épaté; Bouche moyenne; Menton fourchu; Visage ovale. Le 13 thermidor an... [rimasto in bianco]. Signature du Porteur: Pio Brunone Lanteri.
DOC. XIII
EXCERPTA EX EPISTOLA Aloisii Grianolio ad Servum Dei e qua magna eius existimatio erga eumdem Servum Dei elucet, Romae anno 1815, 29 decembris. — Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 487.
II sacerdote Luigi Gianolio (1791-1869),
torinese, crebbe da chierico come membro dell’Accademia (cfr. infra, pag. 159)
e da sacerdote quale aggregato alla Pia Unione di San Paolo (cfr. Doc. XXXVII) nel
fervido ambiente spirituale creato in Torino dal Lanteri. II Gianolio entrò poi
nel 1815 nella Compagnia di Gesù; dal noviziato romano di Sant'Andrea scrive al
Servo di Dio, manifestandogli tutta la sua gratitudine per il bene ricevuto,
benché fosse stato diretto dal Teologo Guala, come consta chiaramente da una
lettera che indirizzò al Lanteri il 27 agosto
M.to Ill.re M.to Rev.do Sig. Pr.one Col.mo,
II Signore mi ha consolato, e ne ho anche tutta l'obbligazione a V. S. molto Illustre e molto Reverenda qui me progenuit in Filio suo. Ora sono a Roma, e sono accettato tra i novizi della Compagnia di Gesù da quei venerabili vecchi, che paiono altrettanti Teologi Lanteri, pii, affabili, devoti, e santi, che spirano devozione il solo mirarli. E si potrebbe partire fino da di là del mondo per venirli a vedere. I novizi poi tutti composti, allegri, paiono un coro di santini, nè si può averne idea alcuna, e vorrei bene che li seminaristi e i chierici di Torino li potessero vedere e copiarli, perché la sola presenza del loro diportamento sarebbe un'edificazione per tutti... La prego di presentare e accettare i miei più profondi rispetti per sé e per tutti quei della pia Unione, di cui presto Don Reynaudi ne scriverà qualche cosa... Scusi se non ho eseguito come si sarebbe aspettato le pregiatissime sue commissioni, ma ne dia la tara, essendo io un mostro di grosseria, che mi raccomando alle sue orazioni e colla più alta stima e profonda venerazione umilmente Le bacio le mani.
Di V. S. M.to Ill.re e M.to Rev.da
Umil.mo e Devot.mo Servitore
Don Luigi Gianolio.
Roma, 29 dicembre 1815.
Al M.to Ill.re M.to Rev.do Sig.r Sig.r Pr.one Col.mo
II Sig.r Teol.go Pio Brunone Lanteri - Torino.
DOC. XIV
EPISTOLA Servi Dei ad Episcopum Novae Aureliae in Luisiana provincia (U. S. A.) circa missionarios ad suam dioecesim mittendos et circa Societates Biblicas, Aug. Taurinorum anno 1816 17 septembris. — Ex originali (minuta) in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. II, 33.
La lettera, che qui pubblichiamo dalla minuta autografa del Servo di Dio fu indirizzata al Vescovo della Luisiana nell'America, Mons. Ludovico Guglielmo Dubourg (1815-1826). Questa lettera è preziosa perché ci mostra due lati dell’operosità del Lanteri: il suo interessamento cioè per le Missioni nella Luisiana e le sue iniziative contro le versioni dei Libri Sacri della protestante Società Biblica di Londra. Sul pericolo che costituiva questa Società egli ritorna poi in uno studio intitolato: Idea della Società Biblica ed osservazioni sulla medesima, conservato nell’archivio della Postulazione O. M. V., S. II, 158-161, e indirizzato, a quanto sembra, al medesimo Vescovo della Luisiana. A Mons. Dubourg dovettero pure pervenire buona parte dei diecimila volumi inviati dall'Amicizia Cattolica (cfr. Doc. XLIX; Doc. LII) in America, ove era molto sentita la mancanza dei buoni libri, specie nella Luisiana, come ne fanno fede le richieste del Servo di Dio Felice De Andreis (cfr. R. Ricciardelli, Vita del Servo di Dio Felice De Andreis, fondatore e primo superiore della Congregazione della Missione negli Stati Uniti d'America, Roma 1923, pp. 377-378).
Torino, li 17 settembre 1816.
Al sommo mi spiace di
non poter inviare di questo autunno i quattro sacerdoti da V. S. Ill.ma Rev.ma
scelti per
Poiché primieramente il Sig. D. Valesano non vedendo giungere alcuna risposta da V. S. Ill.ma e Rev.ma in quel frattempo s'impegnò con un parroco, onde presentemente non è più in libertà, nè so se lo sarà per la ventura primavera, o se ne avrà ancora la stessa buona volontà. 2° II Sig. Avvocato Destefanis è stato per lungo tempo travagliato da febbre terzana, appena adesso comincia ad esserne libero, egli è ancora molto debole e temerei che ne venisse nuovamente assalito in un così lungo viaggio, onde sarebbe a mio giudizio vera imprudenza il lasciarlo partire in tale stato, sebbene egli si faccia coraggio sia disposto a viaggiare anche ora e da solo. 3° II Sig. D. Paschetti vedendo il suo amico indivisibile presentemente inabilitato, credette spediente d'aspettare ancor lui questa primavera. 4° II Sig. D. Arnaldi non mancò di scrivere subito al suo Vescovo di Nizza per avere 1'«Exeat» richiesto ma trovandosi il Vescovo in visita della sua Diocesi, non potè finora averne risposta alcuna, egli si tiene per altro sicuro d'ottenerla, ed è pronto a partire anche solo, e in qualunque tempo, disposto a procacciarsi frattanto in Bordeaux la sua qualunque sussistenza o coll'operariato, o con dar lezioni, ecc., finché giunto sia il tempo di partire per l'America. Arnaldi e Destefanis sono due soggetti a mio parere eccellenti, dei quali io sono particolarmente contento.
Conviene dunque per necessità rimettere questa partenza dei tre o quattro soggetti sovrannominati alla ventura primavera, a tenore di quanto si compiacque significarmi V. S. Ill.ma e Rev.ma. Rimane ora soltanto a sapere il tempo preciso della loro partenza se debba cioè prefìggersi in principio di marzo, per imbarcarsi, m'immagino, in principio di aprile per l'America, o quando meglio Ella giudicherà ed avrà la bontà di indicarmi, affinchè possano per tempo disporre le loro cose, e procacciarsi i necessari passaporti, essendo essi ansiosissimi di sapere presto il loro destino; nè mancheremo di far visare i suddetti passaporti dall'Ambasciatore di Francia, come opportunamente ci ha suggerito il Pregiat.mo Sig. D. Luigi Bighi. Sarebbe pure opportuno volesse significarmi per mia regola la somma del denaro poco a presso necessaria per caduno pel viaggio, onde possa procurar loro la cambiale da V. S. Ill.ma e Rev.ma suggeritami, per cui spero trovar denaro in imprestito, in supplemento del piccolo fondo rimasto perciò presso di S. E. il Sig. Marchese d'Azeglio, e delle 300 lire milanesi indicate dal Rev. Sig. D. Bighi, che finora non ho ancora ricevuto dal P. Pianca Barnabita milanese.
Il Sig. D. Loggero, sensibilissimo alla memoria e tratti di bontà che V. S. Ill.ma e Rev.ma volle dimostrarci, mi lascia di presentarle i suoi più umili ossequi, e testificarle i suoi più vivi sentimenti di gratitudine, e del continuo rincrescimento di non poterla seguire: egli è accettato pel noviziato di Genova che presto si aprirà.
Se la mia età e i miei incomodi non mi fossero d'ostacolo, m'esibirei io ben volentieri, e mi crederei felice di poter rimpiazzare i soggetti mancanti in questa spedizione; ma non essendo capace di tanto, mi contenterò di esibirmi pronto sempre che vorrà onorarmi de' suoi pregiatissimi comandi. E colla massima considerazione e col più profondo rispetto le bacio umilmente le mani, e mi protesto.[11]
Finora non c'è niente di
nuovo riguardo all'edizione del Nuovo Testamento progettata dal Sig. Conte
Grimaldi, a cagione di vari incidenti occorsi, però non vi si è ancora
rinunciato affatto. Abbiamo letto a questo proposito: Notice sur
Quello poi che più
dispiacque si è quanto leggesi poi alla pag. 22: «persuadés comme nous l'étions
que leur lecture est interdite au peuple chez les Catholiques, nous voyons non
sans regret que les Chrétiens, qui en si grand nombre professent ce culte, ne
tireraient aucun avantage des efforts bienveillants de
È vero che risulterà
alla fin fine da una tale società una innondazione e confusione di Bibbie piene
di alterazioni, falsità e di contraddizioni che si attireranno mentamente il
disprezzo dovuto e si aumenteranno ad un tempo gli argomenti di autenticità e
genuinità della nostra Volgata, ed apparirà sempre più chiara la necessità di
un Tribunale Supremo, come è quello della Chiesa, sola legittima custode e interprete
infallibile della Scrittura, senza di cui non si potrà mai avere una Bibbia
fedele e autentica; si vedrà che solo dalla Chiesa e non dagli eretici deve
riceversi
P. S. - II Sig. D. Luigi Arnaldi ha ricevuto di quest'oggi il suo «Exeat» dal Vescovo di Nizza. Si adopera presentemente a procacciarsi il passaporto visato dall'Ambasciatore di Francia, onde partirà li 21 del corrente, al più tardi li 24, per giungere a Bordeaux li 30 corrente, al più tardi li 3 del venturo mese.
II Sig. Marchese d'Azeglio mi dice che gli somministrerà il piccolo fondo che ha, il quale si farà ascendere a 300 franchi, somma creduta necessaria per le spese del viaggio, e così non occorre più munirsi d'alcuna cambiale. Intanto quando riceverò da Milano le 300 lire milanesi dal P. Pianca Barnabita, le ritirerò per conto d'un altro soggetto per questa primavera, onde non rimarrà più che a provvedere per uno o due soggetti al più, se anche il Sig. D. Valesano sarà disposto a partire in compagnia del Sig. Avv. Destefanis, e del Sig. D. Paschetti.
A Monsignor Dubourg
Vescovo della Luigiana
Au Séminaire de St-Sulpice
Rue Pot-de-Fer. Paris.
DOC. XV
DOCUMENTA pertinentia ad facultatem Servo Dei concessam, in oratorio privato Eucharistiam retinendi, anno 1818.
Nel 1818 il Servo di Dio chiese al Santo Padre Pio VII la conferma in scritto del privilegio, già ottenuto a voce, di conservare il Santissimo Sacramento nel suo oratorio privato (n. 1). La petizione fu accolta da Pio VII con una concessione a vita, ma vivae vocis oraculo, perché il Papa non voleva aprire la porta, con un formale rescritto, a concessioni del genere. Tanto si rileva dalla lettera del canonico Barrera (n. 2), amico del Lanteri, costretto a vivere in Firenze, il quale ricevè il documento comprovante la concessione della Grazia per mezzo della Marchesa d'Azeglio e lo trasmise al Servo di Dio. Da notare nella Supplica, l'accenno espresso, da parte del Lanteri, della sua relegazione nella casa di campagna, perché accusato di corrispondenza con Sua Santità (cfr. Doc. X).
1
Supplex libellus Servi Dei ad Papam Pium VII missus, anno 1818. - Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 155.
Beatissimo Padre,
II Teologo
Pio Bruno Lanteri nativo di Cuneo, domiciliato in Torino, il quale durante il
Governo Francese soffrì tre anni di esilio per sospetto di corrispondenza colla
Santità Vostra in Savona; ottenne dall'Arcivescovo di Torino la facoltà di
ritenere il SS.mo Sagramento nella privata Cappella della sua casa di campagna
situata nelle vicinanze di Bardassano, diocesi suddetta, per il tempo, che ivi
trovavasi ad abitare, in vista delli abituali incommodi di salute, che fìn
d'allora soffriva, della lontananza dalla Parrocchia, e delle strade fangose
per il medesimo impraticabili. Subito che
Alla Santità di Nostro Signore
Pio PP. VII.
Pro gr[ratia] in voce ad vitam[12]
C. Orengo[13]
2
Epistola canonici Theodori Barrera ad Servum Dei, anno 1818, 28 septembris. — Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 694.
Caro e rispettabile amico,
Profitto
dell'occasione di partenza d'un militare Nizzardo mio amico che ritorna costà al
suo Reggimento per trasmetterle, con ricapito alla Sig.a Contessa di Valperga,
Ella sarà stupito di vedere la sua Supplica senza attergo di Grazia: ma osservi a tergo in fondo un picciolissimo carattere di pugno dell'Emo Sig. Card. Galeffi, Segretario dei Memoriali, ivi leggerà «pro gratia in voce ad vitam». Perché, dirà Lei, non si è fatto il Rescritto nelle solite forme? Perché il S. Padre non ha voluto che si facesse un Rescritto formale per non introdurre un esempio che possa servire ad altri a dimandare la stessa grazia: tanto mi scrive il Canonico Orengo, che vede nominato a' pie della Supplica al di fuori. Nel ricevere e nel dar corso a questo foglio per lei interessante provo un grandissimo piacere, avendo così una ben grata occasione di ricordarmi all'ottimo mio Teologo Lanteri, che mi fu, e sarà sempre assai caro.
Svelto da una Patria che mi era sì cara, e condotto dagli avvenimenti a rimanere in questa Città così piacente pei forestieri, nulla quasi più so degli amici antichi, e delle cose ecclesiastiche di costà: solo mi è noto che la nostra Sede Arcivescovile rimane ancor vuota, e Dio sa con quanto pregiudizio spirituale! Oh quanto sarebbe stato bene di avere colà Mgr. Cardinale Morozzo! Forse era quella una circostanza impellente al mio ritorno in Patria. Ma Iddio non volle, ed egli fa un gran bene nella Diocesi di Novara. Pare però oramai deciso che codesta Sede sarà presto coperta, e, sento, da Mgr. Leardi attual Nunzio di Vienna, personaggio prudente, dolce, e che sa bene il conto suo, onde spero, che la scelta sarà felice per codesta Diocesi.
Come stiamo a salute? Sono ormai tre anni che io non ho più la sorte di vedere il mio Teologo Lanteri, e mi sovvengo di averlo lasciato in uno stato assai cagionoso; eppure son certo, che Ella farà più delle sue forze per giovare alla Chiesa; me felice se potessi contare la centesima parte dei meriti e dei servigi che Ella ha reso e rende nella vigna del Signore!
Che fa il buon Teologo Guala, di cui da gran tempo non so più nulla per colpa massimamente del Marchese Zeij [=d'Azeglio], al quale per istrappar una lettera ci vorrebbe gli argani inventati dallo Zabaglia per elevare la piramide Sistina?
Vedendolo gli faccia tanti miei saluti, e mi raccomandi alle di lui preghiere, come io mi raccomando alle sue e delle sue anime devote.
Come vanno le cose della nostra Diocesi? La mia Chiesa naturale e primitiva mi è sempre cara e ciò che la riguarda vivamente m'interessa.
Io vivo più spesso incomodato e in varie guise; forse farei qualche poco di bene, ma è delitto per me inespiabile l'essere forestiero, l'essere stato raccomandato a questo Sovrano dalla bocca del S. P., e di essere stato vittima dell'onore della Chiesa Fiorentina, e perciò sono tenuto lungi e dagli onori e dall'opera; mi tranquillizza alquanto il pensare che delle cariche non ottenute niun conto dovrò rendere a Dio; almeno fossi capace di giovare a questa chiesa nel circolo ristretto a cui mi hanno ridotto le idee degli uomini, e le circostanze dei tempi! Se avessi potuto avere costà qualche collocamento che corrispondesse a ciò che sono attualmente fuor di patria, forse avrei immaginato di fare qualche maggior bene in essa; ma quando un solo o pochi individui accumulano sulla loro testa molti onorevoli impieghi, di cui uno avrebbe a me bastato, convien dire che Iddio dispone altrimenti di me.
Comunque sia, ella si ricordi di un suo antico amico, e preghi perché io abbia lo spirito ecclesiastico fedel compagno nelle mie funzioni, dovunque io mi trovi, e mi creda sempre quale col più vivo affetto e colla più distinta stima mi pregio di rassegnarmi
Firenze, li 28 settembre 1818.
Suo Dev.mo Affez.mo Servitore Amico
Canonico Teodoro Barrera.
DOC. XVI
FACULTAS missam in honorem B. Alphonsi Mariae de Ligorio celebrandi a S. Rituum Congregatione Servo Dei concessa, anno 1824, 23 nov. — Ex originalibus in archivis S. Rituum Congregationis: fondo pratiche ordinarie, an. 1824 (n. 1), et Postulationis O. M. V., S. I, 156 (n. 2), asservatis.
Il Servo di Dio, oltre l'indulto riferito al Doc. precedente, ottenne a più riprese dalla Santa Sede varie facoltà e privilegi, dei quali si trovano i relativi documenti nell'archivio della Postulazione O. M. V., S. I, 142-154 e che giova qui elencare:
1. Licenza «ad vitam» di leggere i libri proibiti, 20 dicembre 1784.
2. Facoltà di poter fare erigere la «Via Crucis» nella sua abitazione, concessa dal Ministro Generale dei Minori, 12 ottobre 1789.
3. Indulto dell'altare privilegiato per il suo oratorio privato, 29 maggio 1797.
4. Indulto ai commensali di poter soddisfare al precetto della messa nelle domeniche e nei giorni festivi «non tamen solemnioribus» nel suo oratorio privato di campagna, 29 maggio 1797.
5. Facoltà «ad vitam» di poter impartire la benedizione apostolica «in articulo mortis», 10 aprile 1802.
6. Facoltà di poter fare celebrare la messa, in caso di necessità, nel suo oratorio privato da un altro sacerdote, 12 aprile 1802.
7. Concessione dell'indulgenza plenaria ai fedeli che faranno otto giorni di santi Esercizi sotto la sua direzione, 13 settembre 1802.
8. Concessione dell'indulgenza plenaria «in articulo mortis» per sè e per i suoi, 24 novembre 1807.
9. Facoltà di benedire mille corone, crocifissi e medaglie con l'applicazione delle indulgenze concesse dal Papa, 24 novembre 1807.
10.
Facoltà di assolvere i Massoni, dal
11. Facoltà di benedire 500 corone, crocifissi e medaglie con l'approvazione delle indulgenze, 8 gennaio 1808.
12. Indulto della messa «de Beata» e dei defunti a causa della debolezza della sua vista, 26 marzo 1808.
13. Facoltà di poter commutare la recita del Divino Ufficio con altre preghiere a causa della debolezza della sua vista, 26 aprile 1808.
14. Privilegio di
conservare
Pubblichiamo qui i documenti
relativi alla concessione di celebrare
Un anno dopo questa
concessione, la regina di Sardegna, Maria Cristina di Borbone, ispirata dalla
scuola Liguorina esistente allora in Torino e che contava fra i suoi più
convinti e zelanti maestri il Lanteri e il Teologo Guala, chiese al Santo Padre
Leone XII l'ufficio e la messa del B. Alfonso Maria de' Liguori per tutti i
suoi Stati. II Santo Padre annuì solo in parte e concesse
Sulle questioni sorte in Roma a proposito di questa concessione e della propaganda che si faceva in Torino in favore della dottrina e delle opere di sant'Alfonso, si vedano i documenti pubblicati da Pietro Savio, Devozione di Mons. Adeodato Turchi alla Santa Sede. Testo e DCLXXVII documenti sul giansenismo italiano ed estero, Roma 1938, pp. 627 ss.
1
Beatissimo Padre,
II Sacerdote
Pio Bruno Lanteri, dottore in S. Teologia della città e diocesi di Torino,
umilmente implora dalla S. V. la facoltà di poter celebrare
Alla Santità di N. S.
Leone papa XII.
2
Taurines
SS.mus D.nus Noster Leo XII pont. Max. humillimis annuens precibus Sacerdotis Pii Bruni Lanteri Civitatis Taurinen, ad mei infrascpti sacræ Rituum Cong.nis Secretarii relationem, attentis expositis, et ex speciali gratia in exemplum non afferenda, indulsit, ut quotannis in posterum die secunda Augusti, dummodo non fuerit impedita, officio potiors ritus, celebrare valeat missam propriam approbatam pro Congregatione SS.mi Redemptoris in honorem B. Alphonsi Mariæ de Lugorio, servatis tamen Rubricis. Contrariis non obstantibus quibuscumque.
Die 23 novembris 1824
Iulius M. Cardinalis Episcopus Ostien. De Somalia,
S. Ecclesiæ Vice-Cancellarius et S. R. C. Præfectus
(l. s.) I. A. Sala, S. R. C. Secretarius Coadiutor
DOC. XVII
EXCERPTA EX EPISTOLIS Servi Dei P. Ioannis Roothaan S. I. ad suum Praepositum Generalem P. Aloisium Fortis, circa Servum Dei Pium Brunonem Lanteri, Augustae Taurinorum annis 1824-1825. — Ex opere: Epistolae Ioannis Phil. Roothaan Societatis Iesu Praepositi Generalis XXI, Romae [1935], vol. I, pp. 252-279.
Dopo il primo scioglimento
della sua Congregazione, avvenuto nel giugno del 1820 (cfr. Doc. LXI), al Servo
di Dio parve un giorno sentirsi chiamato a entrare nella Compagnia di Gesù. Si
occupò della domanda e della sua accettazione il Servo di Dio Giovanni Filippo
Roothaan, di cui è in corso la causa di Beatificazione, allora superiore dei
PP. Gesuiti in Torino. Le lettere del Roothaan, riferentisi a questo affare,
sono conservate nell'archivio della Compagnia di Gesù e furono pubblicate per
la prima volta dal P. Alessandro Monti nella sua opera:
1
Torino, li 20 ottobre 1824
Molto Reverendo in C.to Padre,
1 - II buon Teologo Lanteri giubila di gaudio per la risposta favorevole e graziosissima datagli da V. P. M. R., e non cessa di ringraziare di tanto favore prima il Signore e poi V. P., per cui mezzo gli vengono tante beneficenze del Signore. Ora, per mettere in opera l'affare, egli quanto a sé non bramerebbe altro che di portarsi quanto prima al Noviziato, o in qualunque altra Casa, che V. P. si degnasse di assegnargli; ma come il dar sesto a tutte le sue cose e relazioni, che sono molte e moltissime, e tutte unicamente rivolte a fare il bene alla maggior gloria del Signore, come ciò, dico, domanda tempo, e così verrebbegli la grazia troppo differita, io sono per proporre a V. P. M. R., se il Teologo non possa essere annoverato già fra i nostri, ancorché stia ancora in casa sua, facendo ivi certi esercizi e trattando spesso o con me, o con chi si compiacerà V. P. di assegnargli. Già in primo luogo egli ha sempre menato una vita da Gesuita; Poi conosce già molto delle nostre cose, occupato come fu sempre, finché gli reggesse la salute, in dare gli Esercizi spirituali, ne' quali è versatissimo, e l'ha imparato dal nostro P. Diessbach, cuius memoria in benedictione; ha menato veramente una vita apostolica ed ha formati operai molti, bravissimi ed inconfusibiles, e per se stesso ha fatto otto giorni d'esercizi poche settimane sono. Egli dunque: 1° poco a poco incomincierebbe a sbrigarsi delle varie faccende, che potrebbero impicciarlo dall'esser libero affatto; 2° farebbe in casa i nostri ordinari esercizi di Pietà (e credo non avrà gran cosa da aggiungere a quello che faceva già prima); 3° si metterebbe a leggere le cose del nostro Istituto, dando principio, a mio parere, dall'Esame del N. S. P. e dalle Regole, e conferirebbe con quello dei nostri, che fosse di gradimento di V. P., finalmente potrebbe anche di tanto in tanto andar passare alcuni giorni a Chieri. Questo sarebbe il progetto che io proporrei per ora a V. P. Si dovrà, manco male aver gran riguardo alla sua salute, che è fiacca molto; ma in questi ultimi giorni ha guadagnato molto in salute ed ha potuto fare, alla gloria del Signore, una cosa, che, avuto riguardo al suo stato ed alla scarsezza di tempo in cui l'ha compita, può meritamente parere un miracolo. Osservo ancora che la sua presenza qui è molto utile alla gloria del Signore e per noi di molta importanza. Ma temo d'esser già stato troppo lungo in questo affare, conoscendo molto bene V. P. le cose di questo Teologo, ed anzi forse meglio di me.1
2
Torino, li 17 novembre 1824.
M.to Rev.do in Cristo Padre,
3 - Riguardo al Teol. Lanteri, due sono le difficoltà che egli trova per andare a fare la prima probazione in proprio luogo. La prima si è la stagione già rigida in queste parti, ma a questa si troverebbe forse anche a Chieri qualche riparo. La seconda poi si è che il suo andare a Chieri in questa stagione ecciterebbe subito i sospetti e le ciarle, che non converrebbero così presto. Egli pertanto prega umilmente V. P. M. R., se è possibile, di incominciare il biennio qui in casa sua, differendo la sua gita a Chieri sino alla primavera. Del resto egli è dispostissimo a tutto e ringrazia sommamente V. P. M. R. del favore che Ella con tanta carità si dispone a fargli. S. Francesco di Paola si troverebbe molto fortunato dell'acquisto d'una tal persona. Sulla domanda del Teologo aspettiamo la risposta di V. P. per eseguire i suoi comandi.
3
Torino, li 7 dicembre 1824.
Molto Rev.do in Cristo Padre,
1 - Col caro nostro Teologo temo, dall'ultima pregiatissima di V. P. M. R., che non vadano le cose in lungo e non vengano differite a non so quando. Esso è infermuccio; in S. Francesco di Paola potrebbe sì esser d'aiuto co' suoi consigli e col sentire confessioni; altro non so che farebbe. Già da parecchi anni non può più predicare o dare degli esercizi; poi ha moltissime relazioni e faccende da aggiustare, e finalmente i colori da trovarsi pel suo passaggio! Non gli ho ancora comunicata l'ultima risposta di V. P. Vedrò di parlargli prima di chiudere questa lettera, cominciata per tempo, per non mancare poi di tempo. 5 - Ho veduto il Teol. Lanteri. Il pover'uomo non vede troppo come poter eseguire così presto ciò che V. P. M. R. propone. Il dover dar sesto ad un'infinità di cose, oltre la stagione rigida, non gli permetterà dunque di goder così presto del favore offertogli. Siccome V. P. insiste sulla necessità di un anno intero di Noviziato, spererebbe ben egli di poter far quell'anno intero dopo un anno. Non sarebbe egli possibile che, incominciando fin d'ora il biennio, quell'anno intero fosse il secondo del biennio, invece del primo ? Non si differirebbe tanto l'adempimento delle sue ardenti brame.[14]
4
Torino f. de' BB. MM. Giapponesi 1825.
Molto Reverendo in Cristo Padre,
4 - Il caro Teol. Lanteri ringrazia sommamente V. P. M. R. Si tratterà adesso di combinare il modo di questi primi principii. Quando avremo combinato al meglio, non mancherò di dar conto a V. P. di tutto.
5
Torino, 14 maggio 1825.
Molto Reverendo in Cristo Padre,
2 Il nostro Teol. Lanteri è andato a Chieri per farvi otto giorni di esercizi spirituali. Così si adempie il desiderio di V. P. M. R., che egli desideroso di essere con noi, incominci a Chieri e gli serva una tal gita come di prima probazione. Riguardo a lui e alla sua vocazione il Teol. Guala mosse un dubbio, se, considerate le circostanze, sia di maggior gloria di Dio, o che il Teol. Lanteri resti come è, o che faccia quel che brama tanto ardentemente? 1° La sua salute è cagionevole assai ed ha bisogno di riguardi particolari. Benché non sia la sua età che di 65 anni, e peraltro spossato di forze, e spesso in tal grado da non poter far nulla. 2° La sua presenza qui è di gran vantaggio, per la estesa cognizione che ha degli errori correnti e dei raggiri del partito, che ha fatto qui come altrove tanto male e non cessa di far maneggi, per la cognizione anche dei libri buoni e delle ragioni da opporsi ai falsi ragionamenti. 3° Chi sa se il cambiamento di vita non sia per accelerare il termine della sua vita, preziosa certo, anzi inestimabile? Dall'altra parte: 1° Chi sa se appunto questo cambiamento di vita non sia per essere utile anche alla sua salute? Adesso a Chieri sento che sta bene, eppure era molto debole il giorno prima di partire da Torino. 2° Ha bisogno di riguardi particolari: ma questi si possono anche usare nella Compagnia, ne ad un tal uomo si addossano degli uffizi incompatibili con tale salute. 3° Sarebbero forse le sue cognizioni più utili ancora nella Compagnia, per es. a Roma, dove l'aria forse gli sarebbe propizia, come suole a' vecchi. Il Teol. Lanteri, vedo, si porterebbe ben volentieri a Roma. Io qui a S. Francesco di Paola non credo che possa star bene, essendo il nostro locale poco felice, per non dire infelicissimo, massime nell'inverno. Desidereremmo di sapere cosa ne pensi V. P. M. R.da. – Anche il Teologo Guala è nello stesso desiderio per sé, cioè di darsi alla Compagnia; ma io ho creduto di dovergli dire che, per adesso, fa più ad m. D. g. dove è; almeno tale essere il mio sentimento. Ma la mia decisione non è poi irrefragabile. (Il T. Guala, che ho veduto in quest'ora, sentendo da me quel che aveva scritto, ne ha avuto piacere per la sua tranquillità).
6
Torino, 8 giugno 1825.
Molto Reverendo in Cristo Padre,
2 Sul Teologo Lanteri. Ma qui la cosa ha cangiato aspetto. Considerando egli a Chieri negli esercizi spirituali, in qual modo, nelle sue circostanze di salute, potrebbe più servire alla gloria di Dio, giacché nella Compagnia sarebbe piuttosto, come pare a lui, e forse sarà vero, d'aggravio; gli è venuto in mente di formare una Casa di Oblati, i quali si impiegherebbero a far missioni e a dare gli esercizi spirituali alla gesuitica. Questa idea la prosegue adesso ed ha speranza di riuscirvi. Sarebbe certo un gran bene, e supposta la riuscita, della quale io dubito, ma supposta la riuscita, lo crederei anch'io più gran bene ad maiorem Dei gloriam, che il suo entrare in tale età e con tal salute nella Compagnia. Veda V. P. e si degni di dire su di ciò il suo sentimento, da comunicarsi al Teologo, o solo per mia regola.
DOC. XVIII
EPISTOLA Servi Dei ad Sac. I. Loggero qua refert de colloquio habito cum Sac. F. Lamennais et de variis rebus ad Congregationem O. M. V. pertinentibus, Pinerolii anno 1828, 20 iunii. — Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. II, 76.
La presente lettera, di cui è conservato l'originale autografo del Lanteri, è importante per varie notizie, particolarmente per quella della visita del Lamennais al Servo di Dio in Pinerolo e delle sempre cordiali relazioni col Teologo Guala. Da una lettera indirizzata da Torino il 28 settembre 1828 al Lamennais da un tale che si firmava Notus (certamente sacerdote), sappiamo che il Lamennais trattò, mentre si trovava in Torino, della scottante questione, della Teologia Morale. È evidente che i due corrispondenti sono decisi avversari del rigorismo (cfr. P. Dudon, Amis Italiens de Lamennais, in Gregorianum, XVIII, 1937, pp. 104-106).
Arcicar.mo in G. C.
Ieri mattina abbiamo avuto la visita del Sig. Abate Lamennais; il Rev.mo Sig. Can. Vicario Gen.le volle venir seco, gli fu compagno indiviso, e stettero qui più di due ore. Doveva partir di nuovo ieri dopo pranzo per Torino, ove disse che si sarebbe ancor trattenuto per due settimane, né sarebbe più ripassato qui.
P. Reynaudi ha il progetto di prender due vetture e condur a Carignano i Novizi per pagar loro la festa di S. Giambattista, io gli ho detto che approvava piuttosto questo che condurli in case particolari, come era quella della Signora Marchesa ecc. Non so se effettuerà questa partita, quando ciò fosse, questo sarebbe nell'entrante settimana, perché domenica conta d'andare dalla suddetta Marchesa. Temo oggi d'averlo offeso, perché accidentalmente il Sig. Curato di S. Maurizio mi disse che domenica scorsa aveva fatto nella sua parrocchia il discorso di S. Antonio, ed io l'ho fortemente disapprovato perché era cosa apertamente contro le nostre Regole. Aveva il suddetto D. Reynaudi un po' di voglia di invitare il Canonico Triulzi per dar gli esercizi agli Ecclesiastici, non sarebbe bene che l'interpellaste voi se sarebbe a ciò disposto, oppure se il T. Guala avesse tanto coraggio?
Il Sig. D. Golzio trovò sua madre sacramentata, ma scrisse nello stesso tempo che la credeva fuor di pericolo. A giorni avremo qui il suo nipote Teologo, che brama di far con noi un triduo o i S. Esercizi.
Vedete un po' dal Sig. Marietti se ci rimettesse in tempo della prima Associazione, in cui il 1° Volume verrebbe a costare solo L. 6, perché ne prenderessimo una o due dozzine; ma se convenisse pagarlo L. 7,50 allora ne prendereste soltanto circa 3 o 4 copie, voglio parlare del Rodriguez che stampa.
Tanti cordiali saluti al Car.mo Daverio, T. Zorgniotti, dite al T[eologo] G[uala] che l'abbraccio, e gli manderò presto la sua scatola inviatami. E caramente abbracciandovi vi sono
Pinerolo, li 20 giugno 1828.
P. S. – Dite a M. Gonella che ho veduto l'altro ieri in Parlatorio sua figlia Monaca che stava passabilmente bene. Fategli tanti cordiali rispetti, e a tutta la sua degna Famiglia. Prenderò dunque il vostro consiglio di non andar peranco a Torino.
T. V. Aff.mo in G. C.
P. B. L[anteri].
Al M.to Rev.do Padre P.n Col.mo
Il Padre Giuseppe Loggero – Oblato di M. V.
Torino
DOC. XIX
EPISTOLAE duae Marchionis Michaelis de Cavour ad uxorem, circa Servum Dei, Pinerolii anno 1829, 20-23 Aprilis. ― Ex opere: I Giansenisti Piemontesi e la conversione della Madre di Cavour, auctore F. Ruffini, Torino 1929, pp.133-135.
Il Marchese Michele di Cavour, padre del celebre Ministro Camillo,
fece in Pinerolo, sotto la direzione del Lanteri, un corso di Esercizi
spirituali di dieci giorni nell'Aprile del 1829. Durante il ritiro, egli
scrisse alla sua consorte, Adele de Sellon, due lettere che ci offrono dati
importanti sullo stato di salute e sulla figura morale del Servo di Dio. Queste
lettere furono pubblicate dal Senatore F. Ruffini nel suo lavoro: I Giansenisti
Piemontesi e la conversione della Madre di Cavour (estratto dagli Atti della
Reale Accademia delle Scienze di Torino, vol. LXIII-LXIV). L'editore le
attribuisce alla Settimana Santa del 1826, benché non vi siano indicazioni
d'anno né di mese. Non crediamo dover sottoscrivere a questa datazione, per la
ragione che gli Oblati figurano riuniti in Congregazione a Pinerolo, il che in
Settimana Santa del 1826 era ancora in votis. Difatti
1
Lundi de Pàques 15 h. 1/2 du matin [20 aprile 1829].
Ma chère Adèle,
Ma chambre donne du côté
de Supergue, et à cette heure, après avoir pensé iL Dieu, je pense à vous. Cette
vie de retraite semble me plaire tout à fait. D'abord, par goût, j'aime mieux
obéir que commander: ici l'obéissance est vers un homme très doux. Le corps
reçoit tout ce qui lui est nécessaire; on est mieux qu'à Vaudier, et je sens
que ce séjour me fera plus de bien que celui de Vaudier. Il y a aussi exercice physique, car nous allons dix fois dans la journée
à l'église; c'est donc dix fois que je pense plus particulièrement à vous tous.
Nous avons un orateur des plus distingués que j’aie entendu, Don Renaudin, qui
sortant d'une fluction de poitrine fait trois méditations raisonnées par jour.
Le supérieur, père Lanteri, est bien doux; sa santé est on ne peut plus mauvaise,
mais j'ai préféré m'adresser à Lui parce qu'il a assisté grand'maman dont le
souvenir dans ses derniers moments est sans cesse présent à mon souvenir. Je
suis logé près de lui et je cause avec lui les deux heures de récréation après
dìner et après soupé; le reste clu temps on a le silence, je l'aime encore.
Je préfère penclant le diner la lecture de Bartoli à ces discussions politiques dans lesquelles on met de l'entètement el de la taquinerie d'un còté, de l'ironie, de la margue, des personnalités de l'autre. M.e Noirol vous enverra le mandement de Monseigneur Rey, il me semble toucher très bien l'article de l'ouvrage Lamennais. Victoire m’écrivait de m'occuper aussi un peu des affaires temporelles; heureusement il n'en reste pas le temps. - jl faut même en demander la permission – j e l'ai pour m'occuper de vous tous les moments qui ne sont pas destinés à Dieu. Bon jour, tendre Adèle, bonne maman, cher Franquin, mes enfants, je prierai pour vous et je contribuerai à votre bonheur en obtenant la tranquillité. Je vous embrasse tous.
2
Commencée mercredi [22 aprile 1829].
Ma chère Adèle,
J'ai reçu ta lettre; il est de règle pendant ces dix jours de suspendre
toutes les correspondances étrangères à
Les Oblati sont une diramation des Jésuites; ils sont sectateurs de Saint
Ignace. Ils ont cette doctrine douce qui permet d'espérer que Dieu recevra dans
sa miséricorde les gens de toutes les religions qui l'ont bien servi selon les
lois de la nature et avec un grand amour du bien. Pour moi je t'annonce que je
suis bien content de l'abbé Lanteri; j'ai passé bien du temps avec lui; je le
trouve doux, persuasif et surtout fort complaisant. Dieu lui donne assez de
souffle pour entendre et expliquer très bien les choses.
Sul medesimo foglio segue un poscritto:
Un mot bien vite, ieudi à 9 heures [25 aprile 1829].
Je reçois ta lettre, celle de maman; j'ai une occasion pour te répondre, je t'envoie ce que j'avais écrit. J'ai versé des larmes ce matin. La méditation de hier au soir était effrayante: l'éternité. Celle de ce matin bien douce: l'enfant prodigue, le retour de l'àme à Dieu. J'étais bien ému lorsque j'ai reçu ta lettre. J'ai été chez l'abbé Lanteri lui demander la permission de la lire. Je l'ai trouvé plus bas que les autres jours; il m'a dit: lisez tant que vous voulez, les sentiments plaisent à Dieu; mais des larmes coulaient de ses yeux, il pouvait à peine respirer. La lampe s'éteint, m'a-t-il dit. La tranquillité était sur sa figure, Il regarde le ciel dans ses attaques et prononce le paradis avec tant de foi, que cela remue toutes les entrailles. C'est cette mort si bien peinte de Don Cristoforo. Il ne voulait avoir d'autre pénitent que moi. Un des missionnaires lui porte une note de quelqu'un qui le demande. Il lui répond: je n'ai plus que peu de respiration, je la réserve toute pour vous, èn me regardant. Le missionnaire lui répond d'une voix ferme et à demi sévère: si Dieu a permis qu'une seconde âme vous réclame, c'est qu'il a établi de vous donner encore assez de souffie pour la ramener à lui. Qu'il est doux, mon Adèle, de verser de ces larmes! j'en ai beaueoup versé à ces mots. Je ne crois pas que l'abbé Lanteri soit si près de sa fin, mais il est comme la femme de Raconis.
j.m.j.
[1] In margine: «Exp [èdiée]»
[2] «Au Bulletin: En reprenant la lettre à laquelle celle-ci répond».
«Il faudra interroger lìabbé Rey et visiter ses papiers».
«Bulletin: On pourra ensuite écrire au Ministre des Cultes sur les 2 prêtres don’t il est question et faire une note pour envoyer à sa campagne l’abbé Lanteri; signaler à Toulon M. Jujardi; écrire à Chambéry pour faire interroger l’abbé Rey sur les recommandations qu’il a données à Berthaut du Coin qui se rendait à Savone et faire visiter ses papiers»
«Au Bulletin: En reprenant la lettre à laquelle celle-ci répond».
[3] Si tratta della lettera contenente la scomunica lanciata da pio VII contro Napoleone, usurpatore del potere temporale dei Papi.
2 In margine trovasi la seguente postilla del Ministro: «Il est juste, faire un rapport à S. Majesté. D.»
[4] Nella parte superiore del foglio un’altra mano ha scritto quanto segue: «On rende compte à Sa Majesté des résultats de l’interrogatoire de l’abbé Lanteri et de l’abbé Daverio, de Turin.
On propose à
Sa Majesté d’ordonner que l’abbé Lanteri sera éloigné de Turin et de charger le
ministre des Cultes d’engager M. l’Archevêque de Turin de retirer à ces deux
ecclésiastiques leurs pouvoirs pour
[5] In margine si leggono le seguenti postille
del Ministero della Polizia: «Me donner la lettre écrite à ce sujet à la
première Division pour me rappeler pourquoi cette mesure a été prise, et
répondre au Ministre des Cultes. Faire une note très courte à S. Ex. On ne pense pas qu’il puisse y avoir
d’inconvénient pour 15 jours. On donnera à M. le Directeur les instructions.
Faire la lettre en conséquence pour S. Ex le Ministre des Cultes et pour
[6] In margine: «expédiée».
[7] In margine: «expédiée».
1 Desumiamo l’indicazione dell'anno da una nota d'archivio posteriore, ma antica, posta sul retro dell'originale;
[8] In capo al foglio si trova scritto, poi cancellato: «Revmo Sig. Teologo e Padre carissimo in G. C.».
[9] I puntini esistono nell’originale.
[10] I puntini esistono nell’originale.
[11] Ad onta di questa conclusione la lettera continua.
[12] Annotazione del Card. Galeffi.
[13] Si tratta dell’agente di curia.
1 Nell'archivio della Postulazione O. M. V., S. I, 815, si conserva copia della risposta del P. Fortis alla presente lettera: eccone il passo più importante relativo al Lanteri: «Roma 9 nov. 1824... Vengo al Teologo L[anteri]. Amerei molto, che almeno la prima probazione potesse farla in proprio luogo (sotto altro pretesto però) cioè a Chieri, e di là si prendesse mossa al biennio nel quale vivendo sotto l'ubbidienza di V. R. e la direzione di lei in tutto. Amerei anche che dentro il 1° anno potesse esternare col fatto le sue risoluzioni e farsi veder vestito da Gesuita, e passare ad abitare aiutando la gran barca in S. Francesco di Paola. Se v'avranno difficoltà in ciò che amerei nella esecuzione, V. R. mi scriva e si vedrà di agevolare tutto».
[14] Abbiamo ricercato
con l'aiuto del Rev.do P. Teschitel, S. I., archivista generale della Compagnia
di Gesù, le risposte del P. Fortis alle altre cinque lettere del P. Roothaan:
il risultato fu scarso, poiché ne venne in luce una sola, già nota al Monti,
op. cit., pp. 275-276, scritta in risposta alla lettera del Roothaan del 7
dicembre 1824. Ecco il passo che si riferisce al Lanteri: «Il Teologo desioso
di essere nostro procuri di star bene, e a questo studi: sbrigate le sue
faccende potrà fare il suo anno con vera libertà santa e spirituale profitto;
ma affari, cure, imbrogli di cose temporali massimamente con noviziato virile o
per meglio dire senile, e che spiri il nostro spirito nel cuore di chi umiliasi
a farlo diventando un fanciullo è cosa che senza somma violenza non si può
combinare. Onde ordine inverso il primo anno non sarebbe né primo né secondo. Con
tutto ciò pur che non si facciano i voti dopo il prim'anno, neppure di
devozione e segreti, ma si facciano dopo il secondo di vero noviziato e in
cotesto primo vivasi sotto ubbidienza, e si faccia quel più che si può, penso
così si potrebbe permettere». Questa lettera fu scritta al Roothaan, rettore in
S. Francesco di Paola, in Torino, il 26 gennaio 1825 (Archivio della Compagnia
di Gesù: Epist. R. P. N. Aloisii Fortis. Lib. 3, pars 1, 1825, n. 438, pag. 966).
===================================================================================================================================================================================== PARS SECUNDA
DOCUMENTA QUAE SERVUM DEI MODERATOREM VEL FUNDATOREM QUARUNDAM
PIARUM SOCIETATUM RESPICIUNT ANNIS 1780-1829
(Doc. XX-LIII)
In questa
seconda parte della nostra documentazione raccogliamo tutti i documenti che si
riferiscono all'attività esercitata dal Lanteri nella direzione di varie pie
Società, alcune delle quali da lui fondate. Vi si troverà quindi la
documentazione relativa all'attività del Lanteri per le seguenti Società:
I.
Amicizia Cristiana, indicata nelle fonti con le iniziali A. C.
II. Aa, società spirituale segreta.
III. Amicizia Sacerdotale, indicata nelle
fonti con le iniziali A. S.
IV. Pia Unione di San Paolo.
V. Convitto ecclesiastico di Torino.
VI. Amicizia Cattolica, indicata nelle fonti
con le iniziali A. C.
I – Documenta quae ad
Piam Societatem Amicitiae Christianae pertinent, annis 1780-1826
(Doc. XX-XXXIII)
1.
Le Società
segrete cattoliche nei secoli XVII e XVIII.
Nei secoli XVII
e XVIII sorsero in varie regioni d'Europa diverse società segrete cattoliche, a
scopo di apostolato e di personale santificazione. Il segreto preservava gli
associati dagli intrighi e dai sarcasmi dei nemici e permetteva loro di
lavorare alla propria e all'altrui santificazione senza adombrare chicchessia. Tali
furono ad esempio nei secoli XVII e XVIII,
L'Amicizia
Cristiana fu una di queste società segrete. Essa si proponeva di raccogliere in
ogni grande città un piccolo gruppo di uomini e di donne, scelti fra l'élite cattolica del luogo, e di costituire
così altrettanti centri propulsori di apostolato, per arginare, a mezzo specialmente
della buona stampa, l'irreligiosità del secolo e la dilagante corruzione dei
costumi.
2.
Il Padre de
Diessbach fondatore dell'Amicizia Cristiana.
L'idea geniale
di questa nuova forma di apostolato è dovuta al dotto e zelante padre gesuita
Niccolò de Diessbach (cfr. Doc. XX). Questi nel suo libro: Le Chrétien catholique inviolablement attaché à la religion par la
considération de quelques unes des preuves qui en établissent la certitude,
Turin 1771, vol. III, pp. 370-378, propose una unione fra tutti gli amici della
religione cattolica per difendere la morale e il domma mediante la diffusione
della buona stampa. L'idea si concretizzò nel 1776 con la istituzione di una «Pia
Associazione» fra Cattolici Italiani, avente per scopo di contribuire alla
stampa e alla diffusione dei libri sani ed istruttivi. La sua sede era in
Svizzera, a Friburgo, ma le sottoscrizioni si ricevevano presso ben trentun
librai di altrettante città italiane. La prima distribuzione dei sei volumi
annui, cui dava diritto la sottoscrizione, fu fatta solo nel 1778 (cfr.
l'avviso a stampa contenente le norme della «Pia Associazione» pubblicato nel
1779 e conservato nell'archivio della Postulazione O. M. V., S. I, 190).
Da questo primo
tentativo, venne in mente al Padre de Diessbach un altro progetto, quello cioè
di creare una vera Società di apostolato, che, oltre la diffusione della buona
stampa, cercasse la gloria di Dio e la santificazione delle anime. La nuova
Società, chiamata Amìtié Chrétienne o
Amicizia Cristiana, nelle fonti indicata quasi sempre con la sigla A. C.,
ebbe origine in Torino tra gli anni 1778-1780 e in meno di un ventennio essa
era diffusa e lavorava segretamente in varie città d'Italia, in Svizzera, in
Austria, in Baviera e nella Francia.
Per detta
Società, il Padre de Diessbach preparò particolareggiati statuti, tuttora
conservati in varie copie nell'archivio della Postulazione O. M. V. (S. II,
207) e un Direttorio conservato nell'Archivio Segreto Vaticano (Nunziatura Savoia II) ai quali ci siamo
largamente ispirati per trattare della natura e dei mezzi di apostolato
dell'Amicizia Cristiana. Atteso che il Lanteri fu membro di questa Società fin
dai suoi primordi, e vi spiegò un'attività larghissima, crediamo utile fermarci
alquanto sulla natura, l'ordinamento e la diffusione di essa.
3.
Natura e
ordinamento dell'Amicizia Cristiana.
L'Amicizia
Cristiana aveva per primario scopo di cooperare alla gloria di Dio facendo
regnare nei cuori dei suoi ascritti, e, per quanto dipendeva da essi, nei loro
prossimi, le tre virtù teologali che maggiormente onorano Iddio. Per
raggiungere sì nobile scopo si sarebbero adoperati due mezzi: l'istruzione e la
persuasione, e ciò in particolare mediante un'opportuna ed intelligente
diffusione di buoni libri.
Detta Società si
componeva di 12 membri: sei uomini (sacerdoti e laici) e sei donne, che si
chiamavano fra loro Amici. In casi eccezionali è prevista l'aggiunta, dopo il
regolamentare anno di prova, di qualche membro soprannumerario, il quale non
avrà voce nè attiva nè passiva, finché rimarrà tale. Per l'esplicazione del
loro apostolato, ciascun membro poteva e doveva cercare fra i suoi conoscenti
uno o due «Ricercatori» o «Ricercatrici», specie di collaboratori. Tutti poi indistintamente,
i membri e i collaboratori dovevano essere persone di una certa cultura, di
carattere docile ed animate da vero zelo. Ogni membro effettivo aveva una
mansione specifica: vi era il primo Bibliotecario, che fungeva da vero capo
dell'Amicizia e che doveva avere una profonda conoscenza della produzione
letteraria e libraria; il secondo Bibliotecario che si doveva occupare di tutta
la parte amministrativa dell'Amicizia; il Promotore cui incombeva la parte
disciplinare, la vigilanza delle nuove fondazioni dette «Colonie» e la distribuzione
dei libri; il Segretario; l'Istruttore, che doveva curare la formazione degli
Aspiranti, sia a membro effettivo come a membro soprannumerario, durante l'anno
di prova (per le donne quest'unico era riservato, secondo una prima redazione
degli Statuti, ad una Istruttrice); il Missionario, cui erano commesse le
esecuzioni degli ordini dell'Amicizia e la diffusione della medesima. Le sei
donne non avevano cariche speciali, ma fungevano da consultrici, una per ogni
carica. L'Associazione dell'Amicizia Cristiana, secondo una saggia disposizione
del Direttorio, doveva durare inizialmente per soli due anni.
Per raggiungere
il suo scopo, ossia la gloria di Dio, l'Amicizia cercava innanzi tutto la
santificazione personale dei suoi membri, in modo che ognuno di essi potesse
ripetere a se stesso: «je n'ai aucun désir libre et réfléchi plus fort, ni même
assez fort, que celui de faire régner Jésus-Christ dans mon âme et dans celle
des autres hommes par la foi, l'espérance, la charité» (Les lois de l'Amitié Chrétienne, §
4.
Mezzi adoperati
per attuare il programma dell'Amicizia Cristiana.
Per attuare
questo programma di vita spirituale e per espletare al tempo stesso
l'apostolato proprio della Società dovevano servire come mezzi specifici: i
Voti, le Assemblee e
a)
I voti. – I voti erano
annui ed ognuno s'impegnava:
1° a non leggere
libri proibiti dall'autorità ecclesiastica. Quelli che ne avevano avuta la
facoltà si obbligavano a non adoperarla. (Questo primo voto era diverso per
gl'intellettuali i quali s'impegnavano a comporre o a tradurre qualche opera di
sani principi);
2° a fare, per
un'ora alla settimana, letture spirituali, usando libri approvati
dall'Amicizia;
3° a obbedire ai
Superiori della medesima.
b) Le assemblee. – Le assemblee, della
durata di due ore, erano, nei tempi normali, dapprima settimanali poi
quindicinali e si dovevano tenere dai primi di novembre a tutto giugno. Vi si
trattavano tutte le questioni attinenti all'Amicizia, premettendovi sempre una
lettura spirituale ed alcune preghiere. Le decisioni erano prese per via di
suffragio segreto. Di tanto in tanto avevano luogo le Assemblee, dette di
Carità, alle quali prendevano parte anche tutti gli aderenti ed iniziati, ma in
tali assemblee non veniva presa alcuna decisione. Si erano perfino prospettate
delle Assemblee ecumeniche, cui dovevano participare tutte le Amicizie, ma non
sappiamo se ebbero mai luogo.
c) La biblioteca. – La biblioteca, il cui
locale doveva essere pulitissimo e decorato con gusto, costituiva il centro
propulsore dell'Amicizia, poiché in essa tenevansi ordinariamente le adunanze e
trovavansi le armi che gli Amici dovevano saper maneggiare per la propria e
l'altrui santificazione. I libri riservati agli Amici, distribuiti in tre
categorie: polemici, ascetici e letterari, formavano
Secondo lo
spirito del fondatore la grande arma di apostolato dell'Amicizia doveva essere
la stampa. Già nel 1771 egli aveva dato in appendice al terzo volume della sua
opera, già ricordata, Le Chrétien
catholique, un saggio di repertorio di libri buoni: «Titres de quelques
ouvrages propres à inspirer des sentiments de religion et de vertu ou à les
cultiver». Costituita l'Amicizia, il lavoro venne ripreso e adattato alle
finalità della nuova Società. Si ebbe così il Catalogo, riservato ai soli
Amici, dal quale erano assolutamente proscritti tutti i libri condannati dalla
Chiesa o comunque ingiu riosi al Principe. Vi erano ammessi solo quelli che
contenevano principi puramente cattolici. Ogni aggiunta al Catalogo doveva essere
discussa in Assemblea e poi approvata dai teologi dell'Amicizia, ossia dai
sacerdoti facenti parte di essa. Dopo il 1791 si stabilì che per l'ammissione
di un'opera al Catalogo, si dovesse richiedere inoltre il parere di tutti i
Bibliotecari delle Amicizie. In seno poi ad ogni Amicizia si era anche
provveduto alla istituzione di una specie di commissione giudicatrice chiamata
Accademia, che doveva discutere sul valore dei libri ed allacciare rapporti con
autori cattolici.
Nel Catalogo i
libri erano distribuiti in otto classi:
1a
per le persone che dubitano della religione per difetto di istruzione;
2a per
quelle che ne dubitano in seguito a letture cattive;
3a per
quelle che lottano contro lo spirito del mondo e le passioni;
4a per
le scrupolose e le scoraggiate;
5a per
quelle che aspirano alla perfezione;
6a per
ispirare il gusto per la buona lettura;
7a per
quelle che non si conoscono sufficientemente;
8a
per quelle che si dedicano agli studi.
A questo
Catalogo generale, seguivano due altri speciali dei «fortissimi» e degli
«squisiti», che contenevano i libri «scritti con maggior gusto in materia di
controversia e di pietà» (Doc. XXVII). Nell'archivio della Postulazione O. M.
V. (
I libri
destinati al prestito costituivano invece
5.
Opere varie di
apostolato.
L'Amicizia
Cristiana, oltre all'apostolato precipuo della buona stampa, si prefiggeva
anche un altro apostolato quanto mai utile, quello di coltivare i chierici,
viventi fuori dei seminari, con assemblee di pietà; i giovani sacerdoti, con
scuole di predicazione per esercizi e missioni; i giovani confessori con agapi
cristiane; e i secolari con forti e continue «coltivature» ossia visite. L'Amicizia
faceva grande assegnamento sulle persone «influenti», cioè su quelle che «per
loro autorità, credito, aderenze, impieghi ecc. determinano per sè o presso i
Sovrani, i Ministri, il bene da farsi» (cfr. Raccolta di notizie ed appunti
sull'A. C. in parte autografa del Lanteri, conservata nell'archivio della
Postulazione O. M. V., S. II, 208, pag. 9). A questo fine ogni Amicizia doveva
badare a comporre la sua «carta geografica», elenco di persone, col loro
relativo indirizzo, con le quali si avrebbe potuto in seguito intrecciare
relazioni sia per portarle
all'Amicizia come per farle lavorare secondo lo spirito della medesima.
Oltre a queste
forme di apostolato si pensava ad altri possibili sviluppi e a tal uopo si
compose un Plan de bonnes œuvres,
cioè un repertorio di tutte quelle opere cui gli Amici avrebbero potuto dedicarsi,
a seconda delle possibilità, come favorire la pratica degli Esercizi spirituali
presso ogni ceto di persone, visitare gli ospedali, le prigioni, ecc.
6.
Come si
provvedeva alla diffusione dell'Amicizia Cristiana.
L'Amicizia
Cristiana non doveva rimanere chiusa in Torino, ma espandersi ed estendere
altrove la sua benefica influenza. Della sua diffusione dovevano occuparsi il
Missionario e i Viaggiatori. Il Missionario doveva intraprendere, dietro
mandato dell'Amicizia, sia dei viaggi di osservazione per conoscere le persone
e l'ambiente di una determinata città, come dei viaggi di fondazione di «Colonie»
che devono essere considerate come vere Amicizie con vita ed attività proprie. Le
«Colonie» mantenevano rapporti epistolari con l'Amicizia madre, il che
praticamente significava rimanere in contatto con l'uno o l'altro dei tre massimi
esponenti di tutta l'organizzazione, cioè Padre de Diessbach (cfr. Doc. XX),
Don Virginio (cfr. Doc. XXII), e il Teologo Lanteri. Tra loro i capi
dell'Amicizia si servivano di un cifrario per la corrispondenza onde sfuggire
alle ricerche della Polizia e alle indiscrezioni dei non iniziati. La chiave
del cifrario è tuttora conservata nell'archivio della Postulazione O. M. V. (S.
I, 193).
7.
Lo spirito di
adattamento dell'Amicizia Cristiana.
Perché l'Amicizia
Cristiana potesse largamente diffondersi, il Padre de Diessbach seppe infonderle
uno spirito di grande adattabilità: c'erano è vero degli Statuti e un
Direttorio ai quali dovevasi naturalmente dar peso, ma qualora le esigenze
dell'ambiente lo richiedessero, se ne doveva osservare solo lo spirito. Il Padre
de Diessbach soleva dire: «que ni le nombre, ni les emplois sont nécessaires
pour constituer une Amitié Chrétienne, qu'elle peut exister là où il n'y a
qu'un seul Ami Chrétien » (Doc. XXIX, 2, pag. 132). Questa agilità di movimenti
e questa facilità di adattamento sono largamente documentate nei pochi
superstiti resoconti delle Assemblee dell'Amicizia, in cui troviamo modificati
o adattati or questo or quell'altro punto degli Statuti.
8.
Il segreto
imposto ai membri dell'Amicizia Cristiana.
La vita e il
successo dell'Amicizia furono garantiti per lunghi anni mediante il segreto da
cui erano vincolati tutti i suoi membri. Questa misura precauzionale era usata
in quel tempo da altre società tanto buone che cattive per sfuggire al
controllo della Polizia, agli intrighi e alle indiscrezioni dei non iniziati e
dei nemici. La segretezza non era stata prevista per ecclissarsi totalmente
alle autorità giustamente inquirenti, poiché nel Direttorio stabilivasi che «s'il
arrivait que nos Supérieurs légitimes soit ecclésiastiques, soit séculiers
cherchassent à s'informer de ce qui nous concerne, nous leur remettrions
immédiatement les Lois de l'Amitié Chrétienne et cet écrit-ci, et nous leur
rendrions compte avec toute notre sincérité possible de toute notre conduite
dans cette entreprise» (Direttorio intitolato: Suite des Lois de l'Amitié Chrétienne, in Archivio Segreto
Vaticano, Nunziatura Savoia 11).
9.
Diffusione
dell'Amicizia Cristiana e le sue iniziative d'apostolato.
Ora che
conosciamo la struttura dell'Amicizia possiamo vedere quale ne fu la sua
diffusione e come ogni singola Amicizia realizzò il programma tracciato dal suo
fondatore.
La prima
Amicizia è quella di Torino, costituita tra il 1778 e il 1780: seguono poi
quelle di Milano, Friburgo in Svizzera, Parigi, Vienna, Augusta in Baviera,
Firenze, Roma, Varsavia, quelle fondate nella Bretagna, in alcune altre città
della Francia e della Svizzera, di cui i documenti non ci hanno conservati i
nomi. Probabilmente anche a Genova e a Chambéry dovette esistere un'Amicizia
Cristiana.
Di nessuna
conosciamo con precisione la data di fondazione: quella di Torino, come si è
detto, risale agli anni 1778-1780; (quelle di Milano, Friburgo e Parigi agli
anni 1783-1790; le altre agli anni 1790-1803.
Come ogni altra
istituzione, anche l'Amicizia ebbe i suoi momenti di prosperità e di stasi,
questi ultimi causati talvolta dalla mancanza di soggetti o dagli avvenimenti
politici del tempo. Dalla documentazione che possediamo si può dire che
l'Amicizia di Torino fu sempre la più attiva e la più costante; il fatto si
spiega facilmente se si tien conto ch'essa ebbe la fortuna di contare per molti
anni, sebbene saltuariamente, come soci i tre fautori dell'organizzazione e in
modo fisso il nostro Servo di Dio, che dedicò sempre tutto se stesso per la
prosperità dell'opera. L'Amicizia di Torino operò un gran bene tanto per mezzo
della sua ricca biblioteca, quanto favorendo la stampa di libri buoni e altre
opere di religione e di assistenza morale. Fra le altre, quelle che si
distinsero maggiormente furono le Amicizie di Parigi, Firenze, Milano e Vienna.
L'Amicizia di Parigi lavorò intensamente nell'immediato periodo
prerivoluzionario e rivoluzionario favorendo la lettura e la diffusione di
libri di sani principi e aiutando materialmente e spiritualmente i sacerdoti, i
religiosi e le religiose, vittime dei provvedimenti rivoluzionari. Gli Amici
parigini avevano dato origine anche a una stamperia con dei magnifici statuti
organici, tuttora esistenti e conservati nell'archivio della Postulazione O. M.
V. (S. II, 218). Una relazione attribuita a Don Virginio accenna poi al fatto
consolante che alcuni membri dell'Amicizia di Parigi ebbero l'onore, durante
L'Amicizia
Fiorentina con l'annessa Accademia Cattolica mantenne in vita per quattro anni
(30 agosto 1803 - 31 luglio 1806) un giornale mensile religioso letterario dal
titolo L'Ape, scelta d'opuscoli letterari
e morali estratti per lo più da fogli periodici oltramontani (cfr.
Collezione completa nella Biblioteca Vittorio Emanuele, Roma);
10.
Parte avuta dal
Servo di Dio nell'Amicizia Cristiana.
Dopo aver veduto
l'origine, la natura e la diffusione in genere dell'Amicizia Cristiana, è il
momento di chiederci quale fu la parte che vi ebbe il nostro Servo di Dio. Diciamo
subito ch'egli ne fu un entusiasta sin dai primordi. Lo vediamo occupare il
posto di secondo Bibliotecario sin dall'anno 1783. Praticamente egli, benché
allora giovanissimo, si trovava spesso nella necessità di doverla dirigere da
solo, dato i frequenti viaggi e soggiorni all'estero del Padre de Diessbach,
primo Bibliotecario. Non sappiamo esattamente quando il Lanteri divenne primo
Bibliotecario, può darsi che lo sia stato già vivente il Padre de Diessbach,
comunque lo fu certamente dopo la sua morte, avvenuta in Vienna il 22 dicembre
1798. Da questo momento egli condivide l'ardua opera della direzione di tutta
l'opera con Don Virginio. Ma alla morte di questi (dicembre 1805), il Lanteri
si trovò solo al comando: tutte le Amicizie si rivolsero allora a lui come a
uomo «sur lequel repose maintenant l'esprit du Père de Diessbach» secondo la
bella espressione del Barone Penkler (cfr. Doc. XXIX, 2, pag. 133).
Sotto la sua
direzione l'Amicizia Cristiana attraversò vittoriosa, pur in mezzo a difficoltà
d'ogni genere, tutto il burrascoso periodo rivoluzionario e napoleonico, e finì
col dare origine ad un'altra società non più segreta, ma pubblica, chiamata
Amicizia Cattolica più adatta ai tempi nuovi. L'autorità civile non doveva però
permettere a questa benemerita Società, unicamente dedita alla diffusione della
buona stampa, una lunga esistenza; ma il Servo di Dio nella oculatezza del suo
zelo, aveva già pensato da tempo a perpetuare per mezzo di una Congregazione
canonicamente eretta, il magnifico programma di apostolato, ideato dal Padre de
Diessbach e piano piano sviluppato e adattato ai tempi, sotto la sua direzione.
Così che si può dire che la fondazione degli Oblati di Maria, aventi per scopo
loro proprio quello di predicare i santi Esercizi secondo il metodo Ignaziano,
di formare buoni sacerdoti e parroci, di diffondere la buona stampa e di
lottare contro gli errori correnti, si deve considerare come il coronamento
naturale dell'arduo lavoro compiuto dal Servo di Dio in seno alle varie
Amicizie, cioè
DOC.XX
NOTA BIOGRAPHICA P.
Nicolai Iosephi Alberti de Diessbach S. I., auctore Servo Dei. – Ex originali in archivo Postulationis O. M.
V. asservato, S. II, 19.
Premettiamo alla
documentazione relativa all'Amicizia Cristiana una breve notizia biografica del
suo fondatore Padre de Diessbach S. I., scritta dal nostro Servo di Dio, che si
considerava suo discepolo e figlio spirituale. La notizia è molto schematica e
forse si tratta di semplici appunti in previsione di una nota biografica più
dettagliata. Non vi è alcuna indicazione cronologica che permetta di stabilire
una data certa allo scritto del Lanteri.
Attesa
l'importanza che ebbe per la vita spirituale del Lanteri l'incontro e la
consuetudine col Padre de Diessbach, crediamo opportuno di completare le poche
note del Servo di Dio con notizie desunte da altre fonti note.
Niccolò Giuseppe
Alberto de Diessbach nacque a Berna il 15 febbraio del 1732 da famiglia
patrizia calvinista e fu battezzato il 25 dello stesso mese. Verso i 15 anni
entrò a far parte di un reggimento di Svizzeri al soldo del Re di Sardegna,
comandato da suo zio. Mentre si trovava a Nizza si convertì al cattolicesimo
(1754); ma l'abiura ebbe luogo a Torino. Venuto a conoscenza del fatto, il Re
Carlo Emanuele gli affidò il comando di un reggimento sardo e l'istruzione
militare di suo figlio Vittorio Amedeo III. Nella casa del de Saint-Pierre,
console di Spagna a Nizza, il brillante ufficiale de Diessbach trovò con la
fede anche una sposa (1755), la figlia dello stesso Saint-Pierre, la quale però
venne ben presto a mancargli (1758), lasciandolo solo con una bambina. Il de
Diessbach, affranto dal dolore, affidò la piccola creatura alle Monache della
Visitazione di Nizza e decise di consacrarsi al Signore entrando nel noviziato
della Compagnia di Gesù in Genova (1759).
Terminato il
noviziato e gli studi, il de Diessbach fu ordinato sacerdote da Mons. de
Montenach, vescovo di Losanna e Ginevra, il 22 settembre del 1764. Un mese dopo
lasciava
Nel 1796 il
Padre de Diessbach si vide offerta la sede vescovile di Losanna e Ginevra, ma
vi rinunciò. Due anni dopo (1798), trovandosi in Friburgo al momento
dell'invasione francese, egli lavorò molto per venire in aiuto dei poveri
feriti, ma durante l'esercizio della pietosa sua missione, alcuni soldati
francesi lo spogliarono e lo percossero barbaramente. Riavutosi da siffatto
indegno trattamento, riprese per l'ultima volta la strada di Vienna, ove moriva
il 22 dicembre dello stesso anno. Il Barone Penkler fece trasportare la salma
nel cimitero di Maria Enzersdorf, dove vollero poi essere sepolti tutti i
grandi Romantici Austriaci, compreso lo stesso S. Clemente Hofbauer. II nostro
Servo di Dio conobbe il Padre de Diessbach nel 1779 (cfr. Doc. LXVIII, 2). A
lui egli deve gran parte della sua formazione spirituale e da lui apprese ad
amare l'apostolato della buona stampa, gli Esercizi di S. Ignazio, le opere e
la teologia di S. Alfonso de' Liguori. Sul Diessbach si possono consultare: C.
Sommervogel, Bibliothèque de
Il Padre Giuseppe de Diessbach,
Patrizio del Cantone di Berna, nacque di genitori calvinisti in Berna, educato
dai medesimi nella setta di Calvino.
Dotato di grandi talenti, aveva
ricevuto ottima educazione. Ancora giovanetto profittò nelle dogmatiche di sua
setta.
Era capitano nel reggimento di Berna
d'infanteria, che apparteneva al suo zio Diessbach. Aveva un fratello
colonnello delle Guardie Svizzere al servizio della Francia.
Leggeva molto, e da calvinista divenne
incredulo. Detestava i preti ed frati, e al solo vederli si commoveva internamente
dicendo a se stesso: «Ecco que' impostori che ingannano tutto il popolo». Questo
lo raccontò più volte egli stesso; però non fu mai apostolo di empietà.
L'origine di sua conversione fu in Nizza
ove era di guarnigione. La cagione ne fu la lettura d'un libro (credesi Les égarements de la raison) trovato in
casa del console di Spagna S. Pierre, che egli frequentava, ed ove era ben
veduto per le sue ottime qualità, ma compianto per essere eretico; libro postovi
ad arte per aver rimarcata la sua avidità di conoscere e legger libri.
Era uomo riflessivo che non si decideva
senza ben riflettere; si recò pertanto da un Gesuita per esporre le sue difficoltà.
Questi lo consigliò a prendere congedo per due mesi, e andare a Torino per
poter far ivi l'abiura con minore difficoltà.
Giunto in Torino, e recatosi al
collegio dei Gesuiti, fu sorpreso delle buone maniere colle quali venne
ricevuto per fin dal portinaio. Ivi trovò chi pienamente lo soddisfece in tutte
le sue difficoltà.
Fece in seguito la sua abiura, si
confessò e ricevette dalle mani di Monsignor Arcivescovo
Fatto Cattolico, cangiò reggimento ed
entrò capitano nel reggimento di Zietten [Ziethen],
poscia detto Brem, indi Royal Allemand coll'uniforme di Zietten. Carlo Emanuele
III, Re di Sardegna, pregiavasi nella di lui persona [come di] un abile generale.
Si maritò colla figlia del suddetto S.
Pierre console di Spagna, la quale morì essendo egli di guarnigione in
Alessandria. Visse quindi da fervente cattolico.
Morta la moglie si consacrò a Dio nella
Compagnia di Gesù, dicendo che, siccome dopo Dio doveva la sua conversione a
Casa S. Pierre indi ai Gesuiti, così pensava aver soddisfatto verso tutti alla sua
riconoscenza.
Fatto Gesuita, coltivando i suoi
talenti a Dio caro si rese ed agli uomini, fece gran bene nelle Missioni in
Piemonte, e gran bene in Svizzera, convertì moltissima gente, anche tra i
protestanti, fece conversioni segnalate.
Predicava talvolta nello stesso giorno
in diverse chiese in italiano, in francese, e in tedesco. Era eruditissimo, e
al corrente di tutti gli avvenimenti, osservando subito il rapporto che avevano
colla gloria di Dio. Aveva il dono della parola, e il suo conversare era dolce,
manieroso, cordiale, riservato, e prudente. Sapeva guadagnarsi i cuori di
tutti, onde tutti lo ricercavano e lo gradivano.
Profittava poi di tutte le occasioni
per impedire qualche offesa di Dio, nè aveva requie finché fosse venuto nel suo
intento, esponendosi talvolta ad insulti per tal effetto, come infatti talvolta
questo seguì.
Ebbe per molti anni una gamba tutta
piaghe, per cui non poteva reggersi in piedi e dir messa, con tutto ciò non
lasciava d'accostarsi alla sacra mensa, e se occorreva qualche ammalato che
avesse bisogno di lui, in qualunque ora, anche di mezzanotte, subito si alzava
per andarlo assistere.
Qualunque occasione fosse occorsa di
procurare la gloria di Dio, non tralasciava alcun mezzo per profittarne. Intraprendeva
viaggi lunghissimi anche in cattivo stato di salute, o senza denaro, fidandosi
onninamente alla Divina Provvidenza, dalla quale veniva mirabilmente assistito.
Trovossi un dì in un'osteria del
Piemonte, ove ancora ufficiale protestante aveva fatto cessar di cantar le litanie
di Maria Vergine, solo perché questo l'annoiava. Ivi fece richiamare i padroni
dell'osteria che aveva perciò fortemente sgridati, chiese loro perdono dello
scandalo, e si diede una forte disciplina per ripararlo.
Istruì
Andò più volte a Parigi, ove era in
relazione con le persone più colte e zelanti: il suo oggetto principale era la
conversione del suo fratello, colonnello nelle Guardie Svizzere, e vi fece del
bene, come ne faceva dovunque andasse.
Ebbe in cura d'istruire nella fede
cattolica Elisabetta di Wittemberg [Württemberg],
prima moglie di Francesco Arci duca d'Austria, poscia Imperatore.
Non solo il volgo, ma persone d'alto
grado, Prelati, Cardinali, Principi, ed anche Sovrani, si reggevano coi suoi
consigli.
Andò più volte in Germania. La prima
volta si portò a Vienna passando per Wittemberg [Württemberg], poiché era molto in conoscenza del Principe Luigi,
fratello dell'allor Regnante, e che regnò anch'egli in seguito, sebbene per
poco tempo; [2] indi si restituì in
ritorno nel Piemonte nel 1788. Vi ritornò poi, richiesto per l'Arciduchessa
Elisabetta, prima moglie di Francesco Imperatore, nel 1791, ma la trovò morta
pochi giorni prima. Vi ritornò la terza volta nel 1798, e vi morì ai 23 [è il 22]
dicembre di quell'anno in concetto di santità e [vi] fu sepolto.
II conoscere i libri buoni in ogni
materia di Religione, e adoperare tutti i mezzi per promuoverne presso ogni
classe di persone la lettura, era, dirò così, la sua passione, massimamente
memore del gran bene che ne ricavò egli stesso. Vastissima era la sua erudizione
in questo genere, e finissimo il suo criterio, con una grande memoria.
DOC. XXI
VOTUM quo Servus Dei
actuositatem suam in favorem Societatis Amicitiae Christianae dedicat, anno
1780, 16 iulii. – Ex originali in archivo
Postulationis O. M. V. asservato, S. II, 1a.
Abbiamo già
veduta la dichiarazione di schiavitù verso
Seguono in
basso, sempre di mano del Servo di Dio, due sigle con due date; le sigle si
riferiscono indubbiamente all'abate de Diessbach (Ab. D. D.) e all'abate Luigi
Virginio (Ab. L. V.), ma non è possibile specificare a cosa si riferiscano le
due date. Rappresentano forse il ricordo di eguale voto emesso dai due
sopradetti?
Io B[runone] fo voto a Dio d'impiegarmi
a favore della Società detta dell'Amitié Chrétienne per lo spazio di due anni
da incominciarsi dal giorno d'oggi, qualunque volta ciò sarà stimato dai miei
due compagni cosa necessaria, e che non vi sarà nessuno de' miei doveri che vi
si opponga.
Ai 16 luglio 1780.
Ab[ate] D[e] D[iessbach]
29 giugno 1780 J.
M.
Ab[ate] L[uigi] V[irginio] 2 luglio 1780
DOC. XXII
EPISTOLA Sacerdotis
Ludovici Virginio ad P. Nicolaum de Diessbach de Christiana Amicitia, anno
1783, 1 aprilis. – Ex originali in
archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 395.
Questa lettera,
scritta da Don Luigi Virginio il 1° aprile del 1783, non porta indicazione nè
del luogo da dove fu scritta nè del destinatario; però dal suo contenuto si
arguisce che fu spedita da Milano al Padre de Diessbach. Essa ha la sua
importanza nella nostra documentazione, perché getta un raggio di luce
sull'attività del Lanteri in seno all'Amicizia Cristiana, allora in pieno
fervore di iniziative apostoliche. Vediamo infatti ch'egli tiene la cifra, che
ha cura dei Cataloghi e che è in rapporto con l'Aa, di cui parleremo a suo
tempo.
Don Virginio si
era recato da Torino a Milano in viaggio di osservazione, esplicando così la sua
mansione di Missionario dell'Amicizia Cristiana.
II nome di
questo degno sacerdote ricorrerà spesso nella documentazione relativa
all'Amicizia Cristiana e Sacerdotale e all'Aa, perché fu col Padre de Diessbach
e col Lanteri uno dei loro principali apostoli ed animatori, onde stimiamo
opportuno farlo conoscere brevemente. Don Luigi Virginio nacque in Cuneo, il 5
luglio del 1756 (Reg. Bapt. di Santa
Maria della Pieve, vol. X, f. 60v), nella stessa parrocchia del
Servo di Dio, del quale fu poi intimo amico (cfr. Doc. XXIX, 3). Alla scuola
del Padre de Diessbach divenne un sacerdote zelantissimo e S. Clemente Hofbauer
lo teneva in alta considerazione (cfr. A. Innerkofler, Der hl. Klemens Hofbauer, 2a edizione, Ratisbona 1913,
pp. 149, 164, 210, 360). Dopo la morte del Padre de Diessbach, diresse
l'Amicizia Cristiana di Vienna, ove fu anche rettore della chiesa degli
Italiani. Si occupò molto anche dell'Aa, come ci attestano diverse lettere
dell'Aa di Chambéry a quella di Torino, conservate nell'archivio della Postulazione
O. M. V. (S. I, 372 e ss.). Morì a Vienna nel dicembre del
Don Virginio, fu,
come il Padre de Diessbach, gesuita. Dai Cataloghi brevi degli anni 1772 e 1773
della Provincia Milanese della Compagnia (Archivio Generale della Compagnia di
Gesù: Med. 18, catalogi breves Prov. Mediolan., ff. 106, 133; notizia
gentilmente fornitaci dall'attuale Archivista Generale, P. Giuseppe Teschitel,
S. I.) apprendiamo che Don Virginio entrò nel Noviziato di Chieri il 10 aprile
del 1771. Siccome mancano i Cataloghi triennali dell'epoca, la data della
professione non ci è conosciuta; è però probabile ch'egli emise i primi voti il
10 aprile del 1773 o poco dopo, quasi alla vigilia della soppressione della
Compagnia (21 luglio 1773).
Molto Reverendo in
Cristo Padre,
Dacché sono giunto in questa città non
ho trattato quasi con altri, che con ex-G[esuiti].
Quasi tutte le ore ne vedo qualcuno. Ve ne sono anche alcuni spagnuoli, ed americani. Ma
questi sono resi pressoché inutili, massime dall'imperizia del morale del paese
e della lingua, e dall'uso introdottosi da qualche mese, od anno di non lasciar
travagliare i forestieri. Quelli dunque, che convenga adocchiare, si riducono
alli soli naturali del paese. Or questi (lasciando a parte alcuni che si
occupano in impieghi semi-profani) parlando in generale sono di singolar
probità, attaccamento alla Religione, ecc. Si occupano competentemente a
confessare, e predicare; ma poi non si occupan quasi in altri pensieri che dei
riguardanti le nuove ed il ristabilimento della Compagnia, e mi paiono un po'
indolenti nel resto. Ciò io penso che provenga: 1° dal clima istesso, come lo
confessano in generale quei del paese, ed io medesimo mi sembra di provarlo in
me.
2° Dall'attuale
intorbidamento degli affari, per cui sono alcuni alquanto intimoriti, e stanno
a veder quale piega prenderanno le cose. 3° Da mancanza di notizie degli affari
morali dei paesi esteri, di cui in generale si professa somma ignoranza;
epperciò non sanno d'onde venga il male, e quali i rimedii. 4° Dall'essere il
paese ancora assai bene incamminato, poiché il clero in generale è eccellente,
ed il popolo molto religioso. Onde non conoscono quasi altro male, che la
scostumatezza, ed il disordinato amor de' divertimenti. Egli è ben vero che nel
clero si è già sentita qualche scossa di Giansenismo, e nella Nobiltà di
empietà. Ma queste scosse sono troppo recenti perché possano sentirne tutte le
cattive conseguenze al presente, e conoscerne le cagioni, ed i rimedi. Tutto
ciò però non impedisce che, qualora vi fosse chi li dirigesse, si potesse da
questi ricavare un gran vantaggio, poiché conservando un gran fondo di buona
volontà, certamente, almeno alcuni si occuperebbero volentieri in quelle cose
buone, che loro si proponessero, e avendo lo spirito retto, e giusto si
potrebbero loro far conoscere molte cose assai utilmente.
Nella classe di questi si può collocare
un numero molto grande di curati, e preti di grande capacità di cuore, e di spirito,
che si occupano assai vantaggiosamente nella vigna del Signore.
L'unico tra quelli, che io conosco, che
mi sembri superiore, ed anche di molto, a questa sfera si è l'Abate Argenti. Tra
i Cavalieri e Dame che conosce, di spirito colto ed assai amanti della
Religione, mi ha nominato il Conte Pertusati [3] e sua
moglie, e la contessa Trotti, che desidera molto il suo arrivo, e che per mezzo
dell'Abate Argenti mi lascia di riverirla. Mi ha però detto l'Abate Argenti che
questa Signora fa una vita assai ritirata, e che i Cavalieri in generale, anche
quelli di molta Religione, non osano citire (sic) per timore dei Regii.
L'Abate Bianchi, curato di Corte, mi ha
fatto graziosa accoglienza. Mi ha lasciato di riverirla, ed è molto premuroso
di vederla qui. È uomo vecchio, alquanto sordo ed assorto dall'Operariato,
spira santità.
Ecco quelle poche notizie che io ho
saputo finora ricavare; e a dirle il vero, quasi dispero di ricavarne delle
maggiori, se non fosse qualche maggiore schiarimento intorno a queste. La
ragione si è che io non ho mezzi da introdurmi presso altri generi di persone;
e la molta vicinanza del Piemonte e le molte conoscenze di ex-Gesuiti
m'impediscono dal praticare certi mezzi straordinari che forse potrebbero
essere opportuni qualora mi trovassi in paesi molto lontani per tempo ragguardevole. Per poter fare
passi ulteriori a scoprire paese, io non so veder altro che questi due mezzi:
cioè, o mi mandino alcune lettere di raccomandazione, o mi permetta che parli
chiaro e mostri i Cayers all'Abate Argenti, il quale credo che si impegnerebbe,
e mi farebbe fare alcune conoscenze, e queste potrebbero trarne in conseguenza
delle altre. Vi sarebbe un altro mezzo più certo, e di cui però dispero, questo
sarebbe che ella anticipasse la sua venuta.
Vo quasi tutte le sere ad una
ricreazione o radunanza che si fa di quasi tutto il ceto Gesuitico, o «in re» o
«in affectu», in casa di un curato. Potrebbe questa radunanza servire per tante
cose buone.
La prego a favorirmi di risposta, od
almeno ad accusare la ricevuta sì di questa come dell'altra che già le scrissi,
almeno per togliermi di pena.
Se mi mandasse lettere commendatizie,
invece di permettermi di confidare etc. ut supra, credo che sarebbe meglio,
oltre le altre ragioni, anche perché riguardo a questo secondo mezzo non sono ancora
tutt'affatto tranquillo.
Ho saputo per canale, credo, certo, che
i torbidi nell'America Spagnuola non sono ancora quietati, checché ne dicano le
Gazzette. Cusco è perduta, come pure le circonvicine miniere.
Qui acchiusa le invio una cifra per
Lanteri. La chiave potrà essere la parola Amen. Sono sempre più persuaso della
necessità di questa.
Le invio pure quella lettera che non
avevo badato di lasciarle partendo.
II Signor Abate Prati, con cui abito, e
che la riverisce distintamente, ha una libreria piuttosto abbondante di libri
buoni, massime antichi. Ho cominciato a prendere memoria di quelli che mi
sembrano atti «ad rem nostram», e gliela invio qui pure acchiusa. Ma molti dei
libri notati hanno bisogno di più accurato esame.
Mi è stato proposto da persona fida di
comperare un calice ed una pisside amendue di lavorio fino, e che sono disposti
a lasciare al prezzo del valore del metallo, che può importar circa lire 250
verso 300 di Savoia. Qui mi farebbe un buon colpo se lo potessi far esitare;
per altra parte potrei farmi un merito con mio fratello. Mi scriva presto il
suo parere, ed in caso che non stimi a proposito che io ne scriva a mio fratello
affinchè lo comperi, potrebbe, se gli par conveniente, parlarne con Sineo, od
altri dell'Am[icizia] Sacerd[otale] se lo vogliano, poiché ciò mi
farebbe qui un buon colpo.
Riceverà pure dal latore della presente
alcuni libretti favoritimi dall'Abate Argenti.
Io qui sono quasi ozioso, per difetto
di conoscenze che mi interessino. Mi occupo qualche poco a prendere memoria di
quei libri che le ho detto, ed a trascrivere qualche manoscritto che mi par
buono. Per esempio ora trascrivo la relazione della Conversione di Thiulen.
Mi dica se posso mostrare all'Abate
Argenti almeno il catalogo. Ciò gli farebbe molto piacere, e sarebbe utile.
Mi favorisca nuove di sua sanità, in
specie degli accidenti della gamba; [4] come
pure dell'A[micizia] C[ristiana]. Se ella non ha tempo, almeno
Lanteri spero che potrà notificarmi i suoi sentimenti; prego pure Lanteri a
notificarmi quelle novità pubbliche del paese; giacché ciò potrà pure in
qualche modo essermi qui di alcun vantaggio per parlarne con altri.
Prego pur Lanteri a supplire ad una mia
mancanza. Questa si è che nella Vita del P. Possevino ho trovati alcuni libri
che mi sembrano buoni. Ho fatto una piegatura alla facciata in cui si trovano;
ma non li ho ancora notati. Si potrebbe pure prendere memoria di tutte le opere
del Possevino, delle quali se ne ritrova copioso catalogo al fine della sua
vita.
Si compiaccia di leggere ancora
quest'altro foglio.
II P. Prati mi ha dato contezza di
un'opera intitolata: Catalogus
Bibliothecae Bunanianae, 7 volumi in-4°, Lipsiae. Mi par che mi abbia detto
che contiene, oltre una quantità di libri buoni, anche la notizia
particolarmente di quantità di vite di Santi e di uomini illustri.
Si compiaccia di dirmi se giudichi a
proposito che io mi occupi anche a ridurre il Catalogo in ordine alfabetico,
acciò si possa subito vedere se qualche libro, che si desideri sapere, vi
entri, ed in quali classi entri. In tal caso Lanteri si compiaccia di mandarmi
le aggiunte con le classi a cui appartengono.
Credo che non sarebbe difficile lo
stabilire qui l'Aa di Murgerai; in caso che lo stimasse a proposito, si
compiaccia di dire a Lanteri che mi mandi i Cayers
della Aa.
II P. Fierart aveva composto un
Catechismo francese. Questo era stato mandato a Genova per essere stampato; ma
non so per quale accidente la stampa ne fu interrotta. Il P. Solar ne conserva
in Genova l'originale. Il P. Argenti mi lascia di dirle che se vuole se lo
faccia pure mandare dal detto P. Solar, stato suo Maestro di Noviziato. Lo
potrebbe portare in Svizzera, e darlo a Piler che se lo stampi. Ed ecco che una
sua lettera darebbe la esistenza ad un'opera buona, che senza di ciò facilmente
resterà per sempre nel numero delle sole possibili.
Non so se converrebbe che dicessi
chiaro all'Abate Bianchi e lo pregassi di farmi far conoscenze.
Per opera del Padre Argenti si stampa l'opera seguente, cioè: Dorevil, Dell'Imitazione della Vergine. Qualora
qui se ne desiderasse qualche copia, avvertendomi per tempo, le avressimo a
miglior prezzo. Preghi e faccia pregare per me, e mi creda di vivo cuore.
1° d'aprile [17]83.
T. S. L[uigi] V[irginio]
P. S. – Dica a Giulio, che li suoi
versi incontrano molto bene e si leggono dappertutto, e mi mandi delli nuovi,
se sono stampati.
DOC. XXIII
EPISTOLA Servi Dei ad
Sacerdotem Ludovicum Virginio de Christiana Amicitia, Sacerdotali Amicitia
atque Aa, Cunei anno 1784, 18 septembris. – Ex
originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. II, 20.
Questa lettera
del Lanteri è autografa, ma non porta indicazione del destinatario; il quale
però, come si deduce dal contenuto e da un'antica nota posta in capo al foglio,
è da ritenersi Don Virginio. Per il Servo di Dio ha il merito di farci vedere
come egli, nonostante il dolore e la preoccupazione per la grave malattia di
suo padre, che doveva morire il 31 ottobre seguente, si interessava vivamente
all'andamento delle Amicizie Cristiana e Sacerdotale e dell'Aa esistenti in
Torino. La lettura della lettera è resa ora difficile dal fatto che, in un
secondo momento, per non si sa quale ragione, forse per timore di qualche
angheria poliziesca, furono ritagliate a bella posta le sigle A. C., A. S., Aa,
ossia Amicizia Cristiana, Amicizia Sacerdotale e Aa, adoperate del Servo di
Dio. Nella impossibilità di poter indicare con precisione la sigla usata volta
per volta dal Lanteri, le lacune saranno indicate con dei puntini; abbiamo però
sempre potuto completare il testo esistente nella parte opposta del foglio con
gli elementi sfuggiti all'azione delle forbici.
Amico Carissimo, [5]
Abbiamo avuto la visita di Penchienati,
ha ordinati alcuni rimedi interni ed altri esterni per disporre ed attenuare
quel rumore fissatosi nei muscoli della coscia di mio Signor Padre, e indi
passar all'applicazione d'una specie di vescicante alla parte inferma; aveva
dato a sperare di vederne del miglioramento visibile fra una settimana, e di
guarirlo fra un mese. Son circa due settimane che si pratica a tenore
dell'ordinazione, però non si è ancora venuto all'applicazione del vescicante,
ma sinora non si prova neppure il minimo sollievo, ed io umanamente parlando
non ho mai avuto, nè ho ancora presentemente speranza alcuna, avendo io sempre
avuto occasione di visitarlo più volte al giorno, nè avendovi mai rilevato mutazione
sostanziale da tre mesi che si trova detenuto a letto per tale incomodo,
nonostante i fortissimi rimedii che si son già applicati; aggiungasi ancora la
difficoltà che ha mio padre a lasciarsi applicare detto vescicante, e il
pericolo che ne può risultare anche in caso d'applicazione di esso. Tale
essendo lo stato delle cose M[adame la]
C[ontesse] S[aint] G[eorges] fa mille
premure per la pensione del figlio, apprendendo fortemente che abbia da
trovarsi ai Santi ancora del tutto sprovvisto, sicché conviene ch'io scriva con
tutta premura a Sineo, Botta, P. Baud, Casa Amante, e a chi ho mai potuto
sapere per soddisfare detta Signora C[ontessa]
S[aint] G[eorges]. L'Abatin però è tranquillo, e sta alla Provvidenza.
Quantunque io non abbia speranza alcuna
umana del mio ritorno a Torino (giacché se mio Padre continua in tale stato, mi
è affatto impossibile) pure io spero fortemente nel S. Cuor di Gesù, e
particolarmente spero nella prossima novena di S. Teresa, in cui farò anche
pregare da altri per tale intenzione; il Signore ha mille mezzi a noi ignoti
per trarmi d'ogni difficoltà. Se tale sarà la sua santissima volontà. Ma
siccome conviene provvedere le cose anche secondo le leggi della prudenza,
perciò conviene che P[adre] D[iessbach] e V. S. esaminino lo stato
futuro delle cose in caso di mia assenza, moralmente certa parlando umanamente,
e quindi pensino a provvedervi, perché S[aint]
G[eorges] dovendo prender la licenza,
e quindi attendere più di proposito agli studi, non sarà in caso d'attendere a
tutte le cose agibili dell..., e quand'anche avesse il tempo non so se sarebbe
abbastanza al fatto delle cose, inoltre 1'... correrebbe rischio perché S[aint] G[eorges] per la detta ragione non può comporre, come neppur Botta,
il T[eologo] S[ineo] neppure può far l'istesso, come abbiam già sperimentato, nè
vi sarebbero altri, perché dei Filippini non si può farne caso, sicché non vi
sarebbe che l'... che nonostante spero continuerà a fiorire: da questo, e da
altre ragioni che eglino prevederanno meglio di me, ne verrebbe per conseguenza
che sarebbevi necessaria la persona di V[irginio];
pure per altra parte capisco che V[irginio]
dovrebbe rimaner costì per 1'...; dovrebbe anche recarsi a M[ilano] per 1'.., Eglino esaminino,
decidano; ma spero che il S. Cuor di Gesù, e S. Teresa spianeranno ogni cosa. Quanto
a me dispongano, decidano ch'io son pronto ad ogni cosa per l'..., quand'anche
dovessi andare...
Non ha guari che ho ricevuto lettera da
Torti, mi diede nuove della futura... che si spera, mi significa pure che [non] ha ancora ricevuto i libri; ho
scritto in seguito a Peila che mi risponde esser essi sicuramente giunti alla
loro destinazione, non v'è altro se non che gli scriva a chi sono stati
indirizzati dai Signori Peila perché li ripeta da essi. Mi rallegro pure
dell'Aa che V. S. introduce costì.
Dal giornale di Luxembourg ricavo che
Ho ricevuto nel giornale un biglietto
in cui lo stampatore avverte M. Durad essergli debitore di L. 16,10 de France
per la soscrizione del Giornale di quest'anno, non so che debba farne, se debbo
inviarlo a M. Bocard: mi risponda su questo punto, e mi significhi pure quando
P[adre] D[iessbach] pensa di ritornare a Torino. Il Sig. Canonico Rocchetta
mi ha imprestato il Capo delle Costituzioni della Compagnia con tutte le Sue
Bolle etc. etc. Vol. 4 in-4°; vorrebbe disfarsene, dice che egli ha dato L. 60
per averlo, veda se alcuno volesse comprarlo, altrimenti io non mancherò di
prenderlo se potrò averlo a prezzo. M... mi lascia di riverire P[adre] D[iessbach]; ha le febbri, credo che non si sia mai più accostato ai
Sacramenti, io posso vederlo ben di rado, ne parli con P[adre] D[iessbach]. Suo
Signor Padre sta bene: nè la..., nè io abbiam guadagnato al lotto [ossia Lotteria]; i numeri sono i
seguenti in ordine di estrazione: 23150 - 7121 - 26505 - 10406 - 9562 - 20323 -
20408 - 12060 - 66. M[adame la] C[ontesse] S[aint] G[eorges] e
l'Abatin mi lascian di fare i lor complimenti; i miei ossequi a P[adre] D[iessbach]; mi raccomando caldamente ai loro S. S. avendone gran
necessità per tutti i versi; e di cuore abbracciandola la lascio nel S. Cuor di
Gesù.
In fretta. Cuneo, li 28 settembre 1784.
L[anteri]
DOC. XXIV
EPISTOLA P. Nicolai de
Diessbach S. I. ad quemdam Sacerdotem in qua suam existimationem erga Servum
Dei patefacit, anno 1786, 6 februarii. – Ex
originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 396.
II destinatario
di questa lettera non ci è conosciuto, ma, come si vede dal contenuto, deve
essere un giovane sacerdote appartenente all'Amicizia Cristiana o all'Amicizia
Sacerdotale di Torino. Tra lui e il Lanteri, allora giovanissimo, esisteva una
relazione spirituale, e il Padre de Diessbach approva pienamente che il giovane sacerdote si affidi al
Lanteri. Ciò sta a confermare la stima che il predetto Padre nutriva per il suo
diletto discepolo Lanteri.
Amico carissimo in G.
C.
Mi ha consolato indicibilmente la tua
bellissima lettera in cui ti spieghi così bene. Comandami pure e sappi che ex toto corde prendo interessamento per
te; confida moltissimo in Dio. Vedrai che tutto prenderà buona piega di somma e
stabile tua consolazione. Inerendo al tuo desiderio invio a Lanteri la stessa
tua lettera e, se vuoi, comunica al medesimo anche questa. Dunque ti esorto enixe a fare i santi esercizii.
Intenditi, sul modo, con L[anteri] e
fagli pacifice, con calma, senza usare penitenze o tenore di vita troppo
penoso. Valtiti in essi per la lettura (e falla abbondante) del Personio e del
Cattaneo d'amen due i suoi volumi; per meditare o esami Bourdaloue, Retraite, quando però non abbi piacere
delle meditazioni dello stesso Cattaneo o Personio. Non confessione generale,
ma solo da que 4 o 5 anni indietro. Fatti gli esercizii, ti esorto alle
seguenti letture: 1° Santa Teresa; 2° S. Bernardo; 3° il Theatrum asceticum di Neumaïer; 4° la 2a parte di
Rogani; 5° l'Asia e l'Inghilterra del
Bartoli. Intanto studio forte nel comporre cose predicabili. Sei capace.
Usa applicazione. Lo stile della tua lettera è eccellente per cose instruttive.
Nello stesso tempo renditi pratico ben bene di spezieria.[6]
Finalmente cerca ad essere ammesso a lavorare e lavora enixe e con gran carità. Ecco la tua serie. Se la intraprendi con
gran cuore e la prosiegui con costanza troverai grandi aiuti di Dio, gran
consolazione e gran pace. Lanteri s'impresterà a tutto, tutto ciò che vorrai da
esso, e fidati di Dio, di cui certamente così siegui la voce. Prega per me e
credimi di cuore in G.
6 feb. 86 [1786].
Aff.mo Diessbach.
DOC. XXV
EPISTOLA Servi Dei ad Sacerdotem
Ludovicum Virginio huiusque adnotationes variae circa Christianam Amicitiam,
Aug. Taurinorum anno 1802, 2 septembris. – Ex
originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 1501.
La presente
lettera è senza indicazione del destinatario, ma dal contenuto lo possiamo
identificare nella persona di Don Luigi Virginio che trovavasi allora a
Firenze, dove il 6 ottobre fondava una «Conversazione Cristiano-Cattolica»,
specie di società letteraria segreta, anche questa a scopo di apostolato (cfr.
Atto di fondazione conservato nell'archivio della Postulazione O. M. V., S. I,
200). Da questa Conversazione, chiamata in seguito «Accademia Cattolica» e
costituita da un gruppo scelto di Amici Cristiani Fiorentini (cfr. Doc. XXVII),
ebbe origine il giornale mensile, religioso-letterario, detto L'Ape, che uscì
per la prima volta il 30 agosto 1803 e cessò il 31 luglio del 1806.
Da questa
lettera apprendiamo che il Servo di Dio, invitato a Firenze nell'autunno del
1802, si scusava di non poter per allora intraprendere tale viaggio che però
effettuerà l'anno appresso alla stessa epoca. Interessante in questa lettera è
una serie di appunti scritti sul verso del foglio da Don Virginio,
probabilmente in vista di una lettera al Lanteri, come si può pensare considerando
attentivamente il loro contenuto. Questi appunti sono preziosi per le notizie
che contengono circa l'Amicizia Cristiana e circa la collaborazione del Servo
di Dio con Don Virginio nella direzione della medesima.
Carissimo,
Ho pensato e ripensato al progettato
viaggio, quale non potrebbe essermi di maggior consolazione, ma non so
risolvermi ad effettuarlo, essendo troppo duro e crudele abbandonare tante
persone nell'ultima desolazione; ne ho ancora parlato col M[archese] Z[ei, ossia d'Azeglio] quale è pure del mio avviso. Dunque altro non
rimane se non che vi risolviate voi a passar per queste parti per far il vostro
ritorno. Capisco che è una diversione non indifferente, pure mi pare
indispensabile, tanto più se vi sta a cuore di parlare a M[archese] Z[ei] quale fino
alla metà del venturo non potrebbe rimettersi in viaggio, e ancora ne è
dubbioso. Non mi trattengo di più perché il tempo mi manca, tanto più sperando
di quanto prima abbracciarvi. O. S. (?)
V.
Torino, li 20 settembre 1802.
T. V. Aff.mo
L[anteri].
Nota retroscritta di appunti, redatta di proprio pugno dal
Virginio, come ci risulta dal confronto calligrafico con una sua lettera
autografa.
Importanza e mezzi di corrispondere par
Florence.
Stato d'A[micizia] C[ristiana]:
Roma, Vienna, Varsavia, ici
Bisogno che venga 1° Qui: mali,
risorse, speranze; bisogno di sostenerle e dilatarle. 2° Mil[ano],
non lasciar cadere; speranze di soggetti. 3° Si fieri possit Genova, ibi Conte
Balbi e sua moglie, Marchese Grimaldi.
Mandi Utili, Massime Voyageur, di cui
Avvocato Verna ha copia. Item addizioni a Catalogo. Item scritti e memorie di
P[adre] D[iessbach]. Vicissim si faccia mandare da Z[ei], Utili e Addizioni o copia di nuovo Catalogo.
Formi soggetti Ecclesiastici A[mici] C[ristiani]: 1° per supplirlo in ogni evento; 2° per fornire le altre
A[micizie] C[ristiane]; 3° per dilatar sfera di operazioni; 4° per scaricarsi
personalmente di operazioni, ed aumentar speculazioni; Per formarli, mandarli
anche si expedit a viaggiare nelle A[micizie]
C[ristiane]; ma dopo d'esservi stato
esso: anche a Vienna (se ha nunc qualche soggetto).
Testamento per me da correggersi.
Mandi istruzioni e casse di missioni.
Vi spedirò libri; ditemi se vi è
inconveniente.
Sia o trovi corrispondente di Accademia
Cattolica e di Giornale per libri e nuove interessanti
Mandi libro d'Aa per le meditazioni
ebdomadarie.
Procuri di terminar presto conto di P[adre] D[iessbach].
DOC. XXVI
ORDO RERUM AGENDARUM in
coetu Amicitiae Christianae Mediolanensis, anno 1803, exeunte mense novembri. –
Ex originali in archivo Postulationis O.
M. V. asservato, S. II, 209.
Dopo la
permanenza a Firenze di oltre un mese (ottobre-novembre 1803), il Servo di Dio
si recò a Milano (fine novembre) per visitarvi l'Amicizia Cristiana, fondata tra
il 1783 e il 1785 da Don Virginio. Quest'Amicizia annoverava fra i suoi membri
vari Signori e signore dell'aristocrazia cittadina ed alcuni sacerdoti; tra tutti
meritano di essere ricordati: Don Riva Palazzi, il Teologo Mascarani e il conte
Francesco Pertusati (1741-1823), buon letterato e indefesso autore e traduttore
di opere ispirate ai principi dell'Amicizia cristiana, col quale collaborava la
sua Signora, donna di profondo spirito cristiano. (Sull'attività del Pertusati
cfr. G. Baraldi, Notizia biografica sul
Conte Pertusati, in Memorie di
Religione, di morale e di letteratura di Modena 1823, vol. IV, pp.
303-336). A quanto sembra l'Amicizia Milanese aveva la sua sede in casa Pertusati,
ora palazzo Melzi, dove si trovava la biblioteca (cfr Doc. XXVIII, 5 b, pag.
117).
Tra i pochi
documenti sinora conosciuti dell'Amicizia Cristiana Milanese, il più
caratteristico è quello che qui pubblichiamo. Si tratta di un ordine del giorno
per un'adunanza, preparato dal Lanteri e
discusso sotto la sua direzione. Tutta la materia sottoposta ad esame è
disposta schematicamente ed ogni punto discusso porta accanto la risoluzione
presa (cfr. anche Doc. XXVII pag 105 e seg.).
Per noi
l'importanza di questo documento sta nel fatto che ci permette di cogliere al
vivo un momento dell'attività del Servo di Dio in favore dell'opera cui
attendeva con tanto fervore da più di un ventennio.
Per facilitare
la lettura abbiamo messo in corsivo le risoluzioni prese.
MODO D'IMPRESTARE I LIBRI.
1° Gl'inamovibili con somma cautela, a
soli Amici, e si dovranno restituire in effettivo. Ammesso.
2° I doppi con maggior facilità, e
anche con qualche rischio di perderli. Ammesso.
3° Si determini il soggetto che sia il
centro a cui si indirizzeranno gli altri Amici per aver libri della Biblioteca,
e questi terrà registrato i libri che impresta, e a chi li impresta, scancellando
i restituiti. È fissato l'Abate Riv[a] P[alazzi] (quale deve frequentar maggiormente
CATALOGO.
Si manderà da L[anteri] un completo: Generale per alfabeto, classificato, de'
squisiti, de' fortissimi. Ammesso e si
starà attento all'occasione.
STABILIR
COMUNICAZIONI CON T[orino] E F[irenze] PER QUESTO FISSARNE.
Il Libraio col suo indirizzo per le
spedizioni: Giuseppe Bonacina sul Corso di Porta Orientale di contro casa
Aresi.
Firenze M. Z. P. R. [Marchese Zei, ossia d'Azeglio e Priore
Ricasoli]. Torino L. e T. G. [Lanteri
e Teologo Guala].
COMUNICARE
Ammissibili a Catalogo per participarla
ai Bibliotecari, affinchè ne portin giudizio definitivo di comun consenso. Ammesso.
Tradotti o stampati da qualche A[mico] C[ristiano] per procurarne l'esito favorevole. Ammesso.
FORMAR
CARTA GEOGRAFICA A DUE LIBRI.
Delle persone dotate di zelo, pietà,
prudenza. Con apporvi a ciascuna qualità il segno: A, se è esimia; a, se è
più che ordinaria; b, se è solo
ordinaria; niun segno se tal qualità manca o non è abbastanza conosciuta. Ammesso.
PER
«L'APE» DI FIRENZE.
Procurar associati, e cooperatori.
Procurar notizie religiose, e profane. Ammesso
per quanto si può.
PROPORRE
SOGGETTI NUOVI.
Conte Andriani. Ammesso, e da cercarsi il modo.
Conte Meleri le jeune. Da coltivarsi
per questo, consegnato all'A. T. [Amico Teologo?].
Proposto Nava e suoi fratelli. Non per ora.
Fra i proponibili: Ab. Proti; Curato
Sisto; Curato Bonanomi; Marchesa Viani; Donna Teresa Dugnani. Assegnati allo zelo del T[eologo] Mascarani.
NON
PERDER DI VISTA
Subito che si possa, e per questo
sarebbe opportuno l'Abatino Luigi Breme. Ammesso,
e L[anteri] mandi lo scritto a questo proposito.
NON
DIMENTICARE IL GABINETTO LETTERARIO.
Cura
al Teol. Mascarani.
A[micizia] C[ristiana] OGNI PRIMO VENERDÌ.
Senza
formalità.
ASSICURARE
BIBLIOTECA.
Da
prendersi in considerazione in un'A[micizia] C[ristiana].
BIBLIOTECA,
MATERIALE ORDINATO, E CLASSIFICATO IN LIBRI.
Ascetici; Predicabili; Storici: sacri
p. e. Storia ecclesiastica, Vite, profani o misti; Teologici: polemici contro:
gli empi, i giansenisti, gli altri eretici; Scolastici; Moralisti; Canonisti;
Poetici; Filosofici, e misti. Ammesso per
quanto si può.
N.
B. TUTTI I DOPPI A PARTE.
In qualche modo pure classificati. Ammesso ut supra.
MEZZI
D'AMPLIARLA.
Per questo proponesi:
1° L'osservanza della regola che
suggerisce d'espiare con donazione di qualche libro o con altra elemosina per
quest'effetto la mancanza alle regole, come lettura, meditazione quotidiana,
esercizi ecc. [7]
2° Ciascuno ogni anno (oltre l'importare
del fìtto) contribuisca qualche volume, p. es. de' libri a catalogo; oppure un
equivalente a suo arbitrio in denaro, il registro delle quali donazioni si
leggerà una volta l'anno in un'A[micizia]
C[ristiana]. L'Ab. Ri[va]-Pal[azzi] è pregato ricordarlo ai soggetti.
3° Profittare de' libri dell'Ab. Pr[oti?] con le seguenti con dizioni:
1° Mettere in libreria que' soli
ammessi a catalogo;
2° appor loro esternamente un segno ben
visibile per distinguerli, e quale debba apporsi: Pr. dentro e fuori;
3° imprestarli con somma riserva perché
debbono restituirsi in effettivo (eccettuati i rari);
4° restituirli tutti, e smembrarne la
libreria quando sia duopo. Ammesso.
DOC. XXVII
SERMO a Servo Dei
habitus coram Amicis Christianis, Aug. Taurinorum an. 1804 denuo congregatis,
quo indolem et statum Amicitiae Christianae describit, anno 1804. – Ex originali in archivo Postulationis O. M.
V. asservato, S. II, 210.
Il Lanteri, dopo
aver infuso con la sua visita nuove energie vitali nelle Amicizie di Firenze e
di Milano, si adoperò attivamente per far risorgere quella di Torino, «disfatta
ed annientata» dalle tristi vicende politiche che avevano messo a soqquadro
tutto il Piemonte. Durante questi tristi frangenti, cioè l'invasione Francese
del 1798, la conseguente caduta della Monarchia e l'aggregazione alla
Repubblica Francese nel
Questo discorso
costituisce il presente documento, il quale, mentre ci offre dati preziosi non
altrimenti conosciuti per la storia dell'Amicizia Cristiana, ci discopre sempre
più lo zelo di cui era animato il Servo di Dio.
Per facilitare
la lettura del documento abbiamo introdotto titoli e sottotitoli; nella
trascrizione del testo si è tenuto conto delle numerosissime correzioni dovute
allo stesso Servo di Dio.
Giacché il Signore Iddio ci ha fatto la
grazia di rinnovarci la nostra Amicizia Cristiana, e rendercela composta per la
maggior parte di nuovi Amici Cristiani, io credo opportuno per questa prima
volta che abbiamo la consolazione di vederci assieme uniti per così buona
causa, dover porre innanzi agli occhi di tutti gli Amici tre punti di vista: 1°
in che consista la nostra Amicizia Cristiana – 2° in quale stato si trovi
presentemente – 3° di quali cose dobbiamo subito occuparci; tre punti, a mio
giudizio, tanto più necessari d'esaminarsi per meglio comprendere ove consista
la sostanza e lo spirito dell'A[micizia]
C[ristiana], quale solo sembra prudente
per ora di seguire, allontanando ogni altra formalità, affinchè così non ne
risulti che l'idea d'una semplice e intera amicizia cristiana, siccome veramente
si chiama, e non già di alcun corpo dalle sue leggi, impieghi, e formalità,
organizzato e composto.
CHE
COS'È L'AMICIZIA CRISTIANA
Scopo. – In che consiste dunque
primieramente la nostra Amicizia Cristiana? Il suo scopo come ognun sa si è di
contribuire per quanto si può perché Dio sia glorificato, e le anime si
salvino, con far regnare in noi e negli altri le virtù cristiane,
particolarmente le teologali: Fede, Speranza, Carità, come quelle che
maggiormente onorano Dio, e necessarie sono alla salute.
Doppio si è dunque lo scopo della
nostra A[micizia] C[ristiana] l'avanzamento nostro in primo
luogo, in secondo luogo la salute altrui. Si provvede primieramente in essa
all'avanzamento nostro spirituale, e questo appunto giusta la sentenza del
Divin Redentore: «Quid prodest homini si mundum universum lucretur, animae vero
suae detrimentum patiatur?» Mezzi. –
Vi si provvede poi con i mezzi più proprii e conducenti a tal fine quali sono,
oltre la raccomandata frequenza particolare dei Sacramenti, l'esercizio ancora
quotidiano che particolarmente vi si professa, di meditazione e lettura spirituale,
quale tanto più fruttuoso ci si rende quanto più scelti e adattati verranno i
libri suggeriti dalle cognizioni particolari che nell'A[micizia] C[ristiana] si
acquistano.
Aggiungasi l'incoraggiamento grande che
giusta l'avviso di S. Francesco di Sales e S. Teresa ci procura l'istessa
amicizia spirituale tra di noi contratta, e il così efficace vicendevole buon
esempio, senza parlare poi dell'efficacia della vera e tenera divozione così
propria degli Amici Cristiani verso il Sacro Cuor di Gesù, simbolo e pegno del
suo amore immenso verso di noi, e unica sorgente d'ogni grazia e virtù; come
pure della devozione verso Maria Santissima, S. Giuseppe e Santa Teresa, nostri
speciali protettori, senza parlare ancora delle altre grazie speciali che per
la nostra santificazione si acquistano, annesse alla pratica soda delle opere
di misericordia spirituale che sogliono praticarsi nell'A[micizia] C[ristiana],
grazie particolarmente fondate su quelle consolanti parole della S. Scrittura
che dovrebbonsi tenere sempre a caratteri d'oro impresse nei luoghi delle
nostre adunanze: «Qui ad iustitiam erudiunt multos fulgebunt tamquam stellae in
perpetuas aeternitates» (Dan. 12), ed altrove: «Qui converti fecerit peccatorem
ab errore viae suae salvabit animam eius a morte, et operiet multitudinem
peccatorum» (Iac. cap. ult.).
Tanto più poi se s'aggiungono ancora
ogni anno i S. Esercizi spirituali, e di più alcuni giorni di solitudine
tranquilla per pensare al modo d'animarsi maggiormente nel servizio di Dio, e
meglio giovare e contribuire alla salute altrui, siccome vien consigliato
ancora nei nostri stabilimenti.
Formazione
spirituale degli Amici Cristiani. – Chi non vede come tutti questi mezzi efficacissimi sono
per portarci viemmaggiormente alla pratica della più soda e vera virtù, e
renderci tali quali ci desidera la nostra A[micizia]
C[ristiana], cioè che ognun di noi possa
dire con sincerità a se stesso: veramente io non riconosco in me desiderio alcuno
più forte, o almeno ugualmente forte, di quello di far regnare Gesù Cristo nel
mio cuore e nei cuori di tutti gli uomini del mondo, tanto meglio poi se uno
giungesse a poter dire ancora essere in lui questo desiderio divenuto così
forte, da esserne diventato la sua passione predominante, onde fosse costretto
a esclamare col grande zelatore delle anime nostre: «Ignem veni mittere in
terram, et quid volo nisi ut accendatur?».
Tali sono dunque i soggetti che cerca
la nostra A[micizia] C[ristiana] di formare e perfezionare
sempre più coi mezzi sopra mentovati appunto per meglio riuscire nell'altro suo
scopo principale summentovato, di cercar cioè di far regnare Gesù Cristo nel
cuore ancora degli uomini di tutto il mondo, poiché se uno non ama Dio ben
ardentemente, come potrà essere portato a cercare tutti i mezzi più proprii a
dilatare la sua gloria, e farlo amare anche da tutti? Come comprenderà
l'importanza dell'oggetto che gli si propone, ed egli abbraccia? Come vorrà consacrarvi
tutti i suoi pensieri, tutte le sue azioni, tutti i suoi momenti liberi, tutto
se stesso, se egli non è fedele alle leggi del santo amor di Dio che dee
infiammarlo?
Spirito
Apostolico degli Amici Cristiani. – Che se egli è fedele, allora sì che si sentirà portato
da se stesso (com'è
suggerito nell'Analisi de' sentimenti d'un amico cristiano quale si desidera) a
percorrere, dico, con occhio avido ed attento tutta la superficie abitata della
terra con desiderio di sommetterla tutta a Gesù Cristo se fosse possibile,
anche a prezzo di mille vite, e vedendola così coperta d'errori e di vizi così
radicati in tutte le nazioni conosciute, e osservandovi inoltre l'indolenza
così letargica in cui giace la maggior parte degli uomini su tutto ciò che
riguarda Dio, i lor doveri, l'eternità, ne diverrà sommamente sensibile, e ne
gemerà di dolore, lungi però dallo scoraggirsi cercherà per supplire alla
propria debolezza dei soccorsi da tutte le parti, e convinto dall'esperienza
non esservi in questo genere soccorsi più efficaci che quelli che nascono dalla
cooperazione de' sinceri amici di Dio, e dall'uso de' libri buoni che
contengono la spiegazione o l'applicazione di sua santa parola, tenterà allora
d'unirsi sempre più inviolabilmente ai primi perché l'aiutino a dare a' secondi
quel sistematico impulso il quale moltiplicatosi poco a poco in tutte le parti
della terra, dovunque cioè si pensa e si legge, faccia conoscere e sentire a
tutti gli uomini docili alla grazia di Dio, che il lor più indispensabile
dovere, e principale interesse più essenziale del loro vero bene, esigono
l'abbracciar la vera fede Cattolica Apostolica Romana, l'osservar la legge
santa di Dio e della Chiesa, abbracciar tutti i mezzi per avanzarsi nella
pratica delle vere e sode virtù, particolarmente della Fede, Speranza, Carità,
che, è appunto come dissi il secondo scopo principale dell'A[micizia] C[ristiana] di cui è duopo ora svilupparne maggiormente i mezzi
particolari ch'ella propone e indicarne ancora l'estensione a cui aspira.
Doveri
degli Amici Cristiani: conoscere i libri buoni e mettersi in relazione con le
persone dabbene. –
Ognun vede che per ottenere un tale intento conveniva conoscer i libri buoni, e
averne un fondo, conoscere persone dabbene per legare con esse, e servirsene
opportunamente, e finalmente aver regole di direzione per la circolazione de'
libri, per facilitare e render più utile che si poteva l'esecuzione di tale
impresa. E per tutto questo appunto non potea suggerirci la nostra A[micizia] C[ristiana] mezzi più opportuni ed efficaci, siccome vedremo.
Convien dunque primieramente conoscere
i libri buoni, e per questo ci mette in mano alcuni Catalogi opportunissimi: il
Catalogo generale assai vasto, che costò non pochi stenti a chi lo compose,
disposto in ordine d'alfabeto per trovar più facilmente i nomi degli autori; un
altro Catalogo vi è in otto classi diviso secondo i diversi principali bisogni,
e le diverse particolari disposizioni de' lettori a' quali voglionsi suggerire
od imprestare con frutto dei libri; vi è ancora un Catalogo più breve detto de'
fortissimi, e un'altro degli squisiti, ossia de' libri scritti con maggior
gusto in materia di controversia e di pietà, per così averli più facilmente e
più presto sotto l'occhio in un bisogno. Ma siccome non basta tal volta saper
il solo frontispizio del libro per suggerirlo efficacemente, ma d'uopo è ancora
lodarlo, e darne qualche idea per farne venir voglia, per questo uopo era
averne qualche notizia più distinta di ciò che trattasi in tal libro, e del
modo con cui trattasi, perciò la nostra A[micizia] C[ristiana] c'introduce in una Biblioteca sufficientemente
fornita di libri che inamovibili si chiamano, perché tai libri mai non si
debbono imprestare che in casi rari ai soli A[mici] C[ristiani] e per
brevissimo tempo. Biblioteca ella è questa in più classi divisa, di polemici
cioè, ascetici, istorici, poetici, e filosofici, e questo affinchè possano i
libri di tal categoria desiderati affacciarsi in un tratto all'occhio, e presentitarsi
alla mano di chi li vuole sul luogo esaminare, e consultare, e scegliere tra li
esistenti i migliori ancora, per più opportunamente proporli.
Con questi soli due mezzi dei Catalogi
cioè sopramenzionati, e della Biblioteca inamovibile, chi non vede con quanta
facilità può uno suggerire libri ad ogni ceto di persone e per ogni bisogno
opportuni, p. e. Dame, Secolari d'ogni qualità e grado, e fornir ancora ad
Ecclesiastici una sufficiente nota di libri eccellenti che forse non sarebber
altrimenti mai conosciuti non che letti, onde ciascuno formar si possa una
piccola, scelta, ed adattata Libreria, escludendo così senza che s'accorgano i
libri cattivi, o men buoni che impedir potrebbero molto bene, cagionar anzi
danno immenso, siccome l'esperienza purtroppo cel convince, sicché da ciò solo
ognun può arguire il bene immenso che può promuoversi con questi soli due
mezzi.
Per conoscer poi le persone dabbene la
nostra A[micizia] C[ristiana] propone che comunichi ciascuno
le notizie che ha di tutte le persone dabbene le quali sa esser dotate di
pietà, zelo, e prudenza, significandone ancora da più a meno i gradi di tali
qualità, per formarne quindi una carta geografica universale onde poter
profittare all'uopo della prudenza e del zelo di tali persone, consultando
assieme nell'occasione il modo di approssimarle, o legar con esse per ottener
il nostro intento; ne occorre indicare quivi qual bene immenso possa risultarne
anche da questo sol mezzo.
Conosciuti così i libri e le persone,
convien aver fondo di libri per imprestarli, e per questo vi ha da essere
un'altra biblioteca detta degli amovibili, onde ciascuno Amico Cristiano possa
all'occorrenza, e con facilità scegliere secondo i diversi bisogni, e
profittarsi di tai libri per imprestarli; suggerisce ancora la nostra A[micizia] C[ristiana] alcune regole di direzione che debbono poi essere alle
mani di tutti per riuscir così ad imprestarli con maggior frutto. E questi sono
i primi mezzi adottati dall'A[micizia]
C[ristiana] efficacissimi come ognun
vede per ottener l'intento che si è prefisso, e che ci propone.
Ma è forse contenta, la nostra A[micizia] C[ristiana] di far conoscere i libri che sono ammessi a Catalogo, e
tutte le persone dabbene che esistono? No, ma sollecita di perfezionare i suoi
mezzi, e le sue viste, cerca ancora di conoscere i libri buoni che escono alla
luce, o i vecchi ancora ch'ella peranco non conosce, suggerendo per questo agli
amici di girar ogni settimana per le botteghe de' Librai ed esaminar i loro
catalogi e trattener corrispondenza e carteggio con altri paesi, onde
arricchire così, e perfezionare maggiormente i nostri; come cercar altresì di
formar altre persone dabbene dotate, come si disse di sopra, di pietà, zelo e
prudenza, e fissando per questo lo sguardo su tutti i ceti di persone, massime
poi sugli Ecclesiastici, e su que' Secolari che più capaci ne sono e
maggiormente influir potrebbero secondo le nostre viste, intraprendere a
coltivare i Chierici quando si può con assemblee di pietà, i giovani Sacerdoti
con scuole di predicazione, massime della più utile e fruttuosa, come esercizi
e missioni, i giovani Confessori con agapi cristiane, i secolari con
coltivature forti e continue, a tutti sempre opportunamente imprestando libri,
comunicando notizie di altri libri buoni, ispirando l'idea di spargerli anche
essi.
Ma è ella forse la nostra A[micizia] C[ristiana] contenta di questo? Tutto questo è secondo le sue viste
primarie, abbraccia poi ella ancora secondariamente tutto ciò che può promovere
maggiormente la gloria di Dio e la salute delle anime, ond'ella è pronta ad
intraprendere ancora tutto il bene che può farsi, a impedire tutto il male che
può venir a sua cognizione ed abbracciar tutti i mezzi per riuscirvi come può
vedersi in modo più specificato nel manoscritto intitolato: Plan de bonnes œuvres.
L'Amicizia
Sacerdotale. – Per
dilatar maggiormente la cognizione della dottrina di Gesù Cristo e nella
maniera riconosciuta dall'esperienza più efficace, in iscritto non solo ma
anche a voce, [un'altro mezzo] è
stato subito adottato dalla nostra Amicizia, e si è lo stabilimento della
Sacerdotale. Consiste questa in un'adunanza di giovani Ecclesiastici che si
sono indotti 1° a comporre un corso d'esercizi spirituali secondo il metodo di
S. Ignazio, inducendoli per questo a servirsi de' nostri libri a Catalogo per
comporre sempre meglio; in 2° luogo a dare in ogni adunanza notizia d'un
qualche libro buono per incominciar così ad acquistare essi stessi indi
spargere poi tale cognizione così interessante di libri buoni negli altri, e
renderla tanto più fruttuosa nel loro ministero.
Conclusione. – Questi sono i mezzi di cui sogliamo
occuparci abitualmente, ve ne sono infiniti altri de' quali ci prevaliamo
soltanto all'occasione come promovere per esempio esercizi, missioni, stampe, o
ristampe di libri, giornali, immagini etc. Proporre ottimi soggetti
negl'impieghi etc. Vedi Plan de bonnes œuvres,
plan d'imprimerie, instruction pour le voyageur.
Nè queste sue mire così vaste si
contenta l'A[micizia] C[ristiana] di estenderle in un sol paese ma
volge attentamente lo sguardo per tutte le contrade del mondo, e dappertutto
desidera e tenta di far vieppiù conoscere e regnare Gesù Cristo. Perciò
suggerisce ella con le opportune istruzioni dei viaggi da farsi per fondar
dovunque può delle nuove Colonie, far nuove conoscenze di persone dabbene, o
almeno stabilir corrispondenza con esse e con Librai, acquistar notizie
riguardanti i libri o qualunque altra cosa che interessar ci possa per perfezionare
così maggiormente i mezzi e le viste che abbiamo, a influire ancora dovunque
possiamo per promovere ogni sorta di bene, e impedire ogni genere di male, non
essendovi nè luogo, nè persona nè cos'alcuna che possa riferirsi alla gloria di
Dio e salute delle anime, e quindi interessar da vicino il sacro Cuor di Gesù,
che nello stesso tempo non interessi pure un vero Amico Cristiano.
Quest'è l'idea genuina dell'A[micizia] C[ristiana], e questo il suo vero spirito che ci siamo prefissi di
seguire e di cui come ognun vede non può esservi oggetto più sublime perché va
a secondar così gli stessi disegni dell'Uomo-Dio; più vasto, perché s'estende a
ogni bene, a ogni persona, ad ogni luogo; e finalmente più utile alla nostra
santificazione e alla salute del nostro prossimo.
STATO
DELL'AMICIZIA CRISTIANA NEL 1804
Vediamo ora in quale stato si trovi
presentemente questa nostra A[micizia]
C[ristiana], che è ciò che ci siam
proposti a considerare in secondo luogo.
Già ella vi fu da lungo tempo, e fece
per lo passato del bene immenso come può vedersi dal manoscritto: Que faisons nous, e dopo d'essere stata
per le presenti calamitose circostanze come disfatta e annientata risorge ora
di nuovo per grazia di Dio fornita degli opportuni catalogi, con una
considerabile Biblioteca degl'inamovibili, oltre qualche piccolo fondo degli amovibili,
e risorge con relazione e corrispondenza già stabilita con alcune principali
città dell'Europa con Vienna cioè, con Milano, con Firenze, ove già stabilite
erano delle Colonie nostre, come stabilite pure già se n'erano alcune in
Francia, prima dei presenti guai.
Amicizia
Cristiana di Firenze. –
Ed è appunto per ristabilire e stringere maggiormente questa corrispondenza
che, unitamente al Signor C[onte] Gr[imaldi], nostro A[mico] C[ristiano], è
stato intrapreso quest'autunno scorso il viaggio per Firenze e Milano del quale
ne darò qui un succinto ragguaglio perché maggiormente si comprenda lo stato
attuale delle nostre cose.
Erasi dunque da lungo tempo progettato
questo viaggio, ma per le calamitose circostanze de' tempi e altre circostanze
personali, non si è potuto intraprender prima dell'autunno scorso; e ci toccò
per questo di giugnere colà in Firenze in tempo delle solite villeggiature, epperò
stante l'assenza della maggior parte degli amici e di altre persone
interessanti, da detta villeggiatura cagionata, non abbiamo potuto
intraprendere subito cosa alcuna, anzi ebbi il dispiacere di veder partire l'A[mico] C[ristiano] C[onte] Gr[imaldi] che per i suoi affari non potea
trattenervisi di più, e dovetti prolungar io la mia dimora fin a tempo opportuno.
Frattanto, sulla speranza di stabilir colà in Firenze una Sacerdotale che non
c'era ancora, ed era sommamente interessante, ho profittato del tempo per fare
uno scritto in cui potessero aver un'idea più chiara di quanto dovevasi
praticar nella Sacerdotale uniformemente a quanto si praticava da noi. Finito
questo scritto, rimanendomi del tempo, ho intrapreso un altro viaggio di alcuni
giorni fino a Montepulciano; mio scopo era di tentare presso quel Vescovo così
degno, e così zelante, amico intimo di alcuni nostri amici, qualche stabilimento
riguardo massimamente ai Chierici, e giovani Ecclesiastici relativamente alle
nostre viste, ma vano riuscì ogni mio tentativo per difetto di soggetti,
sebbene non sia rimasto affatto fuori di speranza di riportarne ancora qualche
frutto, perché dopo d'avermi dimostrato egli tutto il più vivo rincrescimento
di poter niente effettuare nella sua Diocesi, mi promise di comunicare al
Vescovo di Cortona, Prelato di sommo merito, e di gran zelo, e suo intimo
amico, i miei progetti, e non disperava di riuscir colà qualche cosa.
Frattanto giunsero Tutti i Santi in cui
quasi tutte le villeggiature furono finite, ed ho avuto la consolazione di
veder subito colà incominciare e stabilirsi
Nello stesso tempo poi che si stabiliva
questa Sacerdotale ho pure potuto assistere in una campagna d'un nostro A[mico] C[ristiano] non lungi da Firenze tre altri A[mici] C[ristiani] ne'
loro Santi Esercizi di otto giorni, il che mirabilmente giovò per legar sempre
più seco loro, e stabilir più stretta corrispondenza. Quanto poi all'A[micizia] C[ristiana] di Firenze, ella è molto bene ordinata, si radunano
comunemente ogni settimana ed è composta di eccellenti soggetti che erano già
in perfetta e continua corrispondenza con l'A[micizia] C[ristiana] di
Vienna, e presentemente lo sono anche con noi, e con Milano e per loro mezzo è
stata pure stabilita colà una Società Letteraria che chiamasi Accademia
Cattolica, composta di parecchi soggetti eccellenti il di cui scopo si è ora particolarmente
di lavorare un eccellente giornale religioso, per promovere così più facilmente
i buoni principi, e la cognizione dei buoni libri che escono o sono già usciti
alla luce, giornale che in pochissimo tempo divenne già ricercato anche da
lontani paesi, e che dobbiam ancor noi essere solleciti di promovere per questo
stesso fine. Amicizia Cristiana di Milano
e di Vienna. – Appena poi mi è stato fattibile di pensar al mio ritorno che
l'ho eseguito, avendo massimamente in mira di fermarmi alcuni giorni a Milano,
ove grazie a Dio in pochissimo tempo si sono pure ordinate più cose essenziali
nell'A[micizia] C[ristiana]; si è stabilito di riordinare la loro
biblioteca poco presso secondo la nostra, si è trovato il modo di aumentarla
notabilmente, si sono stabiliti gli inamovibili e gli amovibili, si è trovato
il modo di facilitare l'imprestito di questi, sono stati accettati due nuovi
soggetti, si sono proposti alcuni altri; si è stabilita la corrispondenza tra
essi, Vienna, Firenze, e Torino; finalmente si era determinato d'incominciar
nelle prime adunanze la loro carta geografica, e di non perder di vista lo
stabilimento di una Sacerdotale, alla quale ebbi la consolazione ultimamente di
sapere per lettera essersi già dato qualche principio. Siccome poi i nostri
amici erano affatto sprovvisti dei debiti Catalogi, questo è quello che si è
pensato di provveder loro subito al mio arrivo qui in Torino, siccome è già
stato eseguito. Questo è quanto mi occorreva dover ragguagliare i nostri amici
relativamente al noto viaggio nell'Italia, quale io spero diverrà col tempo
sempre più utile e interessante mediante le mentovate stabilite corrispondenze;
e questo è anche in sostanza lo stato attuale della nostra A[micizia] C[ristiana] e di quella di Firenze e di Milano; senza parlare di
quella di Vienna che è pure molto in vigore per quanto mi si scrive dal nostro
amico Virginio. [8]
COMPITO DEGLI AMICI CRISTIANI DI TORINO
Sicché resta ora da vedere nel terzo
punto di quali cose conviene subito occuparci per dare alla nostra A[micizia] C[ristiana] tutta l'energia di cui è per ora suscettibile, e per tal
fine propongo le viste seguenti.
Siccome prima di tutto ci è sommamente
necessaria la riflessione e la preghiera propongo in primo luogo che ciascuno
sia provvisto della meditazione, orazione, e carattere e si faccia come è detto
ogni settimana; 2° vedere chi dee caricarsi della corrispondenza e
registrazione de' risultati dell'A[micizia]
C[ristiana]; 3° chi del materiale,
spese e conti [della] Biblioteca; 4°
chi della cognizione di libri nuovi, cioè girar librerie; 5° cominciar subito
nelle prime adunanze carta geografica; 6° ciascuno abbia subito che si possa e
come, catalogi per conoscere i libri; scritto di direzione per imprestarli
opportunamente; 7° soprasseder da formalità, si eseguisca lo spirito; 8°
ciascun proponga; 9° ogni quindici giorni A[micizia]
C[ristiana].
DOC. XXVIII
DOCUMENTA quae
relationem illustrant quam Servus Dei habuit cum Amicitia Christiana Florentiae
instituta, annis 1803-1826.
Raccogliamo
sotto questo titolo alcune lettere del Servo di Dio e dei Marchesi Ricasoli, le
quali mettono in rilievo l'interessamento e l'opera svolta dal Lanteri per
l'Amicizia Cristiana di Firenze. Essa fu fondata da Don Virginio nell'autunno
del 1802 o poco prima.
Il maggior
esponente dell'Amicizia Cristiana di Firenze fu il Marchese Pietro Leopoldo
Ricasoli Zanchini (1778-1850) Priore dell'ordine di Santo Stefano (cfr. L.
Passerini, Genealogia e storia della
famiglia Ricasoli, Firenze 1861, pp. 109-110), il quale la sostenne
entusiasticamente sin dalle sue origini e ne promosse l'incremento e le varie
attività. Difatti egli figura fra i primi membri della «Conversazione
Cristiano-Cattolica» detta in seguito «Accademia Cattolica» e costituita da
membri scelti dell'Amicizia Cristiana che ebbe proprio origine in casa sua il 6
ottobre del 1802; si occupa attivamente del giornale L'Ape; ospita a casa la biblioteca dell'Amicizia e crea infine una
piccola tipografia per l'Amicizia Cristiana. II Marchese Ricasoli conobbe personalmente
il Lanteri nell'autunno del 1803, quando questi venne a Firenze. D'allora in
poi i rapporti fra i due divennero sempre più intimi e cordiali come è
dimostrato dalla loro corrispondenza, conservata nell'archivio della
Postulazione O. M. V. (35 lettere sono state donate alla Postulazione, nel
1937, dalla Compagnia di Gesù) e in quello della Famiglia Ricasoli-Firidolfi in
Firenze. C'è di più: il Ricasoli, alla morte di Don Virginio (1805), suo padre
spirituale, si mise sotto la direzione del Lanteri, dimostrando così di avere
per lui un'altissima stima.
1
Epistola Servi Dei ad Marchionem Leopoldum Ricasoli circa
ephemeridem cui titulus: L'Ape, Placentiae anno 1803 20 novembris. – Ex
originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 1505.
Il viaggio a
Firenze, da lungo tempo progettato dal Servo di Dio (cfr. Doc. XXVII, pag. 104),
ebbe luogo solo nell'autunno del 1803. Con questo viaggio il Lanteri si propose
di stabilire rapporti diretti fra l'Amicizia di Torino e quella di Firenze, la
quale era in relazione quasi esclusiva con quella di Vienna perché fondata da
Don Virginio, capo dell'Amicizia Viennese, e di preparare il terreno per la
fondazione dell'Amicizia Sacerdotale (cfr. Doc. XXVII. pp. 104-105); fondazione
che riuscirà ad effettuare prima di lasciare Firenze (cfr. Doc. XXXV, 3).
Delle varie
lettere che il Servo di Dio inviò allora al Ricasoli, qui ne pubblichiamo una
sola, scritta durante il suo viaggio di ritorno, perché le altre si riferiscono
più particolarmente all'Amicizia Sacerdotale.
In questa
lettera il Servo di Dio dimostra un grande zelo per il giornale L'Ape, pubblicato per interessamento
dell'Amicizia Cristiana di Firenze dai membri dell'Accademia Cattolica.
Piacenza, li 20
novembre 1803.
V.J.
Monsieur,
Essendo, grazie a Dio, felicemente
giunto a Parma la sera dei 18, ed opportunamente fermatomi buona parte della
mattina seguente, ho comodamente potuto eseguire l'incaricatami commissione
dell'Ape, ho dunque presentata al
Sig. Abate Andres la copia rimessami, e mi ci sono trattenuto seco lui tempo
notabile quasi sempre parlando di questo soggetto, io l'ho trovato molto freddo
a tale riguardo; dicendomi 1° che nei due primi numeri che aveva veduti
fin'allora non ci trovava niente d'interessante, non essendo che una compilazione
e traduzione degli altri giornali che già si leggevano; 2° che bisognava
inoltre stare attendendone l'esito, giacché parecchi di simili giornali furono
anche ultimamente altrove progettati, i quali poi cessarono dopo pochi mesi,
cosa che disgustò molti, ed alcuni di questi appunto per questo stesso motivo
ricusarono d'associarsi all'Ape; 3° che si trattava pur anche attualmente in
Parma di stabilire un giornale consimile, ma egli credeva che neppure sarebbe
riuscito. Io ho ben tentato di rispondere a tutte le difficoltà addotte, e
dargli un'idea giusta del nostro Ape,
e delle intenzioni e dello scopo di chi lo dirige, con tutto ciò, come l'ho
ritrovato, l'ho pure lasciato quasi ugualmente freddo.
Mi sono in seguito presentato da S. E.
il Conte Cesare Ventura per, rimettergli la lettera di V. S. Stimat.ma ed in
Xto Car.ma, ed ho pure trovato questi «au premier abord» freddo a tal riguardo
come il Sig. Abate Andres, e poco presso imbevuto delle stesse ragioni, se non
che questi aggiugneva con dispiacere che non ne aveva ricevuto fìn allora che
il primo o tutt'al più il 2° numero, e che non poteva sapere a chi doveva
rimetterne il prezzo. Io ho procurato di rispondere a tutte le sue difficoltà,
e spiegargli bene il fine d'un tal progetto, ed ebbi alla fine la consolazione
di vederlo impegnato non solo a procurare altri associati, ma anche a stimolare
l'Abate Andres a concorrervi con qualche sua produzione; mi soggiunse ancora
che per lui, e per i suoi associati poteansi mandar i numeri per la posta. Ecco
il mio operato in Parma; mi rincresce che non abbia avuto esito più felice. Aggiugnerò
ancora che l'Abate Andres si dimostrò curioso di sapere chi fosse Ottavio Ponzoni, e gli risposi
che era persona che non amava di essere conosciuta, ma che non aspirava ad
altro che a promovere buoni princìpi, ne avrei saputo dare altra risposta a
simil genere di letterati (i quali io trovo in questa parte piuttosto curiosi)
anche affinchè non facciano ulteriori indagini, seppure se ne potranno
astenere.
Mi permetta poi che le significhi ad un
tempo, che non mi è stato fattibile far prendere al P. Priore di S. Giovanni di
Dio il danaro della mia pensione, dicendomi che n'era proibito; io non dubito
punto da chi sia venuta questa proibizione, ne certo faceva d'uopo a tante prove
così singolari d'attenzione e di cortesia, che ricevetti da lei aggiugnervi
ancor questa. Indelebile ne sarà sempre la mia riconoscenza, e ringrazio mille
volte Iddio di questo mio viaggio che mi procurò la sorte di conoscere persona
così degna per ogni titolo, conoscenza che legherà sempre più la nostra amicizia
cristiana, e che spero ridonderà sempre a maggior gloria di Dio.
La prego compiacersi far gradire i miei
più distinti ossequi alla degnissima di lei Consorte, alii M[archesi] Z[ei, ossia d'Azeglio], al Sig. D[on]
B[ucelli] e a chi altri stimerà,
mentre ch'io con particolare rispetto, e considerazione e colla più viva riconoscenza
mi protesto in fretta
Di V. S. Ill.ma e Dilett.ma in G. C.
Umil.mo Dev.mo Obbl.mo Serv.re ed A[mico] C[ristiano]
Pio Bruno Lanteri.
A Monsieur
Monsieur le Marquis Léopold Ricasoli Zanchini
Prieur des
Chevaliers de St Étienne. Florence.
2
Epistola Servi Dei ad Marchionem Leopoldum Ricasoli de rebus
gestis ab Amicitia Christiana cum Pius VII e Gallia rediens per civitatem
Taurinensem transiret, Aug. Taurinorum anno 1805, 23 aprilis. – Ex originali in
archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 1514.
In una lettera
del 28 novembre 1804 (Archivio della Postulazione O. M. V., S. I, 1513), il
Lanteri annunciava al Ricasoli che, in occasione del passaggio per Torino del
Pontefice Pio VII, recantesi a Parigi per incoronare Napoleone, aveva avuta «la
consolazione di baciare i piedi a Sua Santità il quale si dimostrò ben
soddisfatto della pietà che riscontrò in questo popolo».
Dalla presente
lettera, scritta alla vigilia dell'entrata in Torino del Pontefice di ritorno
dalla Francia, apprendiamo che l'Amicizia di Torino fece tradurre e divulgare
un opuscolo per risvegliare negli animi i sentimenti di amore e di rispetto per
il Pontefice. Nel postscriptum il
Lanteri accenna di aver potuto parlare a Mons. Menocchio del «nostro affare».
Non è facile determinare la natura di questo «affare». Forse si può pensare
alla concessione dell'indulgenza plenaria agli Amici; indulgenza che venne poi
concessa verbalmente nel 1809 e confermata con regolare rescritto il 20 luglio
del 1814 (Doc. XXXI).
M. et très cher A[mi] C[hrétien],
Avendo alcuni de' nostri Amici, in
prova del loro sincero attaccamento verso
Non ho tempo di più; mi riserbo
scrivere più a lungo in altra occasione, mentre con particolare stima e
considerazione mi protesto di V. S. Ill.ma
Torino, li 23 aprile 1805.
Umil.mo Obbl.mo ed Aff.mo Serv.re ed A[mico] C[ristiano]
P[io] B[runo] L[anteri].
P. S. Ci è riuscito parlar del nostro
affare a Monsignor Menochio, che parve gustare moltissimo; spero mi riuscirà
fargli presentare a S. S. una Supplica per tale effetto. Voglia Iddio
benedirci.
A Son Excellence
Monsieur le Marquis Léopold Ricasoli, Prieur de l'Ordre
de St Étienne
Florence
3
Epistola Servi Dei ad Marchionem Leopoldum Ricasoli circa
mortem Sac. Ludovici Virginio, Aug. Taurinorum anno 1806, 14 februarii. – Ex
originali in archivo Marchionis Ricasoli Firidolfi (Florentiae) asservato,
Cassetta VI, 4.
Il Servo di Dio
parla in questa lettera della morte di Don Virginio avvenuta a Vienna nel
dicembre del 1805 e vi si sente tutto il suo dolore per quella perdita.
Il Marchese
Ricasoli, sino allora diretto da Don Virginio, aveva chiesto al Lanteri di
prendere il posto del defunto; il Servo di Dio accetta l'invito e prende sotto
di sé il figlio spirituale del suo grande ed indimenticabile amico.
Ill.mo Sig.r P.re ed
A[mico] C[ristiano] in G. C.
Quanto inaspettata, altrettanto
sensibile mi fu la nuova della perdita del più grande amico che avessi mai
avuto. O quanto ammiro e ringrazio
Io attendevo da M[archese] Z[ei, ossia
d'Azeglio] nuove più circostanziate della perdita di un sì caro amico
(motivo per cui ho tardato alcuni giorni a rispondere alla pregiatissima sua)
appunto giusta quanto favoriva d'annunziarmi V. S. Dil.ma, ma finora non l'ho ricevuta; ho
per altro avuto qualche notizia da Vienna dal B[arone] P[enkler] ma
ancora molto scarsamente; bramerei instantemente mi partecipassero tutto ciò
che hanno potuto saperne, e particolarmente chi erano i suoi amici più intimi e
confidenti, ai quali io possa indirizzarmi.
In quest'ordinario non ho tempo di più,
soltanto le soggiungo che ho presa vivissima parte della perdita che lei fece
nel suo particolare. Mi rincresce che la sostituzione che vuol degnarsi di fare
di me al nostro comune amico non sia tale come sel merita, ma sicuramente mi
farò sempre un piacere e un dovere strettissimo di cooperare sempre che potrò
al suo avanzamento spirituale. Frattanto io le dirò che non ci trovo inconveniente
alcuno che lei lasci la corte, anzi moltissimi vantaggi e suoi privati e
dell'A[micizia] C[ristiana] onde prego il Signore che il
tutto benedica e faccia riuscire a sua maggior gloria. I miei più distinti
rispetti alli M[archesi] Z[ei, ossia d'Azeglio], Dott. B[ucelli] per tutti gli A[mici] C[ristiani] e particolarmente alla M.lla R[igogli?] cui pure mi propongo di scrivere quanto prima, e con
particolare considerazione mi protesto di V. S. Ill.ma
Torino, li 14 febbraio 1806.
Umil.mo Dev.mo Obbl.mo Serv.e A[mico] C[ristiano]
T. Pio Bruno L[anteri].
A S. Excellence
Monsieur le Marquis Léopold Ricasoli, Prieur de l'Ordre de
St Étienne Florence
4
Epistola Servi Dei ad Marchionem Leopoldum Ricasoli circa
proximum iter Florentinum Theologi Guala, Aug. Taurinorum anno 1806, 3 martii.
– Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 1516.
Con questa
lettera il Lanteri annuncia al Ricasoli il prossimo passaggio per Firenze del
Teologo Guala, il quale si doveva recare a Siena per accompagnarvi, a quanto
sembra, un figlio del Marchese Celebrini. La lettera è importante, perché
documenta la stima del Lanteri per il Teologo Guala, che fu per lunghi anni uno
dei suoi più fidi collaboratori.
Monsieur et très Cher A[mi] C[hrétien],
J’espère de vous envoyer une visite de
ma part; c’est un ami intime d’A[mitié]
C[hrétienne] du pauvre V[irginio]. C’est le Théologien Guala. Je
suis fâché qu’il ne pourra faire ici qu’une apparition, mais je l’ai cru bien
utile, vous pouvez lui confier votre cœur, c’est un jeune ecclésiastique, mais
qui a le zèle, et la prudence d’un homme âgé, le bien qu’il fait ici est
inconcevable. Voici comment l’occasion se présenta. J’ai été prié de pourvoir
un compagnon de voyage à un enfant qui va au Collège de Sienne, j’ai tout de
suite pensé à Guala pour vous en procurer la connaissance.
Jusqu’ici je n’ai
plus reçu d’autres nouvelles sur la mort de V[irginio]que je souhaiterais bien
de savoir; je vous prie en grâce de me les communiquer si vous en avez. Le
temps me manque, je suis avec toute l’estime et la considération possible
Monsieur
Turin, ce 3 mars
1806.
Très humble et
ob. Serv. Et A[mi]
C[hrétien]
P[ie] B[runo] L[anteri].
A.S. Excellence le Marquis Léopold
Ricasoli
Prieur de l’Ordre de
St Étienne. Florence.
5
Epistola Servi Dei ad Marchionem Leopoldum Ricasoli circa iter
Florentinum Theologi Guala, Aug. Taurinorum anno 1806, 16 martii; et notula
ipsius Servi Dei qua negotia varia Theologo Guala committebantur. – Ex
originalibus in archivis Marchionis Ricasoli-Firidolfl (Florentiae), Cassetta
VI, 4; et Postulationis O. M. V. (notula), S. II, 211, 43-44, asservatis.
Da questa lettera (a) si viene a conoscere lo scopo peculiare del viaggio del Teologo
Guala in Toscana, che era di prendere contatto con gli Amici Cristiani di
Firenze.
Interessante la
nota di commissioni (b) date, a
quest'occasione, dal Servo di Dio al Guala, il quale doveva passare anche per
Bologna, Parma, Piacenza e Milano. Questi incarichi dimostrano l'intimità del
Lanteri col Guala e testimoniano inoltre come il Servo di Dio tenesse dietro e
con quanta cura a cose e persone, sempre a scopo di apostolato.
a)
Torino, li 16 marzo
1806.
Monsieur et très respectable A[mi] C[hrétien],
V. J.
Dimani 17 corrente parte il Teologo
Guala, come già ebbi l'onore di scrivere a V. S. Ill.ma nell'ultima mia. Egli
non potrà fermarsi costì che pochissimo tempo, essendo patteggiato di ritorno
col medesimo vetturiere che lo conduce a Siena, onde veda di accordargli tutto
il tempo possibile per abboccarsi assieme, unitamente a M[archese] Z[ei, ossia
d'Azeglio]. Se si può, procuri la conoscenza del Dr. B[ucelli], e se fosse possibile tenere un'A[micizia] C[ristiana] sarebbe
cosa molto desiderabile.
Dal medesimo intenderà come sarebbe
opportuno che scrivesse al Marchese Gh[islieri]
a V[ienna] per intendere da lui
appieno quale sia lo stato dell'A[micizia]
C[ristiana] di V[ienna], chi la compone, se ci entri il P. Wagner, confidente di V[irginio], e se questo fosse da V. S.
Ill.ma conosciuto, sarebbe pure opportuno che gli scrivesse pel medesimo fine,
di mandandogli di più nuove dettagliate dei sentimenti, di V[irginio] nella sua malattia. Oh quanto
sarebbe desiderabile, e quale buona opera farebbe ella se potesse fare colà una
scorsa; ma non ardisco chiederle tanto perché son persuaso che le sue
occupazioni non glielo permetterebbero. Come vedrà mi fanno istanza perché io
ci vada, ma confesso il vero che se non mi è affatto impossibile, le difficoltà
però e gli imbrogli sono tali che poco ci manca.
Riceverà da Guala: Mitterparcher, Elementi d'agricoltura, vol. 6,
commissionatimi ancora dal povero V[irginio]
per lei; così farà ella il favore di consegnare a G[uala] nel suo ritorno gli articoli qui dietro notati. È da lungo
tempo che sono privo dei suoi pregiatissimi caratteri. Bramerei sapere se siasi
veramente dismesso dall'impiego di Corte? se abbia trovato qualche aiuto per li
suoi affari di famiglia, se la santa Comunione sia sempre così frequente, se la
meditazione riesce bene, se la lettura spirituale sia di suo gradimento e di
qual libro si serve ecc. Il tempo mi manca. La prego dell'acchiusa a sua destinazione,
e con particolare stima e rispetto mi protesto à la hâte
Umil.mo Dev.mo Obbli.mo Servo A[mico] C[ristiano]
P[io]
B[runo] L[anteri].
A Monsieur
Monsieur le Marquis Léopold Ricasoli
Prieur des
Chevaliers de St Etienne
Florence.
b)
[A Firenze]
Dire a M[archese] Z[ei, ossia
d'Aseglio] in via Larga, Casa Borghi, vicino alla Biblioteca Marucelliana,
che consegni a Guala i libri lasciati a casa sua, particolarmente il
Francolinus in folio.
Come pure Novaes, volume decimo e
seguenti, con l'importare.
Marchetti, Trattenimenti di famiglia, copie quattro.
Tutti i libri della valigia a M[archese] Z[ei] eccetto Mitterparcher a P[riore]
R[icasoli].
La tasca dei biscotti M[archese] Z[ei].
Farsi dare tutte le notizie di V[irginio] e di A[micizia] C[ristiana] di
V[ienna]. Le lettere ricevute dal
Barone Penkler.
Manifestargli il progetto di mio
viaggio a V[ienna], e del vostro, chiedendogli
consiglio e notizie.
Al Nunzio o Segretario consegnar la
lettera del V. Canaveri, farla leggere a M[archese]
Z[ei].
Riverire distintamente il Teologo
Barrera, dirgli che ho parlato di quel che sa col Marchese di Cinzano, e che ne
ha riduto; onde non ci pensi più.
A[mici]
C[ristiani] intimi M. Z., P. R., D.r
B. [Marchese d'Azeglio, Priore Ricasoli,
Dottor Bucelli].
Libri da provvedere: Favole del Clasio; Compendio della Vita del Liguori, copie 3; Salvatori, Istruzione sulla Confessione, copie 6;
Dall'Occa, Institutiones Theologicae,
volumi due in 8°; Luca Montone, Meditazioni,
copie 6; Fontanini, Arcivescovo d'Ancira,
Vita di Paolo Sarpi.
Polvere del Gran Duca, costa molto.
Dire a P[riore] R[icasoli] sul
Ponte alla Carraia.
Che non ho ricevuto che il volume 2°
delle Lezioni della Natura, copie 10,
che difficilmente posso esitare, vedere se stima mandarmi il volume 1° e
seguenti.
Che favorisca far consegnare a Guala li
seguenti capi: dell'Ape, n.° 1
dell'anno 1°, copie 3; n.° 5 e seguenti dell'anno 3°, copie 10; dell'Almanacco Fiorentino, anno 1°, copie 4;
anno 3° cioè il corrente, copie 12; Favole
del Clasio, copie 4.
Chiedergli se ha libri da consegnare
per T[orino].
Consegnare a P[riore] R[icasoli]
Catalogo, e Idea d'Esercizi; di questa pregarlo farne far prima una copia e poi
rimetterla a Dottor Bucelli per A[micizia]
S[acerdotale].
Chiedere a P[riore] R[icasoli] di quel
Canonico che sta avanti
Mitterparcher.
Farsi dar tutte le notizie di V[irginio] e di A. C. d. V. [Amicizia Cristiana di Vienna].
Scriva al Marchese Ghislieri perché dia
notizie le più dettagliate di A. C. d. V. [Amicizia
Cristiana di Vienna], quale stato attuale, quali A[mici] C[ristiani], quali
timori, quali speranze suo viaggio a V[ienna].
Chiedergli se conosce P. Wagner, e se
sia bene gli scrivesse.
Milano
Abate Carlo Riva Palazzi, nel Borgo
della Fontana, Porta Tosa n.° 129.
Teologo Mascarani A[mico] C[ristiano].
C[onte]
P(ertusati[9]) A[mico] C[ristiano], ove c'è spezieria.
Abate Baldassare Montani Sagrestano in S. Sepolcro, uomo
zelante, corrispondente di Marchetti, amico di Rivap[alazzi], riverirlo per parte mia.
Parma
P. Panizzoni nel Collegio dei Gesuiti.
Piacenza
P. Biasini ex-Gesuita.
Siena
Proposto di Provenzano, questi deve
essere un Parroco vecchio molto zelante.
Bologna
Mgr Luigi Rusconi; D. Casarini Parroco
di S. Lorenzo; Abate Mezzofanti; Abate Thiullen, Casa Ranucci, amico di P[adre] D[iessbach] e di V[irginio].
Segue un elenco di Amici Sacerdoti
Fiorentini, con a capo il «Dottor Bucelli, Direttore».
6
Epistolae duae Marchionis Leopoldi Ricasoli ad Servum Dei de
Christiana Amicitia tractantes, Florentiae annis 1807, 8 decembris, et 1826, 12
octobris. – Ex originalibus in archivo Postulationis O. M. V. asservatis, S. I,
404, 408.
Delle numerose
lettere che il Marchese Leopoldo Ricasoli dovette scrivere al Lanteri solo
cinque sono pervenute a noi. Ne pubblichiamo due che si riferiscono
direttamente all'Amicizia Cristiana; esse mettono anche in rilievo il filiale
rispetto che il Ricasoli aveva per il Servo di Dio.
Nella prima
scritta nel 1807 si tratta in particolare di una certa somma di denaro lasciata
dal Virginio all'Amicizia Cristiana; nella seconda, scritta nel 1826, si parla
ancora dell'Amicizia Cristiana, alla quale, dietro suggerimento del P. Luigi
Taparelli d'Azeglio, doveva essere iniziato il sacerdote Bresciani, che doveva
poi entrare l'anno appresso nella Compagnia di Gesù e diventare quel celebre P.
Bresciani che tutti conoscono (cfr. Doc. LXXX).
1
Firenze, 8 dicembre 1807.
Stimatissimo e
veneratissimo Padre,
In questo ordinario di posta ho
ricevuto da Vienna tre cambiali che [sono]
una di francesconi 800: una di francesconi 900: e la terza di francesconi 611
correnti di Augusta. Questo è il valore del denaro lasciato dal buon Virginio
per le nostre cose, in seguito delle premure che io gli feci, prima ch'ei
partisse di qua, di procurarci qualche abbondante soccorso. Io ho subito
realizzate qui in Firenze le suddette cambiali, per il valor delle quali ho
ritirato sino da ieri l'altro da questa Banca Borri Lire Fiorentine 7054.6.8.
La lettera di Virginio con la quale
egli dispone di detto denaro è in data dei 4 novembre 1805. Io la ricevei il dì
13 agosto 1806: e la conservo presso di me. L'indirizzo diceva così: «A
Monsieur, Monsieur le Marquis L. Ricasoli, et en cas de sa mort a Monsieur le
Marquis Taparelli d'Azeglio». Il contenuto poi della medesima era il seguente.
«Monsieur mon honorable Ami en J.-C. L'or qu'en cas
de ma mort, Monsieur le Comte d'Araldi aura la bonté de vous faire parvenir,
est destiné et m'a été confìé pour être employé à de bonnes œuvres; je n'en
connais point de meilleure de celle à la quelle vous vous occupé avec M[arquis] Z[ei, ossia d'Azeglio], D[on] B[ucelli] et Ab. Lanteri. Je vous supplie donc d'avoir la bonté de
vous en charger et, dans le cas que vous le jugiez à propos, de consulter vos
susdits amis sur le meilleur usage à en faire».
Io scrissi al Signor Marchese
d'Azeglio; ma ancora non ho ricevuto risposta. Io non sono ancora in grado di
mandare la nota di libri, perché ho dovuto sbrattare tutta la biblioteca e
portarla altrove tutta in disordine, per lasciar libere quelle stanze ai
militari se ne verranno. Si rende sempre più necessario un locale ove mettere
in sicuro la biblioteca: io voglio pensarci subito. Lei mi raccomandi a Dio
perché mi converta. Mi apra la strada a fare i santi Esercizi sotto di lei.
Le bacio umilmente le mani.
Suo Umil.mo Servitore
L[eopoldo] R[icasoli].
A Monsieur Monsieur l'Abbé
Pie Brunon Lanteri
Docteur en
Théologie à Turin.
2
Firenze, 12 ottobre 1826.
Rev.mo Signore,
Spero che V. R. avrà ricevuto altra
mia, e che al Sig. Teologo Daverio sarà giunta in tempo la lettera che Ella mi
lasciò per esso. Il P. Rossini mi scrive nuovamente quanto appresso a suo
riguardo: «Ringrazio di cuore V. S. pei gli uffizi prestati a mio riguardo
coll'ottimo Signor Professore Lanteri. [10] II
Signore mi tolse la consolazione di rivederlo in Roma prima della sua partenza,
sia sempre fatta la sua Santissima Volontà».
Col consiglio di cotesto Sig. Marchese
d'Azeglio consultai il P. Rettore Taparelli, sul proposito di A[micizia] C[ristiana] relativamente alla persona del sacerdote Sig. Antonio
Bresciani che trovasi presso di me. Il detto Padre così si esprime su tal
proposito nella lettera scrittami il dì 9 corrente: «Credo il Sig. Abate
Bresciani persona attissima all'uopo se avrà chi gli comunichi le direzioni
opportune ond'entrare nel vero spirito dell'A[micizia] C[ristiana]». Io
sarei di parere di non indugiare a comunicare al suddetto i Cahiers; [11]
avendo egli letto con molto gusto il Solitaire
Chrétien del P. Diessbach. Gradirò per altro la di lei approvazione.
Ella mi raccomandi a Gesù perocché
operi per la maggior Gloria di Dio e perché provveda alla buona educazione del
mio Stanislao. Io Le bacio le mani e mi rassegno.
Suo indegnissimo Servo e Figlio in G.
C.
Leopoldo Ricasoli.
All'Ill.mo e Rev.do Sig. Sig. Padron Col.mo
il molto Rev.do Sig. Teologo
Don Pio Brunone Lanteri
Torino.
7
Epistola Marchionissae Lucretiae Ricasoli ad Servum Dei circa
actuositatem Amicarum Christianarum Florentinarum, Florentiae anno 1808, 2
septembris. – Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I,
409.
Leggendo questa
lettera si vede tutto il profondo e filiale riguardo che
J. M. J.
Firenze,
2 settembre 1808.
Molto Rev.do Padre
Lanteri,
Nell'occasione che il Signor Priore si
porta, costà, mi prevalgo per inviarle questa mia, per darle ragguaglio, come a
Capo della nostra Amicizia Cristiana, delle opere intraprese per la maggior
gloria di Dio, nello spazio di due anni e più.
Sappia dunque che fino dal mese di
maggio del 1806
Mossa dal suo esempio mi sentii
inspirata di andare ancora io all'Ospedale, che però dopo varie ripulse del
Signor D[on] B[ucelli], alla fine mi accordò di unirmi con essa, con la dipendenza
della medesima di andare a detto Ospedale, nell'agosto del suddetto anno. Trovai
molta soddisfazione in queste opere di carità, e piaccia al Signore di
purificarle con il suo Sangue prezioso, perché temo di avere operato con molto
amor proprio.
Per qualche tempo si seguitò a fare
queste opere corporali, quando le malate ci pregarono di istruirle nella
dottrina cristiana, nel leggerli qualche libro buono, che perciò si pensò di
contentarle, e trovando molta ignoranza, e trovandole prive di chi le istruisse
si pensò di fare queste altre [cose]
per l'anima; che però si messe un sistema, il quale è regolato in questa forma,
tolto delle feste, di andare un giorno per una a detto Ospedale.
Alle dieci ci portiamo per essere
pronte al pranzo, per imboccare quelle che non possono mangiare da sé, di poi
si va con le religiose a rasciugare i piatti delle suddette malate, dopo questo
si torna all'Ospedale, dove si fa una mezz'ora in circa di lettura, o di
qualche vita di santo, o qualche altro istruttivo di poi gli [si] fa recitare delle orazioni con le
Indulgenze, per suffragare le persone morte nel detto Ospedale; dopo gli si fa
dire varie giaculatorie, acciò le imparino a mente perché tra giorno si
rammentino la presenza di Dio. Dopo questo si va ai letti di chi ci chiama, per
esortarle alla pazienza, e dargli quegli avvertimenti che secondo il bisogno ci
ispira il Signore. Avanti però si insegna
Essendo nel detto Ospedale, ci si
presentò occasione di togliere delle Persone dal peccato, che perciò formammo
l'idea di fare ancora quest'opera. Principiammo a metter su una scuola, ma non
essendo riuscita in una casa particolare, come si desiderava, poiché quello che
si otteneva nel giorno, si perdeva nel ritornare alle loro case la sera, che
però si pensò di serrarle; ed essendovi due Luoghi Pii in Firenze di pochi anni
nascenti, si pensò di metterle in questi luoghi, a proposito delle nostre idee,
che però otto ragazze per ora abbiamo messe in questi luoghi. Ma siccome noi
due sole non si poteva amministrar danaro per tante, e specialmente io che non
posso aggravarmi, si principiò a parlare a qualche amica, le quali si sono
unite con noi a fare le stesse opere, e quelle che non possono venire si
chiamano ausiliatrici, che somministrano soltanto il danaro, e vengono a parte
delle nostre opere. Per ora siamo soltanto otto che vengono all'Ospedale, ed
una ausiliatrice.
Le circostanze presenti avendo fatto
fare delle mutazioni nel detto ospedale, perciò furono costretti i Superiori di
mandar 23 malate in altro ospedale, detto di S. Matteo, [di] incurabili ancor questo, ci si è aperto un campo di andare
ancora in questo dove ci abbiamo trovato più di 120 malate, dove ci portiamo a
fare le suddette opere, distribuendo i giorni ora in quello ora in questo, che
perciò quasi ogni mattina, tolto delle feste 1'impieghiamo in queste opere di
carità. Tutto sia a maggior gloria di Dio e Maria Santissima, che siano
benedetti in eterno.
Si desidera di fare una Congregazione
di Dame dove vorremmo ritirarci una volta il mese per fare il ritiro in preparazione
alla morte e ritirarci qualche mattina a fare il nostro bene, a uso Compagnia
di Uomini; ma questo si vedrà con il tempo, perché ora resta impossibile. Il
buon Gesù e Maria SS benedicano le nostre opere, e le purifichino acciò siano
solo per Iddio e con Dio.
Eccole in breve dato ragguaglio di quel
poco che si fa. Credo che il buon Gesù voglia qualche altro da me, vilissima
creatura ingrata a tanti suoi benefìzi. Preghi acciò corrisponda alle sue
grazie, e mi faccia conoscere più chiaramente la sua volontà in quello che da
lontano e in confuso mi sento ispirata per il mio particolare profitto.
Il Signor Don Bucelli sta male, come
sentirà, sicché posso poco e quasi niente profittare delle sue istruzioni; per
altro il Signore mi ha fatto la grazia di trovare un altro Direttore che ne
sono molto contenta e soddisfatta. Faccia il Signore che faccia profìtto delle
sue istruzioni e lumi che mi da. Preghi molto per me che ne tengo molta
necessità. Faccia i miei complimenti al Signor Abate Guala, gli dica che mi
raccomandi molto a Dio.
E piena di stima e rispetto passo a
dirmi
Di V. S. molto Rev.da
Sua, Obblig.ma Serva
L[ucrezia]
R[icasoli].
A Monsieur
Monsieur l'Abbé Pie Bruno Lanteri.
8
Epistola Servi Dei ad quemdam Sacerdotem Florentinum circa
opera ab Amicis Christianis Florentinis peragenda, anno 1808. – Ex originali (minuta) in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S.
II, 215.
Dalla precedente
lettera della Marchesa Lucrezia Ricasoli, sappiamo che il Marchese Leopoldo stava
per partire alla volta di Torino, ai primi del mese di settembre 1808. Questa
notizia, atteso che il Ricasoli si trattenne pochissimo in Torino, ci permette
di datare alla fine di settembre o al massimo ai primi del mese seguente la
presente lettera. Sul foglio della minuta, che sola si conserva, non v'è
indicazione del destinatario; dal contenuto però si può pensare ad un sacerdote
e membro autorevole dell'Amicizia Cristiana di Firenze, forse il Bucelli,
ricordato spesso tanto dal Lanteri quanto dal Ricasoli.
Tra le decisioni
prese di comune accordo tra il Marchese e il Lanteri nel breve incontro di
Torino, merita un particolare rilievo quella di visitare gli ospedali, secondo
una pia pratica passata nelle consuetudini dell'Amicizia Cristiana di Torino. Il
suggerimento del Lanteri non doveva riuscire nuovo per il Ricasoli, poiché,
come sappiamo dalla lettera della Marchesa (cfr. n. 7), le Amiche Cristiane
Fiorentine già praticavano tale opera di carità da due anni circa. Secondo il
Lanteri, tale opera doveva in parte supplire alle altre attività dell'Amicizia
Cristiana, impedite dalle avverse condizioni politiche del momento.
Il Lanteri
suggerì perfino al Ricasoli di istituire in seguito una Società avente per
scopo specifico la visita degli ospedali; non sappiamo però se il suggerimento
sia stato poi effettuato. Una tale Società ebbe vita, come sembra, in Torino,
poiché l'archivio della Postulazione O. M. V. (S. I, 227) ne conserva tuttora
gli statuti, nei quali è evidente l'influsso diretto dello spirito
dell'Amicizia Cristiana.
Lo zelo del
Servo di Dio per le opere di carità e di apostolato traluce chiaramente dal
contenuto di questa lettera.
Non saprei esprimere a V. S. Ill.ma
quanto ci sia stata preziosa e consolante la visita, o per meglio dire
l'apparizione, tanto ella fu così breve, del pregiatissimo Sig.r P[riore] R[icasoli] tanto più poi ci consolò lo zelo che spiegò qui più che
mai per la gloria di Dio. Certo che se non conduce seco alcuno di noi, non
devesi questo attribuire a difetto d'impegno per sua parte, ma sibbene alle
circostanze particolari che ci forzano a far altrimenti, riserbandoci però a
migliore occasione di eseguire ciò che per ora non si può, con sommo nostro
rincrescimento.
Si sono frattanto convenuti i seguenti
punti, quali ho l'onore di specificare a V. S. Ill.ma:
1° II Sig. P[riore] R[icasoli]
incomincerà a portarsi da solo per ora secondo il metodo semplice e tra noi
conosciuto, una volta la settimana a qualche ospedale, finché abbia trovato
qualche soggetto per unirsi a tal uopo e formarne una pia società; intanto
questa occupazione sarà uno dei soggetti delle loro conversazioni particolari
che terranno assieme sovente tra la settimana colla Sig.ra Luisa Rigogli e P[riore] R[icasoli].
2° Non si perderà però mai di vista
l'oggetto primario di conoscere i libri a Catalogo, e cercar occasioni e mezzi
da farli circolare, del che almeno ogni quindici giorni se ne farà soggetto
particolare di conversazioni tra di loro. Non si terrà però alcuna A[micizia] C[ristiana], finché non si presenti materia interessante per tale
effetto, dovendo questa radunarsi ben rare volte in questi tempi; fisso restando
ciò che si è anche qui convenuto, cioè che V. S. Ill.ma e P[riore] R[icasoli] siano i due principali sostegni dell'A[micizia] C[ristiana] incaricati particolarmente di esaminare e promuovere
tutto ciò che può riguardare il bene dell'A[micizia]
C[ristiana] nient'altro più
desiderando P[riore] R[icasoli] che di profittare dei savi suggerimenti
e consigli di V. S. Ill.ma, quali desidera anzi siano ben efficaci,
incombensandomi per tale effetto di pregarnela instantemente d'un tanto favore.
3° Finalmente si è convenuto, quanto
alla stamperia, che la medesima non si terrà in attività che una parte
dell'anno soltanto e per cose notabili e di facile esito, e così si spera verranno
rimediati molti gravi inconvenienti che potrebbero succedere.
Ecco i punti fissati tra noi, che io ho
l'onore di presentare a V. S. Ill.ma, perché concorra anch'essa a promuoverne
efficacemente l'effettuazione, sperando che il Signore vorrà bene dire simile
impresa di gran gloria sua.
E nel presentarle i più distinti
rispetti dei nostri A[mici] C[ristiani] e miei, in particolar modo, mi
raccomando alle sue orazioni e mi protesto.
9
Epistola commendatitia Servi Dei pro Marchione Ricasoli ad
Comitem Pertusati, ut videtur, anno 1808. – Ex originali (minuta) in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S.II, 215.
Sul finire di
settembre o ai primi di ottobre del 1808, il Marchese Leopoldo Ricasoli fece ritorno
a Firenze passando per Milano. Il Lanteri colse l'occasione per presentarlo
agli Amici Cristiani Milanesi, come apprendiamo da due lettere scritte a tale
scopo. Di queste due lettere, conservate nella sola minuta, pubblichiamo
soltanto quella che reca in capo al foglio il nome del Teologo Mascarani, ma
che fu destinata, come sembra, al Conte Pertusati. La minuta non è datata, ma
non vi può essere dubbio che sia della fine di settembre o dei primi di ottobre
del 1808.
Questa lettera
mentre ci fa conoscere i delicati sentimenti che il Servo di Dio nutriva per il
Ricasoli, ci discopre sempre più l'attiva collaborazione delle varie Amicizie
Cristiane d'Italia sotto le direttive del Servo di Dio.
Abbiamo avuto la sorte di godere,
sebben per brevissimo tempo, della [gioia]
d'aver tra noi il pregiatissimo Sig. Marchese Ricasoli, Priore dell'Ordine di
Santo Stefano.
Quanto ci è stata preziosa e consolante
la venuta a T[orino] del nostro pregiatissimo
Sig. Marchese R[icasoli], Priore dell'Ordine
di Santo Stefano, A. C. di F. [Amico
Cristiano di Firenze], altrettanto ce ne rincresce ora l'accelerata
partenza. Quello che mi consola si è il pensare che passando costì per ritornarsene
a F[irenze] possa procurare a V. S.
Ill.ma la conoscenza del principale sostegno dell'A. C. di F. [Amicizia Cristiana di Firenze]. Il suo
grande zelo e sincero interessamento che in ogni tempo dimostrò, secondo le
nostre viste, per la gloria di Dio, come pure le finezze e graziosità con cui
sempre ci accolse, quando alcuno di noi si portò a F[irenze] per le cose di A[micizia]
C[ristiana], mi obbligano a
particolarmente raccomandarglielo, pregandola di procurargli, se le circostanze
lo permettono, la conoscenza della Contessa Biffi, potendosegli confidar ogni
cosa. Godo intanto di questa felice occasione per procurarmi la sorte d'aver
delle preziosissime nuove di V. S. Ill.ma e della Signora Contessa, cui prego
porgere unitamente al Sig. Avv. Torti, i miei più umili ossequi. Coi più vivi
sentimenti di rispetto e considerazione mi raccomando alle sue sante orazioni e
mi protesto.
10
Epistola Servi Dei ad Marchionem Leopoldum Ricasoli circa
Christianam Amicitiam, Aug. Taurinorum anno 1816, 30 ianuarii. – Ex originali (minuta) in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. II, 32a.b.
Il nome del
destinatario di questa lettera manca; però il contenuto e il titolo di «Priore»
che si legge nell'intitolazione, ci permette con sicurezza di identificarlo
nella persona del Marchese Ricasoli, Priore dell'Ordine di Santo Stefano.
II Servo di Dio
gli detta alcune norme pratiche per ravvivare l'Amicizia Cristiana Fiorentina,
quasi spenta a quest'epoca al pari di tutte le altre, a causa delle avverse
condizioni politiche.
Di questa lettera
possediamo parte d'una bella copia e tutta la minuta di cui ci siamo serviti
per completare il testo della bella copia: tutto è di mano del Lanteri.
Torino, li 30 [gennaio] del 1816.
Ill.mo e Pregiat.mo
Sig.r Priore in G. C. Dil.mo
Profìtto dell'occasione del Signor
Canonico Barrera per testificarle la consolazione grandissima che mi ha recato
il Signor Cav. Luigi Collegno con significarmi le ottime disposizioni di V. S.
Ill.ma verso l'A[micizia] C[ristiana], delle quali certamente non
poteva dubitarne, ed il rincrescimento, ad un tempo, che vi si incontrino delle
difficoltà non piccole da sormontarsi per ravvivarla. Tra queste la principale
si è avere dei soggetti quali si desiderano, e perciò converrà primieramente
pregar molto il Signore perché c'illumini per la scelta; in secondo luogo è
necessario non affrettarsi, ed avanti di fissarne l'elezione, ci farebbe cosa
gratissima se volesse compiacersi di manifestarcene i soggetti, potendo questi
essere della conoscenza di qualcheduno dei nostri Amici. Abbisogniamo
certamente dei soggetti, però non freddi, prudenti sì ma zelanti, che
conoscano, o almeno gustino di conoscere i libri buoni, ed abbiano buona
volontà e mezzi diretti o indiretti di spargerli, oltre gli altri requisiti che
ella ben sa, che però sarebbe bene rileggerli. Onde non sarà mai troppa la
cautela che si userà a questo proposito, perché, se si sbaglia in questa
scelta, diventano i soggetti piuttosto d'intoppo che di aiuto. Conviene inoltre
vedersi qualche volta per riaccendersi di zelo, e comunicarsi i lumi e le
occasioni di far del bene. Se in tutti i tempi si può fare per mezzo dell'A[micizia] C[ristiana] grandissimo bene coi soli libri ascetici, [12]ora
resta tanto più necessario promuovere inoltre i libri opportunamente per
premunire gli spiriti dagli errori correnti, e disingannare chi già ne è
infetto, come sarebbe di incredulità, di Giansenismo e Richerismo: nel Catalogo
se ne trovano molti, ma sarebbe bene farne un estratto; io ne ho notati alcuni
che riguardano particolarmente le massime contro
Credo che saprà che il S. Padre si
degnò d'approvare l'A[micizia] C[ristiana] con accordare tre volte la
settimana l'Indulgenza plenaria per i secolari e una volta l'Altare
privilegiato, ciò che è bene di far noto agli Amici.
Sono poi ansiosissimo di avere delle
sue nuove, come sta di coraggio e di confidenza in Dio, se ha poi potuto
provvedersi d'un buon Maestro per i figli, rincrescendomi al vivo di non aver
mai avuto l'opportunità di poterla servire in questo genere come avrei ardentemente
bramato. A proposito «d'Amitié» sarei ansiosissimo di aver delle nuove del
nostro B[arone] P[enkler]. Io gli ho scritto più volte
all'occasione che gli ho spedito delle lettere inviatemi da Roma al suo
indirizzo, destinate per i Gesuiti di Russia, nè mai ho potuto averne alcuna
risposta. Mi stanno particolarmente a cuore li manoscritti di P[adre] D[iessbach], di V[irginio], e di A[micizia] C[ristiana].
Oh quanto mi rincresce di non aver
fatto il viaggio per colà una volta progettato con V. S. Ill.ma! Non potrebbesi
questo progettare un'altra volta, ed eseguirsi veramente? Sento che vi è qui la
traduzione del «
DOC. XXIX
DOCUMENTA quae Servi
Dei relationem cum Amicitia Christiana Vindobonae instituta illustrant, anno
1806.
Pubblichiamo qui
tre lettere che si riferiscono all'Amicizia Cristiana di Vienna, di cui due
scritte dal Servo di Dio e una dal Barone Penkler. Dal loro contenuto si vede
che il Lanteri s'interessava alle sorti dell'Amicizia di Vienna, e che colà si
aveva per lui un'alta stima.
L'Amicizia
Cristiana Viennese fu fondata dal Padre de Diessbach non sappiamo esattamente
quando, certamente però prima del 1795, perché in detto anno entrò a farvi
parte anche S. Clemente Hofbauer (cfr. Saint
Clément-Marie Hofbauer 1751-1820 versione francese di Kremer, Lovanio 1933,
pag. 104). Il Padre de Diessbach la diresse fino alla sua morte, avvenuta il 22
dicembre del 1798; in seguito, ne prese la direzione Don Virginio, il quale se
ne occupò sino al 1805, anno in cui cadde vittima della sua carità.
Tra i membri
illustri di questa Amicizia meritano di essere ricordati, oltre S. Clemente
Hofbauer, Franz Schmid, fecondissimo autore di opere di pietà e di ascetica,
confessore di S. Clemente, e il Barone Giuseppe Penkler (1751-1830), figlio del
famoso diplomatico Penkler ed ex-allievo dei Padri Gesuiti. Il giovane Penkler,
cattolico convintissimo, consacrò buona parte delle sue energie sia in favore
dell'Amicizia Cristiana, come a benefìcio delle opere di S. Clemente Hofbauer. Egli
fece pure parte di quell'eletto cenacolo di letterati cattolici Austriaci, di
cui già parlammo (cfr. supra, pp.
77-78), i quali vollero poi riposare accanto al Padre de Diessbach, nel piccolo
cimitero di Maria Enzersdorf, ove i Penkler avevano la loro tomba di famiglia.
Dopo la morte di
Don Virginio (dicembre 1805), il Barone Penkler si trovò a capo dell'Amicizia. Ciò
spiega come cercasse subito di mettersi a contatto col Servo di Dio che
rappresentava allora per ogni Amico Cristiano i due grandi scomparsi: Padre de
Diessbach e Don Virginio. Da alcune lettere del Penkler al Lanteri, conservate
nell'archivio della Postulazione O. M. V., vediamo ch'egli si rivolge al Servo
di Dio con illimitata fiducia, come a sicuro maestro e vero padre.
1
Epistola Servi Dei ad Baronem Iosephum Penkler de quodam
sacerdote Vindobonam mittendo, anno 1806, 10 martii. – Ex originali (minuta) in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. II, 212.
Di questa
lettera l'archivio della Postulazione O. M. V. possiede soltanto una minuta
incompleta all'inizio, senza data e senza indicazione del destinatario; però
dalla lettera che verrà pubblicata al n 2 si ricava ch'essa fu scritta il 10
marzo del 1806 al Barone Penkler. Si noti, per quello che si dovrà dire in
seguito, l'elogio che il Lanteri fa del sacerdote Torinese, allora al suo
trentunesimo anno di età, che deve essere identificato col teologo Guala, nato
appunto nel 1775.
II sacerdote
Cafasso, di cui è questione nella lettera, non deve essere confuso con
l'omonimo già beatificato. Si tratta di un amico del Lanteri, cappellano nella
chiesa degli Italiani in Vienna, il quale, dopo la morte di Don Virginio, entrò
nella Compagnia di Gesù e andò missionario sulle rive del Wolga.
Da notare infine
che anche il Penkler, come il Marchese Ricasoli, aveva chiesto di essere in corrispondenza
di direzione spirituale, come tutto porta a credere, col Servo di Dio.
[Je n'aurais
qu'un de mes] amis de qui je ne saurais me priver sans une necessité
absolue; et je ne pourrais même le détacher de Turin sans faire crier bien de
monde à cause du vide qu'il laisserait, y faisant un bien immense. C'est un
jeune homme de 31 ans, plutôt petit de taille, ce qui le fait paraître plus jeune
encore, d'un caractère gai, d'un zèle non ordinaire, très actif et prudent,
fourni de la doctrine, prudence et expérience nécessaire pour la direction des
âmes, mais qui n'étant pas accoutumé, tout comme moi, à traiter avec les
grands, peut-être lui manqueraient ces traits aussi polis que desirent ces
personnes. En tout cas ayez la bonté de me donner tous les renseignements
possibles à cet égard, et indiquer quelle existence [il] pourrait espérer, et surtout s'il pourrait vaquer librement à
l’A[mitié] C[hrétienne] et au salut des âmes.
Du reste, je serais trop heureux si vous voulez
bien m'honorer de cette correspondance suivie que vous demandez de moi, pouvant
être sûr de trouver en moi cette confìance et cette ouverture de cœur qui doit
caractériser la vraie amitié, et que l’ennemi fait de tout son possible pour
l'empêcher.
Oh que je remercierais bien le Seigneur s'il nous
redonnait Caf[asso]. Vous pouvez lui
écrire aussi de ma part, qu'il examine bien devant Dieu les circonstances
actuelles d'A[mitié] C[hrétienne] pour voir s'il ne serait pas
la volenté de Dieu qu’il retourne sur ses pas, pour moi j'en doute beaucoup. A
ce propos ne sauriez vous pas me dire s'il a déjà renoncé au petit bénéfice
qu'il avait, et s'il est déjà conféré à d'autres, s'il y a encore des places
vacantes a l'église Italienne? Ce serait bon de le savoir en cas qu'il se
presentât quelque sujet à propos pour vous envoyer. Je finis par me recommander
instamment à vos saintes prières et avec toute l'estime, et considération possible
j'ai l'honneur d'être.
2
Epistola Baronis Iosephi Penkler ad Servum Dei de Christiana
Amicitia Vindobonensi, qua magna quoque eius existimatio erga Servum Dei
comprobatur, anno 1806, 20 iunii. – Ex originali in archivo Postulationis O. M.
V. asservato, S. I, 398.
Con questa
bellissima lettera il Barone Penkler risponde alla precedente del Servo di Dio.
Essa è di sommo interesse per la storia dell'Amicizia Cristiana Viennese, ma
per noi quello che più interessa è la profonda stima che troviamo qui per il
Lanteri, considerato giustamente come l'unico erede morale del Padre de
Diessbach, dopo la morte di Don Virginio. Il Barone Penkler aspettava a Vienna
il Lanteri, ma non sappiamo per quale ragione il Servo di Dio non potè mai
effettuare tale viaggio, benché ne avesse un ardente desiderio.
Curiosamente la
lettera è senza indirizzo e senza firma, però non vi può essere dubbio nè sul
mittente nè sul destinatario, come ci vien anche confermato da un'antica nota
archivistica, posta sul retro dell'ultimo foglio: il destinatario fu il Servo
di Dio e il mittente il Barone Penkler. Quest'ultimo, probabilmente per sfuggire
alle noie della Polizia, non usava firmare le lettere che indirizzava al
Lanteri, poiché delle sei tuttora conservate nell'archivio O. M. V. non una è
firmata.
Très
cher Père et ami en J. C.
Après
avoir reçu votre chère lettre du 10 de mars, qui m'annonce la réception de mes
deux précédentes, j'ai tardé longtemps à vous écrire celle-ci, puisque j' ai
senti le besoin de vous écrire au moins une première fois, bien ouvertement et
bien en détail pour me faire entendre plus facilement dans la suite, et que je
devais attendre pour cela une occasion bien sûre. Elle s'est enfin présentée
cette occasion par le retour dans sa patrie d'un ami très chéri des deux défunts,
et avec qui je souhaite que vous puissiez faire connaissanee personnelle. Sa piété solide, ses lumières en tout genre, son expérience
de divers temps, de divers pays, sa prudence jointe au talent et à la science,
le rendent déjà très recommandable. Outre cela il a saisi l'esprit de l'A[mitié] C[hrétienne] dont il était pénétré avant de la connaître, animé d'un
grand désir de coopérer au bien, il peut vous mettre au fait de la carte de
notre pays à l'égard des dernières époques dans le cas où votre voyage à Vienne
dût éprouver des difficultés ou des délais.
Ce qui m'a le plus charmé dans votre lettre, mon cher
Père, c'est de voir que vous agréez que je m'emploie efficacement pour le
soutien de l'A. C. de V. [Amitié
Chrétienne de Vienne]. Je sens combien je suis peu fait pour soutenir ou
achever un édifice élevé à la gloire de Dieu et au salut des âmes; mais je
respecte trop les dernières volontés du saint homme, qui m'a donné cette
destination, et je vois trop clairement se manifester les voies de
Vous désirez, que je vous éclaircisse sur deux choses.
Primo: quels sont 1es Amis, et sur quels autres je puis compter, etc. Secondo:
quelles sont les raisons, pour lesquelles je veux vous engager de venir.
Ad 1. Des vieux Amis il ne m'en reste que 2 religieux
et 2 dames. Les 2 premiers sont excellents ouvriers dans la vigne du Seigneur,
et sur lesquels je puis faire compte pour assistance dans toutes les bonnes
œuvres qui sont à leur portée et jusqu'à un certain point pour censurer de
nouveaux livres. Des 2 dames l'une a de très bonnes qualités, mais étant légère
et livrée aux affaires de sa nombreuse parenté, je ne puis en faire aucun
usage. La seconde est instruite,. de bon jugement, de bon conseil, attachée de
toute son âme au soutien d'A[mitié] C[hrétienne] à la mémoire et aux préceptes
de P[ère] D[iessbach]. Je puis compter entièrement sur elle et disposer d'elle
pour cet objet.
Des nouveaux Amis il me reste un cavalier italien
d'une piété solide, «doctus in divinis humanisque scripturis», d'un excellent
conseil et discernement, et prêt à m'assister en tout ce que sa situation élevée
lui permettrait, et un jeune cavalier hongrois d'un zèle imperturbable, ne se
laissant pas fléchir par aucune vue d'intérêt humain, cherchant à s'instruire;
enfin un cavalier étranger s'est ouvert à moi après la mort de V[irginio] sur la communication que ce dernier
lui avait faite des cayers peu avant. Comme ce cavalier n'est pas connu dans le
public pour être catholique, et que d' ailleurs il est actuellement absent, je
ne
Dans
ce moment-ci je n'ai encore personne en vue sinon un jeune ecclésiastique natif
de Bornio en Valtelline ayant beaucoup de talents, grande application,
illibatezza di costumi, gran desiderio d'operariato, désintéressement
rare, ayant appris l'allemand et le français, qui pourra remplacer Cafasso et le
surpasser. Il sera ordonné prêtre dans un mois. Sans avoir du bien de sa
maison, il renonce à un canonicat auquel il aurait droit de famille pour se
vouer ici à un plus grand bien.
Ad
2. Je sais bien et P[ère] D[iessbach] me l'a dit souvent et
positivement, que ni le nombre ni les emplois sont nécessaires pour constituer
une A[mitié] C[hrétienne], qu'elle peut exister là où il n'y a qu'un seul A[mi] C[hrétien], aussi ce n’est pas mon embarras.
Outre
ceux que je viens de vous nommer j'ai encore l'héritier du défunt pour très bon
conseil; mais fussé-je même seul à Vienne, non desponderem animum, et j'aurais
la même confiance de pouvoir avec l'aide de Dieu faire tout le bien par les
moyens, dont l' A[mitié] C[hrétienne] enseigne de faire usage. Mais
vous sentez bien, que connaissant mon insuffisance je doive non seulement
chercher des personnes, qui remplissent avec moi et après moi le but de la
sainte entreprise à laquelle je me suis voué, mais que jusqu'à ce que
Or
il est naturel, que cela ne peut se faire que très superficiellement avant que
vous ayez appris à connaître par vousmême tout ce qui tient à la localité,
surtout dans un temps, où la communication par lettres est si
extraordinairement gênée.
Outre
cela je puis bien faire le triage des papiers: et vous pouvez être très assuré
de ma discrétion la plus scrupuleuse dans cette recherche. Je puis même vous en
faire et envoyer le catalogue, sur lequel vous puissiez décider ce qui doit
vous ètre envoyé; mais vous comprendrez vous-même, que cette décision se fera
avec d'autant plus d'assurance, lorsque vous pourrez donner un coup d'œil sur
les papiers, même avant leur transport. De même il serait extrêmement utile,
que vous vissiez l'état de notre Bibliothèque inamovible, prêts, spolia,
agenda, archives etc. item les deux bibliothèques qui n'y sont pas encore
réunies, toutes les deux provenant de B.B. dont l'une est venue de Prague et se
trouve ici, et l'autre de Fribourg est gardée à Augsbourg, pour me donner vos
avis sur bien des points à régler.
Item
le catalogue des admissibles est une chose essentielle, et comme la base de
tout le reste. Je sais qu'il n'existe nulle part dans sa totalité; peut-être
celui de V[irginio] est-il le plus
complet. On pourra bien vous en envoyer une copie pour être rectifiée, mais ne
vaudrait-il pas infiniment mieux, qu'il fut rectifié par vous-même sur les
lieux, pour puis en faire des doubles pour T. M. et Fl. [Turin, Milan et Florence].
Enfin
si nous avions l'occasion de nous entretenir de bouche sur quantité d'objets,
sur lesquels j'ai besoin de savoir votre sentiment, combien nous serait-il
ensuite facile de nous entendre par lettres! Voici les principales raisons,
pour lesquelles un voyage que vous feriez à Vienne serait désirable.
Ne
pensez pas de vous faire remplacer par un autre, fut-il le meilleur de vos
amis. Pas pour les objets, que je viens de vous détailler, car vous sentez bien,
que ce n'est que vous seul, qui pussiez en porter le jugement, et il n'y a personne
que vous, à qui je pourrais m'ouvrir sur bien des objets, puisqu'il n'y a que
vous que je regarde comme tenant place de P[ére]
D[iessbach]; mais non plus pour
l'organisation future de l'A. C. de V. [Amitié
Chrétienne de Vienne] car autant
je désire de trouver un ecclésiastique que je puisse mettre à la tête de
l'ouvrage, autant je sens qu'il est nécessaire qu'il soit national, ou regardé
comme tel. Pardonnez-moi, si je vous cite les tristes expériences du passé pour
règle de l'avenir.
Enfin il faut voir par vous-même, avant de rien
entreprendre. Si des difficultés insurmontables vous en empêchent dans le
courant de cette année, venez l'année prochaine. Mais dans tout les cas je vous
prie, pour éviter tous les délais, d'emprunter à T[urin ] ce qu'il vous faut pour venir ici, dont vous seriez
remboursé aussitôt en arrivant ici, et de me donner avis à peu près du temps de
votre arrivée afin de me trouver certainement à V[ienne] et afin de pouvoir vous envoyer un passeport d'entrée de
notre Gouvernement ou à Augsbourg, ou à tel endroit de votre passage que vous
m'indiquerez.
Le prêtre, pour lequel je vous ai écrit dans mes
précédentes serait pour la direction spirituelle de Béatrice. Celui dont vous
avez tracé le portrait paraît trop jeune, même l'àpparence de l'être forme déjà
un obstacle.
Vous désirez de savoir, mon Père, ce qu 'jl y a à
espérer de Caf[asso] je ne puis vous
dire aujourd 'hui sinon qu'il est plus que probable, qu'il suivra la nouvelle
voie, que
Encore
un point: le défunt avait une certaine quantité de monnaies d'or, qui lui
avaient été données pour des bonnes œuvres, et pour lesquelles il avait marqué
dans la feuille, qu'il avait laissée au P[ère]
W[agner] en partant pour Florence
contenant des notices pour le cas de sa mort, qu'on devait s'entendre avec
l'abbé Lanteri de Turin, et le prieur Ricasoli et le Marquis d'Azeglio qui sont
à Florence. Cependant à l'arrivée des français il avait confié cet or au Marquis
d'Araldi qui est parti d'ici avec l'Electeur alors de Salzbourg avec une lettre
cachetée qu'il l'a prié d'ouvrir en cas de sa mort. Ce cas étant arrivé, il l'a
ouverte, et il y a trouvé une lettre cachetée à l'adresse de Ricasoli et en cas
de sa mort à d’ Azeglio, et le Marquis d'Araldi est prié de faire parvenir,
lorsqu'il en aurait une occasion commode et sûre la lettre et l'or à Ricasoli
et en cas qu'il fut aussi mort à d'Azeglio à Florence. En passant par ici pour aller à Würzbourg, il remit
tout entre mes mains pour en soigner l'exécution. Je
garde l'or en dépôt et j'envoie la lettre par le moyen du porteur de celle-ci;
mais j'ai cru nécessaire de vous en avertir; la somme est d’environ 5000 lires
piémontaises. J'aurais encore
mille choses à vous dire. Mais je dois finir. Priez bien
souvent pour moi.
Ce
20 juin 1806.
3
Epistola Servi Dei ad P. Wagner in qua sermo est de P. de
Diessbach et de Sac. Virginio, necnon de sue itenere Vindobonensi, anni 1782,
anno 1806. – Ex originali
(minuta) in archivo Postulationis O. M.
V. asservato, S.II, 213.
Di questa
lettera possediamo solo la minuta senza data e senza indicazione del
destinatario. Dal suo contenuto però – cui possiamo aggiungere anche
un'autentica annotazione posta in capo al foglio – si deduce che essa fu
scritta nel corso dell'anno 1806 al P. Wagner († 6 gennaio 1808), erede di Don
Virginio.
Da notare la
notizia del viaggio fatto dal Servo di Dio a Vienna nel
M. R. P.
Je
sais par B[aron] P[enkler] que vous êtes l'héritier de V[irginio] Si l'amitié entre aussi dans
son hoirie, voici un ami inviolable de V[irginio]
depuis 30 ans, qui vous appartient entièrement. Vous êtes aussi de plus le dépositaire de son cœur, le
témoin de ses derniers moments, et de tous ses sentiments. Ne voudriez vous pas
avoir la complaisance [de] nous en
faire part, tant de ses derniers sentiments, comme de toutes les moindres
circonstances de sa maladie, étant tous ses amis, tout comme moi, bien
empressés de les apprendre? Si votre temps est trop précieux pour ne pas pouvoir
en employer un instant pour cela, ayez seulement la bonté de 1es manifester an
B[aron] P[enkler] que je prie de vouloir bien me les écrire de votre part. Parmi
tous les manuscrits de V[irginio] il
y a certainement tout plein de choses intéressantes, entre autres choses, des
mémoires sur la vie de P[ère] D[iessbach], que je vous prie instamment
de vouloir bien vous donner la peine de conserver soigneusement et de les
mettre de côté, afin que dans une occasion favorable on puisse s'en servir.
Comme aussi parmi ses livres il y en avait de bien
intéressants, même dans quelqu'un de ces livres il y avaient des annotations,
et des signes beaucoup signifiants et utiles, faits même encore par P[ère] D[iessbach] que personne ne comprendrait aussi facilement que moi, et
que je serais empressé de les avoir. Ayez donc la bonté, M. R. P., je vous en
prie instamment, de ne pas vous en défaire de tous ces objets, parce qu'ils
peuvent bien contribuer une fois à la gloire de Dieu. Peut-être
je m'adresse en votre personne à qui j'ai eu déjà l'honneur de connaître, et de
participer de ses bontés, quand j'étais à Vienne avec le P[ère] D[iessbach]. Je
serais enchanté d'en renouveler la connaissance, et de lui témoigner mes plus
vifs sentiments de gratitude et de respect, avec lesquels j'ai l'honneur d’être.
DOC. XXX
EPISTOLAE quinque
Comitis et Comitissae Pertusati ad Servum Dei circa quosdam Amicos Christianos
Mediolanenses et circa opera ab eodem Comite edita, annis 1809-1815. – Ex originalibus in archivo Postulationis O.
M. V. asservatis S. I, 410, 411, 418a.b., 426a.
Il Conte
Francesco e
Nella seconda,
Nella terza e
quarta il Pertusati dà varie notizie sulle sue pubblicazioni e accenna alle
noie ch'esse gli procuravano, come si ricava pure da una notificazione
ufficiosa della censura imperiale della stampa, che riproduciamo in nota alla
quarta lettera. Si vede anche che il Lanteri doveva essere a quell'epoca assai
sofferente. La quarta lettera non ha l'indirizzo, ma il suo destinatario è
certamente il Lanteri, come si rileva dal contenuto.
Nella quinta il
Pertusati comunica al Lanteri la morte di Don Riva Palazzi, zelantissimo Amico
Cristiano.
Queste lettere
non contengono elementi diretti per la vita del Servo di Dio, all'infuori di
accenni alla sua salute poco florida; esse però, insieme con le lettere dei
Marchesi Ricasoli (Doc. XXVIII, 6, 7) e
1
Milano, 5 ottobre 1809.
Stim.mo e Car.mo in
G. C.
Rispondo per conto di mia Moglie,
incomodata di salute da lungo tempo più ancora del solito, all'obbligante sua
lettera cortesissima dei 19 7bre ricevutasi da noi per il canale della posta
solamente oggi 5 8bre e le confesso che sono mortificatissimo perché, giuntami
così tardi, ho mancato senza mia colpa, l'occasione di fare la conoscenza del
degnissimo Cavaliere ch'Ella c'indirizzava. Egli è stato forse tre volte a
questa mia casa; la produzione di un nome per me nuovo, senza lettere che mi
facessero fede della identità della persona, gli incontri spiacevoli, che ho
avuto in mia propria casa per la troppa facilità di ammettere sotto pretesti,
anche i più plausibili, persone ignote, furono la cagione, che mi ritirò dal
fare questa conoscenza. Io lo suppongo già partito per Pavia, come la sua
pregiatissima mi accenna. Se al suo ritorno e nel suo passaggio per Milano
potrò trovarne il conto (sic), mi
farò la dovuta premura di esser da lui e di domandargli scusa dell'accaduto.
Brevemente le farò cenno di vari libri
per me tradotti e stampati col mio nome dall'anno 1782 fino al presente, e ne
darò un cenno in una cartolina, che rinchiuderò in questo foglio. Da questa
escludo le lettere di Madama della Vallière, perché stampate in Torino dal
Soffietti l'anno 1785, delle quali qui non se ne trova più copia. Di parecchi
opuscoli anonimi da me tradotti, tengo ancora più copie di quello che ha per titolo
Trattato sopra i mezzi di conoscere la
verità nella chiesa di Monsignor Languet, arcivescovo di Sens, e costano L.
1 di Milano per copia. Per la spedizione dei libri da Milano a Torino e viceversa
non v'è mezzo migliore che quello dei Librai, quando ve ne siano due in
corrispondenza tra queste due piazze, lo che io precisamente non so.
Di libri nuovi a mia notizia veramente
buoni non saprei che dire. Io sono associato alle lezioni sacre di Giosuè, dei
Re, dei Giudici, composti da Marchetti, e ne tengo già 12 tomi, e il nome solo
dell'autore è maggior d'ogni elogio. Mi sono associato agli Esercizi di Buganza, opera che sarà in
due o tre volumi, e che si sta attualmente stampando in Mantova. Un P. Tommaso
Tommasoni, domenicano in Padova, ha stampato in due tomi vari elogi sacri nei
quali spicca l'erudizione e la pietà dell'autore, uomo di santa vita, come mi
assicura chi lo conosce da vicino; ma sono a mio credere soverchiamente diffusi.
Il nostro stampatore Motta ha sotto i torchi un Diario Sacro compilato da un nostro bravo Oblato, il Curato Branca
di S. Sepolcro: sarà in due tomi, e riuscirà una eccellente lezione spirituale
per tutti i giorni dell'anno, contenente massime, detti, regole, esempi di
santi, e maestri i più insigni del vivere cristiano.
Ho in mano per altrui commissione Les sermons de Monsieur l'Abbé Poulle,
stampati a Lyon nel 1808. Ne ho appena delibato qualche pezzetto, che mi ha
colpito, e se non tradiscono l'aspettazione dovrebbon essere qualche cosa di
raro.
Ma come ardisco io di dar goccie al
mare, e parlare a Lei di cose, nelle quali ho troppo bisogno di essere da lei
istruito? Mi raccomandi al Signore ne' S. S. S. [santi
suoi sacrifici], e meco tutta la mia famiglia, segnatamente la brava Madre
di 7 figli, visitata da Dio con molte tribolazioni, e da Lui assistita sempre
con grazie particolari. Essa le fa per mezzo mio mille saluti, come io
supplicandola a rinnovar le mie scuse al Signor M. Massimini per l'apparente
mia inciviltà, e pel ragionevole dispiacere, che ne avrà egli avuto, con perfetta
stima, e con vera inalterabile amicizia mi dico
Di V. S. Stim.ma e
Car.ma
Div.mo Obbl.mo Servitore ed Amico in G.
C.
Francesco Pertusati.
A Monsieur
Monsieur l'Abbé Pie Brun Lanteri
à Turin.
2
Stimatissimo mio
Padrone ed Amico in G. C.
Se da lungo tempo siamo reciprocamente
mancanti di lettere e di notizie, non è difficile il ritrovarne i motivi ed uno
fu anche quello d'essersi noi lusingati da un mese all'altro di poterla
personalmente vedere; ora poi memore, che il freddo l'anno passato gli è stato
cagione di molto incomodo, bramo sapere di presente come se la passi.
Mi preme anche di parteciparle com'è di
dovere la morte seguita ieri della Contessa Carolina Cravenna, nata Carcano.
Ella aveva avuto un colpo epilettico
questa estate, ma si era in progresso rimessa mediocremente, e usciva di casa;
giorni sono fu presa da male di petto, e ricevuti tutti i Santi Sacramenti
passò da questa a miglior vita. Vorrei aver la penna di San Girolamo per
tracciarle brevemente la condotta tanto cristiana, e lodevole che ha sempre
tenuta questa nostra Amica. La prego far parte di questa notizia alle persone
che sono a Lei note, e che le erano amiche. Mio marito ed io per grazia di Dio
stiamo bene e così anche la nostra famiglia tutta. Il nostro D. Carlo, rarissime
volte lo posso vedere, perché egli è occupatissimo sempre in affari di gloria
di Dio. Alla fine del venturo mese sarà perfezionata la stampa della Vita di
Nostro S. G. C., tradotta da mio marito, che presentemente ha messa la penna in
altra opera, ch'ella le ha fatto avere l'anno passato. Per carità si ricordi di
me nelle sue orazioni, e nei Santi suoi Sacrifizii, e mi faccia grazia d'una
riga di risposta, sia pur essa di mano altrui per diminuire a Lei l'incomodo, e
coi cordiali complimenti di mio marito mi rassegno con vera considerazione
quale mi professo
Milano, 6 10bre 1812.
Div.ma ed Obbl.ma
Serva e Amica in G. C.
Maria Pertusati.
3
Milano, 17 giugno
1814.
Pregiatissimo ed Amat. mo Amico in G.
C.
È lungo tempo che io non ho sue nuove,
e che le desidero, come me le auguro, consolanti per riguardo specialmente alla
preziosa sua sanità. Ella troverà unito a questa lettera il piccol libro dei Trattenimenti dell'anima con Dio,
edizione ottava dopo la prima stampata in Bergamo fin dall'anno 1792 col titolo:
Atti delle più eminenti virtù di un
cristiano, libro che ella deve conoscere, perché fatto stampare in francese
a Fribourg da P[adre] D[iessbach] di santa memoria. Lo spaccio
che ebbe tale opuscolo tra noi e nello Stato Veneto, obbligò gli stampatori a
replicarne la edizione, fino a contarsi questa del 1813 per la ottava. Ed ecco
il perché le ne trasmetto una copia.
Io avrei già posto sotto i torchi
l'opera Dei principi della Dottrina
Cattolica, la cui traduzione già da qualche tempo ho condotta a compimento,
e della quale V. R. Stim.ma ne avrà in dono da me, come già le promisi, cento
esemplari: ma motivi prudenziali, ed economici, mi obbligarono a sospenderne la
stampa. Per dar mano a questa, e per facilitarne la più pronta esecuzione, mi
bisognerebbe fare almeno un piccol fondo di cassa. Se l'operetta dei suddetti Trattenimenti, che forse non sono, o
noti, o diramati abbastanza in Piemonte, potesse allettare i Signori Fratelli
Scotti, librai in Dora Grossa, a rilevarne una partita di 400, io la rilascerei
loro al modico prezzo di centesimi settantasei e millesimi otto, facenti una
lira di Milano per ogni copia. Ritenga però V. S. Car.ma che il mio progetto è
così libero che ella lo deve riguardare come un progetto di commercio, nel
quale i riguardi dell'amicizia non debbono aggiungere sulla bilancia un grano
in favore dell'offerente, su di che non mi occorre di aggiungere parola.
Ieri ho veduto D. Carlo Riva Palazzi,
che sta discretamente bene e le fa i suoi più affettuosi saluti. Eletto esso
già da più mesi a confessore delle nostre Salesiane, e delle moltissime loro
educande, desidera che se gli dia un elenco di buoni ed utili libri adattati
alla istruzione e cultura delle giovani figlie, ed ella farà a lui, non che
alle religiose educatrici, un gran piacere segnandomene in una carta i
frontispizi di quelli almeno che V. R. crederà i più opportuni al loro
ammaestramento, sì riguardo alla pietà che alla conveniente loro erudizione.
Intanto raccomandandomi con tutto il
calore a SS. SS. SS. ho il piacere di confermarmi con pari stima ed amicizia
di V. R. car.ma
Div. mo e Obbl. mo Servitore ed Amico
in G. C.
Francesco Pertusati.
A Monsieur
Monsieur l'Abbé Pie Brun Lanteri
à Turin.
4
Milano, 12 agosto 1814.
Stim.mo ed Amat.mo
Amico in G. C.
Ricevo con mia singolare soddisfazione
la graziosissima di lei lettera dei 24 dell'ora scorso luglio, il ritardo della
quale mi teneva in pena, nel timore che Ella potesse essere gravemente
ammalata. Piacesse al Signore che V. S. Car.ma fosse in stato di migliore
salute, giacché anche da quest'ultima sua rilevo che ella ha molto bisogno di
aversi la più scrupolosa cura, ciò che le raccomando colle istanze più vive
dell'amicizia.
Per mezzo del solito spedizioniere io
le spedisco il pacco delle copie cinquanta dei Trattenimenti, che ella mi commette per graziosità sua e degli
amici, e lo dirigerò ai soliti librai in Dora Grossa, al di lei indirizzo. In
esso troverà una dozzina di copie di un opuscolo assai interessante, composto
da un degno Vescovo della Romagna, col quale io ebbi il bene di legare amicizia
nel tempo della sua relegazione in Milano, e da cui ebbi in dono il ms. colla
commissione di farlo stampare, lo che eseguii poco dopo la sua partenza di qui.
Queste poche copie ella le gradirà in tenuissimo dono da me, e son certo che
troverà l'operetta molto opportuna pei tempi che corrono, scritta assai bene, e
vittoriosamente ragionata.
Nello sciogliere del pacco le verrà
pure alle mani un mio inutil lavoro, che dono a lei e agli amici, perché ne
facciano quell'uso che loro piacerà, giacché dopo averlo condotto a fine, io
non ne posso fare alcun uso, per la ragione ch'ella troverà espressa nella
lettera a me diretta, [13] che
inserisco accanto del frontispizio dell'opera da me a costo di lungo studio e
fatica volgarizzata. Rimando unita alla traduzione anche l'opera originale
affidatami dal degnissimo Sig. Marchese Guarene, al quale la supplico di far
gradire le espressioni della mia verace stima e grata amicizia.
II Bollettino inseritemi nella cara sua
lettera, riguardante le due epoche 1488 e 1505, non è riuscito nuovo ai nostri
antiquarii, presso alcuno dei quali si conservano i monumenti originali.
Significherò a D. Carlo Riva Palazzi,
coi di lei affettuosi saluti, la premura ch'ella si dà di favorirlo, rapporto
alla commissione dei libri per le aducande.
Intanto raccomandandomi a' SS. SS. SS.
nel desiderio dei suoi particolari comandi, ho il piacere di riprotestarmi con
perfetta considerazione ed amicizia
Suo Umil.mo Div.mo e Obbl.mo Serv.e e
A[mico] C[ristiano] Francesco Pertusati.
5
Milano, 24 settembre 1815.
Stim.mo ed Amat.mo
Amico in G. C.
Con sommo mio dispiacere vengo
apportatore al mio amat.mo amico Lanteri d'una triste notizia, della morte cioè
del comune nostro incomparabile amico, del sacerdote D. Carlo Riva Palazzi,
passato ieri mattina placidamente agli eterni riposi. Visse egli da santo, e da
tale morì.
La sua malattia fu di lunghi mesi, e
penosissima. Operaio indefesso nella Vigna del Signore, e segnatamente nella
coltura della gioventù, fece un bene immenso, e basti dire che il suo oratorio
contava 350 giovani animati tutti dallo stesso spirito di fervorosa divozione,
sitibondi della parola di Dio, frequenti ai santi Sacramenti, esemplarissimi
nella loro condotta. Egli confessore delle Salesiane, egli maestro in casa dei
poveri chierici, e li adunava alla sera in casa per abilitarli collo studio al
sacerdozio, colla mira di insinuar loro lo zelo della cura delle anime, e
massime le più abbandonate di soccorsi, come sono per la più parte i montanari
ed alpigiani della vasta nostra Diocesi.
Esso morì povero, non lasciando quanto
bastar potesse pel convenevole suo funerale. La sua perdita, compianta da tutti
i buoni, lascia un gran vuoto che non sarà così subito rimpiazzato.
Io lo vidi morto, e confesso che il suo
volto, conformato a un'aria ridente, inspirava venerazione. L'accompagnamento
del suo cadavere al Camposanto va ad essere affollatissimo. Ieri dopo pranzo il
nostro valente professore e maestro di disegno nell'Accademia delle Belle Arti,
Sig. Luigi Sabatelli, ne avrà per sua speciale divozione ricavato il ritratto. Non
fa bisogno che io lo raccomandi ai santi suoi Sacrifizi, e ai suffragi degli
amici di costì, bastando a ciò la notizia della sua morte.
È lungo tempo che non ho nuove di lei,
e le desidero. Intanto ora pro me et vale. Sono di cuore
Suo Obbl.mo Servitore ed Amico
F[rancesco] P[ertusati].
Monsieur
Monsieur l'abbé Pie Brun Lanteri
à Turin.
DOC. XXXI
PETITIO INDULGENTIAE
PLENARIAE pro Amicitia Christiana et rescriptum Papae Pii VII, anno 1814, 20 iulii.
– Ex originali in archivo Postulationis
O. M. V. asservato, S. I, 204.
Dal verbale
dell'adunanza dell'Amicizia Cristiana, tenuta il 3 marzo 1817, che
pubblicheremo nel documento seguente, siamo informati che il Servo di Dio
ottenne, nell'aprile del 1809, da Mons. De Gregorio, Delegato Apostolico di Pio
VII, la concessione orale dell'indulgenza plenaria, una volta alla settimana,
per gli ascritti all'Amicizia Cristiana. Nel 1814, il Marchese Cesare d'Azeglio,
Amico Cristiano ed inviato diplomatico dello Stato Sardo a Roma, chiese ed
ottenne la conferma di tale privilegio, come ci vien attestato dalla supplica e
dal rescritto che qui trascriviamo dall'originale. Dal succitato verbale sappiamo
inoltre che Pio VII concesse nuovamente il 6 gennaio del
La concessione
di questi favori spirituali fu considerata, non senza ragione, come una vera
approvazione pontificia all'attività apostolica dell'Amicizia Cristiana.
Beatissimo Padre,
Una pia unione di Amici Cristiani
avendo a cuore tutti i dogmi Cattolici e la pietà più della vita stessa, si
sono proposti di attendere a promuovere in sé e negli altri la cognizione, e l’amore
di Gesù Cristo, colla pratica delle virtù Teologali, massime per via di libri
buoni secondo lo spirito della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana.
I mezzi adoperati per promuovere la pietà
in se stessi, sono 1° la frequenza de' SS.i Sacramenti; 2° la meditazione, e
lettura spirituale di libri scelti; 3° la divozione al Sacro Cuor di Gesù, e di
Maria SS.ma, a S. Giuseppe, e S. Teresa; 4° fìnalmente impiegare qualche tempo
nella solitudine per riflettere al modo di promuovere maggiormente in sé, e
negli altri l'esercizio di dette Virtù.
I mezzi adoperati per promuovere negli
altri il suddetto esercizio, sono 1° attendere a conoscere i libri esenti da ogni
errore condannato dalla S. Sede, e da ogni spirito di partito, affatto uniformi
all'insegnamento della medesima, avendo per tale effetto una Biblioteca
ordinata; 2° attendere a conoscere persone veramente zelanti per poter così
spargere più opportunamente tai libri; 3° adunarsi qualche volta per tal fine.
I Soggetti pertanto addetti alla
suddetta Pia Unione detta Amicizia Cristiana prostrati a' piedi di Sua Santità
implorano umilmente per questo la sua Apostolica Benedizione, e la continuazione
dell'Indulgenza Plenaria verbalmente accordataci dal Suo Vicario Apostolico una
volta la settimana. Che della Grazia ecc.
Die 20 iulii 1814.
SS.mus D.nus Noster Pius PP. VII benigne
annuit pro Gratia iuxta petita in omnibus, non obstantibus quibuscumque in
contrarium. – Datum Romae ex Secretaria S. Congregationis Indul.
Petrus Maccarani Secretarius.
DOC. XXXII
RELATIO QUA RES GESTAE
in duobus comitiis Amicitiae Christianae describuntur, anno 1817, 3 et 22
martii. – Ex originali in archivo
Postulationis O. M. V. asservato S. II, 225a.b.
Con
Da notare che
questo è l'ultimo documento che contenga notizie dirette sull'Amicizia
Cristiana, la quale un anno dopo o poco più doveva cessare la sua gloriosa
attività per lasciare libero campo ad una nuova società per la diffusione della
buona stampa, detta poi Amicizia Cattolica, della quale parleremo al n. VI.
La prima idea di
questa nuova Società apparisce già nell'adunanza del 3 marzo, proposta dal Cav.
di Collegno ed approvata dagli Amici Cristiani. Si prevedeva allora la vita
simultanea delle due Società, aventi in fondo lo stesso scopo, ma con modalità
di verse, essendo per esempio la nuova senza segreto; ormai superfluo
nell'atmosfera della Restaurazione. In seguito però l'Amicizia Cristiana venne
a cessare e prese difatti il suo posto l'Amicizia Cattolica.
A questa
evoluzione non fu estraneo il Servo di Dio, sempre pronto con larghezze di
vedute, come vedremo, ad ogni sviluppo o adattamento suggerito dalle mutate
circostanze, mirando sempre al fine dell'apostolato della buona stampa.
Il Breve di Savona contro il Vescovo
nominato per Firenze, segnato dal S. Padre li 30 novembre 1810, riprovato da
Bonaparte li 25 [gennaio] 1811.
Li 29 [gennaio] 1811 visita, giorno di S. Francesco di Sales.
25 marzo detto anno partito per
Bardassano.
Questa fu l'ultima volta che l’A[micizia] C[ristiana] si radunò nè più si è potuta radunare per 7 ovvero 8 anni
in circa, cioè fino al di d'oggi, cioè li 3 marzo
Poiché il giorno di S. Francesco di
Sales nel 1811 T. L. e T. D. [Teologo
Lanteri e Teologo Daverio] dovettero subire la visita della Police, la
quale credeva trovare presso loro il Breve contro il Vescovo nominato per
Firenze, datato da Savona li 30 novembre 1810, sebbene non lo abbia trovato.
Indi il T[eologo] L[anteri] fu
esiliato a Bardassano come sospetto di corrispondenza segreta con Savona, per
ove partì li 25 marzo 1811, e vi stette più di 3 anni cioè fìno all'arrivo del
nostro Re.
Dopo 7 anni in circa d'interruzione
dell’A[micizia] C[ristiana] per circostanze or pubbliche
or private dovette interrompersi l'A[micizia]
C[ristiana], nè ebbe luogo il suo
ristabilimento fino alla sera del 3 marzo 1817 alle ore
In quest'adunanza dunque:
1° si sono rinnovate da tutti le
proteste. Si è rilevato a questo proposito che non tutti gli A[mici] C[ristiani] erano in situazione di comporre o tradurre qualche opera
a gloria di Dio, e si è convenuto che per questo bastava esser disposto a fare
almeno qualche memoria qualora fosse richiesto;
2° si è fatto proponimento da ciascuno
di rileggere e osservare le Regole.
Per questo si è determinato 1° di far
circolare il manoscritto delle Regole e se n'è lasciato una copia a C[onte] P[iobbesi]; 2° di far più copie dell'orazione giornaliera da
recitarsi alla S. Messa, e della medesima da farsi settimanalmente da ciascuno;
3° si è partecipato con somma consolazione l'approvazione espressa dell'A[micizia] C[ristiana] ottenuta dal S. Padre li 20 luglio 1814, per cui accorda
a tutti li A[mici] C[ristiani] (non obstantibus quibuscumque
in contrarium) la sua Apostolica Benedizione, e la continuazione dell'indulgenza
plenaria una volta la settimana, già accordataci verbalmente dal suo Vicario
Apostolico Mgr. De Gregori all'occasione che passò in Torino nella sua
deportazione per Parigi [aprile 1809],
grazia veramente speciale da moltissimo tempo sospirata e procurataci da M[archese] Z[ei].
Si lesse inoltre una risposta del
suddetto Monsignore ora Card. De Gregori, in data dei 6 [gennaio]
4° C[av. di] C[ollegno] espose
un suo progetto d'associazione pubblica per promovere la circolazione di libri
buoni, come un ramo dell'A[micizia]
C[ristiana], da contrapporsi particolarmente
alla società così detta Biblica dei Protestanti.
Soci della medesima sono e saranno
sempre li A[mici] C[ristiani] secolari, vengono in essa esclusi
gli ecclesiastici per riflessi prudenziali. L'A[micizia] C[ristiana]
approvò detta Società, e per facilitarne l'esecuzione consentì che le fosse
somministrato un fondo di libri sciolti la di cui nota è qui annessa, oltre
franchi 450 per la ristampa Pensateci
bene.
Si determinò inoltre 1° che non si
adottasse in essa alcun libro a Catalogo, il quale o non vi si trovi già nel
Catalogo dell’A[micizia] C[ristiana], ovvero non vi sia prima
ammesso d'unanime consenso dei Teologi dell’A[micizia] C[ristiana] come
è prescritto nei Cayers; 2° esser conveniente che l’A[micizia] C[ristiana]
venga informata di quando in quando delle deliberazioni che vi si prenderanno
riguardo alla distribuzione dei libri, affinchè non si duplichino le operazioni.
Li 22 marzo vi fu l'A[micizia]
C[ristiana] nella spezieria.
1° Essendosi letto nell'adunanza
antecedente l'ultimo capo del Chrétien
Catholique, in questa si è letto il
primo capo del D'Argentan, Considérations
sur Dieu.
2°
Dopo le solite preghiere si è nuovamente parlato degli impieghi dati nè si
fecero ulteriori riflessi, soltanto il primo Bibliotecario chiese C[av. di] C[ollegno] per assistente, e fu convenuto.
3° Si è adottato l'ordine delle A[micizie] C[ristiane] segrete proposto dal primo Bibliotecario nel modo che
segue:
dovendo l'adunanza durare non più di
due ore, dopo la prima mezz'ora della lettura prescritta, 1° per un quarto
d'ora si leggeranno i Cayers, e vi si
faranno le riflessioni opportune, e questo finché siansi letti per intiero; 2°
per mezz'ora circa si esamineranno le memorie proposte; 3° per altra mezz'ora
si tratterà dei libri da esaminarsi o esaminati; 4° finalmente si tratterà
della carta geografica. Impiegandosi però in ciascun articolo più o meno di
tempo secondo l'esigenza.
In conseguenza di questo ordine
adottato 1° si è incominciato a leggere il primo paragrafo dei Cayers; 2° si è trattato della
proposizione fatta dalla M[archesa]
M[assimino] di fare stampare la vita
di Tobia scritta dal Massimi per modello di chi abbraccia lo stato del
matrimonio; e si è convenuto: primo, di radunare tutto ciò che si è scritto a
tal proposito, come Pellegrini, Ragionamenti
su Tobia; Granelli ecc.; secondo di rimettere il tutto al giudicio di C[av. di] C[ollegno]; terzo, di consegnarne la stampa alla Società Eccno (sic) biblica.
Si sono proposte le opere seguenti cioè
: Lhomond, A brégé de
4° Finalmente si è parlato della carta
geografica, e si è detto: 1° che ciascuno prendesse nota delle persone da
proporsi; 2° che si sarebbe trattato del modo d'eseguirla nella prossima sessione,
rimessa a fissarsi nel lunedì di Pasqua in S. Paolo. [14] Vedi
Cayers
5° Si è pensato provvedere agli
impieghi nel modo seguente:
Primo Bibliotecario: T[eologo] L[anteri]
Secondo Bibliotecario: D[on] L[oggero]
Promotore: M[archese] Z[ei, ossia
d'Azeglio]
Segretario: M[archese] M[assimino] unitamente
a C[onte] P[iobbesi]
Istruttore: T[eologo] G[uala]
Missionario: C[av. di] C[ollegno]
Si è però sospesa l'ultima sanzione dei
detti impieghi per dar luogo ancora ad ulteriori riflessi onde perfezionare la
distribuzione.
6° Si è convenuto di adunarsi circa
ogni quindici giorni, e per questa volta si è detto che sarebbesi fissato il
giorno dell’adunanza dalli A[mici] C[ristiani] all'occasione che si sarebbero
veduti la domenica susseguente in S. Paolo.
DOC. XXXIII
FORMULA IURAMENTI ab
Amicis Christianis praestandi et excerptum ex explanatione eiusdem a Servo Dei
prolata, anno 1817. – Ex originalibus
(minute) in archivo Postulationis O. M. V. asservatis, S. II, 227, 217.
L’attaccamento
alla dottrina professata dalla Chiesa e la devozione inviolabile al Sommo
Pontefice furono sempre le caratteristiche peculiari dell'Amicizia Cristiana. Di
ciò abbiamo un'aperta dichiarazione negli Statuti: «Nous professons en qualité
de chrétiens catholiques un attachement inviolable pour le Saint-Siège»
(archivio della Postulazione O. M. V., S II, 207) e una preziosa testimonianza
nel giuramento o protesta di obbedienza al Sommo Pontefice (n. 1), preparata
dal Lanteri per i membri dell'Amicizia Cristiana Torinese, ricostituita nel
1817, dopo sette anni di dispersione. Sembra che tale protesta sia stata fatta
in occasione della prima seduta, tenuta il 3 marzo di quello stesso anno, come
fanno pensare le parole del verbale della seduta stessa dove leggesi che «si
sono rinnovate da tutti le proteste» (Doc. XXXII, pag. 147); comunque il
discorso di commento al giuramento (n. 2) dev'essere posteriore al 6 gennaio
1816, poiché vi è ricordata la concessione di privilegi spirituali concessi dal
Papa a tale data (ibid., pag. 148).
Del giuramento
(n. 1) si conservano diverse minute autografe del Lanteri; tra queste abbiamo
scelto quella che ci sembra contenerne il testo più elaborato. Del discorso (n.
2) diamo semplicemente un estratto, sufficiente, a nostro parere, per
dimostrare come il Servo di Dio intendesse e volesse intesa la protesta o
giuramento di obbedienza al Sommo Pontefice.
1
Formula del
giuramento di obbedienza al Romano Pontefice
Professo di riconoscere
Prometto e giuro vera obbedienza al Romano
Pontefice, successore di S. Pietro, principe degli Apostoli, e vicario di Gesù
Cristo.
Confesso che niuno può essere vero
Cattolico senza
Riconosco ancora l'infallibilità del
Romano Pontefice nei suoi giudizi dati ex Cathedra, e detesterò sempre ogni
novità di dottrina a questo riguardo.
2
«Alcuni brevi
riflessi sul giuramento di unione e sommessione al Sommo Pontefice per farlo
con piena cognizione di causa».
Tre riflessi sono da farsi sul proposto
giuramento:
I° che in sostanza non contiene altro
che una semplice professione di fede, quale ogni fedele deve essere sempre
pronto di fare se vuole essere cattolico;
II° che se in tutti i tempi ogni fedele
deve aver nel cuore questa professione di fede, in questi tempi particolarmente
deve esternarla e professarla liberamente, massime poi deve ciò fare un A[mico] C[ristiano].
III° che il modo di far questa
professione di fede per via di giuramento è il modo stesso adottato e proposto
dalla Chiesa.
Dunque primieramente il giuramento
proposto non contiene altro che una semplice professione di fede, e questo
risulta dalla stessa costituzione della Chiesa, quale è necessario trattenerci
per poco ad esaminare.
Il proposto giuramento non contiene
altro che una professione di fede, quale ogni fedele deve sempre essere pronto
di fare se vuole essere cattolico.
Perché ogni cattolico deve essere
pronto a credere e praticare tutto ciò che
Ogni fedele è tenuto a credere tutto
ciò che Dio ha rivelato, e propone
In quelle parole: «Tutto ciò che Dio ha
rivelato», si contiene l'oggetto e il motivo primario che è la verità di Dio
rivelante.
In quelle parole: «Che propone
…Che se questa dichiarazione di
attaccamento al Romano Pontefice è così necessaria a tutti, quanto più lo deve
essere all’A[mico] C[ristiano], essendo questo lo spirito
dell'A[micizia] C[ristiana], come consta dai Cayers,
spirito espresso nella supplica al Sommo Pontefice, per cui siamo graziati del tesoro
dell'Indulgenza Plenaria due (sic) volte la settimana per i secolari, e
dell'Altare privilegiato una volta la settimana per gli ecclesiastici.
E se
Perchè, dico, non ci faremo premura di
fare una simile professione, essendo pure importantissimo di provvedere per
l’avvenire, perché non sottentri mai in alcun modo ne alcun soggetto men buono
nella nostra Amicizia, o s'insinui alcun punto di dottrina, suggerito piuttosto
dal nemico infernale, che dalla Chiesa e da Gesù Cristo?
II Documenta quae ad
Piam Societatem vulgo dictam «Aa» pertinent, annis 1781-1787
(Doc XXXIV)
1.
Fra le Società
segrete sorte in Francia nel secolo XVII, a scopo di apostolato e di personale
santificazione, occupa un posto assai importante quella conosciuta sotto la misteriosa
sigla Aa, che ancora non è stata spiegata in modo esauriente. Pare volesse indicare
I’«Assemblèe des Associés»;[15]
oppure come vorrebbero altri «AssociAtion» o «Association des Amis». I biografi
del Lanteri probabilmente per analogia con le Amicizie Cristiana e Sacerdotale,
indicate con le sigle: A C e A S, hanno creduto volesse significare Amicizia
Anonima. Questa interpretazione, sconosciuta al Servo di Dio e ai documenti a
lui coevi, venne data nella biografia del Lanteri scritta da Mons. Ceretti tra
il 1841 e il 1854 (cfr. Doc. LXXXII). Checchè volessero significare con questa
sigla i fondatori della Società, sta di fatto ch'essa è stata indicata con tale
sigla sin quasi dalle origini, onde da parte nostra, anziché parlare di
Amicizia Anonima, secondo l'uso invalso presso i biografi
2.
Origine dell’Aa
Nelle sue
origini l’Aa si presenta come una congregazione segreta in seno alle grandi
Congregazioni Mariane pubbliche di alcuni Collegi dei Padri della Compagnia di
Gesù. La sua storia ha ancora molti punti oscuri, però con l'aiuto dei
documenti e degli studi pubblicati di recente[16]
è possibile tracciarne le linee fondamentali.
I primi indizi
dell'esistenza dell’Aa risalgono al
3.
Diffusione e
ideale dell’Aa
Nel 1643, uno dei
sei primi Congregati di
Qualche anno
dopo, nel 1650, i giovani studenti del Collegio di Clermont facenti parte di
tale accolta segreta, detta «Assemblée» oppure Aa, vera Congregazione segreta,
come si è detto, operante in seno alla grande Congregazione pubblica,
lasciarono il chiassoso albergo della «Rose Blanche», frequentato dagli
studenti del Collegio, per ritirarsi in un ambiente più tranquillo di via
«Coupeaux», e ridurvisi a vita comune. Il Padre Bagot, allora direttore della
Congregazione Mariana del Collegio di Clermont, dirigeva nelle vie dello
spirito quell'eletto stuolo di giovani volenterosi, donde il nome dispregiativo
di «Bagotiens» dato dai loro avversari, mentre i simpatizzanti li chiamavano i
«Bons Amis». Da notare che l'intima organizzazione della loro vita comune sfuggiva
al controllo di chiunque, protetta com'era dal più inviolabile segreto. [17]
Tra i «Bons Amis» di via «Coupeaux» trovavasi anche il Bretone Vincenzo de
Meur, futuro primo superiore del Seminario delle Missioni Estere di Parigi. Questi
nel 1658 fondò tre importanti filiali dell’Aa di Parigi: a Tolosa, a Bordeaux e
a Poitiers. A Tolosa ebbe per collaboratore il Padre Giovanni Ferrier,
direttore della Congregazione Mariana del Collegio dei Padri Gesuiti di quella
città. Per ragioni che ci sfuggono, l’Aa di Tolosa divenne – e rimase fino al
secolo scorso – il centro più importante della Società; tale fatto ha contribuito
a far credere erroneamente a taluni che il de Meur fosse non solo il fondatore
della filiale di Tolosa ma il vero ideatore dell’Aa. Al de Meur l’Aa deve la
sua diffusione fuori di Parigi e probabilmente anche un indirizzo meglio
determinato, come lo suggerisce l'idea – da altri realizzata – ch'egli aveva di
scinderla in due sezioni distinte: una per gli studenti di teologia viventi
fuori dei Seminari (l'Aa des clercs);
l'altra per i giovani non chiamati allo stato ecclesiastico (l’Aa des laïcs).
Anche così
divisa l’Aa continuò a conservare durante tutta !a sua lunga esistenza – circa
due secoli – il primitivo ideale ch'era di portare i suoi aggregati ad un alto
grado di perfezione, mediante metodiche pratiche di pietà e l’esercizio delle
virtù, in particolare della carità. Tra i primi membri dell’Aa ebbe pure un
largo influsso l'ideale missionario, tanto che quasi tutti i «Bons Amis» di via
«Coupeaux» entrarono a far parte del nascente Seminario delle Missioni Estere
di Parigi, di cui fu primo superiore il sopra ricordato Vincenzo de Meur
(1664-1668). L'ideale missionario continuò poi ad essere principalmente
coltivato dall’Aa di Tolosa.
In quanto alla
diffusione dell’Aa, i dati statistici sinora raccolti dai documenti già
pubblicati e da quelli che riprodurremo appresso dimostrano ch'essa ha operato
in più di 30 città della Francia, del Canadà, d'Italia, della Svizzera e della
Baviera.
4
L'Aa degli
studenti in teologia e sua introduzione in Torino
La creazione
dell’Aa des clercs e di quella detta des laïcs, vagheggiata dal de Meur († 21
giugno 1668), avvenne nel 1676, circa 18 anni dopo la fondazione di Tolosa
(cfr. G. Goyau, Les Prétres des Missions
Etrangères, Paris 1932, pag. 48). Non sappiamo se il Servo di Dio abbia
conosciuto l’Aa des laïcs; però è
certo ch'egli fece parte dell'Aa des
clercs, introdotta in Torino nel 1781 da un certo chierico Murgeray;
probabilmente Savoiardo d'origine, il quale era in rapporti epistolari con l’Aa
di Bordeaux (cfr. lettera del 1° dicembre 1781 dell'Aa di Bordeaux al Murgeray,
conservata nell'archivio della Postulazione O. M. V., S. I, 372). Il Servo di
Dio era in quel tempo al suo ultimo anno di teologia (si laureò il 13 luglio
1782) e viveva fuori del Seminario come tanti altri chierici di allora. In
Torino, i chierici viventi fuori del Seminario dovevano prestare servizio in
una determinata chiesa onde stare sotto il controllo dell’autorità
ecclesiastica (cfr. l'istruzione di Benedetto XIV del 6 gennaio 1742 ai Vescovi
del Regno Sardo per l'applicazione del Concordato tra
4.
Natura e
ordinamento dell'«Aa des clercs»
Dell’Aa des clercs ossia degli studenti in
teologia, all'epoca del Servo di Dio, conosciamo assai bene la natura e
l'ordinamento, poichè ci sono pervenuti gli Statuti (il cayer secondo il linguaggio convenzionale della Società), in una versione
italiana intitolata: Trattato dell’Aa
degli studenti in Teologia sotto la protezione di Gesù, di Maria, di S.
Giuseppe e dei Santi Angeli Custodi (archivio della Postulazione O. M. V.,
S. Il, 220). Nella nostra documentazione questi Statuti non figureranno perché
non appartengono affatto al Servo di Dio.
Lo scopo
specifico di quest'Aa era di stringere in una santa unione, vincolati dal più
stretto segreto per sfuggire ad ogni ingerenza di persone estranee, un certo
numero di giovani studenti – al massimo venti – che si avviavano al sacerdozio,
ma viventi fuori del Seminario, onde formarli allo spirito ecclesiastico e
porger loro gli aiuti spirituali necessari ad un chierico. Inoltre essa cercava
di esercitare un salutare influsso su tutti quelli ch'erano chiamati al
Sacerdozio. «L'Aa – dice infatti una lettera del 1787 dell’Aa di Chambéry a
quella di Torino – est une sainte union de cœur, de corps et d'esprit entre des
personnes qui veulent sérieusement travailler à leur perfection et contribuer de
tout leur pouvoir à la sanctifìcation de ceux qui se disposent a l'état
ecclésiastique. Ainsi ce serait une illusion de penser qu'on en retirerait
beaucoup de fruit si on se contentait d'assister aux conférences de chaque
semaine sans mettre la main à l’œuvre, sans travailler à se corriger de ses
défauts, à acquérir les vertus qui nous manquent et sans travailler à se former
des sujets qui puissent nous remplacer et continuer l’œvre de Dieu» (Archivio
della Postulazione O. M. V., S. I, 374).
Ciò premesso,
vediamo ora in base agli Statuti qual'era l'intima costituzione di questa
Società segreta; diciamo subito ch'essa era retta da poche e semplici norme
direttive.
Si richiedeva
che i giovani studenti desiderosi di far parte dell'Aa des clercs fossero dotati d'un carattere docile ed affabile,
d'uno spirito giudizioso e costante, e che, professassero un cattolicesimo purissimo.
La scelta dei soggetti era fatta con infinite precauzioni, onde evitare di
portare in seno alla Società membri nocivi o di poco rendimento.
L'Aa des clercs aveva in orrore ogni genere
di novità: professava un attaccamento inviolabile alla Santa Sede, un'intera
sottomissione ai Vescovi, e una illimitata carità che doveva costituire la sua
caratteristica specifica. Difatti tra i confratelli – così amavano chiamarsi i
membri dell’Aa – doveva regnare una assoluta uguaglianza, una santa libertà e
una perfetta condiscendenza. La carità era il loro unico vincolo d'unione,
giusta il motto Cor unum et anima una
(C. U. A. U.), sicché nell'Aa ogni grado gerarchico era stimato inutile;
infatti in essa non esisteva carica o ufficio che desse solo l'impressione di
superiore o di inferiore.
Gli Statuti
accennano però all'esistenza di un Direttore, che doveva essere un sacerdote
uscito dalle file dell’Aa, i cui consigli, zelo e prudenza, dovevano mantenere
lo spirito di unione tra i confratelli. Egli poteva prendere parte, o no, alle
adunanze, ma in fatto di autorità era pari a tutti i confratelli. Per il
regolare andamento della vita esterna dell’Aa, per mantenere cioè la corrispondenza,
per indire le riunioni o le passeggiate ecc., veniva nominato ogni sei mesi un
Commesso che doveva eleggersi un Sostituto. Ognuno poi si sceglieva segretamente
un confratello, detto Angelo Custode, il quale aveva la missione di correggere
i difetti del suo Custodito.
5.
Come I'«Aa des
clercs» raggiungeva il suo scopo
I mezzi per
raggiungere lo scopo dell’Aa erano gli uni privati, gli altri comuni; fra i
privati notiamo: la meditazione, la lettura spirituale, diverse pratiche di
pietà e mortificazioni, e lo studio; tra i comuni c'erano ogni settimana: le
conferenze di pietà, le visite alle prigioni e agli ospedali, la santa
Comunione che si doveva fare più o meno di frequente, secondo il parere del
proprio Direttore spirituale. Da notare che l'Eucaristia era considerata come
il mezzo più sicuro e più forte che ogni confratello avesse per raggiungere la
bramata perfezione. Ogni mese poi c'era una conferenza per trattare gli affari
dell'Aa, così pure ogni anno, due volte, veniva fatta la rinnovazione dei «sentimenti»
che ognuno aveva provato al momento dell'entrata nella Società. Questa
rinnovazione era preceduta da otto giorni di meditazione sullo spirito e
sull'importanza dell'Aa e sul finire della cerimonia della rinnovazione dei «sentimenti»
tutti i confratelli si abbracciavano ripetendosi l’un l'altro: Cor unum et
anima una. Ai mezzi sopra ricordati si devono aggiungere le vicendevoli visite
e le passeggiate. Tutti i confratelli dovevano poi avere una tenera devozione a
Maria Santissima, considerata come la loro Madre e la loro Regina, a S.
Giuseppe e agli Angeli Custodi. Ai tempi del Lanteri vi era pure in onore la
devozione al Sacro Cuore di Gesù.
6.
Parte avuta dal
Servo di Dio nell’«Aa des clercs» di Torino
Data la mancanza
di documenti non ci è possibile dire quale parte ebbe il Servo di Dio nella
fondazione dell’Aa des clercs in
Torino nel 1781 da parte del chierico Murgeray; certo è ch'egli vi apparteneva
quand'era diacono (fu ordinato il 22 dicembre 1781), poiché ne parla espressamente
nel Direttorio (cfr. Doc. LXVI). Da sacerdote il Lanteri continuò ad
interessarsi dell'Aa in modo tutto particolare; sappiamo infatti che nel 1783
egli ne conservava i Cayers o Statuti
(cfr. Doc. XXII, pag. 86) e che nel 1784 si congratulava con Don Virginio per
il lavoro che stava compiendo per l'Aa (cfr. Doc. XXIII, pag. 89). In due
cartolaretti di appunti, di poco posteriori al 1783, troviamo poi annotate le
seguenti notiziole, preziose in
Nel
Ora se uniamo
questi rapidi e frammentari cenni ai preziosi dati conservati nelle lettere,
che pubblicheremo appresso, in cui il Lanteri viene proposto come il prototipo
degli ascritti all'Aa, possiamo concludere che il Servo di Dio fu un sincero e
convinto membro e apostolo dell'Aa che tanto bene aveva operato ed operava tra
gli studenti in teologia viventi fuori del Seminario e avviantisi al
sacerdozio.
Non ci è dato
sapere quando l’Aa scomparve da Torino, probabilmente essa dovette cessare col
confino (1811) del Servo di Dio nella sua casa di campagna (cfr. Doc. X), poiché
da alcune lettere scritte da Roma nel 1814-1815 dal giovane Prospero Taparelli
d'Azeglio, sappiamo che alcuni chierici ben noti al Lanteri, ma facenti allora
capo al Teologo Guala, anziché appartenere all’Aa si erano costituiti in una
associazione, detta Accademia, di cui lo spirito e lo scopo non erano però
dissimili da quelli dell’Aa (cfr. Carteggi
del Padre Luigi Taparelli d'Azeglio della Compagnia di Gesù, pubblicati per
cura di Pietro Pirri, in Biblioteca di Storia Italiana recente (1800-1870)
della R. Deputazione sovra gli Studi di Storia Patria per le Antiche Provincie
e
DOC. XXXIV
EPISTOLAE quatuor
Societatis Aa Chamberiensis ad Societatem Aa Aug. Taurinorum in quibus sermo
est de Servo Dei, annis 1785, 1787.
Se il
funzionamento di una Società è in stretta relazione con l'osservanza
intelligente ed integrale degli Statuti, possiamo dire che tra il 1781 e il
1791 l’Aa Torinese era in piena efficenza. Ne abbiamo la prova in più di 20
lettere ricevute da essa in quel periodo, tuttora conservate nell'archivio
della Postulazione O. M. V. (S. I 372-394). Diverse di queste lettere,
bellissime nel loro genere, meriterebbero di essere conosciute, ma per non
uscire dai limiti impostici dal nostro lavoro, ci limiteremo a pubblicarne
quattro, quelle cioè che si riferiscono al Servo di Dio. Esse ci lasceranno
intravvedere l'intensa vitalità spirituale esistente nei ristretti e segreti
cenacoli dell’Aa e ci diranno esplicitamente la profonda impressione lasciata
dal Servo di Dio nel 1787 tra i membri dell’Aa di Chambéry, in occasione del
brevissimo soggiorno che fece in quella città, prima di proseguire il viaggio
per
1
Epistola Sacerdotis
Questa lettera
non porta l'indirizzo, però dal contenuto crediamo sia stata indirizzata a Giacomo
di Saint-Georges, uno dei membri più noti nell'Aa di Torino. Dalla prima parte
della lettera si vede che l’Aa Torinese era in piena efficienza e che, fra
tutti, si distinguevano due sacerdoti, dei quali disgraziatamente non si cita il
nome. Si tratta probabilmente di Don Virginio e del nostro Servo di Dio, che
sappiamo a quest'epoca assai occupati in pro dell’Aa (cfr. Doc. XXIII). Il
resto della lettera interessa principalmente la storia della Società.
C. U. A. [cor unum (et) anima (una)]
Quae sursum sunt quaerite.
Monsieur confrère,
Vos
nouvelles, Monsieur, sont arrivées bien à propos pour me consoler de bien des
peines, qui quoique petites en elles-mêmes pour qui aurait plus de courage et d'amour
pour Jésus Christ et pour sa croix, ne laisseraient pas de m'accabler, si je ne
recourrais à Dieu, à sa Divine Providence et au Sacré-Cœur de Jésus, qui a trop
d'amour pour moi:«Ero merces tua magna nimis».
Que j'ai appris avec plaisir que Soleure croît en
nombre, que tout s'y fait avec ordre, avec zèle et courage! Un (sic) des chers confrères, Monsieur
Guillet, Directeur du grand Séminaire, Monsieur Tellier et Monsieur Rey qui ont
lu votre chère lettre, en ont eu bien de la joie. Notre commune satisfaction a
été d'apprendre que M. Virginio travaille maintenant à
Quel
surcroît pour nous de contentement et de joie d'apprendre que la vôtre soit florissante,
que la ferveur de la vraie et solide dévotion y règne! Avec quels transports d'une singulière charité nous embrassons
tous les chers confrères qui la composent! Que nous les aimons tous, et ces
deux Mrs Prêtres à qui Dieu a donné un vrai et ardent zèle pour l'A[a]. Je ne vois pas qu'ils puissent rien
faire de plus grand que de maintenir la ferveur dans l'A[a]. Comme vous, j'en
espère de plus grands fruits que s'ils confessaient et prêchaient depuis le
matin jusqu'au soir, que s'ils donnaient des retraites, s'ils prêchaient des
carêmes, s'ils donnaient des missions. La raison en est toute simple et
évidente: c'est que l'A[a] est une
source féconde de tous ces biens: c'est l'arbre que Dieu dans sa miséricorde a
planté dans son Église, pour ranimer le zèle presque éteint de ses ministres. En
cela
Je
n'ai compris par ces termes, notre réunion avec l'Église Ruthène, que notre
réunion avec l'Église de Russie. Vous ne sauriez mieux faire que de mettre
votre confiance dans le Sacré-Cœur de Jésus, et d'espérer qu'il vous rendra un
digne instrument pour soutenir avec tant d'autres et
On ne m'a point envoyé encore la relation de la mort
de Monsieur Daguerre; toutefois je puis vous dire que j'en ai été témoin pendant
treize ans: car ce vénérable prêtre mourait tous les jours. Tous les jours il
se préparait à ce moment si terrible, tous les jours il se hâtait de précipiter
sa course vers le ciel. Je me séparai de lui pendant dix ans que je passai à
Paris: quand je vins le rejoindre dans son Séminaire, je fus surpris de voir en
lui plus de ferveur encore, plus d'ardeur pour la piété et pour les bonnes œuvres
qu'il n'en avait quand je l'avais quitté. C'était un généreux athlète qui
redoublait ses efforts à mesure qu'il s'avançait vers le bout de la carrière;
c'est ainsi que je l'envisageais avec admiration. Presque dans toutes ses lettres
il nous faisait pressentir que sa fin approchait, nous disant: j'ai 79 ans, 80,
81 ans. Un mois avant sa mort il m'écrivit de recommander à Dieu une bonne œuvre,
et il marqua à Monsieur Guillet susdit confrère qu'il sentait que ses forces
diminuaient; ce qui était dire assez clairement qu'il sentait que sa fin
approchait: car c'était un homme d'un courage extraordinaire, qu'il puisait
dans le Sacré-Cœur de Jésus.
Un jour il dit à un de ses parents en confidence: hier
je fus attaqué d'une colique si terrible qu'il me semblait que j'allais
trépasser; et à moi il me dit une fois: je souffrais beaucoup d'une colique, il
me vint en pensée de prendre de la liqueur pour me soulager: toutefois je n'en
pris point, et mon mal passa.
Il était étonnant de voir combien il excellait en
toutes les vertus, surtout en humilité et mortification. Il
n'usait ni de café, ni de chocolat, ni de liqueur, ni de tabac; jamais il ne mangeait
ni volaille, ni gibier, pas même à la table des Évêques; un morceau de bouilli
faisait son dîner en gras. Au Séminaire un gros morceau de pain fait de maïs,
ou polinte, nourriture si pesante qu'elle me donnait des maux d'estomac quand
j'en mangeais, faisait une bonne partie de son pain pendant le repas. Toutefois il faisait lui seul plus de besogne que dix autres,
et plus de fruits que des milliers d'autres. Dans les retraites qu'il donnait
aux Curés, à quatre discours d'une grosse heure par jour, il ne vivait que de
pain et d'œufs durs; il ne buvait presque point de vin: à la fin de ses jours
seulement les médecins l'obligèrent d'y mettre un peu moins d'eau
qu'auparavant. Il me faudrait un gros volume, si je voulais
vous décrire toutes les merveilles et vertus de sa vie.
Voici
sa fin: il fut attaqué d'un rhume qui se jeta sur sa poitrine, et détacha de
son corps sa belle âme qui fut se réunir à son Dieu. Car je ne doute pas que Dieu n'ait couronné tous ses
travaux et sa sainte vie. Je ne vous parle point des haires, des cilices qu'il
portait, des disciplines fréquentes qu'il prenait etc. Je pense que dans peu
nous aurons, Dieu aidant, l'histoire de sa vie imprimée.
Tout ce que je vous dirai en finissant c'est qu'il était
tout amour, tout zèle, tout feu pour l'A[a],
que c'est lui qui a procuré à Turin, et à tant d'autres endroits l'A[a], qui a procuré et fourni les fonds
pour y entretenir les Murgeray, et plusieurs autres. Prions encore, et faisons
beaucoup prier pour le repos de son âme: il priera pour nous.
Je tâcherai de vous procurer quelques lettres immédiates
de Bordeaux, de Toulouse, et autres, avec leurs nouvelles, exemples, progrès,
actions, vertus, espérances etc. Je leur ferai part de votre amitié. Je ne
Monsieur et Mrs. confrères
le très humble et très obéissant serviteur et confrère
P. S. Je voudrais bien
pouvoir trouver quelque prêtre zèlé qui eût le courage de venir m'aider à l'éducation
de la jeunesse, et qui eût de quoi fournir lui-même à sa subsistance; nous pourrions
établir ici des missions et des retraites, pour les laïques et pour les
prêtres, outre le pensionnat ou petit Séminaire que j'ai ébauché. Messieurs Guillet
et Murgeray nous aideraient à ces bonnes œuvres, et plus encore Monsieur
Daguerre du haut du Ciel.
Chambéry, 4 mai 1785.
Ce pays est dans un
extrême besoin de toutes ces choses susdites, ou établissements, que l'enfer
fait tout ses efforts pour les arrêter. Priez tous pour le
succès de ces œuvres.
Aggiunte marginali:
Faisons tous nos efforts pour imiter les fervents et
pieux sujets qui se sont consumés de peines, de travaux et de zèle pour ranimer
et étendre l'esprit de l'Aa. Combien d'âmes n'ont ils pas mis dans le Ciel par
ce puissant et divin moyen!
Ah, mes chers confrères, qu'il fait bon de servir un
maître aussi bon et aussi libéral que notre divin Jésus! Que n'avons nous
l'esprit et le zèle d'un Athanase, et de tant d'autres Saints et Saintes!
Le
cher confrère de l'A[a], M.
Travaillons à conserver et à ranimer la foi dans ces
pays-ci, il est
2
Epistola
Sacerdotis Ludovici Tellier, e Societate Aa Chamberiensi, ad Sacerdotem Sineum
della Torre, e Societate Aa Aug. Taurinorum, Chamberii anni 1787, 25 aprilis. -
Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 387.
In questa lettera è questione del passaggio a Chambéry del
Servo di Dio recantesi in Svizzera; non vi si trova esplicitamente citato il
nome del Lanteri, ma il confratello che ha suscitato tanto entusiasmo nei
membri dell'Aa di Chamnbéry, non può essere altri che lui, come lo conferma la
lettera che pubblicheremo al numero seguente. Da notare in particolare come i
modi e le parole del Servo di Dio colpirono profondamente il sacerdote Tellier.
I. M. I.
C. U. A. U. [cor unum (et) anima una]
Monsieur et cher confrère
Votre
obligeante lettre dont vous m'avez honoré dernièrement aurait rempli mon âme
d'une joie plus vive encore, si dans un autre temps elle nous eût annoncé le
passage de notre cher confrère. La retraite ordinaire que Monseigneur a établi
pour Messieurs les curés, et à laquelle il assiste toujours, nous laisse par
conséquent moins de liberté pour satisfaire à notre empressement, et c'est ce
qui a un peu rallenti mon plaisir. Cependant â quoi m'aurait servi ma liberté,
il a passé avec la rapidité d'un éclair. A peine pour ainsi dire l'ai-je vu. A
peine l'avons-nous vu. Je ne pouvais contenir ma joie intérieure sans la faire
paraître à tous ces bons curés, ne pouvant modérer mes transports à la vue d'un
ami et d'un confrère, telle est la force des liens de charité qui nous unissent
en J. C. A force des instances réitérées de M. le chanoine
L'abbé Murgeray que j'avais fait avertir en
conséquence dès la veille disposa les choses de façon que tandis qu'il disait
la messe à la cathédrale, au sortir de là, à son insu, il se trouva au milieu
de nos confrères. Tels étaient mes sentiments si j'avais pu les effectuer!
Cependant je remercie le Seigneur de sa miséricorde sur nous: il a ranimé la
chère Aa par sa seule présence. Les avis salutaires, et les paroles de consolation
qui sortirent de sa bouche firent un grand effet sur les cœurs. On l'écouta
avec plaisir, et on se proposa si non d'imiter son zèle en entier, de l'imiter
au moins en partie. Hélas! Nous aurions grand besoin de quelqu'un qui vint nous
voir souvent, pour nous communiquer cet esprit de charité, cet esprit de ferveur
tel qu'on le trouve parmi vous. Nous sommes «pusillus grex», cependant nous
nous plaindrions à tort. Je suis du nombre des plus indignes, tandis que les
autres courent à grand pas dans le chemin de la perfection.
Pour la première fois que j'ai l'honneur de vous parler
sur le papier, je ne m'arrêterais pas encore si mes affaires ne m'appellassent
ailleurs. Je vous dirai cependant que son voyage a été heureux jusqu'ici, il a
cependant souffert un froid excessif sur le Montcenis. Nous autres nous nous en
sommes aussi ressentis car une partie des vignes etc. se trouve gelées.Mais sa
santé n'a pas été altérée du tout. Ses vues, et ses intentions sont trop pures
pour ne pas attirer sur lui les grâces, et les bénédictions du Seigneur. Je
vous prie de faire agréer mes respect à Messieurs vos confrères, aux R.ds pères
Giannotti, Canavari, Righini, Baud, Carmagnola etc. Je vous prie aussi avec
toute l'instance de me rappeler au souvenir de nos chers confrères S. Giorgio,
Botta etc., de leur dire que je suis leur ancien confrère, et qu'ils ne doivent
pas m'oublier auprès de Dieu. J'écrirai plus au long une autrefois, et je
marquerai la cause de ma négligence à vous écrire plus souvent.
Permettez donc que je me dise avec toute la sincérité
et la reconnaissance à vos bontés, je n'oublierai pas non plus le profond
respect dû à votre mérite, avec lequel j'ai l'honneur d'être
Monsieur et confrère
De
la retraite,
Chambéry,
le 25 avril 1787.
Votre
très humble et obéissant serviteur
Louis Tellier, Prêtre et Aumônier de S. G.
Monseigneur l'Évêque de Chambéry.
Messieurs
C. U. A. U. [cor unum (et) anima una].
A Monsieur
Monsieur l'Abbé Sineo
Della Torre le cadet
Docteur en Théologie, et très méritant Prêtre
Turin.
3
Epistola
Sacerdotis Guillet, e Societate Aa Chamberiensi, ad Sacerdotem Iacobum de
Saint-Georges, e Societate Aa Aug. Taurinorum, Chamberii anno 1787, 14 maii. -
Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 388.
Con la presente lettera il
Sacerdote Guillet dell’Aa di Chambéry comunica al Sacerdote Giacomo di Saint-Georges
le impressioni da lui riportate nel fugace incontro col servo di Dio. Da questa
lettera si vede anche quanto intensamente lavorasse il piccolo cenacolo dell
'Aa di Torino per Ia formazione degli studenti e dei chierici.
C.
U. A. U. [cor unum (et) anima
una]
Quando
veniam etc.
Monsieur
et cher confrère,
Je
n'ai reçu votre chère lettre qu'après le départ du cher M. Lanteri, mais comme
M. Sineo avait écrit à M. Tellier et que celui-ci nous avait fait part de sa
lettre, nous attendions avec empressement le cher Lanteri, quoique nous fûmes
fâchés qu'il arrivât ici dans les circonstances les plus fâcheuses pour nous,
parce que nons étions pour lors en retraite avec Messieurs les curés (je dis
nous parce que le Supérieur actuel du Séminaire et mon collègue sont aussi de
l'Aa). Son séjour quoique bien
petit nous causa une joie sensible: le cher M. Murgeray eut le plaisir de voir
son ancien ami, et les autres chers celui de connaître un ami qu'ils ne connaissaient
pas encore. On voulut tenir Aa, et je ne doute pas que ce ne fût avec beaucoup
de satisfaction de part et d'autre. Nous avons vu par
nousmêmes ce que vous nous marquiez d'édifiant dans le cher Lanteri, et il ne
nous a pas été difficile de connaître que la grâce n'a pas été inutile en lui. Une des plus grandes satisfactions qu'il nous ait
donné, a été de nous apprendre que grâces à Dieu votre Aa se maintenait avec édification.
Je prie le Seigneur de continuer à répandre sur vous ses grâces et de vous
donner à tous un accroissement de ferveur. La chère Aa est pour nous une source
inépuisable de grâce, mais nous n'en retirerons qu 'autant que nous y
puiserons.
Nous pensions, il y a quelque temps, à établir quelque
association parmi les philosophes, et nous sommes charmés que vous y ayez déjà
travaillé; je crois que si la chose pouvait réussir, on en retirerait de grands
fruits. L'expérience ne nous donne aucun lieu de douter que si parmi les
théologiens il y a si peu de piété et de ferveur, c'est qu'ils sont entrés en
théologie remplis de l'esprit du monde et assujettis à leurs passions; c'est
surtout en philosophie que se fait le mal; les passions se faisant alors trop
malheureusement sentir, et tout concourant à les favoriser, il est bien
difficile de nos jours de se préserver de la corruption. Aussi je ne puis voir
sans gémir que dans une théologie où il y aura 50 à 60 étudiants, parmi
lesquels un certain nombre d'ecclésiastiques, l'Aa remarque cependant qu'elle a
toutes les peines de pouvoir en trouver quelques-uns qui puissent lui convenir.
Cependant tous se destinent à l'état ecclésiastique, et presque tous seront
prêtres dans un petit nombre d'années. Hélas! Je vous laisse à penser et à gémir
sur de telles choses.
Plus le mal est grand, plus nous devons avoir d'ardeur
à y porter remède. Je ne puis m'empêcher de croire qu'une espèce d'Aa en
philosophie où l'on marquerait aux sujets quelques exercices de piété ne fît de
grands biens.Prions beaucoup Dieu et avec ferveur, afin qu'il daigne jeter les
yeux sur les besoins de son Église, et la tirer de l'opprobre où la vie des
ecclésiastiques l'a jetée. Nous commencerons avec l'aide de Dieu à préparer cette
année quelques sujets pour l'essayer l'année prochaine. Au reste nous ne ferons
à cela que ce que font les Aa de France, comme nous le rapporta un des chers
que nous vîmes ici il y a quelques années; ils n'ont pas de la peine à
comprendre que si l'on veut peupler 1'Aa de bons sujets il faut commencer à les
former en philosophie. Recommandons beaucoup l'affaire à Dieu.
Autant que je puis me rappeler, vous avez dû recevoir
de M. Tellier quelques feuilles de l'Association à
Chambéry,
ce 14 mai 1787
votre très dévoué serviteur
B.
Guillet.
A Monsieur
Monsieur l'Abbé de St Georges
Prêtre et Docteur en Théologie
Turin.
4
Epistola
Sacerdotis Ioan. Bapt. Aubriot de
L'autore di questa quarta lettera
è il canonico Giovanni Battista Aubriot de
Da notare che quasi tutto il
primo capoverso è cancellato nell'originale.
M. C. U. A. U. [Maria (?). Cor unum (et) anima
una]
«Veni Sancte Spiritus». Mon Dieu, combien je
souhaiterais que les circonstances me permissent d'aller un peu m'édifier avec
vous! J'aurais assurément plus besoin de ce secours que nos chers de Turin;
mais je me console parce que les avis que vous demandez prouvent assez qu'au
moins vous me rendrez le réciproque, en m'aidant des réflexions que le zèle
vous inspirera. Pour moi, puisque vous le voulez ainsi, je vous dirai tout
simplement ce que je pense de l'Aa. Je vous avoue que, suivant moi, elle vient
de Dieu et ne peut que conduire à Dieu.
L'étude est bonne et nécessaire, les lectures de piété
parculières le sont également, la société extérieure des personnes vertueuses
produit de très bons effets; mais l'expérience fait voir qu'en se réunissant
ainsi plusieurs au nom de Dieu, on y trouve des lumières, des grâces, et une
certaine chaleur de zèle qu'on ne trouverait que bien difficilement ailleurs,
et qui attirent la bénédiction du Ciel sur tout le reste. Je ne veux pas dire,
tant s'en faut, qu'il suffise d'être exact et assidu aux Aa, on n'aurait que
plus de compte â rendre si malgré toutes les ressources qu'elles procurent, on
ne faisait pas eontinuellement de nouveaux progrès, et si l'on ne s'attachait
qu'à l'écorce sans en prendre l'esprit; j'entends, lorsqu'on n'y assiste que
pour s'éclairer par les règles excellentes que donne le Cayer et par les
pensées qu'y ajoutent des confrères uniquement attachés à la gloire de Dieu et
à leur propre sanctification; lorsqu'on y porte un désir sincère de s'animer et
de s'encourager à faire tout ce qu'on y apprend être agréable à Dieu. Il
ne s'agit pas de badiner, si nous voulons être de bons confrères, il faut que
la tiédeur ne puisse rien gagner sur nous. Il me semblerait utile que chaque
confrère eût un papier où il écrirait les pratiques recommandées en général
dans les Aa, avec celles que les circonstances particulières lui permettent d'y
ajouter, et pour lesquelles il a formé de bons propos. Au dessous il écrirait ces mots: «qui hanc regulam
secuti fuerint, pax super illos»; puis il lirait tous les jours ce petit
protocole, et il s'exciterait à remplir fidèlement ses promesses. Il ne
manquerait jamais à sa méditation; il aurait son ange gardien et son directeur,
gens qui feraient exactement le dû de leur charge; il fréquenterait les Sacrements;
après avoir commencé par lui-même, il travaillerait ensuite à en former d'autres;
ce serait un homme qu'on ne peut pas fréquenter sans devenir meilleur; en
animant les autres à la piété, en faisant, suivant 1'occasion, toutes sortes de
bonnes œuvres, il n'aurait pas de plus grande envie que d'en faire toujours
davantage; il sentirait qu'il n'en fait pas encore assez pour le divin Jésus
qui a tant fait pour lui; et voilà un sujet probablement tel que le cher M.
Lanteri, et tel que je voudrais bien être moi-même.
Quant aux noms des Directeurs et Commis que vous demandez,
nous n'en savons guère plus que vous, parce que la correspondance avec
A Soleure vous savez comme nous que le Commis est M.
Vock.
A Annecy le Commis est M. l'Abbé Despommiers, étudiant
en théologie. Pour le Directeur, la nouvelle assemblée n'ayant point encore de
prêtre résidant à Annecy, c'est M. Mouchet, confrère de l’Aa d'autrefois qui en
a fait jusqu'ici la fonction. Mais, comme il est professeur de théologie, nous
pensons pour éloigner plus sûrement toute vue de respect humain, que dans la
suite il vaudrait mieux qu'il ne s'en mêlât pas.
A
Chambéry c'est M. 1'Abbé
Il
faut observer que l'arrivée des vacances fait que les Commis d'Annecy et de
Chambéry ne le seront que jusqu'à la fin de juillet. Mais, si vous le jugiez
bon, il paraît que, pour éviter l'incertitude de savoir si le Commis est ou
n'est pas en ville, les lettres pourraient s'adresser à un sujet qui est fixé
dans la la ville, en mettant seulement l'adresse au Commis dans la lettre même;
alors, quand il y serait, on la lui remettrait, et s'il n'y était pas, celui
qui l'aurait retirée, la lirait et répondrait.
Messieurs Rey, Guillet et
Chambéry, ce 22 mai 1787, au séminaire.
J. B. Aubriot de
A Monsieur
Monsieur Sineo de
Prêtre, Docteur en Théologie Turin.
III – Documenta quae ad
Piam Societatem Amicitiae Sacerdotalis pertinent annis 1782-1803
(Doc. XXXV-XXXVI)
1.
Origine deIV
Amicizia Sacerdotale
L'istituzione
dei Seminari da parte del Concilio di Trento (23a sessione) fu
provvidenziale per
Assicurata in
più luoghi con queste sante istituzioni ed altre simili la formazione dei
chierici viventi fuori dei Seminari, si provvide pure in varie diocesi a coltivare
lo spirito ecclesiastico e l’amore allo studio nei sacerdoti, in particolare
giovani per mezzo di pie società od associazioni. A tale effetto sorsero in Napoli
e si diffusero nel Regno Napoletano e in molte città d'Italia le Congregazioni ecclesiastiche
fondate nel 1611 dal Padre Francesco Pavone S. I. (cfr. F. Pavone, Parte prima dell’istruttioni della
Congregazione dei Chierici deIl’Assuntione in Napoli nel Collegio della
Compagnia di Gesù, Napoli 1629, pp. 76-105. Su queste Congregazioni cfr.
[Giovambattista Baroni S. I.] Notizie
storiche delle Congregazioni ecclesiastiche istituite dal V. P. Francesco
Pavone della C. di G., Napoli 1853, opuscolo rarissimo conservato nella
biblioteca generalizia della Compagnia,
Ora gli Amici
Cristiani di Torino con a capo il Padre de Diessbach che doveva conoscere le
sopra ricordate iniziative in favore della formazione spirituale e culturale
del clero, cercarono alla loro volta di portare un contributo originale e
fattivo a tale importante opera. Fu così che nel 1782 circa essi dettero
origine all’Amicizia Sacerdotale, società segreta che doveva avere, secondo gli
ideatori, una larga diffusione con lo scopo di radunare scelti gruppi di chierici
in sacris e di sacerdoti, massime
giovani, per addestrarli alla predicazione delle Missioni e degli Esercizi
Spirituali secondo il metodo di Sant’Ignazio e per iniziarli all'apostolato
della buona stampa. L'ideale era magnifico; vedremo in questo III paragrafo della
documentazione come il Servo di Dio cercò di raggiungerlo, malgrado le difficoltà
politiche del tempo.
2.
Programma e
diffusione dell'Amicizia Sacerdotale
L'Amicizia
Sacerdotale, secondo il Lanteri, autorevole interprete del pensiero del Padre
de Diessbach, autore degli statuti (conservati nell'Archivio della Postulazione
O. M. V., S. I, 195) e come tutto porta a credere il vero ideatore della Società,
doveva essere «una pia unione di giovani sacerdoti, o anche di chierici
ferventi, ai quali sommamente sta a cuore il secondare efficacemente gli altissimi
disegni dì Dio secondo lo spirito della loro vocazione; per questo fine uniti
tentano di rendersi il più che possono istrumenti atti a promuovere nel miglior
modo possibile la gloria di Dio, che è la salute delle anime, e il fine della
loro vocazione allo stato ecclesiastico» (Doc. XXXVI, pag. 187). Come si vede
l’Amicizia Sacerdotale voleva essere una scuola di formazione donde dovevano
uscire zelanti apostoli, i quali avrebbero, senza punto badare ai loro interessi
materiali come insistono gli Statuti, speso le loro energie per la maggior
gloria di Dio e il bene delle anime.
Per raggiungere
la propria santificazione erano proposti agli ascritti all'Amicizia Sacerdotale
alcuni esercizi fondamentali, come la frequenza ai santi Sacramenti (per i
chierici), gii Esercizi Spirituali annui, la meditazione, la lettura spirituale
e l’esame di coscienza quotidiani.
Come
preparazione all'apostolato si richiedeva all'Amico Sacerdote uno studio serio
e metodico delle discipline ecclesiastiche, in particolare della Teologia
dogmatica e morale, e la preparazione di un corso completo di prediche per le
sante Missioni e uno di meditazioni per i santi Esercizi Spirituali secondo il
metodo di Sant'Ignazio. Queste prediche e queste meditazioni venivano poi lette
per turno dagli Amici nelle adunanze settimanali e liberamente discusse, tanto
dal punto di vista della forma quanto del contenuto, da tutti i membri
presenti. Le adunanze settimanali dell'Amicizia Sacerdotale si aprivano con la
lettura delle «Gazzette» e ciò, come giustamente rileva il Lanteri, «per
assuefare l'ecclesiastico a non restringere le sue idee e il suo interessamento
al solo suo paese, ma a riguardar tutto il mondo per sua patria, tutti gli
uomini del mondo per suoi fratelli... per poter così più facilmente introdursi
co' secolari a parlar poi loro di Dio all'esempio dei Santi» (Doc. XXXVI, pag.
194). Si chiudevano poi con la lettura dell'analisi di un libro, perché gli
Amici «comunicandosi scambievolmente i lumi e le cognizioni» potessero più
facilmente «spargere colla maggior efficacia la parola di Dio a voce e in
scritto» (Doc. XXXVI, pag. 187).
Questo
programma, tracciato dal Padre de Diessbach e fedelmente interpretato dal Lanteri,
non era di facile attuazione, quindi non fa meraviglia se l'Amicizia
Sacerdotale ebbe una diffusione molto ristretta: difatti, oltre a Torino, essa
esistette per qualche tempo in Firenze; pare poi che sia esistita in Milano e
che sia stato questione di introdurla in Savoia, in Svizzera e nel Palatinato
Renano.
3.
L'opera svolta
dal Lanteri nell'ambito dell'Amicizia Sacerdotale
L'Amicizia
Sacerdotale di Torino, come dicemmo poco fa, pare sia stata fondata nel corso
del 1782, però la prima notizia datata che ci attesti la sua esistenza è la
lettera che Don Virginio scrisse al Padre de Diessbach il 1° aprile del 1783
(Doc. XXII). Tutto porta a credere che il Lanteri vi prendesse parte sin dal
momento della sua fondazione e che in assenza
Legger
sull'eloquenza, quando non si leggeranno componimenti d'Esercizi nelle Ae [Assemblee] Sacerdotali, oppure proporre
quesiti in materia di prudenza, requisiti negli operai, oppure esaminare il
catalogo dei libri... Coltivar Belly, Calleri, Castelborgo, D. Allinio,
Margaria, Mazzoni, Beltriti, unirli, farli comporre Esercizi... Abate Sappa [poi Vescovo di Acqui] per
Dovranno pure
prepararsi una muta di Esercizi per gli ecclesiastici, e non lasciare sfuggire
le occasioni per darli, per così infervorarli a travagliare e vedere se v'è
alcuno che convenga al nostro scopo. Coltivare e ispirare agli ecclesiastici,
massime giovani, genio alla lettura, al travaglio, all'orazione, procurar loro
libri che ispirino dolcezza e zelo v. g. vite di S. Operari, Relazioni di
Missionari, Lettere di Missionari dell'Indie ecc. ... Visitar ospedali,
prigioni, poveri infermi ecc. e ispirare questo spirito agli ecclesiastici, mezzo
buonissimo per disporli secondo le nostre mire... Per conoscere gli
ecclesiastici veder i libri, presentarsi con dottrina «stretta, parlare
d'esteriorità pie... Promuovere sacerdoti novelli a farsi mute di Esercizi. Per
ciò verrebbe bene servirsi delle fabbriche d'Esercizi, ivi provvedere libri confacenti
a tal effetto, e «sei mesi dell'anno per esempio radunarvi dei preti che non
atten«dano ad altro che a comporsi mute di esercizi» (Archivio della
Postulazione O. M. V., S. Il, 441).
Da alcune
proposte fatte dal Lanteri all'Amicizia Cristiana Torinese dopo il 1784,
vediamo ch'egli consigliò all'assemblea la pratica attuazione di certi mezzi
escogitati per cercare di avvicinare i sacerdoti: Pranzi da darsi da noi ai
Direttori d'anime o presso il Traiteur, o presso Tommasi, o S[aint] G[eorges] quando avrà casa... Far conoscenza di buoni confessori,
coltivarli, prenderli per Rechercheurs, dar loro libri da spargere... Di quando
in quando invitar qualche buon confessore a pranzo per incoraggirlo ecc. indirizzarlo
nei libri ecc. ... Portarsi alle chiese in giorni di festa per conoscere i
buoni confessori. Quei dell’A[micizia]
S[acerdotale] cercheranno
principalmente di dar mute di Esercizi o tridui alle scuole pubbliche per
conoscere e cercare buoni soggetti in fieri; come pure di dare gli Esercizi
agli ecclesiastici per conoscere i buoni e servirsene... Per maggiormente
promuovere le nostre idee dell’A[micizia]
C[ristiana] e dell'A[micizia] S[acerdotale] vi vorrebbero case di campagna, ove possa, chi vuole,
per qualche tempo attendere quietamente a comporre e a pensare a «sè» (Archivio
della Postulazione O. M. V., S. I, 195). Da un programma settimanale (ibid., S.
Il, 14a), probabilmente anteriore al 1798 sappiamo che il Servo di
Dio consacrava all'Amicizia Sacerdotale il dopo pranzo del giovedì.
Questi fugaci
accenni uniti ai pochi documenti del 1803 e 1804 che ci parlano direttamente
del lavoro compiuto dal Lanteri per l'Amicizia Sacerdotale (cfr. anche Doc. LXXVII),
gettano un po' di luce sulla parte
attiva presa dal Servo di Dio nella formazione di «questo capo d'opera», come
la chiama un documento coevo (cfr. nota di appunti «Utili pel Direttore
dell'Amicizia Sacerdotale», pag. 1, conservata nell'archivio della Postulazione
O. M. V., S. I, 230).
DOC. XXXV
EPISTOLAE QUINQUE quae
iter respiciunt a Servo Dei in Etruriam susceptum causa visitandi Amicitiam
Christianam Florentinam necnon et Sacerdotalem Amicitiam propagandi, anno 1803.
Abbiamo già
riprodotto sopra, Doc. XXVIII, 1, una lettera del Lanteri al Marchese Ricasoli,
scritta durante il viaggio che lo stesso Lanteri fece in Toscana nel 1803 per
visitare l'Amicizia Cristiana Fiorentina. Dicemmo anche che ci sono altre
lettere scritte durante questo stesso viaggio, che trattano dell'Amicizia
Sacerdotale: le riproduciamo qui, in numero di cinque, di cui quattro del Lanteri
e una del Vescovo di Montepulciano. Esse ci danno varie notizie intorno
all'Amicizia Sacerdotale e soprattutto ci mostrano lo zelo del Servo di Dio nel
dilatarla.
1
Epistola Servi Dei ad Marchionem Leopoldum Ricasoli circa
Amicitiam Sacerdotalem Florentiae anno 1803, 1 octobris. – Ex originali in
archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 1502.
Uno degli scopi
principali del viaggio del Lanteri in Toscana nell'autunno del 1803 fu proprio
quello di cercare di diffondere l'Amicizia Sacerdotale e probabilmente anche
l'Aa.
Con questa
lettera, indirizzata certamente al Marchese Ricasoli, come si ricava dal
contenuto, il Lanteri dà al Marchese notizie sul suo soggiorno fiorentino. Scrive
fra altro che avrebbe composto durante il mese un'operetta sull'Amicizia
Sacerdotale. Tale preziosa notizia ci ha offerto la possibilità di poter
identificare quel suo lavoro con lo scritto che pubblicheremo nel Doc. XXXVI.
Florence, ce 1.er 8.bre
1803.
Monsieur,
Vive le S.-C. de Jésus
dans tous les cœurs à jamais
Monsieur le Marquis d'Azeglio ayant toujours de la
peine à écrire à cause de sa poitrine qui en souffre, m'a heureusement chargé
de l'honneur de vous écrire de sa part, que sa santé est à peu près dans le même
état quoiqu'il sort pourtant quelques fois de la maison, qu'il ne pense pas à
présent d'aller à Poggibonsi, et il vous remercie des Gazzettes ci-incluses,
dont j'en ai aussi profité.
Permettez, Monsieur, que je profite de cette heureuse
occasion pour vous participer aussi la résolution que j'ai prise enfin de
rester ici encore quelque temps, laissant partir jeudi prochain pour Turin mon
ami et mon compagnon de voyage le Comte Gr[imaldi]
avec
Je passerai donc ce moi à copier les «utili», à faire
ma retraite spirituelle, à connaître quelques livres, à lire, à prier, je ferai
aussi un petit écrit pour l' A[mitié]
S[acerdotale] en attendant d'avoir le
bonheur de vous revoir ici, et de vous voir commencer la retraite que vous
souhaitez tant, et dont il n'y a certainement pas occupation plus intéressante
dans ce monde, mais le Marquis d' A[zeglio]
voudrait aussi en être de la partie; j'aurai aussi la consolation (s'il plaît à
Dieu) d'assister à une ou deux A[mitiés]
S[acerdotales] avant que de partir,
mais je ne pourrai différer mon départ plus loin que vers la moitié de
novembre, d'autant plus que je dois encore m'arrêter quelques jours à Milan
comme je leurs ai promis.
Il
faut encore que je vous fasse part, Monsieur, que je suis allé avec M. l'Abbé
Bertolozzi chez M. le Grand-Vicaire de Fiesole aussi de votre part, lequel
m'ayant reçu avec toute la bonté possible m'a accordé la permission de
confesser; je suis allé le même jour faire visite à M. le Marquis Ghis[lieri] pour le lui parteciper parce qu'il
en était plutôt empressé pour
J'ai trouvé les œuvres de l'abbé Roberti en petits vol., j'espère
que vous les aurez déjà reçus, ou vous les recevrez bientôt puisqu'elles
n'étaient pas encore reliées, je suis seulement indigné de la mauvaise édition,
si j'eusse trouvé l'autre édition assez belle in-8° je vous l'aurais envoyée,
mais il ne m'est pas réussi; vous trouverez dans le premier vol. un petit
traité Delle virtù piccole qui vous
plaira.
Je fìnis pour ne pas abuser d'avantage de votre bonté; je me
recommande instamment à vos ferventes prières, et avec la plus vive
reconnaissance, et la plus grande estime et considération j'ai l'honneur
d'être,
Monsieur,
Votre très humble très obéissant serviteur
L[anteri]
2
Epistola
Servi Dei ad Marchionem Leopoldum Ricasoli circa Amicitiam Sacerdotalem,
Florentiae anno 1803, 27 octobris. – Ex originali in archivo Postulationis O.
M. V. asservato, S. I, 1503.
Si tratta di un biglietto,
mandato al Marchese Ricasoli dal Servo di Dio nello stesso giorno del suo
ritorno da Montepulciano, dove si era recato per trattare della fondazione in
quella città dell’Amicizia Sacerdotale. Il viaggio del Lanteri fu infruttuoso,
però sappiamo che il Vescovo, Mons. Carletti, rimase molto ben impressionato di
lui (cfr. n. 4).
Ill.mo Sig. Sig. P.n Col.mo
Eccomi quest'oggi di ritorno da Montepulciano, spero che il Signor
Iddio si sarà compiaciuto accettare la mia buona volontà, perché in sostanza
non si è potuto conchiuder niente, attesa la scarsezza di soggetti in quella
diocesi, sebbene non sia fuori di speranza, che quel poco di seme gettato sia
col tempo atto a produrre grandissimo frutto. Io non potrei poi spiegarle la
soddisfazione somma, che ho avuto nel conoscere un sì degno prelato, quale si è
Monsignor Carletti; egli non poteva accogliermi con maggior cortesia,
cordialità e confidenza; e siccome devo tutto questo alle particolarissime
attenzioni e cortesie, con cui vuole onorarmi V. S. Ill.ma ed in G. C. Car.ma,
così non potrò mai testificarle abbastanza la giusta mia riconoscenza. Mi
riserbo a spiegarle maggiormente tutto in voce, mentre con particolare rispetto
e considerazione mi protesto
di V. S. Ill.ma
Umil.mo Dev.mo Obbl.mo Servitore e A[mico] C[ristiano]
Pio Bruno Lanieri.
Firenze, li 27 ottobre 1803.
All'Ill.mo
e Rev.mo Sig. P.n Col.mo
II Sig. Priore Leopoldo Ricasoli Zanchini
a Casa sua
3
Epistola
Servi Dei ad Marchionem Ricasoli circa Amicitiam Sacerdotalem, Florentiae anno
1803, 1 novembris. – Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato,
S. I, 1504.
Da questa lettera si
rileva che alla fine di ottobre del
Firenze, il 1° novembre 1803.
Ill.mo
Sig.r P.n Col.mo ed A[mico] in G. C.
V. J.
Quanto mi è sensibile che forse non potrò avere la consolazione di
passar seco a Fiesole alcuni giorni di solitudine; la mia salute, che non poco
ha sofferto in questi giorni passati, mi fa pensare seriamente ad accelerare il
mio viaggio per non inoltrarmi maggiormente nella stagione fredda, che mi
sarebbe sempre più nociva; con tutto ciò niente conchiuderò finché abbia
l'onore d'abboccarmi seco lei mercoledì a sera che io starò aspettandola in S.
Giovanni di Dio; frattanto mi rincresce che
Di V. S. Ill.ma e in G. C. Car.ma,
Umil.mo
Dev.mo Obbl.mo Servitore ed A[mico],
C[ristiano]
Pio Bruno Lanteri.
All'Ill.mo
Sig.r Sig.r P.n Col.mo
il Sig.r Priore Leopoldo Ricasoli Zanchini
Poggio a Caiano.
4
Epistola
Domini Pellegrini Carletti, episcopi Montis Politiam ad Dominum Ioachinum Tosi
secretarium pro litteris in forma brevis ad Principes circa Amicitiam
Sacerdotalem, anno 1803. – Ex opere «Devozione di Mgr Adeodato Turchi alla
Santa Sede » auctore P. Savio, Roma, 1938, pag. 673, n. 4.
Lo scopo del viaggio
del Servo di Dio a Montepulciano ci è conosciuto anche da una lettera di Mons.
Pellegrino Carletti, Vescovo di detta città (1802-1827), a Mons. Tosi,
segretario delle lettere latine di Pio VII. La lettera non è datata e il nome
del Lanteri non vi ricorre, però il suo contenuto non lascia dubbio nè sul
tempo in cui fu scritta, cioè gli ultimi mesi del 1803, nè sull’identificazione
di quel sacerdote Torinese venuto a Montepulciano nel corso del mese di
ottobre; si tratta evidentemente del Lanteri che sappiamo rientrato a Firenze da
Montepulciano il 27 ottobre 1803 (cfr. n. 2). Questa lettera è importante non
solo per le notizie riguardanti l’Amicizia Sacerdotale e forse anche l’Aa, ma
in particolare per il fatto che il Servo di Dio ispirò subito al Vescovo una
grande fiducia.
L’originale di detta
lettera è tuttora conservato nell'Archivio Segreto Vaticano (Archivio Tosi, sm.
autografo) e il testo fu pubblicato da Pietro Savio, op. cit., in nota ad una lettera del 1829 che tratta dell'Amicizia
Cattolica.
Ora tibi soli et Pontifici.
Nello scorso ottobre, ad insinuazione di un gesuita domiciliato in
Germania, venne a trovarmi un degno sacerdote Torinese, che mi
aveva fatto prevenire di volermi comunicare un pio istituto. Immaginavo che
fosse qualche divozione, e nulla più. Assai però di più ne seppi. Vi sono in
Germania e nei Domini una volta della Casa Savoia ed anche altrove alcune
unioni di bravi ecclesiastici, che arrolano segretamente dei giovani chierici e
li formano con mirabile arte capaci di grandi cose. In una parola, quello che
per il male sono gli illuminati, questi lo sono per il bene. I mezzi di
destrezza e di cautela sono gli stessi. Ne ho veduto il codice, e lo direi una
copia, se l’autore cui si ascrive, non fosse quasi contemporaneo a S. Francesco
di Sales.
Avevo qualche indizio di tale unione, e lo acquistai al ritorno da
Vienna di alcuni nostri emigrati, ora ne ho certezza, e se questa non fosse
l'ora delle tenebre, vorrei formarne dei felici pronostici. Del bene però ne
fanno e non poco.
A me si presentò l'ecclesiastico detto ad oggetto di aver lumi per
Oltre l'unione di ecclesiastici, ce n'è ancora di secolari. [19] Ne aveva ancora di essa
indizio, ma di essa non mi si volle dire le costituzioni; nè io mi diedi
premura per saperle.
Credo possa essere di consolazione questa notizia, seppure
altronde non fosse nota a chi è bene che tutto sappia. Mette temi ai suoi
piedi.
5
Epistola Servi Dei ad Marchionem Leopoldum
Ricasoli de rebus spiritualibus et de Amicitia Sacerdotali, Aug. Taurinorum
anno 1803, 28 decembris. – Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato,
S. I, 1506.
Di ritorno a Torino
il Lanteri scrive al Ricasoli dandogli varie notizie e suggerimenti, e
interessandosi in particolare sulle sorti dell'Amicizia Sacerdotale di Firenze.
Turin,
ce 28 Xmbre 1803.
Monsieur et très cher
A[mi] C[hrétien]
V.
J.
Je
ne m'arrête pas à vous demander pardon, Monsieur, et très cher A[mi] C[hrétien] de mon retard à vous écrire, je suis persuadé que vous ne
doutez pas de mon empressement et pour votre respectable personne, et pour tout
ce qui nous intéresse, mais mes occupations jusqu'ici ne m'ont laissé de
loisir; je profite donc du premier moment libre pour commencer notre
correspondance qui me sera toujours bien chère.
J'espère
que vous aurez l'eçu une de mes lettres datée de Plaisance; depuis lors je me
suis arrèté une semaine à Milan, où, grâce à Dieu, j'ai réussi à arranger
plusieurs affaires, et j'en suis parti bien satisfait; vons trouverez ci-jointes
les adresses opportunes soit pour écrire par la poste, soit pour envoyer des
paquets destinés pour Milan ou pour Turin; combien j'aime que vous entreteniez
correspondance avec cet Abbé Riva Palazzi; c'est un A[mi] C[hrétien] plein de
zèle et d'activité, qui se fait un vrai plaisir de nous servir dans toutes nos
commissions.
Vous
recevrez dans quelques jours d'ici 6 exemplaires delle Lettere del P.
Pallavicino, et 25 de la pastorale de l'évêque Porporato de Saluces; je vous
prie d'en envoyer 4 exemplaires des premiers, et 8 des derniers à Mgr. l'évêque
Carletti à qui je me propose d'écrire au plus tôt, les exemplaires qui restent
sont pour votre bibliothèque.
Pardon
si je ne vous envoie pas encore la méthode pour l'oraison que je vous ai
promise, comme aussi une liste des livres pour votre lecture spirituelle et
pour celle de Madame
Je vous envoie ci-jointe
une lettre pour l'Abbé V[irginio], je
vous la recommande afin qu'elle lui parvienne au plus tôt, et avec sûreté, elle
m'est bien â cœur, et j'aurais même de la peine à lui en écrire un autre aussi
longue et détaillée en cas que celle-ci se perdisse, je pense que vous pourriez
la remettre au M[arquis] Gh[islieri] afin qu'il ait la bonté de la
lui faire parvenir par une voie sûre entre ses propres mains, si cela se peut.
Je
vous prie d'avoir la bonté de faire copier le ms. sous le n.° 22 intitulé Memorie di cose da eseguirsi, comme
aussi la liste des livres qui ont été ajoutés au Catalogue; le plus tôt que
vous pourriez me l'envoyer, vous me rendriez un grand service. Dès que tout
sera copié, vous pourriez le remettre au M[arquis]
Z[ei, ossia d'Azeglio] afin qu'il ait
la bonté de me l'envoyer à la première occasion sûre. Oserais-je aussi vous
prier de tenir prêt le paquet de tous les livres destinés pour Turin et pour
Milan et de ceux que j'avais laissés à S. Jean de Dieu, et l'envoyer à la
première occasion pour ici ou pour Milan selon les adresses ci-jointes, et d'y
ajouter encore deux ou trois exemplaires des suivants opuscules de Marchetti: Sul Giuramento civico, Sugl'Intrusi, Sulla
vendita de' fondi Eccl. contro Bolgeni. E se l'altr'opera sui beni
Ecclesiastici che il medesimo ha attualmente alle stampe è uscita, la prego di
mettervene di questa 4 copie, indicandomene d'ogni mio debito l'importare,
perchè possa soddisfarla. Se non sapesse ove ritrovar detta opera, penso M[archese] Z[ei] può essere in situazione di procurargliene per mezzo di quel
sacerdote corrispondente di Marchetti, ch'egli conosce; forse M[archese] Z[ei] le rimetterà anche qualche libro da aggiungersi al suddetto
plico.
J'ai
écrit à M[arquis] Z[ei] et je lui ai envoyé quelques
chataignes de notre pays, que j' ai prié de partager avec vous; je ne sais si
elles arriveront en bon état, mais vous aurez la bonté de les agréer telles
quelles seront, j'espère qu'elles ne se gâteront pas toutes afin que vous
puissiez les goûter; dans le même sac j'y ai mis les livres mentionnés ci-dessus
du P. Pallavicino, et de Monseigneur Porporato. Je vous prie d'en avertir M[arquis] Z[ei] en cas que la lettre à son adresse se fusse perdue à la poste.
Que
je suis empressé d'avoir des nouvelles d'A[mitié]
S[acerdotale]! Si vous en avez,
procurez-moi cette consolation de me les procurer, si vous n'en avez pas,
j'écrirai dans peu à l'abbé Bertolozzi pour en avoir; en attendant est-ce que
le chan. Tom. n'y est pas encore? c'est ce qui m'est beaucoup à cœur, parce
qu'il me semble que par ce moyen vous pourriez y voir mieux, et y influer
d'avantage, parce qu'il me semble le sujet plus propre, et capable de participer,
et d'hériter l'esprit du D[octeur] B[ucelli] (quoique je n'aie pas l'honneur
de le connaître) et c'est ce qui est de plus intéressant et nécessaire d'avoir
en vue, comme vous sentez très bien.
[Le] M[arquis] G[hislieri]
m'avait parlé d'un certain ecclésiastique (vieux Jésuite, si je ne me trompe)
qui demeure à Prato, qui serait à son avis excellent pour A[mitié] C[hrétienne] et pour A[mitié]
S[acerdotale]et qu'il espérait même
qu'il serait venu s'établir dans cette ville, il ne faudrait pas laisser
échapper ce sujet, vous en connaissez comme moi la plus grande nécessité; je
vous prie de me donner quelque notice à votre égard, comme aussi si les A[mici] S[acerdoti] profitent de votre Bibliothèque, et si l'ab[bé] B[ertolozzi] vous restitua ou s'il porta et laissa dans votre
Bibliothèque un Catalogue des points de méditations tirés des meilleurs
auteurs, dont la plus part se trouvent déjà dans votre Bibliothèque, afin que
les A[mici] S[acerdoti] puissent composer mieux, et avec plus de facilité; je
l'en avais prié, en tout cas, s'il y manque, je tâcherai de vous en procurer au
plus tôt possible un autre exemplaire; vous pouvez en parler avec D. B[ucelli].
Je
finis par vous prier de faire agréer mes très humbles respects à Madame
Monsieur et très cher
A[mi] C [hrétien]
P.
S. l° Volendo carteggiare con qualche Amico a Milano e profittare della sua
corrispondenza, l'indirizzo sarà al Sig. Ab. Carlo Riva Palazzi. Contrada del
Monte di S. Teresa, n. 856. Milano.
2°
Volendo fare qualche spedizione di libri, datone pria l'avviso all' Ab. Riva
Palazzi come sopra, l'indirizzo sarà a Giuseppe Bonacina, libraio, sul corso di
porta Orientale, di contro Casa Aresi, Milano.
Vengo di ricever lettera
consolante dell'Ab. Bertolozzi, che mi scrive che
Votre très humble et obéiss. Serviteur
et A[mi] C[hrétien]
L[anteri].
A
Monsieur
Monsieur
le Marquis Léopold Ricasoli Zanchini, Prieur des Chevaliers [de] St Étienne
En
son Hôtel sul ponte alla Carraja
Florence.
Recommandée par le
soussigné à la bonté du Citoyen Directeur pour faire tenir la présente lettre à
son adresse sûre, et au plus tôt possible.
Ossetti
G.
Employé
des Postes.
DOC. XXXVI
OPELLA in qua Servus Dei de Amicitia Sacerdotali
tractat, anno 1803. – Ex originali in
archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. II, 222, 325, 11.
L'interesse del Servo di Dio per
l'Amicizia Sacerdotale ci è documentato in modo particolarissimo dal presente
scritto ch'egli compose in Firenze nell'ottobre del 1803 come sappiamo da una
lettera riprodotta sopra, Doc. XXXV, n. 1, e come consta dal fatto che i1 1803
figura in una nota quale anno corrente (cfr. infra, pag. 191).
Il Lanteri nella prima parte di
questa memoria espone succintamente il programma dell'Amicizia Sacerdotale,
nella seconda invece riprende alcuni punti, appena accennati nella prima,
esponendoli più ampiamente. Il Servo di Dio insiste in modo particolare sulla
preparazione d'un corso completo di meditazioni secondo il metodo di
Sant'Ignazio e sulla necessità di conoscere i libri. A tale scopo egli dà
l'elenco degli argomenti delle meditazioni, suggerisce il metodo per ben
comporle e indica come devono essere esaminate nelle adunanze dell'Amicizia. Infine
tratta dell'analisi dei libri che dovevano servire come seconda arma apostolica
degli Amici Sacerdoti.
Di questa memoria,
alla quale gli archivisti degli Oblati dettero due segnature (S. II, 222, prima parte; S. Il, 315, 11, seconda parte) perchè
divisa in due pezzi, riproduciamo tutto ciò che si riferisce all'Amicizia
Sacerdotale, tralasciando il saggio di meditazioni sugli Esercizi di
Sant'Ignazio, che fa seguito alla seconda parte, già pubblicato dal Servo di
Dio nella sua opera sugli Esercizi
Spirituali di Sant'Ignazio di Lojola col Direttorio pel buon uso de' suddetti
Esercizi, Torino 1829, p. 20 e ss.
«IDEA DI UNA PIA UNIONE DI ECCLESIASTICI DETTA
AMICIZIA SACERDOTALE».
L'Amicizia Sacerdotale è una pia Unione di giovani sacerdoti, o
anche chierici ferventi, ai quali sommamente sta a cuore il secondare efficacemente
gli altissimi disegni di Dio secondo lo spirito della loro vocazione; per
questo fìne uniti tentano di rendersi il più che possono istrumenti atti a promuovere
nel miglior modo possibile la gloria di Dio, che è la salute delle anime, e il
fìne della loro vocazione allo stato ecclesiastico.
Mezzi. I mezzi particolari poi, ai quali si appigliano, (oltre
l'attendere seriamente a procurare in se stessi quello spirito inferiore, che
li unisce a Dio, e deve particolarmente animare le loro operazioni colla
pratica costante delle vere e sode virtù, quale procacciasi coll'uso frequente
de' santi Sacramenti, coll'esercizio della meditazione seria, abbondante, e
quotidiana delle verità sante di nostra religione, e della vita di Gesù Cristo,
colla lettura spirituale, e coll'esame quotidiano di coscienza, senza omettere
lo studio serio della Teologia dogmatica e morale) i mezzi, dico saranno questi
due riconosciuti dall'esperienza per i più efficaci.
1° Unitamente attendere a formarsi un corso di ottime meditazioni,
secondo il metodo proposto da S. Ignazio nel suo Libro degli Esercizi
spirituali.
2° Attendere a conoscer bene i libri buoni, per togliere di mano
dei fedeli i libri cattivi, e promuovere quelli; comunicandosi così
scambievolmente i lumi e le cognizioni, per potere in questo modo sparger colla
maggior efficacia la parola di Dio a voce ed in iscritto.
Pratica. Si radunano pertanto ogni settimana nel luogo ed al tempo
determinato. Si leggono le Gazzette o si discorre di nuove pubbliche finché
siasi radunato un numero sufficiente di ecclesiastici. Si dà poi principio
all'adunanza con recitare assieme l'Ave Maria.
Leggesi in seguito da chi è stato destinato una meditazione distesa,
e secondo l'ordine proposto da S. Ignazio, fondatore di questi santi Esercizi.
Finita la lettura della meditazione, ciascheduno con una semplice
cordialità e libertà ne dice il suo sentimento, e fa le osservazioni che gli
sembrano opportune, suggerendo ciò che gli pare dovrebbesi riformare, omettere,
od aggiungere, però sempre senza ombra alcuna di altercazione, od impegno o
spirito di partito.
Terminate le osservazioni sopra la medesima, quegli che ha letto
la settimana antecedente dà a voce od in iscritto il suo giudicio un po'
ragionato sopra d'un libro propostogli dal Direttore di questa Pia Unione; cioè
esponga quale sia il suo soggetto ed assunto, quali ne siano le parti e i
diversi capi che si trattano, se sia ben ragionato e convincente, se muova e incoraggisca,
oppure il contrario; se ne osservi la chiarezza, l'ordine, lo stile, a quali
persone convenga, a quali non convenga, e simili. Havvi poi un deputato per
registrare questo scritto, oppure per scrivere il risultato d'un tal giudizio
dato a voce.
Finalmente dopo d'avere il Direttore assegnato il libro a chi ha
letta la meditazione, affinchè ne dia il suo giudizio nell'adunanza seguente, e
determinatasi la persona che dovrà leggere in essa (la quale però, se per
accidente non potesse assumersi per quella volta un tal carico, deve procurare
di sostituire un suo amico perché legga in sua vece, acciò non s'abbiano gli
altri a radunare inutilmente) fissato inoltre il luogo, il giorno e l'ora di
detta adunanza, si finisce con un Agimus Tibi gratias.
P. S. Non si accetterà nissuno in questa pia adunanza se non sarà
prima proposto in due adunanze consecutive ed accettato di comune consenso.
I requisiti poi di colui che si avrà a proporre ed ammettere
nell'adunanza sono i seguenti. Oltre la bontà decisa e ben conosciuta dei
costumi, dobbiamo riconoscere in esso uno zelo deciso per la salute delle
anime, ed una abilità almeno mediocre per comporre, ed essere sicuri che osserverà
il segreto, il quale gli verrà sommamente raccomandato.
«OSSERVAZIONI
SERIE DELLE MEDITAZIONI DA LEGGERSI»
Fine dell'uomo. Peccato mortale, suoi castighi e sua malizia intrinseca.
Morte. Giudizio particolare e universale. Inferno. Prodigo. Regno di Xto,
oppure i due stendardi. Incarnazione e Natività di G. C. Sua vita privata e
pubblica. Sua Passione. Paradiso. Amor di Dio.
Quando gli Esercizi fossero prolungati d'alcuni giorni sarebbe
opportuno dare due med. del fine dell'uomo, due della morte, due della Passione
di G. C.
Non si ammetterà mai altra lettura nell'adunanza, che delle meditazioni
appartenenti a' S. Esercizi, perché il formarsi un corso compìto di tali
meditazioni non è un assunto così indifferente, ma una commissione piuttosto
lunga e penosa, e se non vi si tien fermo, non se ne verrà mai a capo.
Egli è poi sommamente interessante non dipartirsi mai da questa
traccia sovraccennata di meditazioni, perché gli Esercizi spirituali di S.
Ignazio non consistono già in impiegare un dato tempo in qualunque sorta di
meditazioni, letture, esami, ma bensì in darsi seriamente a meditare e leggere
non mai altra cosa che quella determinata serie di verità, d'onde risulta un
attacco fortissimo e ordinato al cuor dell'uomo, per renderlo poco per volta,
metodicamente e come per arte, di gran peccatore (quando egli lo fosse) un gran
santo; e frutto egli è questo come immancabile di questi S. Esercizi se verranno
ben dati, siccome tante volte ci ha dimostrato l'esperienza. E abbastanza ce lo
indica la traccia medesima delle meditazioni come si darà in fìne (vedi idea
degli Esercizi di S. I[gnazio]). [20]
«FORMA DI
CIASCUNA MEDITAZIONE»
1° Un esordio breve, seguito da una divisione di punti, semplice,
chiara, e netta, con in fìne una brevissima orazione preparatoria.
2° Ragionare seriamente sopra la verità proposta in ciascun punto,
dilucidarla, provarla di modo che l'intelletto dell'uditore ne resti ben
convinto ed impresso, farne in seguito una forte applicazione ai costumi, scendendo
alla pratica, con proporre le risoluzioni in maniera che la volontà si senta
mossa a praticare ciò che si dice, non dimenticando di inserirvi di quando in
quando, con moderazione però, quelle pie aspirazioni ed affetti che sembrano
opportuni, ed anche qualche fatto, ossia esempio.
3° Al fine della meditazione, far un colloquio che suggerisca gli
affetti e le risoluzioni convenienti, eccitati dal richiamo dei pensieri
principali, che si sono proposti nel decorso della medesima.
«RIFLESSIONI
DA FARSI SULLA MEDITAZIONE CHE SI È LETTA»
Fra le osservazioni che potrebbonsi fare sulla meditazione letta,
le seguenti debbonsi particolarmente aver di mira.
1° Se la meditazione contiene tutte le parti suddette riguardo la
forma; se non si uscì mai (almeno notabilmente) fuori del soggetto proposto a
meditare; se non vi siano state ripetizioni inutili; se lo stile sia pulito bensì,
ma nello stesso tempo semplice, chiaro e alla portata di tutti, dovendosi guardare
dal fare troppa pompa di erudizione, e di talento, altrimenti cercherebbesi
piuttosto se stesso che non le anime.
2° Devesi osservare che non si avanzino certe massime e
proposizioni appoggiate piuttosto a sistemi ed opinioni umane e private che all'insegnamento
della Chiesa, il quale solo deve avere di mira l'oratore sacro: proposizioni
che tendono piuttosto «ad destructionem» che «ad aedifìcationem», cioè che in
pratica tendono piuttosto ad allontanare che ad animare le anime al servizio di
Dio, il che si opporrebbe al principale fìne dell'oratore, che è persuadere,
muovere, e incoraggiare a fare il bene, per così eccitare e accrescere in tutti
le virtù teologali della Fede, Speranza e Carità. Oltre di ciò coteste massime
e proposizioni siccome sono appoggiate comunemente a espressioni nude della S.
Scrittura, le quali sono soggette a diversi sensi, come appare dai diversi
interpreti della medesima, così rimangono ancora incerte e dubbie; anzi,
siccome se ne abusano appunto molte volte i nemici della Religione, perciò
molte di esse vengono dai migliori difensori di nostra Religione eruditamente
confutate. Finalmente devesi sempre avere innanzi agli occhi quel detto dello
Spirito Santo: «Sentite de Domino in bonitate», epperò dobbiamo procurarci in
noi sentimenti degni di Dio, per ispirarli poi anche negli altri, e ottenere
così il fine di amarlo e farlo amare da tutti. Che se si devono anche dire
delle verità forti e spaventose (massime trattandosi dei Novissimi) non mai
dimenticarsi di suggerirvi opportunamente qualche sentimento di confidenza, per
non mai rischiare di ingerire qualche idea falsa di Dio o portare qualche anima
alla disperazione.
3° Guardarsi dal lasciare sfuggire, quanto ai punti di morale,
qualche decisione d'autore privato quasi fosse decisione della Chiesa; sia
perché così si ottenga l'uniformità desiderata della dottrina, la quale
altrimenti non può aversi che con l'unirsi tutti a proporre soltanto il puro
insegnamento della Chiesa, e non mai il controverso, sia per non venire tacciato
di ignorante [21]
da qualche persona erudita che forse vi ascolta, e che mal soffrirebbe sentirsi
proporre con tanta franchezza un'opinione contrastata da gravi e dotti e nella
Chiesa riputatissimi autori, quale sentenza certa, comune e innegabile.
Particolarmente poi deve guardarsi dal proporre simili decisioni
private soggette ancora a controversia, importanti obbligo grave, cioè sotto
pena di peccato mortale, vale a dire (si ponderi bene questa parola) sotto pena
di perdere i tesori inestimabili della grazia, dell'amicizia di Dio, del regno
de' Cieli, e d'incorrere la dannazione eterna, cioè di venire condannato a un
supplizio e a un fuoco eterno, mentre che io, o qualunque altro, posso
attenermi all'opinione contradicente la vostra, difenderla, sostenerla «sine
ullo Fidei aut religionis detrimento» come saviamente avverte Benedetto XIV
(Const. Sollicita et provida); perché
questo sarebbe un arrogarsi il diritto privativo della Chiesa, di decidere ciò
che essa non ha ancora deciso, mentre che «de Sion» solamente «exibit lex et
verbum Domini de Ierusalem». Questo sarebbe l'arrogarsi l'autorità di imporre
delle obbligazioni nuove, mentre
Perciò il Concilio di Trento così espressamente divieta «incerta evulgari
et tractari» (leggasi Sess. 25 Decr. De
Purg.), e Benedetto XIV pronuncia che «non feratur omnino privatas
sententias veluti certa ac definita Ecclesiae dogmata a quopiam obtrudi».
(Leggasi la sua Cost. Sollicita et
provida) nè cessa nell'aurea sua opera De
Synodo Dioecesana d'inculcare questo stesso ai Vescovi (veggasi
particolarmente tutto il Lib. 7 di detta opera).
Perciò saviamente, prescriveva S. Francesco Saverio ai suoi
cooperatori nelle Missioni delle Indie: «in concionibus cave unquam proponas argumenta
dubia, contrariis perplexa doctorum sententiis; certa et perspicua seligi
oportet, quae populo tradantur» (Ep. 7, lib. 3, edit. Bonon.). Per questo
motivo sarebbe dunque opportuno lo studiare
«CIRCA IL GIUDIZIO DEI LIBRI CHE SI DÀ NELL'ADUNANZA»
Questo esempio è proposto a questo fìne di far conoscere bene i
libri buoni, per poi spargerli opportunamente togliendo i cattivi. In questo
giudizio da darsi sarà sempre rigettato, e giammai ammesso, qualunque libro d'autore
non ubbidiente alla S. Sede, o in qualunque modo sospetto, o che contenga
qualche cosa contraria a qualche decisione della Chiesa, o anche solo allo
spirito e alle pratiche della medesima. Un sol falso principio incautamente
appreso o proposto, è indicibile il male, inenarrabili sono le funeste
conseguenze, che può cagionare in un privato ed in un pubblico: quante eresie,
quanti errori si trovano nell'istoria, e si propagano tuttodì a pregiudizio
delle anime, e quanti orrori pure si videro in conseguenza, non sono essi tutti
frutti d'un qualche falso principio? Perciò vengono esclusi pure tutti i libri
scritti piuttosto «ad destructionem» che «ad edifìcationem», cioè dalla lettura
dei quali uno si sente piuttosto scoraggire che animare nella pratica delle
virtù, essendo tali libri come inutili al nostro scopo, anzi nocivi. Particolarmente
poi saranno lodati e ammessi quelli che incoraggiscono, e sono scritti con
unzione, massime se saranno anche bene scritti.
Indicibile poi è il vantaggio che può ricavarsi dalla cognizione
di questi libri, poiché con l'uso di essi quante anime si disingannarono dei
loro errori, quante trionfarono delle loro passioni ed entrarono nella via
della salute, quante altre furono preservate dai pericoli della seduzione, e
quante altre fecero progressi immensi nella virtù! Chi non ne ha l'esperienza,
può dedurne il vantaggio dal danno che recarono sempre, ma massime nei nostri
tempi, i libri cattivi. Possibile che abbiano sempre da essere più prudenti in
questo genere i figliuoli delle tenebre!
Un altro vantaggio poi vi è che con questi libri il ministro di
Dio continua in certo modo, anche assente, ad esercitare il suo ministero con
quelle anime che convertì o che dirige, per confermarle nel bene incominciato o
farle correre a gran passi nella perfezione.
Ora questi libri anche eccellenti, non ci costa il comporli o il
farli imprimere, esistono essi già in gran numero, adattati ad ogni genere di
persone e ad ogni gusto, basta solo il conoscerli e farli circolare, e per
questo non può esser meglio impiegato una parte del tempo dell'ecclesiastico,
ed anche una parte delle sue entrate, essendo questo un genere di elemosina tanto
più nobile, quanto è più nobile del corpo lo spirito a cui si pensa giovare,
tanto più interessante ancora, quanto superiori sono dei beni temporali i beni
spirituali di grazia e di gloria che si procurano; inoltre ha, quest'elemosina
spirituale, quest'avantaggio ancora sulla temporale, che questa presto si
consuma e giova a pochi, quella all'opposto può giovar a moltissimi; e quel
libro che talvolta con rincrescimento si smarrisce, chi sa in quali mani col
tempo lo può far capitare
«DEL LEGGERE
LE GAZZETTE AL PRINCIPIO DELL'ADUNANZA»
Questo serve: 1° a prendere la carta morale del mondo; 2° ad
assuefare l'ecclesiastico a non ristringere le sue idee, e il suo
interessamento al solo suo paese, ma a riguardar tutto il mondo per sua patria,
tutti gli uomini del mondo per suoi fratelli, e interessarsi come veri figli e
ministri della nostra Madre Santa Chiesa Cattolica Romana per tutti i beni, e
mali morali del mondo, che tanto da vicino interessano il S. C. di Gesù; 3° per
poter così più facilmente introdursi co' secolari a parlar poi loro di Dio
all'esempio de' Santi. L'intenzione santa e pura è quella che santifica anche
ciò che pare indifferente.
P. S. Sarà poi opportuno col tempo formarsi una piccola Biblioteca
comune composta de' migliori autori predicabili, giusta la nota qui sotto
annessa ad uso e comodo degli Amici, perché possano con maggior facilità
comporre, massime coll'aiuto d'un Catalogo, fatto espressamente per questo sopra
tali autori, quale dovrà sempre conservarsi in detta Biblioteca.
IV - Documenta quae ad Piam
Unionem Sancti Pauli Apostoli
spectant, annis 1815-1816
(Doc. XXXVII)
I sacerdoti e
chierici appartenenti alla Pia Unione si radunavano ogni 15 giorni per il caso
di morale e una breve istruzione spirituale; questa adunanza costituiva, per
così dire, il centro propulsore dell’Unione. Anche i laici aggregati all’Unione
avevano le loro regolari adunanze; essi si radunavano, in occasione delle
Feste, nella chiesa dell'Unione, cioè in San Paolo alla Regola, ove potevano
accostarsi ai santi Sacramenti e dove veniva loro impartita un'istruzione
adattata alla loro nobile missione.
A capo dell’Unione
stava un sacerdote, chiamato Regolatore primario il quale era poi coadiuvato
nella direzione delle diverse opere caritative da altri Regolatori secondari,
due per ogni opera. (Cfr. Idea e
regolamento della pia Unione di sacerdoti, cherici e secolari, canonicamente
eretta nel venerabile arcispedale di Santa Maria della Consolazione di Roma,
sotto l'invocazione e gli auspici di San Paolo Apostolo, Roma 1797; e Compendio istorico delle diverse opere di
carità sotto il nome di diramazioni nelle quali si occupa
Questa Pia Unione fu
istituita in Torino dal Lanteri il 22 febbraio del 1815 ed il suo campo di
azione furono gli ospedali, le prigioni, i poveri e l'insegnamento religioso.
Lo scopo della sua istituzione «si fu, dice il Lanteri, provveder di
confessori, istruttori, consolatori: ospedali, poveri abbandonati di città,
prigioni». Non sappiamo però se il Lanteri pensò di aggregarvi, come a Roma,
anche dei laici.
Il Servo di Dio fu il
Regolatore primario dell’Unione ed esercitò anche l’ufficio di confessore nelle
prigioni. Del caso di morale era invece incaricato il Teologo Guala. Non ci è
dato sapere sino a quando potè sussistere in Torino quest'Unione: i resoconti
delle adunanze sono del 1815 e 1816, mentre i casi di morale sono del 1816 e
1817.
Comunque però, anche
questa fondazione torna a mostrarci uno dei lati più importanti dello spirito
del Lanteri, quello di chiamare e spingere ad opere concrete di apostolato i
suoi confratelli sacerdoti.
DOC. XXXVII
EXCERPTA EX ACTIS quibus res gestae in comitiis
Piae Unionis Sancti Pauli Apostoli, Aug. Taurinorum institutae, describuntur,
annis 1815-1816. – Ex originalibus in
archivo Postulationis O. M. V. asservatis, S. II, 224.
Della Pia Unione di
San Paolo, fondata in Torino il 22 febbraio del 1815, ci sono pervenuti:
1° i resoconti di
alcune adunanze, tenute nel 1815 e nel 1816;
2° cinque casi di
morale, risolti tra il 17 dicembre 1816 e il 5 marzo del 1817. Questi
resoconti, ridotti quasi a semplici elenchi di nomi con qualche postilla
autografa del Lanteri, e questi casi di morale sono per noi assai utili, perché
ci fanno intravedere I’attività del Servo di Dio per questa Pia Unione.
Qui trascriveremo
soltanto il resoconto della prima adunanza (n. 1) e un elenco di aggregati (n. 2),
composto probabilmente nel 1816, con l’indicazione dei loro rispettivi impegni
caritativi. In ambedue figura il Servo di Dio, nel primo come Regolatore primario
della Pia Unione, nel secondo, come confessore delle prigioni.
Nel primo documento
abbiamo supplito la parola Regolatore dove il senso lo richiedeva ed abbiamo
indicato con un asterisco i nomi cancellati nell'originale. Le parti autografe
del Lanteri sono in corsivo.
1
«Soggetti della Pia Unione radunatisi li 22 febbraio 1815».[23]
Signori
Confessori Teologo Lanteri [24] Regolatore
» » Don Saccarelli 2° [Regolatore] per l’ospedale
» » Don Barucchi 1° [Regolatore] per le prigioni
» » Teologo Guala Conferenza
» » Teologo Daveri
» » Avvocato Rossi 1° [Regolatore] per l'ospedale
» » Don Andreis 1° [Regolatore] per i poveri della città
» » Don Molineri 2° [Regolatore] per i poveri della città.
Signori
Confessori Don Anselmetti Morizio 2°
[Regolatore] per le prigioni
» » *Don Gianoglio
» » *Don Rejnaudi
» » Don Loggero segretario
» » *Don Verulfì
» » *Teologo Bassi
» » Avvocato Boldrini
Lo scopo si fu provveder di
confessori, istruttoria consolatori: ospedali, poveri abbandonati di città,
prigioni. 1° Fu stabilito aver altri soggetti e parecchi se ne incaricano con
felice successo, come si vedrà nell'adunanza seguente; 2° furono incaricati
alcuni di provvedere la nota degli infermi d'alcune parrocchie della città,
come fu eseguito e si vedrà qui sotto.
2
Elenco di sacerdoti
dell'Unione con i loro relativi impegni
Ospedale: Signor Ab. Saccarelli confessore. Sforzate: D. Barucchi,
disposto a confessare soldati alla festa. Chiedere al Parroco di S. Agostino
biglietti pel Catechismo al Senato. Ospedale e S. Francesco: Teol. Lanza, conf.
Ospedale: Teol. Goffi conf. Anselmetti Giuseppe per i sani. Sforzate: Genesio.
Ospedale uomini: Padre Paschetti. Ospedale: Teol. Daverio conf. Ospedale e
Torri: Molineri conf., Teol. Guala conf., Avv. Rossi conf. Informarsi degli
esercizi militari. Ospedale: Verulfi e confessore per i prigionieri. Torri ed
ospedale : Andreis confessore. Ospedale uomini: Avv. De Stefanis, col Sig. D.
Paschetti. Ospedale e Catechismo: Chierico Loggero Luigi. Prigioni: Loggero
Giuseppe confessore, TEOL. LANTERI CONFESSORE, Chierico Ugo, Canonico Inglesio,
Anselmetti maggiore. Ospedale: D. Coda. Ammalato da istruire col Sig. D.
Verulfì, n. 201.
DOC. XXXVIII
EPISTOLA Sacerdotis I. B. Reynaudi ad Servum Dei
circa aggregationem piae Unionis S. Pauli Ap. Taurinensis primariae, Romae
existenti, Romae anno 1815, 9 decembris. – Ex
originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 490.
Il Servo di Dio
provvide a far aggregare alla Primaria di Roma l'Unione di San Paolo Apostolo
da lui istituita e diretta in Torino come si rileva dal contesto di questa
lettera. Egli dette quest'incarico a Don Reynaudi, benemerito sacerdote che
ritroveremo alla fondazione della Congregazione degli Oblati, il quale si
recava allora a Roma col progetto di entrare nella Compagnia di Gesù.
Con la lettera che
qui pubblichiamo il Reynaudi dà al Lanteri la notizia che la domanda di
aggregazione era stata accolta favorevolmente.
M.to Ill.re e M.to Rev.do P.ron Mio Stimat.mo
Per ubbidire prontamente ai suoi cenni per me sempre cari e
rispettabili, avendo, al mio primo arrivo in Roma, interrogato il Rev.do padre
Felice della benedetta Compagnia di Gesù, che, invece del padre Salvatore, si
trova ora alla testa della Pia Unione di San Paolo, cosa si ricercherebbe per
canonicamente stabilire un'altra Congregazione, che col [di] lei zelo e magisterio era già con santa emulazione nata in
Torino, ed ogni giorno andava aumentandosi fruttuosamente. A questo quesito,
molto rallegrandosi quel sì amabile, benché cieco uomo Apostolico, e
benedicendo la mano paterna del Signore, che, giammai abbreviata, dappertutto
suscita e conserva i sinceri emulatori del vero spirito, mi rispose: null’altra
cosa richiedersi fuorché il consenso espresso del Superiore Ecclesiastico, cui
si potrebbero unire i nomi dei capi e membri principali di questa
Congregazione, da canonicamente erigersi; e che ben tosto si sarebbe data ogni
premura il Rev.do padre Felice di spedir a Torino, ed a lei, le carte di
canonica istituzione, ed associazione e compartecipazione a tutti i beni
spirituali che in tanti luoghi da tanti membri di quest'unione già santamente
propagata si guadagnano; anzi mi ha dato, in presenza di Monsignor Cattani,
ordine preciso di subito scriverne a lei la risposta, acciò per niente si
ritardi il maggior merito dei pii collaboratori, e con attività si procuri la
maggior gloria di Dio.
La sola ubbidienza m'ha determinato a scriverle impertanto per
mezzo di questa mia una risposta, che V. S. m'aveva solamente incaricato di
portarle a viva voce. Se alle volte non mi fossi regolato a tenore delle sue
intenzioni sempre savie e prudenti, la prego di scusare la mia abituale
imperizia; io son sempre fatto per fallire, come lei per perdonare.
Mi raccomando fervidamente alle sue orazioni come di tutti i suoi
zelantissimi Congregati.
Ho l'onore di protestarmi con profondo rispetto e piena stima
Di V. S.
M.o Rev.da
Roma, li 9 decembre 1815
al Vicolo
del Moro porta N. 31
Umil.mo e Div.mo Serv.re
P.te Gio
Batta Reynaudi.
Al M.to
Ill.re M.to Rev.do Pa.ron Stim.mo
II Sig.
Teologo Lanteri Torino.
V – Documenta quae ad erectionem Convictus
ecclesiastici Taurinensis et ad relationes Servi Dei cum Theologo Aloisio Guala
pertinent,
annis 1816-1830
(Doc.
XXXIX-XLV)
La questione
dell'origine del Convitto ecclesiastico di Torino andrebbe trattata nella terza
parte della nostra documentazione, perchè strettamente connessa con
l'istituzione della Congregazione degli Oblati di Maria Vergine, di cui furono
fondatori il sacerdote Giov. Battista Reynaudi e il nostro Servo di Dio, come
diremo a suo luogo. Ne parliamo invece qui per raggruppare insieme tutta la
multiforme attività del Servo di Dio diretta ad una più alta e più completa
formazione del Clero. Infatti tale era ed è lo, scopo del Convitto
ecclesiastico Torinese, dove i giovani sacerdoti, prima di iniziare la loro
vita apostolica, si dedicano per un biennio allo studio pratico della teologia
morale e della teologia pastorale.
L'idea d'un Convitto
ecclesiastico da erigersi in Torino sta in relazione con le Conferenze di
teologia morale pratica, istituite nel 1738 presso l’Università di Torino da
Carlo Emanuele III e dall'Arcivescovo Francesco Arborio di Gattinara
(1724-1743) e, poco dopo, anche presso il Seminario dall'Arcivescovo Giov.
Battista Roero di Pralormo (1744-1766); rimesse in onore, dopo i ben noti
rivolgimenti politici dei primi del secolo XIX, dall'Arcivescovo Giacinto della
Torre il 26 novembre del 1811 (cfr. T. Chiuso,
I giovani
ecclesiastici che frequentavano tali conferenze vivevano privatamente in città
e taluni per difetto di mezzi conducevano una vita stentata e poco decorosa allo
stato ecclesiastico. Per ovviare a simili inconvenienti gli Arcivescovi di
Torino: Francesco Rorengo di Rorà (1768-1778), Vittorio Maria Costa di Arignano
|(1778-1796) e Giacinto della Torre (1805-1814) progettarono di creare una casa
ove raccogliere quei giovani sacerdoti abbandonati a se stessi, proprio mentre
lavoravano al perfezionamento della loro formazione spirituale, ma non poterono
giungere a nessun risultato pratico. Il Servo di Dio che si interessava così
attivamente, come abbiamo visto, di tutti i problemi riguardanti la vita morale
ed intellettuale del Clero, non poteva non occuparsi della sorte spesso infelice
dei giovani sacerdoti che frequentavano tali Conferenze. Così sul finire del
1816, egli pensò di servirsi degli Oblati di Maria Vergine, recentemente
istituiti nella cittadina di Carignano dietro suo espresso consiglio, per
creare in Torino un Convitto ecclesiastico, ossia una pensione per i suaccennati
giovani sacerdoti. A tale effetto il Lanteri, cui prestò aiuto anche il Teologo
Guala preparò un memoriale che gli Oblati presentarono poi al Vicario Capitolare,
Mons. Gonetti; il progetto non dispiacque all'autorità ecclesiastica, però quella
civile, da cui dipendeva la concessione della casa necessaria all'uopo, non si
dimostrò favorevole e ciò, non perché fosse aliena dalla fondazione del
Convitto, ma perché non era allora propensa alla introduzione di famiglie
religiose nella capitale (cfr. Doc. LXI, 11, pag. 380). La casa richiesta dagli
Oblati per
Siccome le pratiche
inoltrate presso l'autorità civile dagli Oblati per ottenere il suddetto
ex-convento non sortivano felice esito, intervenne il Teologo Guala, figlio
spirituale del Lanteri (cfr. Doc. XIII, intr.). Il Guala era allora rettore
della chiesa di San Francesco d'Assisi e contemporaneamente era anche direttore
di una Conferenza di teologia morale ch'egli teneva a giovani sacerdoti, presso
la chiesa suddetta. Ora, d'intesa col Lanteri, come risulta da vari indizi
contenuti nella nostra documentazione, e visto che la richiesta fatta dagli
Oblati era andata a vuoto, pensò di avanzare lui una richiesta, senza parlare
affatto di Congregazione religiosa, ma chiedendo semplicemente che nei locali
dell'ex-convento dei Frati Minori Conventuali si potesse erigere un Convitto
per i giovani ecclesiastici che frequentavano le Conferenze di teologia morale
e in particolare quella che lui dirigeva. La richiesta fu presentata l'8 agosto
del 1817 e il Regio Economo concesse immediatamente al Guala, dietro l'obbligo
d'un'annua pigione di lire 200, il predetto ex-convento.
Il Convitto
ecclesiastico potè essere aperto nel novembre dello stesso anno ed accolse
principalmente i giovani ecclesiastici che frequentavano
Col tempo le due
prime conferenze caddero rimanendo solo più quella del Convitto che raggiunse,
com'è noto, il suo massimo splendore sotto la direzione del B. Giuseppe
Cafasso; così poco a poco l'entrata e la permanenza nel Convitto ecclesiastico,
dapprima libere e spontanee, divennero per tutti i giovani sacerdoti
obbligatorie.
Gli autori che
trattarono sinora delle origini del Convitto ecclesiastico, ad eccezione naturalmente
dei biografi dal Lanteri non tenendo sufficientemente conto dei documenti
esistenti nell'archivio della Postulazione O. M. V., ne attribuirono la prima
idea e la fondazione al solo Guala (cfr. in particolare G. Colombero, op. cit., pp. 47-
Il fatto che il Guala
subentrò al Servo di Dio e agli Oblati di Maria Vergine nella fondazione del Convitto
potrebbe far nascere ad alcuno il sospetto che in seguito si fossero
raffreddate le loro buone e mutue relazioni; ma ciò non avvenne, poiché, come
già osservammo, l'iniziativa fu tra i due concertata in antecedenza.
Ecco una prova della
loro comune fraterna collaborazione: nell'archivio della Postulazione O. M. V.
(S. II, 255) si conserva ancora, un abbozzo di Regolamento del Convitto,
scritto di proprio pugno dal Lanteri, di cui il Teologo Guala tenne in parte
conto nella preparazione del Regolamento definitivo, approvato dall'Arcivescovo
Mons. Colombano Chiaverotti il 28 febbraio del 1821 (cfr. ibid., S. IV, 291).
Nella questione della
fondazione del Convitto il Lanteri e il Guala agirono dunque di comune accordo
e i fatti attesteranno che il Lanteri non fu mai estraneo al progressivo
sviluppo del Convitto, allo stesso modo che il Guala non lo fu nella
preparazione del suo progetto immediato che, come dicemmo, appartiene al Lanteri.
DOC. XXXIX
MEMORIALE a Servo Dei redactum circa
opportunitatem instituendi in civitate Aug. Taurinorum Congregationem O. M. V.
et Convictum ecclesiasticum, anno 1816. – Ex
copia contemporanea in archivo Postulationis O. M. V. asservata, S. I, 289a.
II memoriale che qui pubblichiamo
è per noi importante in quanto attesta direttamente che l'immediato progetto di
erigere in Torino il tanto desiderato Convitto per i giovani ecclesiastici, che
frequentavano le Conferenze di teologia morale, appartiene al nostro Servo di
Dio. Egli pensava di affidarlo agli Oblati di Maria Vergine, recentemente
istituiti in Carignano dietro suo consiglio; infatti, nel presente memoriale,
inoltrato ufficialmente dagli Oblati all'autorità ecclesiastica ma da lui
composto, egli chiede che venga estesa «in Torino
Nella elaborazione di
questo progetto il Lanteri ebbe per collaboratore il Teologo Guala come
risulta:
1° dal contenuto del
presente memoriale, dov'è questione della chiesa di San Francesco d'Assisi,
retta proprio dal Guala;
2° dal fatto che in
una copia del memoriale in questione, corretta dal Lanteri, v'è pure una
postilla autografa del Guala;
3° dall'aiuto
prestato dal Guala al Lanteri nel preparare il testamento della Contessa Silvia
Costaforte Sambuco (maggio 1817), o in favore dei Padri Gesuiti o degli Oblati
di Maria Vergine (cfr Doc. XLI).
Crediamo utile far
notare qui che il Lanteri, nell'espletazione delle pratiche sia per
l'approvazione della Congregazione, come diremo a suo luogo, sia per la sua
introduzione in Torino in vista dell'erezione del Convitto, volle rimanere
nella penembra: egli maturò l'idea e preparò i documenti necessari all'uopo, i
quali poi furono presentati alle autorità, com'era naturale, dagli Oblati di Maria
Vergine (cfr. Doc. LVI, 1).
Di questo memoriale
esistono nell'archivio della Postulazione O. M. V. (S. I, 250, 289a,
S. II, 228a.c) un abbozzo autografo del Servo di Dio e diverse copie
con correzioni del medesimo, di cui una postillata dal Teologo Guala. In quanto
alla data della sua composizione pare dal contenuto si debba attribuire al
novembre-dicembre 1816.
Per la nostra
edizione abbiamo scelto la copia più completa che certamente deve riflettere
meglio delle altre l'originale ora scomparso, presentato al Vicario Capitolare
di Torino.
Il mezzo più proprio per migliorare i costumi, e mantenere
tranquilli i Popoli, non havvi dubbio essere
Una di queste è il dare opportunamente pubblici Esercizi, l'altra
di promovere sempre più la frequenza della confessione sacramentale.
Ma appunto per queste due pratiche, benché richieste, e desiderate
da' popoli, mancano particolarmente gli ecclesiastici per essere questa una
occupazione troppo penosa, e faticosa, come pure perché mancano i necessari
mezzi di sussistenza a molti, che per lo zelo volentieri vi si consacrerebbero.
Al qual'oggetto si propone di estendere in Torino
1° Totalmente consacrarsi per dettare pubblici Esercizi in
qualunque città e paese, a giudizio del Superiore ecclesiastico senza veruna
vista temporale.
2° Attendere assiduamente, e con carità al confessionale nella
loro chiesa.
3° Assistere cordialmente per quanto loro sarà fattibile gli
infermi negli ospedali, e li carcerati, catechizzandoli, confortandoli, e
confessandoli, oltre un Convitto di novelli sacerdoti, e l'insegnamento pubblico
quando si crederà opportuno.
Col 1°, cioè col dettare pubblici Esercizi, si migliorano i popoli.
L'esperienza fece toccar con mano nelle diverse Diocesi del Piemonte
specialmente da due anni in qua li prodigiosi cangiamenti di popolazioni
intiere, prodotti da questo mezzo, ed all'opposto il deplorabile deterioramento
per difetto di esso.
Col 2°, cioè coll'attendere al confessionale, si mantengono
migliorati, anzi si offre con questo mezzo il comodo per confessarsi in
qualunque ora alli cittadini d'ogni condizione, ed impiego, ed anche ai
forestieri, i quali coll'occasione che vengono nella Città, centro delle
corrispondenze, cercano soventi di confessarsi, e si sa che molti per mancanza
di tale opportunità se ne ritornano con non minore loro rincrescimento che
danno inconfessi, essendo purtroppo pochi pel motivo sopra indicato i confessori
veramente assidui a tale ministero a proporzione del gran bisogno.
Col 3°, cioè coll'assistere gli infermi negli ospedali, ed i carcerati,
il basso popolo, cioè li servi, garzoni-artisti, eccetera, che circa 5 mila
annualmente escono guariti dagli ospedali, avendo ricevuto in essi coltura d'animo
colla impressione delle massime eterne, e coltivandosi poscia in dette massime
per mezzo delle confessioni, diverrebbero buoni cristiani, ed utili cittadini,
e questa classe, come ognun vede, è importantissima per la quiete pubblica.
Li carcerati poi, da turbolenti e nemici dell'Altissimo, e della
società, coltivati nella Religione in tempo in cui più ne abbisognano e sono
più in istato di sentirne l'impressione, non commetterebbero più tanti gravissimi
peccati di odio, di bestemmie, di scandali ecc., diverrebbero amici di Dio, e
qualora vengano rilasciati, non più nocivi, ma utili sarebbero alla società.
Con questi tre oggetti si viene dunque non solo ad impedire la
dannazione eterna di migliaia e migliaia d'anime, ma si prevengono milioni di
delitti, che impedir non possono le più rigorose, e veglianti leggi, e tolgonsi
più malfattori, che con qualunque forza armata, di modo che una tale Congregazione
sarebbe non solo utilissima pel bene spirituale delle anime, ma anche quasi necessaria
per la società civile.
Finalmente lo stabilimento di detta Congregazione presenterebbe ai
novelli sacerdoti tenuti tuttora allo studio della morale pratica e costretti a
dimorare in case secolari con pregiudizio dello spirito ecclesiastico,
presenterebbe dico, il comodo di una modica pensione a norma del seminario, che
Da questa Congregazione ne ridonderebbe poi un altro vantaggio
cioè a quelli, che hanno desiderio di ritirarsi in comunità, si offrirebbe con
questa una casa ecclesiastica, in cui potrebbero ed essere soddisfatti de' loro
voti, e divenire utili alla salute delle anime senza uscire dallo Stato, e Diocesi.
II punto sta nel trovare il modo di stabilirla, pel che sono necessari
li soggetti, il locale, ed i mezzi di sussistenza.
Riguardo alli soggetti, diversi sono già disposti a dedicarsi per
detta Congregazione. Riguardo al locale, la parte del convento, e casa
invenduta di S. Francesco d'Assisi sarebbe addatta.
Riguardo alla sussistenza la maggior parte de' detti soggetti sono
disposti a provvedersi del proprio, ed il piccolo provento della suddetta casa
invenduta supplirebbe per gli altri, che non sono in situazione di far altrettanto,
e per le riparazioni più urgenti, e provviste di prima necessità, e qualora vi
fossero maggiori mezzi, vi è speranza fondata di aumentare il numero de'
soggetti, onde basterebbe per tanto bene ottenere il suddetto locale, si, e
come si trova.
Potrebbe qui opporsi primieramente, che il locale suddetto, fu già
proposto per li religiosi di S. Francesco. Si risponde, che se vi è
probabilità, che questi vengano a risorgere, non s'intende di fare veruna
proposizione su questo locale. Da quanto però si vocifera, li religiosi figli
del convento suddetto si riducono a quattro o cinque al più, e tutti quanti li
Minori Conventuali nello Stato si riducono a cinquanta circa, de' quali buon
numero per sanità, vecchiaia, impieghi, non sarebbero più in grado di rientrare
in religione, e gli altri basteranno forse appena per compire gli altri due
conventi già ad essi proposti di Alba e Moncalieri, oltre la difficoltà di
fissare la dotazione necessaria pel convento di Torino.
Un'altra difficoltà potrebbe addursi, cioè che la chiesa del
locale suddetto è occupata. Si risponde, che gli Oblati di Maria non
abbisognano di fare alcuna innovazione riguardo a detta chiesa ed alloggio
degli inservienti alla medesima; loro basta il permesso di confessare in essa,
quale è da sperarsi sarebbe volentieri accordato dal Rettore di essa, persuasi
che questo progetto sarebbe anzi secondato dal suo zelo.
In mancanza poi del locale suddetto forse potrebbe convenire
quello della Consolata, o di S. Lorenzo, o qualche altro mentre ve ne sono dei
vacanti.
Si prega pertanto di esaminare bene questo progetto ai piedi del
Crocifìsso, e di Maria SSma Addolorata per tanti peccati, i quali verrebbero ad
impedirsi coll'esecuzione di quanto sopra, oltre il bene pubblico, che sarebbe
promosso colla sud.a Congregazione.
Li soggetti sovra indicati non hanno altro in mira che di rendere
felici i popoli in questo mondo e nell'altro colla pratica delle massime di
Religione.
In caso dunque di approvazione si supplica il Revdmo Sig. Vic.
Gen.le Capitolare di ottenere che Sua Maestà voglia degnarsi di accordare per
mezzo del Regio Apostolico Economato agli Oblati di Maria la parte del
convento, e casa invenduta di S. Francesco d'Assisi in Torino, onde potersi fin
dal principio del prossimo 1817 organizzare la suddetta Congregazione e
Convitto. [25]
DOC. XL
EPISTOLAE duae ad Regni Sardiniae Administrum ab
internis rationibus, ut videtur, quibus petitur ut conventus olim Fratrum Min.
Conventualium S. Francisci tradatur Congregationi Oblatorum M. V., annis
1816-1817. – Ex copiis contemporaneis in archivo Postulationis O. M. V.
asservatis, S. I, 289b.c.
Pubblichiamo qui due
lettere preparate dal Lanteri, ma presentate a quanto sembra dagli Oblati,
nelle quali si chiede al Ministro, come sembra, degli Interni, la cessione
dell’ex-convento dei Frati Minori Conventuali e l'annessa chiesa di San
Francesco per erigervi
Le due lettere non
recano l'indicazione della data e del destinatario, ma dal contenuto e dal
confronto con altri documenti si può dire ch'esse furono scritte sul finire del
1816 o nei primi del 1817 al Ministro degli Interni, come sembra. Gli originali
non furono ritrovati, però l'archivio della Postulazione O. M. V. ne possiede
le minute autografe del Servo di Dio (S. II, 230-231) e varie copie (S. I, 289b.c;
S. II, 230b). Qui diamo il testo contenuto nelle copie, perchè
meglio elaborato.
Queste due lettere
stanno in stretto rapporto col documento precedente e dimostrano l'interesse
con cui il Servo di Dio seguiva la pratica che doveva portare a Torino
1
Eccellenza,
Alcuni Ecclesiastici consapevoli per esperienza del gran frutto,
che producono gli Spirituali Esercizi, avendo per una parte molte richieste di
essi dalle popolazioni, ed altronde vedendo con rammarico la mancanza degli
Operai per tale oggetto, sono ansiosi di unirsi in comunità sotto il titolo di
Oblati di Maria SS.ma Addolorata, onde con maggior facilità soddisfare, per
quanto loro sarà possibile, al desiderio dei popoli e formare eziandio altri
soggetti per tal fine.
Essi sperano che il Signore vorrà benedire la loro intrapresa
mentre un numero sufficiente di Giovani Ecclesiastici, che attualmente sono
impazienti di entrare in qualche Comunità Religiosa, sono già disposti ad
aggregarsi a questa Congregazione, oltre che si somministrerebbe con essa uno
sfogo a quelli che in avvenire avessero una tal vocazione.
Ricorrono pertanto coll'approvazione del loro Superiore Ecclesiastico
a V. E. supplicandola di voler loro accordare, giusta la memoria qui annessa, [26]
2
Eccellenza,
Essendo noto a tutti massime da due anni in qua il gran bene che
risulta alla Società dalla riforma de' costumi per mezzo dei santi Esercizi, ed
essendovi richieste di questi da molte parti, un numero sufficiente di giovani
ecclesiastici, altronde, impazienti di entrare in Comunità Religiosa per meglio
dedicarsi alla salute delle anime, disposti sono già coll'approvazione del
Superiore Ecclesiastico ad unirsi in Congregazione sotto i1 titolo di Maria
Vergine Addolorata per soddisfare ai voti di tante popolazioni, e promuovere i
suddetti Esercizi. Sapendosi pertanto dai Medesimi che i Religiosi di S.
Francesco di Torino non sono in situazione di profittare del locale loro
accordato, ne conoscendosi altro locale vacante per questo, supplicano V. E. a
volersi accertare del fatto, ed in tal caso ottenere loro da S. M. giusta
DOC. XLI
EXCERPTA E TESTAMENTO Comitissae Costaforte
Sambuco a Servo Dei exarato, anno 1817, 17 maii. – Ex originali in «Archivio di Stato in Torino» asservato, Atti notarili,
notaio Riva.
L'interessamento
dimostrato dal Servo di Dio per la fondazione del Convitto ecclesiastico di
Torino, quale risulta dai documenti precedenti, viene confermato dal documento
che qui pubblichiamo. Si tratta del testamento della Contessa Silvia Costaforte
Sambuco, nata Rombelli d'Occhieppo, che, il 17 maggio del 1817, sotto l’impulso
del Lanteri, devolveva le sue sostanze al Collegio dei Padri Gesuiti esistente
in Torino al suo decesso, e nel caso contrario, alla Congregazione degli Oblati
di Maria ieretta o da erigersi nella medesima citta. Nel testamento non è fatta
menzione diretta del Convitto ecclesiastico, ma solo della Congregazione degli
Oblati; però dal Doc XXXIX sappiamo che uno degli scopi principali
dell’introduzione degli Oblati in Torino era appunto la fondazione del Convitto
ecclesiastico.
La preparazione di
questo testamento dovette riuscire assai laboriosa, poiché nell'archivio della
Postulazione O. M. V. (S. I, 290; S. II, 229) ne esistono parecchie minute – di
cui una autografa del Servo di Dio – con correzioni del Lanteri, del Teologo
Daverio e del Teologo Guala. La collaborazione del Lanteri e del Guala in
questo importante affare dimostra ch’essi lavoravano amichevolmente per lo
stesso scopo, vale a dire per gli Oblati e conseguentemente per il Convitto.
Di questo testamento,
oltre le minute sopra ricordate, possediamo l'originale, scritto dal Lanteri,
con la firma in calce ad ogni facciata della testatrice, e l'atto di
presentazione legale, redatto lo stesso giorno 17 maggio 1817, presso il notaio
Giuseppe Antonio Riva di Torino. (
1° lo stesso Guala nel suo testamento del 21
giugno 1848 (Archivio del Convitto ecclesiastico di Torino, Testamenti e
legati) in cui al § 12, parlando delle «passività già gravanti sull'attivo di
mia eredità», si riferisce genericamente ad un «testamento della fu Contessa
Sambuco»;
2° il Can. Giacomo
Colombero (Vita del Servo di Dio D.
Giuseppe Cafasso, con cenni storici sul Convitto ecclesiastico di Torino,
Torino 1895, pag. 62; cfr. anche Luigi Nicolis di Robilant, Vita del Venerabile Giuseppe Cafasso,
confondatore del Convitto ecclesiastico di Torino, vol. I, Torino 1912, pag.
XXXVII), il quale cita un passo di questo terzo testamento senza però dire dove
sia conservato.
Comunque il lavoro di
persuasione compiuto nel 1817 dal Lanteri presso
Testamento di me sottoscritta Silvia Costaforte Sambuco, nata Rombelli
Dochieppo.
Raccomando la mia anima a Gesù mio amabilissimo Redentore, a Maria
Santissima mia dolce Madre, al mio buon Angelo Custode, ed a tutti i miei Santi
Protettori.
Riguardo alle messe e funerali da celebrarsi in mio suffragio,
alla sepoltura, ed ai legati per i miei domestici, voglio che si eseguisca
quanto lascerò scritto in una nota a parte da me sottoscritta.
Istituisco in mio erede universale il Collegio dei Gesuiti che
esisterà in Torino al mio decesso; ed ove al mio decesso non v'esista in
Torino, istituisco in mio erede universale
E qualora nemmeno esistesse in Torino tale Congregazione,
istituisco erede universale
Voglio però che i soggetti di questa Congregazione di ecclesiastici
come sopra, da stabilirsi da S. Paolo, siano nominati e scelti, e le regole
della Congregazione anche per la nomina di elezione successiva in avvenire,
vengano stabilite dal Sig. Teologo Lanteri, ed in caso di predecesso o
d'impedimento del medesimo, dal Sig. Teologo Guala, i quali voglio che possano
ciò eseguire in tutto o in parte, per quanto loro spetta, anche prima della morte
di mio marito, salvo sempre il suddetto usufrutto.
Sarà facoltativo alla Congregazione di S. Paolo di prelevare a di
lei favore dai detti frutti ogni spesa che le occorra fare, sia per
l'amministrazione della eredità, sia per lo stabilimento di detta Congregazione,
e conversione dei frutti a pro della medesima, come la decima dei frutti
medesimi. Siccome però l'Istituto della Veneranda Congregazione suddetta si è
di convertire tutti i redditi in usi pii, così
E nel caso le presenti mie disposizioni circa
Potranno pure dette pensioni venire assegnate ad altrettanti
sacerdoti secolari di ottima condotta, abili e vogliosi di lavorare nella vigna
del Signore, ma altronde sprovvisti, con che si adoperino con zelo, carità, ed
assiduità, nel ministero della confessione e predicazione, massime dei santi
Esercizi, secondo il metodo di S. Ignazio, o almeno in quello della confessione,
e quest'ultimo ministero della confessione si eserciterà in quella chiesa di
Torino che verrà loro assegnata, o approvata dal Superiore ecclesiastico.
Voglio però che tanto i suddetti chierici che sacerdoti vengano
tutti nominati dalla Congregazione di S. Paolo con aggradimento del Superiore
ecclesiastico.
Voglio che qualunque scrittura da me sottoscritta relativa a
qualche disposizione di mia ultima volontà, faccia parte di questo mio Testamento,
e ne abbia l'intera esecuzione.
E questa è la mia ultima volontà che voglio vaglia per ragione di
Testamento sigillato, codicillo, donazione a causa di morte, ed in quell'altro
miglior modo che valer possa.
Torino li diciassette maggio milleottocentodiciassette.
f.to:
Silvia Costaforte Sambuco, nata Rombelli Dochieppo.
DOC. XLII
MEMORIALE circa necessitatem Convictum
ecclesiasticum Aug. Taurinorum erigendi a Sacerdote Guala conscriptum et Regio
Oeconomo Ecclesiastico Pedemontano porrectum, anno 1817, 8 augusti. – Ex originali in archivo Convictus
Ecclesiastici Aug. Taurinorum asservato.
II Teologo Guala vedendo
che la proposta di cedere l’ex-convento dei Minori Conventuali e la chiesa di
San Francesco d'Assisi per erigervi
Questo memoriale
trova posto nella nostra documentazione pur non parlando del Servo di Dio,
perché completa utilmente i documenti precedenti nei quali è chiara l’azione
del Lanteri in favore del Convitto.
MEMORIA
La necessità di avere buoni ministri nella Chiesa, e la mancanza
dei mezzi per ottenerli, fa riflettere:
Essersi sempre riconosciuto necessario agli Ecclesiastici, dopo il
quinquennio di teologia, lo studio della morale pratica, e perciò, ad istanza
dell'Arcivescovo, essersi nel 1768 ampliato da S. S. R. M. le pubbliche
conferenze morali, ed averne gli Arcivescovi, pro tempore, con rigorose leggi, esatto lo intervento a segno di
obbligare gli Ordinandi a vincolarsi col giuramento di intervenirvi per un
triennio intero.
Rendersi difficilissimo per non pochi giovani ecclesiastici tale
studio per altro sì importante, poiché, sebbene nel quinquennio provvisti di
ritiro, pensioni gratuite, vigilanza dei superiori ecc. al termine del medesimo,
ed al principio dello studio di morale pratica rimangono molti sprovvisti di
mezzi, salvo quello della pubblica Conferenza, perciò venire indotti altri si
procacciarsi il vitto in occupazioni estrinseche al ministero ecclesiastico,
altri a ritirarsi nelle loro patrie, ove bene soventi mancano di opportuna
coltura e di emulazione, diversi altri alienati da difficoltà, e dal tempo, tralasciano
affatto lo studio, quale negligentato ne deriva necessariamente:
1° la scarsità dei confessori, massime abili per ogni sorta di
persone, e per conseguenza una maggior difficoltà nei secolari di accostarsi al
Sacramento della penitenza;
2° la scarsità dei concorrenti alle parrocchie ed agli impieghi di
riglievo, oltre il pericolo di perdita dello spirito ecclesiastico, e così
moltissime di quelle piante, che nel quinquennio davano speranza di ottima
riuscita, diventavano sterili per mancanza dell'ultima coltura.
Quale danno ne derivi alle anime, e quanto da compiangersi in
circostanze di tanta penuria di ministri, non abbastanza potrebbe spiegarsi, e
pure troppo tutto dì si tocca con mano.
Vi si rimedierebbe in gran parte con un locale in cui potessero li
sudetti ricoverarsi senza costo di fìtto, e senza disturbi, e
Per tale locale sarebbe opportuno il terzo piano del convento di
San Francesco d'Assisi attualmente tenuto dal R. Economato, da restituirsi
all'occasione del ristabilimento in esso dei Minori Conventuali. Nel qual caso
è da sperare, che il Signore provvederà con altri mezzi (e così inservirebbe al
interinale alloggio degli ecclesiastici, addetti allo studio della morale
pratica sotto quei regolamenti, che il superiore ecclesiastico crederà
opportuni).
A tale oggetto vi sarebbe chi per una tanto buona opera si
offrirebbe di prendere il detto locale in affitto al prezzo di lire 200 annue e
convertire in tale guisa questa somma in uso così pio e così vantaggioso alla
religione.
Se pertanto il Regio Economato credesse opportuno di accettare
siffatta proposizione, contribuirebbe anche esso ad un tanto bene per
1° perché li tempi sono troppo critici onde trovare chi voglia
facilmente sacrificare il suo in pro di carità;
2° perché le dette camere sono tutte semplici, di fuga, interne,
parte a mezzanotte, senza lavelli, nè potaggieri, con un solo luogo comune, con
l'accesso per la scala della giudicatura civile e criminale, con corte a
quattro aperture in cui vi esistono le scuole della città, ed un serragliere,
senza cantine, ed in pessimo stato, ed attualmente non sono di verun reddito, ma
anzi in continuo deperimento;
3° perché la locazione sarebbe soggetta a risoluzione nel caso del
ristabilimento dei detti Minori Conventuali;
4° perché non sarebbe il caso di sublocazione.
Onde per tutti questi motivi li detti membri trovansi non
solamente pressocchè inabitabili, ma anche di difficile locazione, e questa
anche riuscendo, non lo sarebbe che a persone miserabili per non poter formare
un alloggio, e così di reddito assai difficile e tenue, di modo che sembra per
tutti li riflessi suddetti, troverebbe il Regio Economato ogni convenienza in
accettare la proposizione suddetta.
Torino, li 8 agosto 1817.
Teologo Luigi Guala.
Obbligandomi in proprio alla corrispondenza del
fìtto accennato nella suddetta proposizione di lire duecento annue.
Vista la sovrascritta memoria, l'Economo generale, in vista
dell'avvantaggio della Religione evidentissimo che vi sarebbe eseguendosi il
proposto progetto, e sentito particolarmente il Sig. Architetto di questo
ufficio, Rambaudi, che collauda la proposta locazione, ha accordato e accorda,
secondo le condizioni sovra espresse, il terzo piano del convento di S. Francesco
per l'uso proposto. Mandando il presente registrarsi in quest'ufficio.
Dat. li 8 agosto 1817.
Andrea Palazzi, economo generale.
Ferrero segretario generale
DOC. XLIII
EPISTOLAE SEX Sacerdotis Aloisii Guala ad Servum
Dei et ad Sacerdotem Iosephum Loggero quibus intima amicitia cum eodem Servo
Dei comprobatur, annis 1817-1830. – Ex
originalibus in archivo Postulationis O. M. V. asservatis S I 485, 3, 485, 4;
S. II, 233b 38b; S. I, 485, 8, 485, 11.
II personale
intervento del Teologo Guala presso il Regio Economato per ottenere lo stesso
convento di San Francesco d'Assisi, già richiesto dal Lanteri e dagli Oblati,
potrebbe far credere di primo acchito ch'egli commettesse una grave
indelicatezza verso il Servo di Dio e che, in conseguenza di ciò, intervenisse
un raffreddamento nei loro mutui rapporti. Se non che è ora fuori dubbio che in
tutto ciò esisteva fra i due un mutuo accordo; infatti, dalle lettere che
raccogliamo sotto questo numero e nei due Documenti che seguiranno, si vede che
il Lanteri continuò ad essere come prima per il Teologo Guala il maestro e il
fido consigliere, anche nelle cose del Convitto.
Le tre prime lettere
sono senza data e senza firma; dal contenuto pare si debbano attribuire ai
primi tempi dell'esistenza del Convitto, esse furono certamente scritte dal
Guala, come ne fa fede la sua caratteristica scrittura. La seconda non reca
indirizzo, ma un'antica nota d'archivio dice che fu scritta al Lanteri. Si noti
il carattere d'intima familiarità delle tre lettere.
La quarta contiene un
accenno al giuramanto imposto dal Re al Clero piemontese nel marzo del 1822. Il
personaggio NN cui allude, pare sia l'Arcivescovo di Torino, Mons. Chiaverotti,
del quale il Guala era confessore. Si tratta di un semplice biglietto senza
data, indirizzo e firma, ma l'accenno al Loggero e la caratteristica scrittura
non lasciano dubbio nè sul destinatario, il Lanteri, nè sul mittente, il Guala.
La quinta, scritta il
6 ottobre del 1827, come si ricava da una antica nota d'archivio, dimostra bene
quanto il Guala fosse afflitto nel vedersi separato dal suo «amabilissimo»
Padre, cioè il Lanteri allora Rettore Maggiore degli Oblati in Pinerolo, e nel
sapere che
La sesta, scritta il
27 febbraio del 1830 al Loggero, contiene accenni a preghiere private e pubbliche
fatte nel Convitto in occasione dell'ultima malattia del Servo di Dio e a
pratiche fatte dal Guala in Torino per introdurvi gli Oblati.
1
Rev.mo e Car.mo,
Ho già comperato il Devoti per spedire al dettogli Vescovo. Lo
prego dirmi se ho da mandargli l'unita collezione, e da proporle la pratica
legale del Galli, che ha un tomo indicante tutto quanto deve passare
all'Exequatur.
Balbino ha il Bercastel, ligato in rustico, ne pretende 75 franchi,
mi favorisca dire se l'ho da comperare pel convitto.
Calot desidererebbe leggere l'unito tomo, avendo licenza dei libri
proibiti.
È giunto Gariglio, a momenti sarà da me.
D. Gorlier dimanda risposta degli Esercizi, parmi, della Novalesa.
Siccome penso godrà di vedere almeno qualche effetto del zelo che
c'insinuò, così penso le farà piacere leggere l'unita, frutto appunto dei suoi
Esercizi. Siccome ho ancora da rispondervi, cosi me la rimandi.
II Convitto, all'arrivo di Revelli, resta di 12. Andrebbe bene venisse
ad onorarlo a pranzo, o cena, il giorno che vorrà.
Debbo uscire pel moribondo S. N. Genovese.
Le unisco il Catalogo; lo pregherei notare quelli da vendersi, per
far così piazza agli altri, dirmi se ho da far copiare il Catalogo su carte per
poter meglio ordinarli. Andrebbe bene notare quelli da tenersi qui a mano nella
mia camera, quelli pel Convitto, e quelli di riserva.
Mercoledì.
Al R.o
Signor Teologo Lanteri.
2
R. e C.o P[adre] in G.
C.
Mi trovo a mancare diversi tomi Biblioteca del Ferraris, e mi
ricordo che quest'estate V. S. mandò D. Loggero a prenderli, per portarseli a
Bardassano: se non ne avesse più bisogno, mi farebbe piacere mandarmeli.
Li Convittori, ossia D. Girardi ha dimostrato desiderio di
portarsi nello studio i libri di cui nell'unito Catalogo mi farebbe piacere
darvi una occhiata, per sapere se ho da lasciarli nello studio o no.
Favorisca pure mandarmi le cartine dei miei libri, sono nella
libreria sul tavolino vicino all'ultima finestra.
Avrei bisogno di alcune copie: Manuale
Pauperum, uno bisognerebbe mandarlo a Monsignor Sappa.
Bisognerà anche si occupi per rispondere finalmente all'unita di
Monsignor Sappa.
Si ricordi anche di leggere la lettera venuta al mio indirizzo
dalla Penitenzieria, e notar in carta a parte le sue osservazioni.
3
Unisco l'indice che mi disse di nuovamente rimetterle, per vedere se
v'è altro a copiare. A suo comodo poi favorisca restituirmi il manoscritto
delle cose già copiate, acciò possa leggerlo, e se le vien alle mani potrebbe
rimetterlo a casa col mio indirizzo.
Prima di partire dovetti parlare un po' brusco col S. D. Barucchi,
il che m'inquietò. Da Rivalba alla Canova soffrii un cocente sole che mi lasciò
sbalordito.
Si ricordi del libro relativo all'Abert per far copiare e
scrivere.
Penso che il primo autore di Teologia che verrà proposto, comunque
sia per essere, sarà per essere disapprovato, tal è l'indole dei Torinesi.
Perciò vo pensando se sia meglio non insistere nel proporne uno, ed aspettare
che siansi fatte le ciarle.
Osservi se la presente è sigillata.
Si ricordi di mettere a parte libro esercizi per me.
Saluti Daverio.
Se
6 ottobre Rivalba.
Al R.mo S.
T. Lanteri.
4
[marzo 1822]
Si tratta di voler esigere un giuramento anche dal Clero.
N. N. non è consultato. Ieri per iscritto rappresentò contro. Teme
non essere ascoltato.
Se V. S. avesse qualche legge ecclesiastica o qualche lume per
impedire, me lo comunichi, ma presto, poiché sembra che senza questo tutto
rovini.
Metta la presente al fuoco.
E questo sii in secreto. Può farne la confidenza a Loggero.
5
[Torino, 6 ottobre 1827].
Reverend.mo, ed Amabilissimo in G. C. P[adre]
Mai pensai fosse per non eseguire V. S. Car.ma la volontà della
defonta. Intendeva solo informarla secondo le promesse, e sul supposto non le
fosse in tutto nota. Lo dubitare di tal sua disposizione sarebbe ingiuria
decisa e grave contro V. S. Lo sentirmene improvvisamente incolpato d'essa, mi
inquietò, massime in tali circostanze, e nell'occasione di separazione:
separazione veramente dolorosa in sé, e per vari titoli, vedendomi isolato, e
pel timore che l'accompagna, di più amareggrata da freddure senza mia colpa.
Quest'è quanto mi ricordo. [27]
II Signore però me ne sembra glorificato, perché ho continua
memoria a pregare per
Suo Aff.mo in G. C. ed Obbl.mo
T. Luigi Guala.
Al Rev.mo
P.ron Col.mo Il Rev.mo T. Pio Brunone Lanteri
Rett.
Magg. Congreg. Oblati
Pinerolo.
6
V. G. e M.a
[Torino, 27 febbraio 1830].
Car.mo in G. C.
Appena avuto il vostro avviso di malattia, feci fare un triduo.
Tutti i Convittori, ed in pubblico ed in privato pregarono. Indi comunicava le
lettere in casa Massimino, Baldissero, Grimaldi, Collegno, ecc. Sia ringraziato
il Signore: Ma intanto vi prego a darmene dettagliate notizie.
Sono attorno a leggere l'unito, se ve lo procuraste, son sicuro
che piacerebbe al P. Lanteri, poiché ha moltissime cose simili alla Congregazione.
Mi scrive in secreto. Sono attorno per indurre destramente e senza
comparsa questa città a domandare gli Oblati di M. SS. Vedo molte difficoltà, e
gravi, ed opponenti non pochi, ma se qualche pedina fa il suo giuoco, ne spero
favorevole l'esito. Tentare non nocet.
Questo lo prego di tenerlo secreto, ma d'investigare secretamente se avrebbero
soggetti; che si ricercherebbe oltre l'alloggio e Chiesa, per la manutenzione
del loro Convento. Mi tornerebbero necessarie queste notizie.
Medita, o Loggero, e rispondi.
V'abbraccio.
V.o Aff.mo in G. C.
T. Col[legiato]
Luigi Guala.
Al M. R.
P. Loggero
Oblato di
M.a SS.
Pinerolo.
DOC. XLIV
EPISTOLA Servi Dei ad Sacerdotem Craveri, anno
1819, 22 decembris. – Ex originali in
archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. II, 34 bis.
Questa lettera del
Lanteri al Teologo Craveri, parroco di Andezzeno (cfr. Doc. LXXVII) è molto
importante perchè mette bene in luce l'intimità dei rapporti esistenti fra il
Servo di Dio e il Guala. L'archivio della Postulazione possiede l'originale
della lettera.
Torino, li 22 dic. 1819.
V. G.
Pregiat.mo e car.mo in G. C.
Si è nuovamente trattato col T. Guala per vedere se era fattibile,
o per dir meglio se sarebbe stato di maggior gloria di Dio, che avesse egli
rinunciato di ritenersi pel convitto il Signor D. Bagnasacco per rimetterlo a
V. S. car.ma, ma non ho saputo oppormi alle forti ragioni del medesimo, onde mi
rincresce di doverle dire che convien ch'Ella rinunci affatto a questa vista.
Non si scoraggisca però in continuar a cercare un altro Vice Curato, perché i
motivi che Ella adduce ne dimostrano il bisogno, ed è a sperare che il Signore
tardi o tosto vorrà accordagliene uno secondo il suo cuore.
Ho rimesso al Sig. D. Bagnasacco
Non ho ancora potuto trovare gli opuscoli del Muzzarelli, ma non
li perderò di vista e subito trovati glieli spedirò. Profitto intanto
dell'occasione per augurarle dal Divin Bambino tutte le più grandi grazie per
la sua santificazione, la prego avermi pur presente presso il medesimo per
l'istesso motivo, e con tutta la stima e particolare affezione mi protesto
Di V. S. Stim.a e Car.ma
Suo Obbl.mo ed Aff.mo in G. C.
T. Pio Bruno Lanteri.
Al M.
Ill.re M. Rev.do Sig.r P.n Col.mo
Il Sig.r
Teol. Luigi Craveri
Prevosto
d'Andezeno
Chieri per Andezeno.
DOC. XLV
EXCERPTUM ex epistola Servi Dei Eugenii de Mazenod
ad Sacerdotem Tempier, Genuae anno 1825, 16 novembris. – Ex ephemeride «Missions de
Nel suo viaggio a
Roma negli anni 1825 e 1826, il Servo di Dio Carlo Giuseppe Eugenio de Mazenod,
fondatore degli Oblati di Maria Immacolata, passò per Torino e fu ospite del
Convitto ecclesiastico e del Collegio dei Padri della Compagnia di Gesù. Dal
Convitto egli scrisse ai suoi confratelli di Marsiglia, e per essi al R. P.
Tempier, tre lettere, di cui l'ultima fu terminata a Genova. In questa, fra l’altro,
traccia il profilo del Teologo Guala, direttore del Convitto, e poi del Lanteri,
qualificandolo come maestro, amico e superiore del Guala «le maître, l'ami et
le supérieur de cet autre Théologien Gualla» e suo «chef et maître». Queste
qualifiche confermano pienamente quanto sopra dicemmo sulle relazioni da
discepolo a maestro che correvano fra il Guala e il Lanteri.
Delle tre lettere surriferite,
daremo soltanto un estratto della terza, vale a dire il passo ove il de Mazenod
traccia con mirabile concisione la figura morale del Lanteri.
Le lettere scritte
dal de Mazenod, in occasione del suo viaggio a Roma per l'approvazione della
sua Congregazione, furono stampate nel Bollettino degli Oblati di Maria
Immacolata: Missions de
Gênes, le 16 novembre 1825.
Je n’eus pas le temps d’achever ma lettre à Turin, parce que le
grand Théologien Lanteri étant arrivé, il me demanda en grâce de lui accorder
tout le temps libre que j’aurais avant mon départ. Il y avait tant à gagner
dans sa conversation pour tout, que je n’eus pas de peine à lui accorder une
faveur dont je devais retirer plus d’avantage que lui. Ce saint, bon et savant personnage est le
maître, l’ami et le supérieur de cet autre Théologien Gualla (sic), dont je vous ai parlé dans mes
autres lettres. Dès le premier instant de notre première entrevue, je lui
inspirai autant d’affection et de confiance que j’éprouvais de vénération pour
lui. C’était pour ainsi dire la répétition de ce qui s’était passé avec D.
Gualla (sic), avec cette différence
qu’étant chef et maître, il ne mit aucune restriction dans les témoignages de
confiance qu’il me donna. Quand je ne serais venu à Turin que pour voir ces
deux hommes, mon temps et l’argent de mon oncle eussent été bien employés. Je
ne puis pas vous dire par écrit ce qui fit le sujet de dix ou douze heures de
conférence; le sujet en valait la peine. Il faut
bien que je réserve quelque chose à vous dire de vive voix. L’opinion qu’a bien
voulu concevoir de moi le Théologien Lanteri a confirmé mes anciens amis dans
la bienveillance qu’ils avaient déjà pour moi, et j’ai lieu de croire qu’ils se
mettent en devoir d’en donner des preuves…
Mazenod.
VI – Documenta quae ad Piam Societatem Amicitiae
Catholicae pertinent, annis 1817-1829
(Doc.
XLVI-LIII)
1. Origine dell'Amicizia Cattolica
Nel verbale della
prima seduta della risorta Amicizia Cristiana, tenuta sotto la presidenza del
Servo di Dio il 3 marzo del 1817 (cfr. Doc. XXXII), si trova consegnata la
proposta del Cavaliere Luigi Provana di Collegno di istituire una «Associazione
pubblica per promuovere la circolazione di libri buoni, come un ramo dell'Amicizia
Cristiana da contrapporsi particolarmente alla società così detta biblica dei
Protestanti». Il Collegno alludeva alla ben nota Società Biblica protestante, fondata
in Londra nel 1804, comprendente la «società di Bibbie» per la diffusione dei
Libri Sacri e la «società di Trattati» per la diffusione dei libri religioso-morali.
Il progetto del Collegno era quanto mai opportuno e la nuova società non era
destinata a rimanere un semplice ramo dell'Amicizia Cristiana, ma presto doveva
completamente assorbirla, rinnovandone, non già il programma di apostolato
della buona stampa che rimase immutato, ma soltanto lo statuto, onde rendere la
sua azione più efficace e più adatta alle esigenze del nuovo clima religioso e
politico che si era venuto formando in Piemonte dopo la restaurazione monarchica.
Seduta stante, il
Lanteri, capo e riorganizzatore dell'Amicizia Cristiana, e gli Amici Cristiani
presenti approvano la nuova società e le assegnano immediatamente un fondo di
libri e un sussidio di 450 franchi per la ristampa dell'opuscolo intitolato Pensateci bene. Siccome poi secondo il
progetto primitivo la nascente Società avrebbe dovuto rimanere in stretta
relazione con l'Amicizia Cristiana, si stabilì:
«1° che non si
adottasse in essa alcun libro a Catalogo, il quale o non vi si trovi già nel
Catalogo dell'Amicizia Cristiana, ovvero non vi sia prima ammesso d'unanime
consenso dei Teologi dell'Amicizia Cristiana, come è prescritto nei Cayers;
2° essere inoltre
conveniente che l'Amicizia Cristiana venga informata di quando in quando delle deliberazioni
che vi si prenderanno riguardo alla distribuzione dei libri, affinchè non si
duplichino le operazioni» (Doc. XXXII).
Di fatto però col
2. Scopo ed ordinamento
dell'Amicizia Cattolica
Da alcuni documenti
che pubblicheremo tra poco risulta, in modo evidente, che l'Amicizia Cattolica
è, sotto una nuova veste, la continuazione dell'Amicizia Cristiana. Difatti gli
Amici Cattolici si gloriavano di avere per loro antesignano il celebre Padre de
Diessbach (cfr. p. es. Doc. XLIX, pag. 241) che già conosciamo, come il
fondatore dell'Amicizia Cristiana, la quale aveva tra i suoi scopi precipui,
come si è visto, la diffusione dei buoni libri. Ora, nei Regolamenti della Società dell''Amicizia Cattolica, Torino 1819, pag.
3 (Archivio della Postulazione O. M. V. S. I, 315) si dichiara appunto che lo
scopo della Società «si è quello di distribuire libri di religione e di pietà
alle persone che non potrebbero-procacciarsene tanto per mancanza di denaro,
come per inesperienza in siffatta materia». Per raggiungere questo comune
nobile scopo si mobilitarono largamente, a differenza dei pochi e segreti Amici
Cristiani di prima, le energie dei cattolici Piemontesi; si stabilì difattì che
all'Amicizia Cattolica potesse prendere parte, come associata ossia socio
sostenitore, facendola partecipe dei favori spirituali concessi da Pio VII, il
5 novembre 1818, «qualunque persona che professi
Gli associati non
avevano nessuna ingerenza nella direzione della società, la quale era devoluta
in modo esclusivo ad un piccolo numero d'uomini scelti, provenienti dall'Amicizia
Cristiana o comunque eminenti per virtù, sapere e posizione sociale. Dalla direzione
o amministrazione dell'Amicizia Cattolica erano esclusi i sacerdoti – fuori di
Torino questa regola non fu osservata – e ciò per due motivi:
1° «per riflessi
prudenziali» onde evitare la fobia anticlericale di certi partiti politici e,
2° per dare maggiore
sviluppo all'apostolato dei laici che più facilmente avrebbero potuto penetrare
negli ambienti chiusi al sacerdote o a lui meno noti.
Al qual riguardo ci
piace citare il seguente brano di una lettera, scritta dal segretario dell''Amicizia
Cattolica al Canonico Buzzetti di Piacenza (novembre 1821). «L'opera di loro [cioè dei laici] giunge – osserva il
segretario – dove non arriverebbe l'ecclesiastico; e forse ancora certo più sottil
discernimento può avere l’uom di mondo dei libri più opportuni a giovare
nel mondo, del quale il sacerdote che vive sacerdotalmente non può sempre
conoscere tutte le schifiltà» (Archivio della Postulazione O. M. V., S. I,
316).
Esclusi dalla direzione,
ma non dalla società, i sacerdoti ne potevano far parte sia come Associati, sia
come «teologi» ossia censori dei libri da introdursi nel catalogo, conforme
si era stabilito nell'atto stesso di fondazione. La scelta di questi «teologi»,
qualora non ci fossero quelli dell'Amicizia Cristiana, doveva essere fatta con
particolare cura. «In quanto alla purità della dottrina [di un'opera] – così la lettera testè citata – si prende il parere di
qualche teologo del quale ci sia nota la perfetta uniformità ai nostri
principi». Siccome fuori Torino anche i sacerdoti avrebbero potuto partecipare
alla direzione dell'Amicizia Cattolica, per la loro scelta si dovevano seguire
alcune regole prudenziali. «Nella scelta degli ecclesiastici – continua la
sopracitata lettera – più ancora che dei secolari, attesa l'autorevolezza
giustissima del loro ministero; sono necessarie le seguenti avvertenze. Siano
gelosissimi della dottrina romana e della divozione al successor di San Pietro.
Tengano realmente la norma di lasciare in
dubiis libertatem di maniera tale che quando il Papa non ha definito,
quando non ha manifestato decisa predilezione per una dottrina, non pretendano di
esercitare un'autorità che ad essi non compete, di pronunciare l'esclusiva
circa ad opinioni, sulle quali non l'ha neppur indicata chi tanto sta sopra di
loro». In somma il sacerdote sia nella sua missione di «teologo», come anche in
quella di direttore o amministratore, occupava nell'Amicizia Cattolica un posto
di prim'ordine: egli doveva essere l'assertore della sana dottrina e il vigile ed
intelligente censore dei libri destinati alla pubblica distribuzione o lettura.
La direzione o
amministrazione dell'Amicizia Cattolica Torinese era devoluta esclusivamente a
10 uomini, chiamati Amministratori, i quali stavano alle strette dipendenze
dell'autorità ecclesiastica diocesana «questa Società – dichiarano i Regolamenti,
Torino 1819, pag. 11 – riconosce per suo capo e protettore Monsignor
Arcivescovo di Torino». I requisiti per essere assunto nel collegio degli Amministratori
erano i seguenti: vita cristiana edificante, zelo per la religione, posizione
sociale influente e buona cultura. Essi dovevano attendere nella più perfetta uguaglianza
e nella più cordiale armonia a tutto ciò che occorreva per il buon andamento
della Società, come provvedere alla sua diffusione, raccogliere i fondi per le
pubblicazioni e distribuire i libri. Per assicurare ordine e continuità nel
proseguimento dei loro scopi, gli Amministratori dovevano scegliere nel loro
numero:
1° un Segretario al
quale spettava il compito di dirigere
2° un Tesoriere per
amministrare i fondi tanto in denaro quanto in libri e per riscuotere le
annualità dagli Associati;
3° due
Distributori-capi per la sistematica distribuzione dei libri;
4° un Direttore delle
stampe per attendere alle pubblicazioni fatte per cura dell'Amicizia;
5° un Corrispondente
generale e alcuni particolari per regolare le relazioni con i Soci
Corrispondenti.
Questa categoria di
Soci, detti anche Amministratori Corrispondenti, era costituita da persone che
vivevano abitualmente fuori Torino e che lavoravano secondo il programma
dell'Amicizia Cattolica; a loro incombeva il compito di raccogliere offerte e
distribuire libri nei centri dove abitavano. La loro ammissione non avveniva a
caso, ma si procedeva con le stesse cautele che per gli Amministratori; fra
questi Soci Corrispondenti si trovano annoverati non solo laici, ma sacerdoti e
perfino Vescovi.
Per la trattazione
degli affari concernenti
3. Il Catalogo dei libri dell'Amicizia Cattolica
In quanto ai libri
che l'Amicizia Cattolica avrebbe distribuito o dato in lettura si era
stabilito, nell'atto stesso della fondazione, ch'essa avrebbe adottato nel suo
Catalogo i libri già inseriti in quello dell'Amicizia Cristiana o che sarebbero
in seguito approvati dai «teologi». Difatti il Catalogo stampato dell'Amicizia
Cattolica ha preso per base quello dell'Amicizia Cristiana, il quale fu adattato
ai tempi nuovi ed arricchito di opere più recenti. Però l'inserzione di una
nuova opera nel Catalogo non poteva avvenire che col consenso
di tutti gli Amministratori; inoltre perche l'inserzione fosse irrevocabile
occorreva che l'opera in questione venisse nuovamente ammessa, dopo un anno
dalla sua prima accettazione. Questa circospezione, che potrebbe sembrare
eccessiva, dimostra bene quanto fossero sani gli intenti di quel piccolo ma attivo
gruppo di cattolici militanti che dirigevano l'Amicizia Cattolica.
Nel Catalogo stampato
nel 1819 figurano 140 opere con l'indicazione, a mezzo di numeri, delle classi
di persone alle quali erano destinate. I lettori, anziché in otto classi come
nel Catalogo dell'Amicizia Cristiana, erano divisi in undici classi e cioè:
«I. Quelli che
dubitano della verità della religione per mancanza della necessaria istruzione;
II. Quelli che
dubitano della verità della religione, in seguito a letture di autori empi o di
settari;
III. Quelli che
lottano collo spirito del mondo o colle proprie passioni;
IV. Gli scrupolosi e
quelli che sono tentati di scoraggiamento;
V. Gli afflitti o
tribolati;
VI. Le persone meno
colte nelle quali si vuole eccitare la compunzione, specialmente in occasione
di pubblici esercizi;
VII. I giovani ed i
ragazzi, che si vogliono allettare al bene;
VIII. Quelli che
attendono alla perfezione cristiana;
IX. Quelli ai quali
si vuole ispirare il gusto della lettura;
X. Quelli che non si
conoscono a sufficienza;
XI. Le persone colte
e date allo studio».
4. Saggio di statistica dei libri distribuiti dall’Amicizia Cattolica
In genere l'Amicizia
Cattolica preferiva divulgare opere di piccola mole, perché maggiormente
gradite dal pubblico; inoltre essa provvedeva alla stampa di manifestini con
ricordi, avvisi e massime spirituali che dovevano essere distribuiti in
occasione delle Sacre Missioni e dei Santi Esercizi. Però, onde allontanare
dalla distribuzione di libri ogni sospetto dì speculazione, l'Amicizia Cattolica
non accettava mai che si corrispondesse il prezzo del volume; qualora poi, per
ragioni speciali, i libri fossero ceduti al prezzo di costo, il provento
ricavato non doveva figurare nel libro dei conti annuali come prezzo di
vendita. Onde sempre meglio allontanare il sospetto di speculazione, dal 15
febbraio del
Il Marchese Cesare
Taparelli d'Azeglio, segretario e principale sostenitore dell'Amicizia
Cattolica di Torino, scrisse al principio del
5. La fondazione de «L'Amico d'Italia»
Tra le iniziative per
la buona stampa, sorte nell'ambito e con l'appoggio dell'Amicizia Cattolica Torinese,
merita un particolare ricordo la pubblicazione de L’Amico d'Italia, giornale morale di lettere, scienze ed arti, di
cui fu fondatore e redattore il valoroso Marchese d'Azeglio. Il progetto di questa
fondazione già accarezzato dal d'Azeglio sin dal 1820 si avviò rapidamente
verso la sua pratica attuazione dopo che l'Arcivescovo di Genova, Mons. Luigi
Lambruschini, presente all'adunanza degli Amministratori dell'amicizia del 1°
novembre 1821, parlò dell'«utilità anzi della necessità di un foglio periodico
impastato dello spirito nostro» (cfr. Verbali, archivio della Postulazione O.
M. V., S. I, 311). Poco più di due mesi dopo, il 24 gennaio 1822, il d'Azeglio
offriva difatti ai suoi colleghi dell'Amicizia il primo numero de L'Amico d'Italia, che doveva poi uscire
regolarmente fino al 1829 (cfr. Pirri, Cesare
d'Azeglio e gli albori della stampa cattolica in Italia, in
In quanto al
contributo dato dall'Amicizia Cattolica alla pubblicazione de L’Amico d'Italia, è bene far notare che
fu solo un contributo morale e non già finanziario, poiché in virtù di una disposizione
degli Statuti nessuna opera di cui fosse autore uno degli Amministratori della
Società poteva essere proposta ufficiaImente da essa; onde il d'Azeglio raccomandava
ai suoi lettori di non confondere «l'Amicizia Cattolica e L'Amico d'Italia» (cfr. L'Amico
d'Italia, vol. VII, 1825, pag. 56).
6. Diffusione dell'Amicizia Cattolica
Fuori di Torino, Roma
soltanto ebbe una vera e propria Amicizia Cattolica; essa fu fondata nel 1820
dal Cav. Gherardo de Rossi, membro corrispondente di quella Torinese sin dal
1817. Ne fu membro attivissimo Mons. Ostini e protettore il Card. de Gregorio (cfr.
G. Costanzi, L'Osservatore di Roma,
Roma 1825, vol. I, pp. 176-179). Ma alla morte del Cardinale, avvenuta il 7
novembre 1839, essa scomparve e i libri destinati alla distribuzione furono
depositati in Santa Maria della Pace, continuandone la distribuzione
In altre città si
trattò soltanto di stabilire delle «Colonie», ossia succursali minori, come in
Mondovì, Modena, Fossano, Saluzzo, Novara. Genova, Rovereto – il Rosmini fu un
entusiasta dell'Amicizia Cattolica – Piacenza, Cagliari ecc. e perfino in
alcune città della Francia e in Friburgo di Svizzera; di tutte queste «CoIonie»,
ad eccezione di quella di Mandovi, poco o nulla sappiamo anche perché alcune
rimasero allo stato di progetto, difatto però in molti di questi centri
lavoravano zelanti Soci Corrispondenti.
7. Soppressione dell'Amicizia Cattolica Torinese
L'Amicizia Cattolica
di Torino ebbe vita fiorentissima fino al 1826 circa, quindi ostacolata dal
Governo decadde rapidamente e finì coll'essere soppressa nel
In somma tanto si
fece che il re Carlo Felice «il quale – scriveva il 6 maggio
8. Il Lanteri e l'Amicizia Cattolica
Come sopra
accennammo, in Torino gli ecclesiastici vennero esclusi dall'Amministrazione
della Società per motivi prudenziali. Nessuna meraviglia quindi, se nella
documentazione ad essa relativa, il Lanteri non figurerà quasi mai. Tuttavia i
seguenti dati di fatto che abbiamo potuto raccogliere – pochi in verità –
confermeranno non solo che il Lanteri partecipò come socio ordinario
all'Amicizia Cattolica, ma ci permetteranno di intravvedere e talvolta di
constatare il contributo di lavoro e di esperienza da lui dato alla nuova
Società, tutta ed unicamente intesa e consacrata alla diffusione della stampa
cattolica.
1° II Servo di Dio,
presente al momento della fondazione dell'Amicizia Cattolica (3 marzo 1817),
approva pienamente la nuova Società nella sua qualità di capo, ossia di primo
Bibliotecario dell'Amicizia Cristiana, siccome risulta dal verbale redatto di suo
proprio pugno (Doc. XXXII).
2° Per l'ammissione
di nuovi libri nel Catalogo, gli Amministratori dell'Amicizia Cattolica
dovevano interpellare i «teologi» dell'Amicizia Cristiana conforme alla norma
stabilita nel verbale della fondazione della Società (cfr. Doc. XXXII). Ora,
siccome era ben nota a tutti la competenza del Lanteri nell'analisi dei libri,
e chiaro ch'egli dovette godere la fama del più competente dei «teologi». Di
questa sua attività abbiamo purtroppo una sola testimonianza nel verbale
dell'Amicizia Cattolica del 27 settembre 1821 (cfr. Doc. XLIX, pag. 241).
3° L'Amicizia
Cattolica consegna tra il 1823 e il 1825, su domanda del Lanteri, 18.347 volumi
da distribuirsi in occasione delle sante Missioni (cfr. nota dei libri rimessi
dalla Società dell'Amicizia Cattolica, sulla domanda del Reverendissimo Signor
Teologo Lanteri, per essere distribuiti in diverse Missioni, conservata nell'archivio
della Postulazione O. M. V., S. I, 313).
4° Nel
5° Dopo aver ottenuto
il Breve di approvazione della Congregazione (1° settembre 1826), il Lanteri
parla al Barone Penkler dell'Amicizia Cattolica, come di un'opera di cui è a
parte (Doc. LI).
6° In alcune lettere
del 1826, scritte dal Teologo Daverio (Doc. LII, int.) e dal d'Azeglio mentre
la campagna contro l'Amicizia Cattolica si stava acuendo, il Servo di Dio
figura perseguitato al pari del d'Azeglio, Segretario dell'Amicizia e suo
figlio spirituale (Doc. LIII, 1).
7° Fra i più attivi
Amministratori dell'Amicizia Cattolica figurano, oltre il d'Azeglio, il
Marchese Massimino, il Conte Piobesi e il Cav. Luigi di Collegno; ora tutti
questi personaggi facevano parte del consiglio direttivo dell'Amicizia
Cristiana (cfr. Doc. XXXII), quindi erano uomini formati all'apostolato dal
Servo di Dio o comunque viventi nel suo ambiente spirituale.
In conclusione questi
pochi dati di fatto ci sembrano autorizzare, ora che conosciamo che cos'è e
com'era organizzata l'Amicizia Cattolica, a credere notevole l'opera
esercitatavi con somma discrezione dal Lanteri.
La documentazione che
seguirà avrà necessariamente un carattere suo proprio: essa tenderà innanzi
tutto a mettere in evidenza l'attività dell'Amicizia Cattolica che sostituì
l'Amicizia Cristiana e la campagna di diffamazione di cui fu oggetto, toccando
purtroppo solo qua e là l'opera del Lanteri. Però, se si terranno presenti,
leggendo questi documenti, i sette dati di fatto sopra elencati, si potrà scorgere
la mano del Servo di Dio che senza apparire pubblicamente dirigeva e teneva
compatto quel gruppo di valorosi Cattolici Torinesi, autentici pionieri
dell'apostolato della buona stampa, i quali, in pochi anni, diffusero nel Regno
Sardo, in Italia e perfino nell'America del Nord diecine di migliala di volumi.
DOC. XLVI
EXCERPTA E RELATIONE cui titulus «Memorie della
Società degli Amici Cattolici», anno circiter 1818. – Ex originali in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 309.
Diamo qui alcuni
brevi estratti di un resoconto del primo anno di vita dell'Amicizia Cattolica,
redatto probabilmente nel
1° l'approvazione
esplicita della Società da parte dell'autorità diocesana di Torino;
2° l'origine del nome
dato alla Società, proposto dal celebre conte Giuseppe de Maistre.
Notiamo passando che
proprio nel breve periodo di tempo (1817-1821), in cui fu Amministratore
dell'Amicizia Cattolica, il de Maistre ultimò e pubblicò alcune delle sue opere
più importanti, come il Du Pape, Lyon
1819, e Les Soirées de Saint-Pétersbourg,
Paris 1821.
In un secondo tempo,
quando cioè si trattava di mandare alle stampe i Regolamenti della Società
dell'Amicizia Cattolica (pubblicati in Torino nel 1819), il Marchese Cesare
d'Azeglio, segretario della medesima, li sottopose alla previa approvazione di
Mons. Colombano Chiaverotti, Arcivescovo di Torino. Si conserva ancora la
lettera del d'Azeglio (13 febbraio 1819) che ne accompagnava il manoscritto (Archivio
della Curia di Torino: Corrispondenza anno 1819, fol. 128). Il d'Azeglio fa
presente all'Arcivescovo che l'Amicizia Cattolica era già stata approvata dal
Sovrano e dal Vicario Capitolare (si tratta dell'approvazione cui accenna il
nostro documento) e che da poco aveva ricevuto speciali indulgenze da Pio VII.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ DEGLI AMICI CATTOLICI
Nella primavera dell'anno 1817 si unirono vari Amici i quali da
molti anni si adoperavano non pubblicamente nel promuovere quanto era in loro
lo spargimento, la lettura ed eziandio lo componimento di libri buoni.
Considerarono essi che proseguendo nel sistema di non manifestare espressamente
l'unione loro e l'oggetto della medesima ne risultavano due inconvenienti, cioè
che erano scarsissimi i mezzi pecuniari per un'impresa che tanti ne richiede, e
che molte persone zelanti avrebbero potuto aggiungervi l'opera loro e nol
faceano ignorandone l’esistenza. Per altra parte il risorgimento dei Troni
legittimi aveva rimosse in parte le difficoltà che sotto un Governo antireligioso
avevano consigliato il segreto. Si conobbe benissimo che non ha cessato la
setta dei Misotei dalle sue trame per cui può prevalere e nuocere agli individui
di questa Società, ed adoprarsi in abbassarne le operazioni: non si credette
per altro sufficiente questo motivo per durare nel misterioso suo contegno.
Così deliberato si riunirono i seguenti soggetti: LL. EE. Conte
Gattinara – Marchese Massimino e i Signori Conte di Piobesi – Cavaliere di
Casteinuovo – Cavaliere Luigi di Collegno – Cavaliere Borghese – in casa del
Marchese d'Azeglio: furono stabiliti i regolamenti qui uniti, ed essendo tutti
gli altri membri della Società occupati per impieghi pubblici, fu commesso al
Marchese d'Azeglio l'ufficio di Segretario insieme a quello di Direttore delle
Stampe.
Andò egli per comando della Società a comunicar la cosa all'Ill.mo
e Rev.mo Monsignor Vicario Capitolare il quale la commendò e l'approvò positivamente.
Si stabilirono tosto le adunanze regolari nella casa medesima ove erasi tenuta
la prima, fissate a tutti i giovedì verso le ore 7.1/2 della sera...
DOC. XLVII
«NOTIZIA dell'Associazione dell'Amicizia Cattolica»,
auctore anonymo, annis 1818-1819 circiter. – Ex copia contemporanea in archivo Postulationis O. M. V. asservato, S.
I, 301.
II documento che qui
riproduciamo tratta dell’origine e dello scopo dell’Amicizia Cattolica. L’autore
di questa notizia è un Amico Cristiano divenuto membro dell’Amicizia
Cattolica,si tratta probabilmente del Cav. Luigi Provana di Collegno, che ne
propose la fondazione, oppure del Marchese Cesare d'Azeglio, segretario della
medesima. Da tutto l'insieme si deduce ch'essa fu scritta nel corso dei primi
anni di vita della Società, quindi verso il 1818-1819.
II suo contenuto è importante
per la conoscenza dell’Amicizia Cattolica che giustamente viene presentata come
un ringiovanimento dell’Amicizia Cristiana, di cui ha conservato tutto il
programma. Il nome del Lanteri non ricorre nello scritto, però quanto l’autore
dice sulla circolazione dei libri per opera dell’Amicizia Cristiana all'epoca
della prigionia di Pio VII lo riguarda direttamente: egli era infatti capo
dell’Amicizia Cristiana e fu confinato nella sua casa di campagna a Bardassano
perché sospetto di attività in favore del Pontefice (cfr. Doc. X). Inoltre i
principi che l’autore ribadisce in questa notizia sono esattamente quelli su
cui il Lanteri insisteva con maggior forza, come l’amore attivo ed effettivo al
Romano Pontefice, l’aborrimento per le discussioni teologiche su punti di
dottrina non definiti, la necessità impellente dell’apostolato della buona
stampa ecc.
Di questa notizia l’archivio
della Postulazione O. M. V. (S. I, 302-303) possiede due altre copie in lingua
francese; potrebbe darsi che l'originale fosse scritto in francese, comunque il
testo è esattamente lo stesso.
NOTIZIA DELL'ASSOCIAZIONE DELL'AMICIZIA CATTOLICA
L'idea d'una Società, o d'uno Stabilimento qualunque destinato a
spargere ed a favorire le buone letture, è inserita in varie opere del
zelantissimo P. Diessbach. Uno zelo così illuminato sortì il suo effetto, e
diede origine da molti anni ad una associazione di cui l'oggetto era, alle brame
dell'uomo apostolico, interamente conforme. Egli è noto che la rivoluzione non
ebbe principio l'anno 1789. Ordita da lungo tempo innanzi, preveduta dai veri
Cristiani, dai loro nemici, da tutti in somma, trattine coloro che avrebber
dovuto prevenirla, o frenarne il corso, l'opera d'iniquità non fece allora che
manifestarsi.
La generale influenza de' moderni filosofi consigliò per allora
gli Associati alla Libreria Cattolica a non far di sé mostra per sottrarre a
mille ostacoli le loro operazioni, le quali a quanto bene mirassero lungo
sarebbe ed inutile il qui ritrarre. Iddio solo ne conobbe i risultati, seppe
egli solo quale «incrementum dederit», principalmente alla circolazione di
libri che tra l'Italia e
Le Società segrete troppo son sospette oggimai, perché tra le
persone dabbene molte di secondarci non ricusassero; d'altronde ad operare più
estesamente il bene gran mezzi vi vogliono che dallo zelo dei Cattolici,
istrutti che siano della nostra esistenza, del nostro fìne, possiamo
giustamente sperare. Se alcuni degli associati per propagare clandestinamente
la nostra istituzione, imprendessero viaggi, coll'esporsi a grandi inconvenienti,
a sospetti di essere l'opposto appunto di ciò che son realmente, non
otterrebbero che incerti e lenti i successi.
Nel pubblicarsi i nostri disegni, il nostro metodo, uom ragionevole
non potrà lagnarsi di noi. Siamo, ci dichiariamo Cattolici: il senso di tal
vocabolo è noto ad ognuno, solo aggiungiamo che dietro tutta l'antica
cristianità in di cui nome parlava allora S. Ambrogio, non conosciam Chiesa
Cattolica se non dov'è il Papa: «Ubi Petrus, ibi Ecclesia», ed in ogni
occasione esclameremo con S. Girolamo: «Ego beatitudini tuae consocior».
Nostro secondo carattere è la fedeltà al Governo legittimo.
Lungi da noi le discussioni teologiche sui punti
dalla Chiesa non ancor definiti, lungi le dispute sulla miglior forma di
governo. Felici nell'esser soggetti all'ottimo Padre che il Ciel ne ha reso,
non intendiamo biasimare nè costituzioni, nè repubbliche, inculchiamo ad ognuno
di rigettare i sensi di resistenza, di critica contro dei legittimi lor
governanti: «potestas (legittima s'intende) a Deo est»: ma sì vorremmo, ecco
ove tutti mirano i nostri desideri, vorremmo tutti gli uomini cattolici, tutti
i cattolici virtuosi. La pubblicità della nostra Associazione dee moltiplicare
i nostri mezzi, nè parlo qui solo dei pecuniari.
Conoscere, denunciare gli errori, i vizi che regnano in una città,
in una contrada, porvi rimedio, combatterli col propagare l'istruzione, la
verità, ecco in che s'impiegano le nostre cure. Ma spesse volte ove son più
numerosi i nemici mancano l'armi: l'antidoto, lo specifico contro una malattia,
trovasi non di rado prontissimo in tutt'altra parte che quella ove essa
inferocisce. Moltiplicati i nostri stabilimenti, faran conoscere i buoni libri
dalla cabala nemica tenuti assai volte nell'oscurità, e, colla vicendevole
corrispondenza, insegneremo a conoscere gli errori da combattersi, i libri cattivi
da confutarsi, e da screditarsi, i buoni da spandersi ed eziandio da comporsi.
Se un male qualunque prende forze in luoghi ove mancano mezzi di resistenza,
verranno somministrati dalle società amiche, o con inviar libri, o coll'indicarne
i più robusti in tal materia, o quando impiegarvi potessero uno scrittor
valoroso, col temprare esse stesse nuove armi al soccorso dei pericolanti
fratelli. Basterà talora il compendiare, rabbellirne, ringiovanirne lo stile.
Quanto in somma siano per moltiplicarsi le forze per la reciproca influenza
dello zelo degli associati fra loro, di quello d'una associazione verso l'altra,
è cosa agevole l'immaginarlo.
Se il loro stabilimento incontrasse ostacoli scongiuriam le persone
che gradirebbero il nostro piano a non perdersi d'animo: potrà anche ognun da
sé recar molto vantaggio sol che si siegua costantemente un metodo simigliante;
e siam persuasi ch'egli è facile fare il bene che noi procuriamo, solo che non
si esca dai limiti sovra accennati, i quali non essendo ritrovamento umano non
possono sviarci. Con tutto ciò sarem pronti sempre a comunicare a chi li
bramasse gli schiarimenti di cui siamo capaci per assai lunga esperienza.
Sulle varie classi di persone tiepide, incredule, vacillanti nella
fede o nei costumi, strascinate, viziose ecc. abbiamo con iscrupolosa esattezza
formate quelle dei libri che a ciascheduna possono meglio adattarsi. Non è già
che vogliamo disapprovare chi si vale d'un libro buono d'altronde, sebbene meno
esatto in qualche punto, e dai nostri principii discordante. Giunto ad età
matura, fornito d'una fede illuminata, robusta, e soggetta al consiglio d'un
Direttore saggio, instruito, ed umile dee ciascuno sapersi regolare; ma in
quanto a noi vogliamo assicurarci che nulla sia riprensibile nei libri per noi
proposti, e da tal sistema non ci dipartiremo giammai.
Se dunque individuo, o società alcuna vorrà mettersi in
corrispondenza con noi, il desiderio della gloria di Dio, e della salute dei
nostri fratelli ce ne farà lietissimi; congiungeremo le nostre cognizioni alle
loro, li metteremo a parte dei nostri libri se ne avrem qualche fondo. Se la
notorietà del nostro Stabilimento impegnasse persone zelanti ad impiegarvi
qualche elemosina, le preghiam fin d'ora a non inviarcela fuorché sembrasse
affatto impossibile il formarne un simile nella loro provincia, e sarebbe
nostro desiderio che uno almeno ne avesse in ogni Stato o Provincia di
considerevole popolazione. Nel caso dell'intraprendersi la dispendiosa edizione
di qualche opera di prima, noi ci permetteremo di far nota l'intrapresa alle
altre Società per ottenerne il concorso, a cui si corrisponderebbe in seguito
con un proporzionato numero di copie dello stampato. «Ad maiorem Dei gloriam»
tutte debbono indirizzarsi le nostre deliberazioni, le nostre forze.
Nell’operare consueto della Società, ci limitiamo a libri di poco
volume, ma forti per ragionamento o per unzione. Sfoghi amplissimi ci porgono
gli Esercizi e le Missioni a cui ben spesso va congiunta la consolazione di
vedere il ben che si è fatto.
Finalmente un'altra sorta di vantaggio recherà lo stabilimento
dalle varie associazioni: chi sarà per ragionevol motivo astretto a viaggiare,
riuscirà in tal guisa con somma facilità a conoscere di città in città, di
fermata in fermata, uomini virtuosi ed istrutti, de' quali dovranno le
associazioni aver notizia pur nei luoghi ove non ne avrà altra stabilita,
dovendo esse acquistar corrispondenti in tutte le città d'un medesimo Stato. Ed
ecco per li giovani principalmente un mezzo onde sottrarsi ai pericoli che
s'offrono ai viaggiatori, ai quali purtroppo è vero nulla più difficile
riuscire che il ritrovare persone di pietà, e di religione, le quali si tengon
talora occulte forse troppo. È vero che generalmente non sono in ciò biasimevoli;
chi viaggia per viaggiare è per lo più assai lungi dal bramare la società di
persone divote e di regolata condotta.
Benedica il Signore le nostre mire: a Lui solo se ne dia la gloria,
e pace agli uomini di buona volontà.
DOC. XLVIII
EPISTOLA qua R. Mazio Pro Secretarius Pii VII
Marchionem Caesarem d'Azeglio certiorem facit eumdem Pium VII varias
indulgentias elargitum fuisse pro sodalibus Amicitiae Catholicae, anno 1818, 5
decembris. – Ex originali in archivo
Postulationis O. M. V. asservato, S. I, 298c.
La presente lettera
contiene la risposta inviata da Pio VII, per mano del suo Pro-Segretario Mazio,
alla domanda di indulgenze, inoltrata dal Marchese d’Azeglio, segretario
dell'Amicizia Cattolica. La lettera fu comunicata al d'Azeglio da Mons.
Lambruschini, in seguito arcivescovo di Genova (1819-1830), come si ricava dal
suo biglietto di accompagno del 6 dicembre dello stesso anno (Archivio della
Postulazione O. M. V., S. I, 298c,
le due lettere sono tuttora unite).
Questa lettera fu per
l’Amicizia Cattolica un documento di somma importanza, in quanto conteneva
un'implicita approvazione del suo programma da parte del Papa.
Anche Leone XII
dimostrò il suo compiacimento per l'opera svolta dall'Amicizia Cattolica,
concedendole indulgenze parziali perfino durante il Giubileo del 1825.
Ricaviamo tale notizia da un articolo sull'Amicizia Cattolica pubblicato dal
d'Azeglio in L'Amico d'Italia (vol. VII, 1825, pag. 55), in cui si legge: «II regnante
Pontefice ha mostrato pure con quanto favore rimira l'opera nostra, concedendo,
con rarissimo esempio, indulgenze parziali da acquistarsi ancora nell'anno
presente del Giubileo, in cui sono quasi tutte le altre sospese».
Dal Quirinale, li 5 dicembre 1818
Eccellenza,
La predetta Santità Sua ha provato grande
consolazione nel vedere il pio ed industrioso zelo che anima gl'Istitutori
della Associazione della quale si tratta, il di cui scopo è quello di
distribuire Libri di Religione e di pietà a quelle persone che non possono
procacciarsene, sia per mancanza di mezzi, sia per inesperienza in materia di
sì fatti Libri. Sua Beatitudine riconosce per sommamente utile alla Religione
ed al bene delle anime una tale Istituzione, e perciò sommamente lodandola, non
può altresì non bramarne la dilatazione. Si riserba a più opportuno tempo di
dare ad essa prove maggiori della Pontificia sua Approvazione, intanto però in
attestato del favore, e della vera compiacenza colla quale la riguarda, e per
animare sempre più lo zelo di quelli che la compongono, o che si uniscano alla
medesima, accorda ad essi le seguenti Indulgenze:
1° Indulgenza Plenaria agli Amministratori delle Società formate e
stabilite, una volta ogni settimana.
2° Indulgenza Plenaria ai Corrispondenti ove la detta Società non
trovasi stabilita, due volte al mese.
3° Indulgenza Plenaria a chi in ragione del suo potere concorre
con limosine cospicue e stabili, due volte al mese.
4° Indulgenza di Sette Anni a chi contribuisce qualche limosina, e
a chi concorre coll'opera, distribuendo Libri, trascrivendoli, facendoli
stampare, o prestando qualche altro materiale servizio.
5° Finalmente Indulgenza Plenaria una volta
Tanto ho l'onore di annunziare all'Eccellenza
Vostra per espresso comando del Santo Padre, e con la più rispettosa stima
passo a rassegnarmi
Dell'Eccellenza Vostra
D.mo Ob.mo Servitore
R. Marzio
Pro-Segretario di S. S.
Sua Eccellenza Sig. Marchese di Azellio.
DOC. XLIX
EXCERPTA EX ACTIS quibus res gestae in comitiis
Amicitiae Catholicae describuntur, annis 1820-1823. – Ex originalibus in archivo Postulationis O. M. V. asservatis, S. I, 311.
L'archivio della
Postulazione degli Oblati possiede tuttora tre preziosi fascicoli contenenti i
verbali dell'Amicizia Cattolica dal 30 novembre 1820 al 30 gennaio 1823. Essi
costituiscono una fonte di prim'ordine per la conoscenza dell'organizzazione e
della vitalità dell'opera negli anni della sua maggior floridezza. In uno di
questi verbali (quello del 27 settembre 1821) è citato il nostro Servo di Dio
nella sua qualità di censore ossia di «teologo» dell'Amicizia.
Nei presenti estratti
figureranno soltanto quei verbali che presentano maggior interesse per lo scopo
nostro e per la storia della Società. Si vedrà che gli Amministratori
dell'Amicizia Cattolica appartenevano alle migliori famiglie dell'aristocrazia
Torinese sulle quali il Lanteri esercitava un salutare influsso da lunghi anni;
alcuni già ricoprivano ed altri furono poi chiamati a ricoprire alte cariche in
seno al Governo (cfr. l'elenco che ne dà il conte Solaro della Margarita nel
suo Memorandum storico-politico,
Torino 1852 pag. 8).
AMICIZIA CATTOLICA
Adunanza del 30 novembre
1820.
Si stabilisce doversi ormai tener registro delle tornate.
Lista degli impieghi quali sono distribuiti presentemente.
Segretario: Marchese d'Azeglio. Tesoriere: Cavaliere Luigi di Collegno.
Distributori-capi: Cavaliere Senatore di Castelnuovo; Cavaliere Luigi di
Collegno. Direttore delle stampe: Cavaliere Pallavicino. Corrispondente
generale: Cavaliere Pallavicino. Corrispondenti particolari: Alessandria,
Acqui, Carmagnola, Casale, Cavaliere di Castelnuovo. – Biella, Cavalier
Borghese. – Ginevra, Pinerolo, Cavaliere di Collegno. – Vercelli, Conte di
Piobesi. – Ivrea, Saluzzo, Cavaliere Pallavicino. – Novara, Conte Tornielli. –
Roma, Francia, America, Marchese d'Azeglio.
Regole per la corrispondenza.
Ove sono stanziati corrispondenti, i libri dall'Amicizia Cattolica
passeranno per le loro mani per essere distribuiti.
Sarà cura di ciascheduno di quelli additare all'Amico Cattolico di
Torino i modi di fargli passare i libri.
Ogni Amministratore corrispondente dà conto all'Amministrazione
adunata di quanto occorre a questo riguardo.
Almeno una volta, circa l'uscire dell'anno, dà
al Tesoriere la lista dei libri spediti e il conto delle somme recuperate. Di questi
conti sarà dato ragguaglio all'amministrazione.
Adunanza del 16 agosto 1821.
Sono posti sotto gli occhi dei Soci i libri venuti in dono
dall'Amicizia Sorella di Roma: cioè Imitazione
di Gesù Cristo del Cesari; Pensieri
del Jamin; Meditazioni per ogni giorno
del mese del Sègneri; Pensieri
Cristiani del Bouhours; Canzonette
del Tornielli; Un nuovo Mese di Maria
purgato da alcune storielle poco adatte al secolo nostro sofistico.
Dall'epigrafe stampata nei frontespizi dei libri dell'Amicizia
Cattolica di Roma è noto a tutti ch'essa li pubblica e li dona. È statuito che
s'imiti quel sistema ancora da noi. [28] Agli Amici, sotto ai
quali stanno le cose delle stampe, è commesso definirne il modo ed eseguirlo.
Tra i libri venuti da Roma è La
falsa felicità delle persone del mondo di Mons. Languet, recato in
italiano. È un argomento favorevole il trovarlo in quell’involto: tuttavia per
averne giudizio più fermo se ne commette l'esame all'Amico Gattinara.
L'Amico Pallavicini ha incarico di trasmettere in America 2000
Haller, 4000 Caractères del Gerdil, e
500 Huby. Il riparto debb'essere tra la nuova Orleans e Baltimora, secondo le
seguenti norme: Nuova Orleans, Haller 1500, Gerdil 500, Huby 400; Baltimora,
Haller 2500, Gerdil 1500, Huby 100.
Interviene all'adunanza il Padre Luigi
Taparelli, che viene da Friburgo, ove ha conosciuto persone del nome di
Diessbach d’un ramo cattolico colà esistente, agnato di quelli di Berna. Essi
erano conoscentissimi del Bernese Padre Diessbach, Gesuita, che colle opere
dettate dal suo zelo, primo d'ogni altro, proponendo di sistemare l'opera di
carità spirituale d'imprestare o donare libri buoni, è propriamente l'autore della
nostra Società. Al P. Taparelli pare sperabile per lor mezzo la fondazione
d'una colonia nella Svizzera. Anche al P. Grassi, Segretario del P.
Provinciale, piacque molto il nostro Istituto, e si profferse di propagarlo
nelle contrade ove ha corrispondenti. Perciò chiede il P. Luigi un ragguaglio
alquanto minuto delle nostre istituzioni, ch'egli comunicherà agli anzidetti.
Non può proporsi cosa più conforme alla tendenza nostra. Il Segretario già deve
dare la stessa notizia all'Abate De'Rosmini Serbati: ne comunichi pure una
copia al P. Luigi, che l'userà a tal fine.
Adunanza del 27 settembre
1821.
Lo scorso giovedì 20 vennero soli gli Amici Tornielli e Collegno,
e non fu adunanza.
L'Amico Massimino si prende carico di combinare la distribuzione
dei libri che si son destinati ai Carabinieri.
Il Segretario fa conoscere la nuova edizione delle Considérations sur
Anche l'opera postuma del Bergier, intitolata Tableau de
Adunanza del 10 gennaio 1822.
L'Amico Tesoriere esibisce i conti attivi e passivi dell'anno
1821: ne consegna un ristretto da serbarsi negli archivi. Ne risulta che al
Custode ne son dati
Mancano i Caratteri del
Gerdil in italiano. Il grave debito che sta sopra alla Società verso al
Tesoriere, e la sufficiente quantità di libri esistente, vietano che si pensi a
nuove spese, fuorché indispensabili, sinché non è spento quello. Vuole il
Tesoriere che non vi si badi per ora nel risolvere sul Gerdil, attesa l'utilità
sua grande. L'Amicizia Cattolica commenda questa nuova carità, e pel motivo
stesso ne accetta l'effetto, confermando tuttavia quanto è dianzi statuito.
Per tal motivo si passa la proposta che in una sua lettera fa
l'Amico Passati di stampare i libri Sapienziali. Si potrà sentire da un libraio
quale ne sarebbe l'importo. Quando ancor si potesse, sarebbero forse da
scegliere soltanto l’Ecclesiastico e
L'Amico Pallavicini legge altra lettera del Dottor Pollano consona
all'antecedente.
L'eccellente libro intitolato Thesaurus pauperum avea destato
nell'Amico Pallavicini la brama di vederlo riprodotto. Nell'angustia di fondi
v'è chi propone che sia fatta la spesa dagli Amici presenti. Ne è lodato lo
zelo; ma
Adunanza del 24 gennaio 1822.
S. M. ha approvato che si stampi il quinto Avvertimento di Bossuet, nel quale è impugnato l'errore della
sovranità del popolo. Alcune copie ne siano donate: le più si vendano a prezzo
discreto, poiché facilmente si ha in dispregio un libro donato, quasi non valga
a trovar compratori. Il prodotto delle copie vendute rimanga in dono
all'Amicizia.
Il Socio proposto nell'antecedente tornata è accettato
concordemente, purché preceda l'annuenza di Monsignore Arcivescovo comandata
dalle Regole. L'Amico Tesoriere riferisce d'aver già dato qualche cenno al
proposto soggetto, il quale non ha più mostrato la stessa premura di prima,
allegando le occupazioni sue che non gli concederebbero di dare l'opera calda
quanto vorrebbe al nuovo ufficio.
Da una lettera scritta in settembre dalla
Contessa di Brühl, dama della Corte di Sassonia, che riferisce la propria
guarigione ottenuta nell'agosto dalla benedizione del Principe di Hohenlohe, si
ha nuovo argomento di concepire per lui venerazione speciale. Copia della
lettera si riponga negli Archivi. Il Segretario mostra il primo fascicolo dell’Amico d'Italia.
Adunanza del 16 gennaio 1823.
Amici presenti.
Castelnuovo, Gattinara, Tornielli, Piobbesi, Pallavicini,
Borghese, Maistre, Azeglio.
Sincere e cordiali veramente sono le espressioni di esultanza
colle quali l'Amicizia accoglie il reduce Amico da Novara. Confida, che il
ritorno di lui sarà compenso allo sforzato non fare dell'Amico Collegno, il che
aggiunge alla consolazione, che ciascuno prova per questa circostanza.
Il P. Taparelli ha mandato L. 300 per l'Amicizia. Il donatore
ignoto ha dichiarato voler così acquistar l'indulgenza, epperò si spera che
sarà annua la contribuzione.
Una persona per varie parti pregevole avea lodato al Segretario il
libro dello Spedalieri sui Diritti
dell'uomo; per consiglio d'un Amico il Segretario interrogò il P. Luigi del
suo parere. La risposta si legge in adunanza. Gli Amici ordinano, che ne sia
tenuta copia nei registri. Nel complesso lo dimostra libro pericoloso.
1°. Concede alcune massime, che egli veramente intende in
astratto, e con tali restrizioni da non avere cattive conseguenze se altri vi
si uniformasse pienamente. Ma non essendovi tal precisione, che possa troncare
il corso a conseguenze più gravi, il libro non ha vantaggio nissuno, ed apre la
via a gravi errori. E difatti lo stesso che lo lodava al Segretario dovette
confessare che averlo posto in luce nei primi tempi della rivoluzione fu opera
affatto inconsiderata.
2°. Il sistema si fonda sull'ipotesi dell'uomo inclinato al bene.
Errore questo contrario all'esperienza ed alla rivelazione, il quale non può
maggiormente ammettersi nella morale, di quel che nelle cose fìsiche si volesse
disporre pei corpi facendo astrazione dalla gravità, od attrazione, che si
voglia dire.
3°. E di più altera un testo di S. Tommaso, nel quale il Santo
Dottore esprime condizionatamente certo stato di cose per cui abbia il popolo
diritto d'eleggersi il Principe, e lo Spedalieri mutando il si in quum gli fa dire che è assolutamente nel popolo questa autorità.
Dall'Amico Pallavicini è consegnato lo specchio dei libri
distribuiti nel 1822. Il numero totale è di 20110. Rimangono in fondo 43059.
DOC. L
EPISTOLA Comitis I. Barbaroux a secretis cubiculi
Regis Sardiniae ad Marchionem Caesarem d'Azeglio una cum Regio subsidio pro
Catholica Amicitia, Aug. Taurinorum anno 1825, 4 februarii. – Ex originali in archivo Postulationis O. M.
V. asservato, S. I, 317.
L'importanza della
presente lettera del primo segretario del Gabinetto del Re di Sardegna, Conte
Giuseppe Barbaroux, non sta tanto nel fatto del cospicuo sussidio annuo
elargito dal Re, quanto nel compiacimento sovrano per l’opera salutare svolta
dall'Amicizia Cattolica.
REGIA SEGRETERIA
DI
GABINETTO
Torino, il 24 febbraio 1825
Ill.mo Sig.re Sig.r P.ron Col.mo
S. M., alla quale ho avuto l'onore di leggere la preg.ma lettera
di V. S. Ill.ma scrittami per ottenere la rinnovazione del sussidio stato già
negli anni scorsi accordato in aiuto a far fronte alle spese di stampa e
distribuzione dei buoni libri di religione e morale, mentre gradì moltissimo
quanto
Ed ho l'onore di offerire alla S. V. Ill.ma gli
atti di distintissimo rispetto, coi quali mi glorio di professarmi
di V. S. Ill.ma
Devot. ed Obblig. Servitore
J. Barbaroux.
All'Ill.mo
Sig. Marchese Cesare Tapparelli d'Azeglio
Cav. Gran
Croce de' SS. Maurizio e Lazaro, Maggior
Generale
ne' Regi eserciti, e Grande di Corona.
DOC. LI
EPISTOLA Servi Dei ad Baronem Penkler de Catholica
Amicitia, Romae anno 1826. – Ex originali
(minuta) in archivo Postulationis O. M.
V. asservato, S. II, 53.
La presente lettera,
tratta dalla minuta autografa del Lanteri, non reca data, ma per vari indizi va
riferita agli ultimi giorni della sua dimora in Roma, cioè al settembre 1826. Sull'identità
del destinatario viennese non vi può essere dubbio, si tratta del Barone
Penkler, col quale solo poteva parlare con tanta familiarità dell'opera del
Padre Diessbach.
La lettera ha la sua
importanza perché è uno dei pochi scritti del Servo di Dio che si riferisce
all'Amicizia Cattolica. Da notare il particolare interessamento per quest'opera
che si deve attribuire «in origine» al Padre de Diessbach, come già troviamo
espresso nel verbale dell'adunanza del 16 agosto 1821 (vedi Doc. XLIX). Il Servo
di Dio accenna poi al fatto che l'Amicizia Cattolica di Torino «fu la madre di
parecchie altre tanto in Italia come in Francia», con ogni probabilità egli
vuol parlare qui delle Colonie e dei Membri Corrispondenti, poiché fuori di
Torino vi fu una sola Amicizia Cattolica, quella di Roma.
Trovandomi a Roma per attendere da S. S. l'approvazione d'una
Congregazione di Sacerdoti totalmente consacrati, secondo il disegno per lungo
tempo ispiratoci e inculcatoci dal P. Diessbach, a dar gli Esercizi esattamente
secondo la maniera di S. Ignazio, e far circolare libri buoni, per cui ne
abbiamo riportato il Breve qui annesso d'approvazione, accidentalmente
nell'Anticamera di S. S. ho avuto la consolazione di conoscere il P. Koricki,
segretario generale dei Gesuiti, che si porta nella Galizia, e dissemi che
passava per Vienna, e conosceva molto V. Ecc. Profìtto con premura di questa
occasione per richiamarmi alla sua memoria, ed avere delle sue preziose nuove,
essendo da così lungo tempo che ne vivo ansiosissimo e sapere se esiste ancora
qualche vestigio dello stabilimento del P. D. [Padre Diessbach]. Punto non dubitano che V. Ecc. perseveri tuttora
nella buona volontà di far conoscere i buoni libri. Presso noi si è stabilita
una Società pubblica detta Amicizia, in cui si distribuiscono gratis un gran
numero di libri buoni che si mandano fìn nelle Indie, e continuamente si
procurano nuove edizioni dei suddetti, perché si possano acquistare a buon
prezzo. Questa nostra Amicizia Cattolica fu la madre di parecchie altre tanto
in Italia come in Francia, il che tutto si deve in origine al nostro P.
Diessbach, e dobbiamo ringraziarne di cuore il Signore.
Sento con sommo mio dispiacere che V. Ecc.
soffre sempre molti incomodi, ne mancherò di raccomandarla particolarmente ne'
miei S. S. La mia salute è anche molto cagionevole, ma dobbiam consolarci col
detto del P. Diessbach, che il Paradiso paga tutto. Finisco con pregarla di
avermi anche presente in modo speciale nelle ferventi sue orazioni e coi
sentimenti della più profonda stima e considerazione mi pregio di esserle
Di V. Ecc.
Umil.mo Dev.mo Obbl.mo Servo
Sacerd. Pio Brunone Lanteri.
DOC. LII
EPISTOLA Marchionis Caesaris d'Azeglio ad Regni Sardiniae
Administrum ab internis rationibus, ut videtur, qua Catholicae Amicitiae patrocinatur,
anno 1826. – Ex copia contemporanea in
archivo Postulationis O. M. V. asservata, S. I, 318.
Diamo qui il testo di
una lettera che dal contenuto risulta scritta dal Marchese d'Azeglio nel 1826
al Ministro degli Interni Conte di Cholex, come sembra, per difendere se stesso
e l'Amicizia Cattolica dalle dicerie e calunnie che si andavano propalando. Il
d'Azeglio, dopo un cenno volutamente vago all'origine della Società. ne mette
in rilievo l'opera salutare svolta ed espone le origini e l'intensità della
campagna diffamatoria nella quale fu coinvolto anche il Servo di Dio.
Di questa sleale
campagna fa pure cenno il Teologo Daverio nella sua corrispondenza con Don
Giuseppe Loggero che si trovava a Roma col Lanteri per l'approvazione delle
Regole della Congregazione degli Oblati (cfr. Doc. LXIII). Ecco quanto scrive
in data 19 maggio 1826: «S. E. il Governatore di Torino [si tratta
probabilmente dell'arcivescovo] si è fatto e si fa un gran d'affare della
partenza da Torino per Roma del Teologo Lanteri; molti supposti vi fa sopra. La
chiacchiera contro l'Amicizia Cattolica, che dapprima sembrava una cosa di
disprezzo e da nulla, ora è diventata un gigante formidabile, si dicono cose
orrende, e già una gran parte delle persone dabbene si trova d'accordo con la
cabala, credendo di dar gloria a Dio... hanno perfino già messo in prigione a
Napoli il Padre Taparelli, gesuita, che sta in Roma; il Teologo Lanteri è
sempre mischiato e fu chiamato a Roma dal Papa ecc.». In un'altra del 22 giugno
dello stesso anno dice: «Le chiacchere contro il Sig. Marchese d'Azeglio si
sono fatte a mille doppi qui, e non solo di esso, ma di tutta la società
cattolica; si dice di più che il Teologo Lanteri era stato chiamato a Roma ad audiendum verbum... Ora il Marchese
d'Azeglio è qui sulla barba di tutti gli impostori; dica pure V. S. a tutti che
tutto è calunnia, falsità ecc.» (archivio della Postulazione O. M. V., S. I,
645-646). Come si vede la campagna diffamatoria toccava anche il Lanteri pur
rovesciandosi contro il Marchese d'Azeglio, il maggior esponente del laicato
cattolico di Torino. Non potendo intaccare l'intemeratezza della sua vita e dei
suoi principi, la bile del nemico si riversava contro le opere cui attendeva,
come l'Amicizia Cattolica e
In quanto alla
diceria che il Lanteri era stato chiamato a Roma «ad audiendum verbum», nulla
v'è di vero, poiché, come diremo a suo tempo, il Lanteri si era recato a Roma
in quell'anno unicamente per ottenere l'approvazione pontificia della sua
Congregazione degli Oblati di Maria Vergine. Inoltre sappiamo pure che parlò al
pontefice Leone XII in difesa dell'Amicizia Cattolica (cfr. Doc. LXIII, 16,
pag. 461).
Si è creduto bene
pubblicare qui per intero questa autodifesa del Marchese d'Azeglio perché si
possa constatare direttamente la cavalleresca lealtà di questo figlio
spirituale del Servo di Dio e l'insussistenza delle accuse mosse contro
l'Amicizia Cattolica.
Scusate, Amico Eccellentissimo: vi scrivo confidenzialmente. La
mia salute vuol risparmio di fatica; nè al Ministro potrei metter fra mano uno
scritto con cassature, correzioni, richiami: ciò tutto può entrare in una
lettera amichevole. Tale affetto è vivo sempre in me verso voi; e sebbene
ammaestrato, ed esperto della fragilità delle amicizie umane, mi lusingo che
dalla vostra per me non m'abbia a venire un nuovo e doloroso esperimento di
sovrappiù ai già provati altronde.
Negli ultimi anni della tirannia, alcuni cristiani sinceri, ne'
quali gli scritti del P. Diessbach avevano operato lo zelo per aiutare con
libri buoni il sacerdozio, ed anche, quanto si può legittimamente da laici,
supplire alla scarsità, alla servitù del clero, sì andavano occupando nel farne
stampare, nel distribuirne.
Venuta
Leggi principali della Società, sempre vigenti di vigore
indefettibile, furono, e sono: fedeltà, obbedienza alle due supreme Potestà,
ciascuna nel suo uffizio, Papa e Re.
Purità assoluta di ogni libro da noi donato.
Esclusione assoluta d'ogni segreto; di collegamento con società
segrete, qualunque sembianza vestissero, qualunque indole credibile mostrassero
di religione, di lealtà.
Ciò è sempre stato osservato, e si osserva tuttora puntualmente.
Avviata
Fra le mire nostre era operare l'opposto delle Società Bibliche:
si voleva togliere ogni sospetto d'alcuna somiglianza con esse. Perciò
escludeasi ogni nome Bibliografico, o di suono somigliante. Alfine si prese il
ben noto d'Amicizia Cattolica, che tutto comprendeva l'idea della Società.
Amicizia tra i suoi membri prodotta dal comune nostro pensare
cattolico.
Cattolica nel suo operare, nella scelta dei libri, conformi tutti
alle pure dottrine cattoliche, opposta alla Biblica; Cattolica nell'estensione
dell'operar suo, cioè universale. La diffusione di libri è principalmente fra
compatrioti: ma all'uopo si pensa a soccorrere i più remoti de' nostri
fratelli, a secondare i propagatori della Fede ovunque ne conosciamo l'utilità,
e non ce ne manchino i mezzi. Oh! il grande, l'immenso bene, oh! il nissun male
avremmo operato, se ci avessero intesi i potenti! Ma non io era degno di tanto!
e fu un lieto sogno, cui tristo è succeduto il destarsi!
Con quel titolo fu resa nota la società, i buoni la lodarono
tosto: le LL. MM., il Duca di Modena, tra gli altri. In un mio viaggio a Roma,
umiliati al S. Padre i regolamenti nostri, ci fu largo d'indulgenze. Queste e
quelli stampati in Torino con tutte le approvazioni.
In Roma piacque il pensamento: fu imitato, e preso il titolo
medesimo. Allora per gentilezza usarono coloro di dir Società madre la nostra.
Noi ricusammo sempre ogni relazione di dipendenza, lodammo, coltivammo le
comunicazioni utili allo scopo: così le Accademie d'una medesima scienza si
fanno ricche dell'altrui sapere, e spandono il proprio in pro delle estere.
Così andammo per la nostra via, apertamente, senza sospetto, colla
fiducia di chi è conscio di operar cosa buona con intenzione buona, accetta a
chi ha
Nel
Ricusare l'opera ad un bene fattibile, propostomi così, senza
ricerca mia anteriore, io non dovea. S. M. l'approvò: e fu istituita fra noi
Questa Società invita a dare un soldo per settimana. Concorrono
donne, poveri, vecchi, in somma chi ha zelo; siano scarsi in lui ingegno,
autorevolezza, danaro, non importa, non se ne prende pensiero.
Quella « Association » così composta d'elementi inerti ad altra
opera atterrì i nemici di Dio e del Re. Essi si corrispondono: essi si ordinano
in Società, in club, in logge, in vari modi: turbarli è tirannia. Ma qual altra
associazione, non da loro dominata, esista, o nasca, gli irrita, gli sgomenta.
La principale, fondata da G. C. è primo loro abborrimento. Tutte le regole,
nobiltà, ordini, e giù scendendo alle arti meccaniche, tutto è da loro
abbominato tosto che è onesto il fine, onesti i membri: con ragione. Ogni
accolta di onesti, ha una forza da opporre alla loro; e dato l'esempio, tutto
il loro potere prestigiatore si dilegua.
Scoppiarono dunque accuse, calunnie, clamori: e fra tutti si notò
Montlosier. Egli talmente uscì dai limiti, che da un protestante di Lamagna fu
salutato col titolo di nuovo Lutero. Che il «Luther Auvergnat» trovasse favore
fra la svariata moltitudine d'insensati Francesi, non è meraviglia. Ma di qua
dall'Alpi ancora corse il suo libro, ne allignarono le matte fantasticazioni.
Corsero le voci insulse sul mio individuo; le promulgò il Constitutionnel. Le aveva sprezzate io
dapprima; dovetti poi dargli solenne smentita.
Dettata da un cuor leale, mi riuscì felicemente così che ne ebbi
congratulazioni: nè ad altro le attribuisco, se non al carattere di veracità in
esse evidente, nè da un animo freddo imitabil mai.
Osservo questa circostanza, non che altri ne faccia le meraviglie:
sarebbero un'onta per me. Solo voglio notare che un sì franco e sì risoluto
parlare è pure il mio abituale nell’Amico. Ciò tutto «coram populo», sapendo
benissimo chi offendo così stampando; e conoscendo pur benissimo, che chi da me
si offende, può ancora afferrare il potere; e che tal setta lo usa con modi
acerbi, come già Carrier e Lebon e simili. Che non dubita d'usar veleno,
pugnale, senza aspettar di dominare; mi furono minacciati espressamente.
Gli altri membri dell'Amicizia Cattolica godono della confidenza
espressa di S. M. Ne sono testimonianza evidente le cariche gravi, gelosissime,
che coprono. Se i miei titoli non significano altrettanto, l'intera mia vita
fedele, e l'aperto mio procedere, col quale chiudo i cinquantatrè interi anni
scorsi dacché cominciai a servire, senza interrompimento alcuno volontario,
potevano ragguagliarmi ai Soci per ciò che spetta alla lealtà, all'obbediente
divozione; ed essi ed io meritar piena fiducia da chiunque sinceramente ama il
Re e
Nondimeno una Società così composta ha potuto divenir bersaglio,
di chi? perchè? Qui mi è tolto il progredire. Ciance, voci, imputazioni si sono
udite: quali siano i motivi, per cui il nostro nome dopo ott'anni abbia preso
sembianza ostile, diverso tanto, nol so. Chi siano gli accusatori, nol so. A
chi, a che rispondere, nol so.
So, che a tali lealtadi l'andamento vero, ovvio, era palesar
lealmente gli errori. Torti no; chè non ne possiamo avere, se ha torto soltanto
il malvolente. I leali ammoniti d'errore, se ne ritirano tosto: così avremmo
noi.
Intanto le voci sinistre non ismentite hanno operato ciò che
poteano bramare gli avversi a questo istituto. Limosine scemate, amici
intepiditi e ritiratisi bel bello dal concorrere. Nè vi è da sperar che
risorga, principalmente quando sia noto il mutato nome. Sarà caduta una
Società, che molto bene produceva: che secondata sarebbe giunta ad utilità
incalcolabile, che nissun male producea, nè potea produrre. Ci fu opposto, se
m’è stato detto il vero, che onesti tutti individualmente, raccolti potevam
nuocere. Così dissero de' Gesuiti i Parlamenti. È onorevole per noi la
somiglianza. Non è per chi ridice le parole di que’ togati sediziosi. Ed è tale
assurdo, che non lo intende un animo sincero. Per nuocere si richiede che da
noi si risolva di far cosa cattiva. Quale di noi, onesti tutti, la proporrebbe?
pongasi un ingannato; gli altri onesti gliela consentiranno? con qual pro? che
cosa vogliam noi, se non quieto, felice il Regno tutto, dal Capo all'infimo?
Non cadrà il trono per questo, come a quel di Francia fu preparata
la rovina dal torto fatto a' Gesuiti. Ma ad un pio e giusto non è d'uopo temere
per usar riguardo a chi a lui ricorre.
Io vado ripensando alle cose andate: cerco e non trovo le cagioni
dell'accaduto. Intanto mi si stringe il cuore nel riflettere alle conseguenze.
Non mai si può distruggere cosa buona, senza che ne segua danno. Ma quando
l'opera de' malvagi fa cadere un'istituzione diretta a frenarli, a romperne le
arti: quando son malvagi congiurati, settarii, ordinati in lega, tal caduta è
un primo urto, un primo passo funesto più che non si crederebbe. La storia
letta e veduta lo dichiara a note solari.
E senza parlar delle
conseguenze possibili, sarà egli un merito innanzi a Dio, aver posto opera per
far cessare un bene certo, lodato da tutte le potestà competenti? Non vale
illudersi: questo bene va perdendosi: me lo dimostra l'esperienza crescente
anche solo nel tempo, che l'afflitta mia condizione mi obbliga ad impiegar
lungo in compiere questa lunga ed interrotta mia esposizione. Non solo dalla
Società; ancor da me si scostano chi non lo avrei creduto; come vedo e sento
nel cuore la fedele amicizia personale d'altri.
Ciò sia detto in prova del danno cagionato dalle arti malvagie,
onde alcuni di buon volere son tratti a secondarle. In quanto a me, tali dolori
sotto a tal Re, confesso, sono acerbi al sommo, ma non ne parlo, perché lo
muovano a nuovi consigli per pietà di me. Sicuro della mia perfettissima
innocenza, mi lusingo che non saranno senza pro per me. Mi accora l'aspetto di
bene sommo cessante, di altro immenso possibile, ed ormai ito in fumo.
Se a S. M. facessero colpo queste osservazioni, Essa può ancora
ristaurar la cosa. Ci conceda d'intitolarci: Regia Società per la diffusione e
promuovimento di buoni libri: assegni a questa Società un'ampia rendita, onde
poterne stampare de' voluminosi, e rimunerare all'uopo gli scrittori, che ne
produrranno dei giovevoli allo stato presente di pervertimento.
In tal caso saranno compensati a ridondanza i mali cagionati dalle
arti de' nemici. Il fondo dee potersi trovare. Se la peste minacciasse, non si
baderebbe a spesa per preservarsene e che cosa è la peste de' corpi? solo un
affrettar la morte, certa senza peste ancora.
Che se per conciliare alla nostra Società il favor Sovrano, io
sono il Giona da buttar nell'onde – sia fatto. Vi protesto che sento tutta
l'amarezza, onde sarebbe angosciosa e forse abbreviata la mia vita, chiusa così
con disonore avanti al mondo ignaro: ma la salvezza di molti, il Re sceverato
così da ogni fallo, e la fedeltà di Lui, che niun afflitto escluse mai dal
consolator suo cuore, mi sarà conforto nella ormai non lunga mia dimora fra
questo mondo.
È tempo ch'io mi rimanga dal più dire. Taccio qui lo sfregio
toccatomi dal nuovo comando di mutar nome [cioè
alla Società], dopo che ebbi riferito ai Soci, che S. M. consentiva serbare
il primiero. Nè io l'avea surrepito quel consenso, no! il senno del Re,
rettissimo quando si consiglia con sé solo, lo avea piegato alla semplicissima
mia domanda.
Ora mi ristringo a rinnovar l'istanza fatta. Ci sia manifestato il
torto nostro, il mio. È egli chiedere indiscreto? a fidi, a leali, a vecchi
servitori supplicanti si vorrà negarlo?
DOC. LIII
EPISTOLAE quatuor Marchionis Caesaris d'Azeglio ad
Servum Dei, quibus eorum intima amicitia comprobatur, annis 1826-1829. – Ex originalibus in archivo Postulationis O.
M. V. asservatis, S. I, 923; S. II, 80; S. I, 925-926.
Raccogliamo sotto
questo numero alcune lettere del Marchese Cesare Taparelli d'Azeglio al
Lanteri; esse hanno per scopo di mettere in rilievo gli intimi rapporti
esistenti fra questi due campioni del pensiero e della stampa cattolica in
Piemonte.
Il d'Azeglio (Torino,
10 febbraio 1763 - Genova, 26 novembre 1830), senza dubbio uno dei maggiori
esponenti del laicato cattolico Piemontese del primo Ottocento, acquistò la sua
profonda ed illuminata formazione morale ed intellettuale nel caldo ambiente
spirituale e culturale creato in Torino dal Padre de Diessbach e tenuto vivo in
seguito, per circa un trentennio, dall'instancabile zelo del nostro Servo di
Dio. Cesare d'Azeglio fu membro attivissimo dell'Amicizia Cristiana di Torino
(prima e dopo la dominazione napoleonica in Piemonte) e dell'Amicizia Cristiana
di Firenze, dove tra il 1800 e il 1808 visse in volontario esilio; in seguito
egli consacrò le sue migliori energie in favore dell'Amicizia Cattolica di
Torino (1817-1828) e del giornale cattolico L'Amico
d'Italia (1822-1829), di cui fu fondatore e redattore. (Sul d'Azeglio cfr.
la biografia scritta da sua moglie
Nella prima lettera
v'è un accenno alle opposizioni astiose con cui gii avversari circondavano la
loro comune opera di Apostolato.
Nelle tre altre sono
vari accenni alla collaborazione prestata dal Lanteri al d'Azeglio nella
diffusione dei libri buoni. L'ultima contiene inoltre due notizie di
particolare interesse: la prima riguardante le sovvenzioni che il Re continuava
ad erogare all'opera della buona stampa, benché l'Amicizia Cattolica fosse
soppressa: la seconda relativa alle relazioni che correvano tra il d'Azeglio e
il Lanteri. Il d'Azeglio chiama infatti il Servo di Dio «amato Padre»,
alludendo agli intimi rapporti che aveva con lui. Probabilmente sua moglie,
1
Genova, 14
dicembre 1826.
Grazie mille, Veneratissimo mio Padrone: per due linee ella m'ha
donato una buona, e cara pagina. Non s'aspetti l'equivalente: io son cánchero e
sovraffatto d'affarucci, e d'umoraccio: ma so, ch'ella è indulgente. Mgr.
Lambruschini non è ancor ritornato da Roma: si sa che ne è partito: le parlerò
di lei: ma ne conosco l'affetto per V. S. e son persuaso del suo buon volere.
Del potere chi può dir cosa certa? I libri sì copiosi le son mandati da Canosa:
dice che si vendano.
La lettera ch'ella m'ha scritto, era stata aperta: il sigillo
d'ostia si vedea coll'impronto Crocifisso, poi rappezzato con cera lacca. Se
ella, io, o il Crocifisso siam tenuti in sospetto, nol so: forse tutti e tre: è
per me onorevole compagnia. Intanto l'avverto: ella si regoli, e dica questo al
Conte Maistre. Dio benedica Pallavicini, ove è ito può far bene, ed ha più
slargo per mutar aria: purché duri tutto il Noviziato in una sola!
Cristina è sempre travagliata più o meno; io son
dubbio tra partire il 18 o il 28; son tante feste e digiuni fra mezzo! Ci
raccomandiamo, preghi per noi; per lei così facciamo; bacio le mani con tutto
il rispetto
Tutto Suo
Ces.
d'Azeglio.
A Monsieur
Monsieur
l'abbé Lanteri Turin
2
Torino, 13 maggio 1829.
Mando a V. P. Rev.ma due involti di libri. Gli aveva annunciati al
nostro Padre Ferrero, del quale mi è stato gratissimo l'acquistare la
conoscenza personale. Ma sono un balordo sempre, e allora più sbalordito ancora
per aver trovato mia moglie travagliata oltremodo.
Questi due pacchetti sono:
1° Manuale Cristiano.
Questi hanno da essere distribuiti ai militari del Presidio senza eccezione.
Bensì deesi osservare di darli ad individui che ne facciano buon uso. Non vi è
fretta nissuna, andasse anche all'inverno a smaltirli tutti, non c'è male.
2° Caractères de
Un'altra volta le manderò poi qualche Pratica d'amar Gesù Cristo. Mi voglia
bene, preghi per noi, e sia persuaso del rispetto e dell'amicizia che le serbo
inalterabili al sommo grado.
Suo sempre Aff.mo Amico
nei SS. Cuori di G. e M.
Cesare
d'Azeglio.
A S. P.tà
Rever.ma
il R. P.
Pio Brunone Lanteri
Rettor
Maggiore degli Oblati di M. SS.ma in Pinerolo.
3
M.o Rev.do ed Amato mio Signore e Padre
Egli è gran tempo, ch’io medito una corsa costì, e la medito
inutilmente. Fra il cattivo tempo e i miei disturbi personali mi è stato
impossibile sinora. Temendo che duri questa mia impossibilità, le scrivo
pregandola che, quante anime buone può giungere, faccia pregare Domenica
mattina 4 corr.te secondo la mia intenzione; e se si può una delle lor messe
alle 9. Ciò tutto per Cristina.
Le trasmetto tre copie d'uno stampato, che essendo mio non può
aver valore. Fui consigliato d'inserirlo nell’Amico, perchè potea giovare. Se a lei pare lo stesso, ne dia uno a
Monsignore ossequiandolo profondamente per me: faccia leggere gli altri due.
Da quanti vengono di costà m'informo delle nuove
di V. R. e sempre mi rammarico o mi consolo, come sono peggiori o migliori. Le
prego da Dio ogni felicità, e con affettuoso ed intimo rispetto le bacio le
mani
Rever.mo Signore ed Amico
Torino, 30 settembre 1829. [29]
Aff.mo Obbl.mo Serv. ed Amico
Ces. d’Azeglio.
4
Rever.do ed Amato Padre
Scrupoli e malinconia non voglio in casa mia, diceva un Santo a
lei ben noto. O perché scrivermi cose così tetre di se medesimo? Ella ha ancor
da campare dell'altro assai, e non sia bene andarsi figurando ciò che non sarà
forse per molti anni. Tuttavia confesso il mio torto dar nome di malinconia al
pensier della morte. Per chi si è preparato da gran tempo, non è tristezza:
«Christianus patienter vivit, desiderabiliter moritur». Ma è malinconia per noi
la minaccia di perderla.
Sia benedetto Dio, che non faccio a modo mio!
V. R. m'insegnò questi due versi, e nel corrente autunno gli avrei
potuto replicar ogni giorno. Ora m'incammino verso Novara, ove abbracciare
anche una volta il pregiato e pregievolissimo Amico, che vi dà una scorsa; e
poi vado a Genova Non sarà impossìbile, ch'io venga poi da lei nell'inverno, se
non è rigido troppo. Egli è il Card. De Gregorio.
Le trasmetto una provvista di libri pel presidio militare di
Fenestrelle. Veda di fargli andare colle avvertenze già indicate l'altre volte.
Non se ne posson dare a tutti; per la qual cosa importa far scelta di quelli a
chi si danno, che li leggano, e gl'imprestino con discernimento. Le fo anche un
pacco di Pratica d'amar Gesù Cristo,
e della Via del Paradiso del B.
Leonardo. Questi sono per lei. Ho preso
Congiungo qui inoltre un'opera che mi parrebbe far tradurre in una
lingua piana, e far correre in man del popolo. Temo, che vi siano due o tre
proposizioni rigide di soverchio. La mando a lei colla preghiera di farla
esaminare, notare i difetti se se ne trovano. Emendati questi, la fo tradurre;
e se viene un'altro soccorso dal Re, stampare, perché giri fra le mani del
popolo.
Ella sa tutte le voci che corsero sull'opera del distribuir libri.
Perciò non è un segreto il soccorso pecuniale che mi dà il Re. Se non lo
dicessi, sarebbe un terrore nell'animo dei mamalucchi che credono lo stato in
rovina, se otto o nove galantuomini concordano per insegnare al popolo fedeltà
ed ubbidienza.
Preghi per me: mi faccia servitore a' suoi colleghi ed a
Monsignore, e mi creda sempre pieno d'affettuoso ed inalterabile rispetto
Di V. R.
Aff.mo Servo, Figlio ed Amico
Ces.
d'Azeglio.
Torino, 12 ottobre 1829. [30]
La mia partenza si differisce non so quanti
giorni.
[1] Qui il Servo di Dio sembra incorso in qualche errore, poiché Maria Carola Antonia, figlia di Vittorio Amedeo III, si sposò nel 1781 col Principe Antonio Clemente di Sassonia e morì il 28 dicembre dell'anno seguente. L'anno ottavo della Rivoluzione (supposto fosse quello della Rivoluzione Francese) ci porterebbe al 1799-1800.
[2] Il Principe Luigi Eugenio di Württemberg regnò due anni (1793-1795) e morì il 20 maggio 1795.
[3] In seguito attivissimo membro dell'Amicizia Cristiana di Milano (cfr. Doc. XXX).
[4] Questo dettaglio ci permette di scoprire il destinatario della lettera: si tratta evidentemente del Padre de Diessbach che sappiamo dal Lanteri (Documento XX) essere stato affetto di grave infermità ad una gamba.
[5] Una mano posteriore, ma antica ha aggiunto: «Virginio».
[6] Nel linguaggio convenzionale dell'Amicizia Cristiana «spezieria» significava biblioteca.
[7] Questo primo punto è cancellato, quindi non fu oggetto di discussione.
[8] Nel manoscritto segue un passo, cancellato dallo stesso Servo di Dio, contenente una preziosa notizia sulle vicende dell'Amicizia Cristiana Torinese, eccone il testo: «Per venire ora a noi, esisteva già da lungo tempo la nostra Amicizia, e il bene che si è fatto in essa può argomentarsi dallo scritto intitolato: Que faisons nous. Per cagion poi di tante vicende e calamità dovette la nostra biblioteca ora essere trasmessa nella Svizzera, ora nuovamente trafugarsi e nascondersi nelle soffitte. L'A[micizia] C[ristiana] poi fu come del tutto disfatta, ma piacque al Signore il farla ora risorgere, come ognun vede».
[9] II nome è stato completato di proprio pugno dal Guala.
[10] Si tratta del Servo di Dio.
[11] Questo dettaglio dice chiaramente che trattasi dell'Amicizia Cristiana e non dell'Amicizia Cattolica che il Ricasoli doveva pur conoscere.
[12] Qui termina la bella copia, per il resto ci riferiamo alla minuta.
[13] Annesso alla
lettera sì trova l'originale della comunicazione ufficiosa della censura
imperiate della stampa, di cui ecco il testo: IL DIRETTORE GENERALE DELLA
STAMPA E LIBRERIA
Milano, il 3
agosto 1814
Al Sig. Conte
Francesco Pertusati, Ciamberlano di S. M. I. R. A.
Signor Conte,
Essendo mente
dell'autorità superiore, che le opere da pubblicarsi in materia ecclesiastica
non si oppongano in alcun modo alle massime veglianti sotto il Governo di S. M.
I. e R. per le quali ogni soggetto di controversia sull'autorità dei Principi
nelle cose della Chiesa dev'essere sopito, non è concesso, Sig. Conte, alla
Direzione Generale della Stampa e Libreria di approvare qual'è il manoscritto
che ha per titolo I principi della
Dottrina Cattolica. Siccome però io non posso a meno di ammirare la di lei
pietà, e di applaudire allo zelo ond'è animata per
Di lei S. C. P.
[Signor Conte Pertusati.]
Umilmo Divot.mo Servitore C. SCOPOLI
[14] Si tratta dell'adunanza della Compagnia di S. Paolo (cfr.
Doc. LXVIII, 1).
[15] In diverse lettere, in particolare di Mons. Pallu,
pubblicate dal P. Cavallera (Bulletin
de Littérature ecclésiastique,
Toulouse, 1933 e 1934) l’Aa viene indicata col nome di Assemblèe (cfr. in
particolare Ibid., 1933, p. 215) e i
suoi membri chiamati Associés per distinguerli dai Congréganistes, ossia
aggregati alle Congregazioni Mariane pubbliche.
[16] 2 Cfr.
Comte de Bégouen, Une Sociéte secrète
émule de
[17] Questi «Bons amis» non hanno però nulla di comune con la
«société des bons et véritables amis, établie dans le diocèse de Genève a
l'honneur de la très sainte société de notre Seigneur Jésus-Christ, de
[18] Dopo
[19] Si tratta dell'Amicizia Cristiana.
[20] Questa parte è stata da noi omessa, vedila però nell’opera del Lanteri; sugli Esercizi spirituali di S. Ignazio dì Lojola col Direttorio pel buon uso' de' suddetti Esercizi, Torino, 1829, p. 20 e segg.
[21] Riporterò qui in ristretto alcune principali riflessioni su questo riguardo, che si trovano ben esposte in due discorsi, recitati in Roma nel corrente anno 1803, con approvazione del S. Padre, ai giovani chierici della Pia Unione di S. Paolo da Mons. Gioacchino Tosi, Segretario di S. S. per le Lettere Latine, e Consultore teologo della S. Congregazione sugli Affari Ecclesiastici, stampati in Roma presso Lazzarini, 1803.
[22]
Per esempio tra gli autori antichi
abbiamo parecchi Santi, che trattarono «ex professo» di morale, come S.
Antonino, S. Tommaso d'Aquino, S. Raimondo da Pennafort, il Beato Angelo da
Chivasso. Il Toleto, il Reginaldo, e il Lessio sono tre autori lodati e
proposti da S. Francesco di Sales. Inoltre le operette del B. Leonardo da Porto
Maurizio, e del Ven. Paolo Segneri, meriterebbero di essere studiate. Tra i
moderni poi abbiamo un corso sicuro di Morale, compìto in disteso e in
ristretto dal Ven. Mons. de' Liguori, che potrebbe valere per tutti, perché
trovansi quivi su ciascuna questione tutte le sentenze di tutti gli autori
antichi e moderni, con i loro fondamenti e ragioni, risparmiandoci così il
tempo e l’incomodo di andarli a esaminare in fonte e confrontarli tra di loro;
tanto più poi è pregevole e sicura quest’opera perchè, oltre d'essere stata
lodata da Benedetto XIV, furono pure tutte le opere del Ven. Mons. de' Liguori
ultimamente esaminate e approvate in Roma nella Congregazione dei 17 settembre
1803: trattandosi attualmente già dell'esame sui dubbi maggiori sulle virtù e
sui miracoli per la sua Beatificazione.
[23] Nel margine del foglio, dietro i nomi si legge: «della 1a adunanza», cioè i nomi dei presenti alla prima adunanza.
[24] Presidente e, cancellato.
[25] In un'altra copia (S. I, 250) di questo documento, l'ultimo capoverso reca la seguente postilla autografa del Guala: E subordinatamente accordare il medesimo locale al Superiore Ecclesiastico, a fine di organizzare il Convitto suddetto, per cui lì soggetti sopradetti sarebbero sempre disposti a cooperarvi.
[26] Non sappiamo esattamente se la memoria annessa alla lettera fosse identica a quella presentata al Vicario Capitolare (Doc. XXXIX) oppure sia un'altra che si debba identificare con lo scritto del Lanteri, intitolato: Motivi di dimandare a preferenza il locale di San Francesco d'Assisi per gli Oblati di Maria Vergine Addolorata, di cui si conserva soltanto una riduzione schematica in due minute del Lanteri (S. II, 231) e in due copie di altra mano (S. I, 289c). Nelle minute del Lanteri si parla anche del Guala: «Oltre l’utilità di aver il Teologo Guala, oltre la speranza di aver il Teologo Guala». Nelle copie questa notizia non è più ripetuta: inoltre nella prima copia si parla degli Oblati di Maria Addolorata e del Convitto, mentre nella seconda si tratta solo degli Oblati senza punto far parola del Convitto.
[27] Per una più chiara intelligenza di questo primo capoverso diamo qui la lettera del Lanteri, di cui si possiede la minuta (Arch. Post. O. M. V., S. II. 70), alla quale risponde il Teologo Guala: «[Pinerolo, li 2 ottobre 1827: al Teol. Guala. Torino.] Sono partito da Torino afflittissimo e sensibilissimo per la contesa seguìta, di cui ne ignoro il fondamento, giacchè quanto all'interessamento mio per le due serve parmi avervi testificato abbastanza che io l'aveva tutto, e l'avrò sempre, in prova del che voi saprete che io lor feci rimettere, all'occasione della malattia di Giuseppina, L. 100 senza neppur indagare se c'era alcun bisogno e senza volere alcuna quittanza; inoltre, avea detto al Sig. Avv. Rossi di rimettere loro quanto chiedevano, e neppur gliene ho dimandato conto, nè nota alcuna, ora mi pare che l'oggetto d'altercazione non poteva essere altro, e su questo non vedo in che cosa io possa rimproverarmi; vi prego anzi volermi continuar i vostri suggerimenti, essendo io disposto a prestarmi ad ogni cosa giusta, ragionevole e conveniente. Dio mi guardi di contravvenire in menoma cosa alle intenzioni della povera defonta! Se però ho da dir quel che penso, il vero fondamento della nostra così viva altercazione è stata la pena della separazione nostra che doveva seguir nella giornata, poiché conosco il vostro affetto grande verso di me, massime aggiuntasi la fortissima malinconia che vi sorprese in quell'ora. Mio caro, l'affetto cordiale che io vi porto, e v'ho sempre portato, è pur grandissimo, nè mi lascia certamente essere indifferente a tale separazione, ma siccome la maggior Gloria di Dio e salute delle anime deve esser l’unica vista, dobbiamo per questo esser sempre pronti a sacrificar a Dio ogni cosa più cara: protesto che oltre i sacrifizi che debbo far anch'io, la sola carica che intraprendo mi fa spavento, e tal volta mi opprime a segno che sono costretto a ben raccomandarmi al Signore e a Maria Ssma per non soccombere, e debbo esercitar «spem contra spem». Con tutto ciò, siccome pare evidente su questo il voler di Dio e che non posso far altrimenti, mi convien chinar il capo e procurar di non litigar con lui, anzi dargli di buon cuore quel che mi domanda, e tanto più di cuore quanto più mi costa, ed anche di buona grazia, perchè «hilarem datorem diligit Deus». Intanto guardatevi, ve ne prego per carità, dal secondar la malinconia sempre promossa dall'inimico, persuaso che il Signore non si lascia vincere in generosità. Stiamo sempre ben uniti in Domino: nè dubito che mi continuerete il vostro affetto, assicurandovi pure che vi porterò sempre nel mio cuore. Pregate molto per me, e caramente abbracciandovi nel S. C. di Gesù vi sono ».
[28] Nel verbale del 15 febbraio di questo stesso anno già si era stabilito di seguire l'esempio di Roma, cioè apporre sui libri la nota: Stampato a spese dell’Amicizia Cattolica, da distribuirsi gratis.
[29] Manca l’indirizzo perchè probabilmente portata a mano. Dal contenuto si vede che il destinatario è il Lanteri.
[30]
Anche questa è senza indirizzo, ma il
destinatario dev'essere il Lanteri.