Liturgia di Domenica prossima

Testi della Liturgia 
della Solennità di Pentecoste 

Domenica 20 maggio 2018

 

 

IL DONO DI DIO

Carissimi fratelli e sorelle celebriamo oggi la solennità di Pentecoste.

Così come per capire la Pasqua cristiana bisogna scavare nelle sue radici nella Pasqua ebraica, anche per capire bene la Pentecoste cristiana bisogna scavare le radici nella Pentecoste ebraica.

Era infatti la festa ebraica della Pentecoste quando quel “Vento gagliardo” si abbatte sul Cenacolo e scesero sugli apostoli le “lingue di fuoco” e quei poveri uomini che avevano abbandonato il loro Maestro nel momento della prova e che si erano ben chiusi nel Cenacolo per “timore dei Giudei” (Gv 20,19), ora escono fuori senza più paura, parlano alle genti e testimoniano con forza il loro Signore Risorto e daranno la loro vita per Lui.

In quel giorno gli Ebrei festeggiavano la festa dello “Shavuot” che alla lettera vuol dire “Settimane”, la festa  dunque delle Settimane chiamata in greco “Pentecoste”, cioè “cinquantesimo giorno”. Infatti questa festa cadeva e cade, per gli Ebrei, sette settimane dopo la Pasqua e aveva come oggetto di celebrazione il “dono della Toràh”, il “dono della Legge”.

La Toràh, la Legge fu donata al popolo dopo la sua liberazione dalla schiavitù perché è una legge per uomini liberi. Lo “Shavuot”  era anche la festa della mietitura e delle primizie perché in questo giorno in Israele aveva termine il periodo della mietitura e venivano offerti al Tempio le primizie dei frutti e alcuni pani confezionati con il nuovo frumento. In questo giorno il Tempio veniva splendidamente ornato di fiori in omaggio ad una tradizione che insegnava come il giorno in cui Iddio promulgò la sua Legge sul Sinai a Mosè, un grande profumo pervase il mondo intero.

Cos’era la Toràh per gli Ebrei? Era in quel dono della Legge, dei Comandamenti di Dio che quelle tribù diverse si ritrovavano come popolo. L’essenza stessa del popolo di Dio è nella Toràh, per cui esso si chiama anche popolo della Toràh, della Legge. La Toràh era il vanto di questo popolo, era la sua stessa dignità (Dt 4,6-8), era anche il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo (Sir 24), la Toràh era, in altre parole, tutto per gli ebrei: la loro gioia e l’oggetto continuo della loro meditazione e del loro amore (cfr. Sal 119)

Ma la Legge aveva il suo limite, era esteriore, era indicativa del peccato, evidenziava il peccato (cfr. Rm 3,20) senza dare alla persona la remissione del peccato. Infatti tutta la liturgia ebraica con i suo iriti espiatori e i vari sacrifici non rimettevano dai peccati, ma solo dalle infrazioni rituali di inavvertenze involontarie varie, ma non c’era nulla che purificasse dal peccato, cioè dalle infrazioni volontarie alla Legge.

E così quando quei perfidi e maliziosi scribi e farisei portarono a Gesù quella donna adultera da loro scoperta in flagrante adulterio per poter incastrarlo e fargli fare qualche passo falso difendendo quella donna, Gesù disse loro: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra» e quelli mogi mogi, uno dopo l’altro, cominciando dai più anziani se ne andarono via tutti (cfr. Gv 8,8-9)

Questo era il limite della Legge, la sua esteriorità, il suo essere regime vecchio della lettera (Rm 7,6) Geremia aveva profetizzato un nuovo regime, una legge non più esterna, ma interiore, non più scolpita con lettere sulla pietra, ma scolpita dallo Spirito nel nostro cuore (cfr 2Cor 3,3): “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore” (Ger 31,33),

Ezechiele poi completerà la profezia di Geremia dicendoci: “Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio Spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36, 26-27).

Quando Gesù ci dice che Lui non è venuto ad abolire la Toràh ma a portarla a compimento (cfr. Mt 5,17) intende dirci proprio che Lui era venuto a mostrarci in sé l’adempimento pieno e perfetto della Legge del Padre e a regalarci la gioia di poter anche noi vivere come Lui, in Lui, per mezzo del suo Spirito che ci unisce a Lui in un solo corpo.

L’azione dello Spirito in noi è proprio questo unirci al Figlio per essere in Lui un solo corpo, il suo Corpo che è la Chiesa (cfr. Ef 1,22-23; 5,23; Col 1,18.24; 1Cor 6,17). Come il dono della Toràh aveva fatto di tante tribù diverse un solo popolo legato dalla Legge, così ora gli uomini di tutti i tempi, luoghi, nazioni diventano l’unico popolo di Dio nel dono dello Spirito che li unisce tutti a Gesù in un solo corpo, la Chiesa .

Per questo oggi festa dello Spirito Santo è festa della Chiesa, compito dello Spirito è quello di fare Chiesa, costruire, edificare la Chiesa con i sacramenti, in particolare con l’Eucarestia.

Quello che faceva degli Ebrei il popolo di Dio era l’assenso ad una tavola di valori, di leggi di norme, ciò che fa di noi dei cristiani è l’unione viva a Gesù come membri vivi del suo corpo che è la Chiesa, unione operata dallo Spirito. Noi quindi siamo cristiani non perché osserviamo delle norme o siamo d’accordo su dei valori, ma perché abbiamo da testimoniare al mondo quel Gesù vivo che vive in noi e noi in Lui.

Nel cammino umano di conversione a Dio Trinità possiamo leggere tre livelli di conversione, non semplicemente susseguenti o giustapposti, ma compenetranti.

1. Conversione all'esistenza di Dio: Credo in Dio Padre Creatore di tutto

2. Conversione alla verità del Vangelo: Credo in Gesù Cristo Figlio di Dio, Unico Salvatore del mondo

3. Conversione alla appartenenza alla Chiesa: Credo nello Spirito Santo. 

Ognuno di questi livelli non si può raggiungere se non dopo una profonda crisi e una scelta costosa alla persona.

Scegliendo la fede in Dio Padre Creatore, accetto di essere creatura e quindi non autonomo, non indipendente, accetto, non senza sforzo, il dovere dell’ubbidienza.

Scegliendo di credere in Gesù Cristo accetto la croce e quindi rinnego, non senza sforzo, i valori del potere-godere-avere che reggono la vita di questo mondo.

Scegliendo di credere nello Spirito Santo, accetto, non senza sforzo, il mistero della Chiesa che è un mistero condito di debolezze, di scandali. 

Oggi festa dello Spirito Santo, Pentecoste, chiediamo allo Spirito Santo che ci rinnovi nel nostro senso di appartenenza alla Chiesa e ci dia un grande amore per la Chiesa.

Quanti purtroppo si appellano proprio a Lui, allo Spirito per declamare un’unione a Gesù senza unione alla Chiesa. Quanti si appellano allo Spirito per mettersi su linee o strade non approvate dalla Chiesa. Quanti si appellano poi a una Chiesa dello Spirito che sarebbe staccata dalla Chiesa istituzione.

Chiediamo oggi allo Spirito che riceviamo in dono dal Padre e dal Figlio che completi e perfezioni la nostra conversione con un grande amore alla Chiesa e a tutte le sue istituzioni, partendo da un grande amore per quella comunità parrocchiale dove ogni domenica ci viene spezzato il Pane che ci sostiene, comunità fatta di persone concrete, alcune più simpatiche altre meno, comunità con tanti pregi, comunità con tanti difetti, con ombre e luci. Per passare poi alla nostra comunità diocesana con tutti i suoi organismi e i suoi uffici. Per passare quindi alla Chiesa d’Italia con tutti i suoi vescovi e le sue istituzioni e organismi impegnati nell’evangelizzazione di questa Italia sempre più scristianizzata. Per passare così alla Chiesa universale, al Santo Padre, ai suoi Cardinali e ai Vescovi a lui uniti nel mondo intero e a tutte le istituzioni che la Chiesa universale ha nel mondo e che partecipano del Mistero stesso della Chiesa che è umano-divina, istituzioni animate dallo Spirito Santo, istituzioni che hanno la finalità di far conoscere Gesù, far incontrare Gesù, far seguire Gesù, fare vivere di Gesù. 

Chiediamo allo Spirito che ci dia gli occhi della fede per saper cogliere nella Chiesa, in quella Chiesa concreta in cui viviamo, la Sua presenza vivificante e ci liberi dall’essere scandalizzati per tutto il male, il brutto, l’ingiusto che possiamo vedere nella Chiesa, ben sapendo che questo è causato dalla nostra presenza di persone peccatrici e sempre bisognose di una profonda conversione a Dio Trinità. 

Concludo ritornando da dove eravamo partiti: la Pentecoste ebraica con il suo Tempio invaso dal profumo dei fiori. Ebbene così come gli Ebrei credevano che con i suoi Comandamenti il Signore avesse sparso profumo sul mondo, così noi crediamo che lo Spirito oggi ci viene donato perché noi dobbiamo essere nel mondo il dolce profumo di Gesù Cristo (cfr. 2Cor 2,15), nessun altro odore sia così forte da coprire nella nostra vita la forza di questo profumo divino.

Maria SSma ci ottenga la grazia di essere come Lei aperti al dono dello Spirito perché la nostra vita sia feconda del suo Gesù.

                   Amen.

j.m.j.