Liturgia di Domenica prossima

Testi della Liturgia 
della XV Domenica

Domenica 15 luglio 2018

 

“Incominciò a mandarli a due a due”

Carissimi fratelli e sorelle,

dopo aver assaporato l’amarezza di Gesù di fronte all’incredulità con cui fu accolto nel suo paese di Nazareth e con cui viene accolto dai tanti increduli dei nostri tempi, oggi partecipiamo alla sua gioia in quell’episodio evangelico riportato da Marco in cui Egli, dopo aver chiamato a sé i Dodici e averli ammaestrati, li manda ad annunciare agli uomini il regno di Dio.

Possiamo leggere in quest’episodio il preludio di quello che accadrà dopo la sua resurrezione quando, prima della sua ascensione al cielo darà ai suoi discepoli il comando solenne di ammaestrare il mondo (cfr. Mc 16,15). Ora li manda a due a due a fare esattamente quello che aveva fatto Lui. All’inizio del suo Vangelo Marco, infatti, ci racconta come Gesù, dopo avere ricevuto il battesimo da Giovanni, se ne va girando la Palestina dicendo: “Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15) e poi Marco ci racconta come Gesù tra i molti che lo seguivano ne scelse 12 e li chiamò “perché stessero con Lui e anche per mandarli a predicare e scacciassero i demoni” (Mc 3,4).

L’invio, dunque, che oggi Gesù fa dei suoi Apostoli alla gente di Palestina, prelude all’invio che farà di loro all’universo mondo ed è stato preparato da un consistente periodo in cui Dodici sono stati con Gesù, hanno condiviso la sua vita, goduto della sua intimità, partecipato ai suoi discorsi, ai suoi incontri con le persone, ai suoi miracoli e ai suoi esorcismi. Questo invio di Gesù è il germe delle attività apostoliche di quell’opera umano-divina che è la Sua Chiesa portatrice nel mondo del mistero della Sua presenza.

Proviamo ad entrare nel cuore dei Dodici, pensiamo alla loro emozione, fin’ora sono stati insieme con Lui, sono stati testimoni di grandi cose, ora Lui li manda agli altri, li manda a due a due, li manda nella povertà e non promette loro neanche che avranno successo, ma li prepara anche a saper accettare di aver corso, parlato, agito invano.

Li manda “a due a due” perché si facciano coraggio a vicenda, perché si capisca che non si è Chiesa Sua da soli, e che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Li manda nella povertà perché non possano mai pensare che l’eventuale successo della loro opera apostolica sia frutto di mezzi umani e capiscano bene che la loro unica forza è Lui presente in loro. È il mistero della Chiesa che inizia a distendersi nel tempo, mistero di una presenza nascosta dal velo della debolezza, del limite, della povertà e a volte – purtroppo! – anche del peccato.

Attraverso questo mistero, la Chiesa, gli uomini di tutti i tempi si possono incontrare con Gesù, l’Unico Salvatore degli Uomini (cfr. 1Tm 2,5) attraverso la mediazione di altri uomini come loro, ecco la Chiesa. 

Ora, vedete, carissimi fratelli e sorelle, “questo mistero è grande!” (Ef 5,32) che, cioè, noi ci incontriamo con Gesù, non semplicemente ascoltiamo quello che Lui disse e fece, non semplicemente ci viene ricordato qualcosa di Lui, ma ci incontriamo personalmente con Lui che ci parla, ci tocca e ci salva nell’oggi della Chiesa attraverso poveri uomini come noi: “Grande è questo mistero!”

Per questo in questo giorno in cui ci viene ricordato il primo invio in missione dei Dodici non possiamo non pregare per coloro che Lui oggi ha scelto e mandato in questo mondo ad annunziare a tutti con la Sua Forza e la Sua Autorità il Suo Vangelo, invitando tutti a convertirsi, a credere, cioè, che la propria esistenza non è avvolta da un ineluttabile e casuale destino di cui non se ne può capire il senso, ma che all’origine di essa c’è un Dio che ci ama di un Amore grandioso, immenso, infinito, che ci ha pensati, desiderati, eletti e voluti per essere suoi figli (cfr Seconda lettura – Ef 1,4). Ecco in sintesi il messaggio della predicazione apostolica di ieri e di oggi: “Dio vi ama, lasciatevi amare da Dio, convertitevi a questo amore che vi ha creati e vi ama di amore eterno” (cfr. Lc 12,7; Gv 16,27; 2Cor 5,20; Ger 31,3)

Siamo quindi chiamati oggi a pregare per i ministri del Signore, per coloro che Lui ha scelto misteriosamente. Tutte le cose di Dio sono sempre avvolte nel mistero, ma in particolare la scelta dei suoi ministri. Che mistero la vocazione di un uomo ad un così grande e alto compito! Che mistero! Abbiamo ascoltato nella Prima Lettura il profeta Amos: “Non ero profeta, né figlio di profeta, ero un pastore e raccoglitore di sicomori, il Signore mi ha preso di dietro al bestiame e mi ha detto: Va’, profetizza al mio popolo Israele” (Am 7,14-15)

Ricordo quando ero seminarista, i primi tempi, risuonava spesso ai miei orecchi, dalle persone che via via incontravo e venivano a sapere che io ero seminarista, questa domanda che mi dava così tanto fastidio e non potevo sopportare, la domanda era questa: “Perché hai scelto di farti prete?”. Ma come può una persona “scegliere” di farsi prete? O è pazza o – come purtroppo succedeva in altri tempi – è un povero imbroglione! Se un giovane si incammina per la strada del seminario è solo perché si sente “afferrato” (Fil 3,12) come diceva Paolo o “preso” come disse Amos, o come ancor meglio s’espresse Geremia, “sedotto”: “Tu mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre” (Ger 20,7). E allora spiegavo con pazienza, riuscendo a mala pena a nascondere una certa stizza dell’animo: “Io non ho scelto di farmi prete, ma ad un certo punto della mia vita ho capito che Lui mi chiamava a questo, ne ho avuto la certezza interiore. Perché Lui abbia scelto me, proprio non lo so, io ho solo risposto ad una chiamata”.

 

Il mistero della chiamata di un giovane alla vita sacerdotale si inserisce in quel modo di fare di Dio, che è proprio tipico Suo, di non far le cose da solo, ma di suscitare collaboratori e far fare a loro, nascondendosi Lui. Mentre per molti è un vanto non aver bisogno di nessuno e fare tutto da soli, per Lui, Dio – che veramente non ha bisogno di nessuno – nel Suo misterioso Amore chiama e cerca collaboratori. Così fu anche “in principio”, alla creazione che fece incompleta perché la completasse l’uomo con l’opera del suo lavoro (cfr. Gen 2,4b-7). Così pure Dio, che avrebbe potuto salvare l’umanità direttamente, vuol farlo attraverso la Chiesa, suscitando in Essa i suoi collaboratori e nascondendosi dietro il velo della loro umanità. 

Una delle caratteristiche del Dio biblico è quella che ama nascondersi per essere scoperto dalla fede. Solo quando saremo lassù sarà data alla nostra anima quella capacità soprannaturale che le permetterà di vederLo “faccia a faccia” (1Cor 13,12) quello che i teologici chiamano “lumen gloriæ”. Ora Lui ama nascondersi per farsi scoprire dalla FEDE, la fede e solo la fede oggi ci permette di coglierne la presenza. Beati noi se attiviamo questa virtù della fede che la Chiesa ci ha regalato nel Battesimo e sappiamo scoprire Dio presente in mezzo a noi per arrivare a scoprirLo presente in noi, nel fondo della nostra anima che è il Cielo in cui Lui ama nascondersi di più.

La Chiesa prolunga nel tempo il mistero dell’Incarnazione. E cos’è questo mistero dell’Incarnazione se non il mistero di Dio che si nasconde nel limite, Lui senza limite? Di Dio che si nasconde nella debolezza, Lui l’Onnipotente? Di Dio che si nasconde nella morte, Lui che è la Vita? Di Dio che si nasconde, cioè, in un uomo, Lui che è Dio? 

Con l’Incarnazione Dio inaugura il tempo della FEDE, cioè dei sacramenti o segni della sua presenza d’amore. Il primo sacramento, il primo segno è la santa umanità di Gesù Cristo: vedono un bimbetto che piange, un fanciullo che cresce, un uomo che lavora: è Dio che piange, è Dio che cresce e lavora! Che mistero! Vedono un rabbì che predica, che guarisce, che caccia i demoni, che risuscita i morti, vedono un uomo, ma chi vede Lui vede Dio! (cfr. Gv 14,9; Eb 1,3) Che mistero! Vedono un poveraccio umiliato e martoriato, sputacchiato e vilipeso, inchiodato e morto, è Dio che si lascia trattare così. Che mistero! Non meno grande è questo mistero quando risorto e vivo qualcuno metterà il dito nelle sue piaghe e la mano nel suo costato, anche lui, Tommaso, non vedrà Dio, vedrà Gesù Risorto, non vedrà Dio, Dio in questa vita non si può vedere, eppure dirà per fede: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28).

 

Oggi quell’umanità che Lo nascondeva si prolunga in tanti poveri uomini che Lui sceglie e manda perché il mondo possa incontrarsi con Lui, vederLo, sentirLo, toccarLo e così salvarsi, e così ritrovare dignità, significato, pace, amore vero. Beati i nostri occhi se sanno farsi illuminare dalla FEDE per scoprirLo nascosto nei suoi ministri e accoglierLo in loro: “Chi accoglie voi, accoglie me” (Mt 10,40).

Quest’incontro salvifico che ha tanti teatri in cui viene realizzato, ne ha uno particolare in ogni celebrazione eucaristica in cui attraverso la persona di chi presiede la celebrazione si rende presente Lui in persona. 

Vedete, carissimi fratelli e sorelle, che bello quando si vive la celebrazione eucaristica con amorosa fede! Ad esempio, il canto d’ingresso cos’è? Vi siete mai chiesti cosa rappresenta, qual’è la finalità del canto con cui iniziamo la nostra liturgia? Sì, possiamo trovarci vari significati a quel canto: radunare e raccogliere gli animi, esprimere la gioia del nostro stare insieme come fratelli, e altri, ma a me quanto piace invece leggere nel canto che facciamo all’inizio il grido di gioia della Chiesa che accoglie nella fede il Suo Signore Risorto e Vivo presente nella persona del ministro che presiede. Quando entra il Vescovo o il Sacerdote suo delegato a presiedere l’Eucarestia: entra Gesù in mezzo a noi, si realizza visivamente quello che Lui aveva promesso: “Dove vi sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt  18,20). Quale gioia dunque se sappiamo vivere questo momento nella fede! Magari sarà un povero vecchio malandato: entra Gesù, è Gesù che viene a noi e in mezzo a noi! Magari sarà un povero uomo che non sa neanche predicare bene: è Gesù che viene! Magari sarà un povero uomo pieno di difetti e forse – chissà! – anche di peccati personali: è Gesù che viene a noi! Che mistero! Questa è la Chiesa! La Chiesa è il nascondiglio di Gesù. Nella Chiesa Gesù trova vari nascondigli: si nasconde nell’assemblea, si nasconde nella Parola, si nasconde nel suo ministro, si nasconde nell’Eucaristia (cfr. CV2 – SC 7). 

Gesù si nasconde per incontrarci! Ama essere cercato, scoperto, abbracciato! E ogni domenica ci chiama, ci raduna, ci convoca per rinnovare il Suo incontro con noi, per parlarci al cuore del Padre suo, per invitarci ad una vita più bella, più alta, donarci se stesso nell’Eucaristia e sostenerci lungo il cammino – alle volte tremendamente pesante – della vita e per continuare a mandarci, come mandò i Dodici a questo mondo che non crede – ma che vorrebbe tanto poterlo fare! – per testimoniare ad esso nelle nostre persone che il regno di Dio è in mezzo a noi (cfr. Lc 17,21).

Maria, “Donna della fede” che fu beata perché credette (cfr. Lc 1,45) ci sostenga in quest’incontro con il suo Figlio e sappiamo comunicare al mondo la gioia di averLo incontrato.

Amen.

j.m.j.