Liturgia di Domenica prossima

Testi della Liturgia della Parola 
della Terza Domenica
del Tempo di Avvento "B" 

17 dicembre 2017

 

 

 

Giovanni e Gesù:   il Vecchio e il Nuovo Testamento

Carissimi fratelli e sorelle,

mancano nove gironi al santo Natale e la Chiesa oggi celebra la domenica della gioia, del gaudio, chiamata appunto “gaudete”, caratterizzata dalla possibilità di usare i paramenti liturgici rosacei, al posto di quelli violacei, come segno di particolare gioia per la vicinanza del festa natalizia.

Nella Liturgia della Parola abbiamo fatto memoria di quando Giovanni Battista dal carcere mandò dei messaggeri da Gesù per chiederGli se fosse Lui il Messia o dovessero aspettarne un altro, questo episodio impone alla nostra riflessione amorosa un confronto tra Gesù e il suo Precursore. Vedete, possiamo essere portati a pensare che Giovanni nel carcere, riflettendo su quanto sentiva dire di suo cugino Gesù e del suo Vangelo intriso di misericordia, affatto duro e severo come la sua predicazione, fosse entrato in crisi e avesse iniziato a dubitare, pensando che, forse, si era sbagliato quando Lo aveva indicato a tutti come il Messia venuto a immolarsi per la salvezza del mondo (cf Gv 1,29). Io stesso, nell’omelia di domenica scorsa proponevo questa interpretazione. Ma ad una riflessione più profonda, non penso più che sia esattamente così.

Mi sono chiesto: ma è proprio vero che la predicazione di Giovanni fosse austera, severa, dura in confronto a quella di Gesù? Ebbene, che la vita personale di Giovanni fosse stata tale: austera, severa, dura, è indubitabile; ma valutare tale anche la sua predicazione potrebbe essere erroneo; come erroneo sarebbe affermare un dualismo, un contrasto, tra la predicazione del Battista (dura, severa, austera, penitente) e la predicazione di Gesù (dolce, indulgente, misericordiosa, tenera). Quest’opposizione tra Gesù e suo cugino Giovanni è – a mio giudizio – non è pienamente vera..

Infatti, è vero che il Battista ha parole durissime contro i farisei e i sadducei che chiamava “razza di vipere” (Mt 3,7), è vero che parlava della “scure posta alla radice degli alberi” (Mt 3,10), indicando così un giudizio severissimo imminente di Dio attraverso il suo Messia che veniva con “il ventilabro a pulire la sua aia… per bruciare la pula nel fuoco inestinguibile” (Mt 3,12). Ma tutto questo non trova forse un’eco ancora più forte nel Vangelo di Gesù che, tra l’altro, iniziò la sua predicazione pubblica proprio con le parole prese a prestito da suo cugino Giovanni: “Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2; 4,17)?

Ci siamo forse dimenticati come Gesù chiamava i farisei, i sadducei, gli scribi, i sacerdoti? Non li chiamò forse anche lui “serpenti, razza di vipere” (Mt 23,33; 12,34)? E non si fermò lì! Li minacciò apertamente: come non ricordare le sette volte che nel Vangelo di Matteo, Gesù si rivolge agli scribi e ai farisei con quel minaccioso “guai a voi” (Mt 23,13.15.16.23.25.27.29) definendoli anche “ipocriti… e …sepolcri imbiancati” (Mt 23,27)? Certamente su questo punto Gesù fu molto più duro, severo e pungente del cugino. La pesantezza del suo linguaggio giunse al massimo quando diede loro anche il titolo di “bugiardi” e “figli del demonio” (cf Gv 8,44).

Riguardo poi alla “scure posta alla radice degli alberi” pronta tagliare per bruciare, non sarà forse anche annunciata da Gesù con la stessa severità? Non fu quella stessa “scure” che Simeone preconizzò quando Lo prese in braccio bambino dicendo che “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione” (Lc 2,35)? E non era forse la stessa “scure” di cui parlava Giovanni quella che si intravede minacciosa nella parabola evangelica del “fico sterile” (Lc 13,6-9)? In essa Gesù si presenta come l’unica e ultima occasione di salvezza dell’umanità, dopo di che la scure farà il suo lavoro…

E che dire ancora della durezza dell’insegnamento di Gesù, quando ricorda agli uomini che devono essere pronti a tagliarsi un arto o cavarsi un occhio se questi impediscono loro di entrare in Cielo (cf Mt 18,8-9)?…

E che dire ancora della porta chiusa che tanti vorrebbero aprire senza eternamente riuscirci (cf Mt 25,10-11)? Cosa c’è di più duro, severo, forte e minaccioso dell’insegnamento di Gesù sull’inferno, dove c’è un “fuoco inestinguibile” (Mc 9,43),“eterno” (Mt 18,8), “una fiamma che tortura” (cf Lc 16,24),“pianto e stridor di denti” (Mt 8,12), dove si è rosi da un “verme che non muore” (Mc 9,48)?

Chi afferma che l’insegnamento di Giovanni fu duro confronto a quello di Gesù, non considera affatto quanto Luca ci racconta a riguardo. Giovanni fu durissimo con i farisei e quelli simili a loro, ma fu dolcissimo con il popolo, con i soldati, con i pubblicani, proprio come lo sarà, e ancor di più, suo cugino Gesù. Infatti al popolo che gli chiedeva cosa fare, non proponeva chissà quali austerità e penitenze, predicava con semplicità l’amore al prossimo nella fedeltà ai comandamenti di Dio e tutti lo capivano e lo seguivano: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto” (Lc 3,11). Ai pubblicani, rappresentanti della feccia d’Israele diceva: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato” (Lc 3,13). E, infine, ai soldati che accorrevano a lui, uomini avvezzi alla prepotenza e alla volgarità diceva: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe” (Lc 3,14).

Giovanni con la sua predicazione rappresenta tutto il cammino di speranza del popolo di Dio incontro al suo Salvatore, rappresenta quindi “la Legge e i Profeti”, cioè la Sacra Scrittura, l’Antico Testamento che Gesù non è venuto ad abolire ma a portare a compimento (cf Mt 5,17). Ma di questo argomento abbiamo già parlato più che diffusamente domenica scorsa, ora è sufficiente rammentare che la novità del N.T. consiste non in una norma, ma in una persona: Gesù Cristo, la Persona Divina del Figlio di Dio che si è fatto uomo per salvarci regalandoci la possibilità di partecipare alla sua figliolanza divina. Per questo Gesù, oggi, esaltando suo cugino Giovanni come “il più grande tra i nati da donna”, affermerà però che “il più piccolo del regno dei cieli è più grande di lui”.

Affermato questo, ora possiamo anche interrogarci sul perché Giovanni mandò a chiedere a Gesù se fosse veramente Lui il Messia o dovevano aspettarne un altro. Penso che le possibilità di risposta siano due, in Cielo sapremo poi quale è quella giusta.

La prima è che Giovanni lì nel carcere in quella situazione di afflizione, prostrazione, frustrazione tremenda abbia vissuto una profonda notte dello spirito che gli fece offuscare il ricordo dell’esperienza che ebbe quando disse a tutti che era Lui, Gesù, “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29) avendo “visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui” (Gv 1,32). Nella vita di diversi santi, se non tutti, troviamo momenti di profonda oscurità dell’anima in cui perdono ogni consolazione e anche la dolcezza del ricordo di ogni carezza e conforto di Dio. Comunque pur vivendo questa notte, Giovanni cerca luce da Gesù e solo da Gesù e così indica anche a noi Gesù, come l’unico che può darci una risposta agli interrogativi più inquietanti e drammatici della nostra esistenza e che quindi dobbiamo andare da Gesù se vogliamo risolverli.

La seconda risposta possibile è quella che non fu Giovanni a dubitare, ma i suoi discepoli e volendoli sollevare dalla loro perplessità non trovò di meglio che mandarli proprio da Lui, da Gesù, a trovare una risposta alla loro inquietante domanda. Anche in questo caso Giovanni insegna a noi qualcosa: insegna a capire che la nostra missione di cristiani oggi non è quella di dare le risposte che possano soddisfare le persone che accostiamo, ma è quella di aiutarle a incontrare Gesù, a stare con Gesù, ad ascoltare Gesù ed a fidarsi di Lui, perché è solo da un incontro profondo e autentico con Gesù che chiunque potrà avere tutte le risposte alle domande che più l’assillano.

E così i discepoli di Giovanni si trovano davanti a Gesù e gli pongono il loro interrogativo: “Sei tu il Messia, o dobbiamo aspettarne un altro?”. Matteo, abbiamo ascoltato, riporta subito la risposta di Gesù che proclama in atto il regno messianico annunciato da i profeti (prima lettura): 

“Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me”. 

L’evangelista Luca, invece, mette in evidenza che Gesù non rispose “subito” alla domanda, ma “mentre” i messaggeri di Giovanni gli chiedevano, in quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. Poi diede loro questa risposta: ‘Andate e riferite a Giovanni…’” (Lc 7,21-22).

È così anche oggi, carissimi fratelli e sorelle, Gesù non risponde alle domande di chi gli si accosta se non mentre questi esperimenta il Vangelo. Se abbiamo tante domande senza risposta, pur avendole poste a Gesù, la verità è che le abbiamo poste senza lasciarci coinvolgere dal suo Vangelo, senza fare l’esperienza di sederci ai suoi piedi ad ascoltarLo e di alzarci per seguirLo, non abbiamo quindi potuto esperimentare la forza di luce e la potenza di amore delle sue parole capaci di illuminare ogni tenebra (cf Gv 1,9; 8,12), riscaldare e infuocare ogni cuore (cf Lc 12,49), guarire ogni malattia (cf Mc 10,51; Gv 5,6), risuscitare ogni morto (cf Lc 7,14; Mc 5,41; Gv 11,43) e “far nuovo tutto” (Ap 21,5).

Ecco – carissimi fratelli e sorelle – si avvicina il Natale, un Natale che ci coglie ancora una volta immersi in un mondo che va sempre più a rotoli, anelando disperatamente alla salvezza, alla pace, ad una vita serena e tranquilla. Buona parte dell’umanità vive in mezzo alla paura, al terrore, all’odio, alla miseria, alla fame, alla malattia, all’angoscia più profonda. Nell’attesa paziente (seconda lettura) del ritorno di Gesù, quando verrà a chiudere la storia e a ricompensare ogni gesto di bontà e d’amore (cf Mt 25,34-36), siamo chiamati ad essere in questo nostro mondo, segni della sua presenza e quindi del suo Regno rivelando agli uomini il significato e il valore di ogni situazione di afflizione e di morte che assunta e trasformata da un amore forte e potente diventa il luogo dove il Signore Gesù instaura il suo Regno, regno che, però, non è un regno di questo mondo (cf Gv 18,36) e che attende con pazienza proprio che questo finisca per manifestarsi pienamente. 

La Vergine Maria che è stata scelta e voluta dal Padre per donarci il suo Figlio e in Lui il suo Regno (cf Lc 12,32) e che fu il primo segno di esso, aiuti noi suoi figli ad essere in questo povero mondo, dei piccoli, ma autentici ed efficaci segni di speranza. 

Amen. 

j.m.j.