Liturgia di Domenica prossima

Testi della Liturgia 
della Terza Domenica
di  Quaresima  "C" 

Domenica 24 marzo 2019

 

«Levati i sandali!»

Carissimi fratelli e sorelle,

iniziamo la nostra riflessione anche in questa domenica partendo dal brano del Vecchio Testamento, domenica scorsa era Abramo che ci parlava dell’amore fedele e misericordioso di Dio, oggi è Mosè che ci narra della sua vocazione e chiamata dal roveto ardente.

Siamo in una tappa importante del nostro cammino verso la Pasqua di Gesù e la Chiesa desidera oggi invitarci con forza ad avvicinarci a Dio, non possiamo fare veramente Pasqua con Gesù se non ci fermiamo e, come Mosè, non abbiamo un’esperienza forte di Dio. La preghiera è propriamente l’esperienza dell’incontro con Dio.

Il cristiano è maturo e adulto nella fede quando ha imparato a pregare, quando cioè è un esperto dell’incontro con Dio. Quello che è avvenuto a Mosè, è avvenuto a nostro esempio, tutto quanto ci è stato trasmesso dal Vecchio Testamento ci è stato trasmesso “come esempio per noi” – come ci ha ricordato Paolo nella seconda lettura – non solo per quanto riguarda il viaggio della liberazione nel deserto, ma le stesse storie dei patriarchi, di Abramo, di Isacco, Giacobbe, Mosè e tutti gli altri personaggi del VT, tutto ci è stato tramandato “come esempio” perché ne traessimo insegnamento, e se leggessimo e meditassimo di più la Bibbia, quanto sarebbe più saggio il nostro cuore, quanto saremmo più sapienti!

Vedete, ogni personaggio biblico rappresenta ciascuno di noi, simboleggia ognuno di noi, ci racconta di noi. Quello che è avvenuto ad Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Sansone, Saul, Davide, ecc., ci viene raccontato perché noi possiamo, attraverso la loro storia, comprendere meglio la nostra storia, dove si rinnova nella nostra esperienza, nella nostra vita di ogni giorno, quello che loro hanno vissuto. Meditando così la loro storia acquistiamo la sapienza, cioè diventiamo capaci di scoprire il vero senso della nostra vita illuminandola con la luce di Dio scoperta attraverso la conoscenza della storia di questi personaggi che, a suo tempo, si sono incontrati con Dio e Questi ha voluto che il loro incontro con Lui fosse esempio e luce per noi, chiamati nella fede a fare la stessa loro meravigliosa esperienza.

Per cui voi capite subito, premesso ciò, come non conoscendo la Bibbia, ignorando la Bibbia, non meditando la Bibbia siamo così scioccamente privati del bene inestimabile della sapienza e come proprio per questo motivo la nostra vita spesso è avvolta dalle tenebre del non-senso, dell’incomprensione, della mancanza di significato, specialmente di ciò che percepiamo come pesante, doloroso e che ci ferisce il cuore. Magari tutti noi prendessimo coscienza dell’inestimabile preziosità che potremmo realizzare ogni giorno dedicando un po’ di tempo a leggere e meditare la Bibbia, ma – come purtroppo spesso ben sappiamo – abbiamo sempre tempo per tutto il resto, per cui non ci può restare tempo anche per questo!  Vediamo ora cosa ci insegna oggi la storia della chiamata di Mosè.

Mosè viveva un momento di grande scoraggiamento e delusione, era dovuto fuggire dall’Egitto ricercato dagli egiziani e non accolto dai suoi compatrioti, ha trovato nella famiglia di un uomo buono la sua nuova famiglia, ma fondamentalmente egli è solo e si sente solo finché Dio non irrompe nella sua vita chiamandolo dal roveto ardente, chiamandolo per nome e rivelandogli il suo Nome SSmo.

Prima freccia divina che colpisce il nostro cuore leggendo questa storia: l’iniziativa è di Dio, è Lui che irrompe nella vita di Mosè mentre egli sta lavorando, sta pascolando un gregge, non stava quindi pregando, non stava invocando il Signore, stava pensando alle sue pecore, Dio lo chiama.

Ma non lo chiama subito, prima attira la sua attenzione verso un roveto che arde senza bruciare, qualcosa di misterioso che interroga la sua intelligenza lo spinge ad avvicinarsi per vedere meglio, solo quando sarà vicino al roveto Dio lo chiamerà.

Carissimi fratelli e sorelle, se non abbiamo ancora sentito la dolcissima e soave voce di Dio che ci chiama per nome, è solo perché ancora non ci siamo avvicinati al roveto, il buon Dio ci attornia di roveti ardenti, cioè ci attornia di cose che portano in sé una carica di mistero che dovrebbero interrogare la nostra intelligenza creata da Lui appunto per entrare dentro i misteri e, innanzi tutto, entrare nel Mistero dei misteri che è Lui stesso. Tutto porta in sé una carica di mistero inspiegabile: la terra, la luna, gli oceani, gli alberi, i frutti, anche un piccolo fiore porta in sé una carica di mistero, anche un granellino di sabbia…, anche un invisibile atomo, ma soprattutto la persona umana, l’uomo, la donna sono carichi di mistero: come vivo? perché vivo? dove vado? perché soffro? perché muoio?

Ora, solo quando noi ci avviciniamo al mistero sinceramente desiderosi di avere una risposta totale, piena, assoluta e non ci accontentiamo di quelle parziali e monche, quando cioè noi cerchiamo la Verità, Dio ci viene incontro, fa sentire la sua voce chiamandoci per nome. Quando sentiamo la voce di Dio che ci chiama per nome, allora si apre la nostra mente, si allarga il nostro cuore nella gioia di saperci conosciuti, di sapere che Lui ci conosce, ci ama ed è interessato alla nostra storia personale che non è quindi più piccola e insignificante perché guardata con interesse, partecipazione e amore da Dio.

Ma, subito dopo aver sentito il proprio nome pronunciato da Dio, Mosè sente anche l’invito divino a levarsi i sandali. Nella tradizione biblica, i sandali, sono simbolo dell’uomo libero, della dignità, del padrone, di colui che aveva il diritto di camminare nella proprietà terriera. Davanti a Dio l’uomo deve togliersi i sandali: è l’unico gesto che Dio chiede a Mosè. Cosa significa questo gesto? Significa riconoscere che Lui è Dio e noi no, significa che non abbiamo né diritti né meriti da presentare, significa che noi non siamo sullo stesso piano di Dio, Dio è Dio e noi no, siamo sue creature che dipendono in tutto da Lui: il nostro essere, la nostra vita, il nostro respiro, il battito del nostro cuore, la luce dei nostri occhi, tutto, tutto è dono gratuito e immeritato di Dio.

Togliersi i sandali significa, quindi, riconoscere che noi non apparteniamo a noi stessi, ma a Lui (cf Sap 15,2; 1Cor 6,19; cf Gal 3,29), significa che la nostra libertà – significata dai sandali – non può essere svincolata da Lui, autonoma da Lui, fuori di Lui, senza Lui, perché noi siamo sue creature e fuori di Dio e senza Dio non possiamo esistere, non siamo che nulla, solo Lui è “Colui che è”. Davanti a Dio la persona umana percepisce il proprio niente e che solo Lui, Dio, è “Colui che è”, noi siamo “niente”, Lui è “tutto”, ma questo “TUTTO” è anche una “PRESENZA” che riempie il nostro niente di valore.

Due sono infatti le possibili interpretazioni del nome che Dio rivela a Mosé: “Io sono Colui che è”, cioè “Io sono l’Essere sussistente che esiste da sé” (comprensione del nome di Dio da parte della cultura greca), oppure “Io sono Colui che sarà con te, che sono sempre con te” (comprensione del nome di Dio da parte della cultura ebraica). Entrambe questi contenuti del nome di Dio possono e debbono coniugarsi insieme se vogliamo veramente conoscere chi Lui sia e chi siamo noi: Lui è Colui che solo è, noi siamo coloro che non sono che in Lui. L’esperienza della conoscenza di Dio si ha quando, nella consapevolezza e nella percezione del nostro niente, viviamo l’esperienza della Sua presenza nella nostra esistenza.

Dio chiede a Mosè solo di levarsi i sandali, cioè di riconoscere il suo niente, non gli chiede altro, ma Mosè fa anche un altro gesto, si copre il viso perché ha paura di vedere Dio:

«Mosè non si limita a levarsi i sandali, ma aggiunge spontaneamente un altro gesto non ordinatogli da Dio: si copre il volto. Egli ha paura. Dio che parla gli fa paura. Si sente morire se dovesse incontrare Dio con i suoi occhi. Mosè intuisce che l'incontro con Dio gli fa cambiare la vita, che Dio gli può chiedere tutto. Ha ubbidito nel togliersi i sandali, ma la paura di rinunciare a se stesso, ai propri desideri e interessi, lo porta a velarsi il viso. Quando l'uomo s'accosta al Dio che parla cerca automaticamente delle difese. Toglie i sandali, ma si copre gli occhi. Cerca di apparire ubbidiente, o di esserlo, ma a modo suo! Per accostarsi alla Parola di Dio è proprio necessario un cuore da bambino, un cuore libero da programmi, un cuore disponibile» – Don Virginio Covi.

Gesù, il Verbo incarnato, ci aiuta e ci insegna ad incontrarci con il Padre a “viso scoperto” (2Cor 3,18), senza paure e ci insegna e ci invita a dire con Lui il nostro “Eccomi” (Eb 10,7).

Ma questo implica una profonda conversione del nostro cuore al Padre abbassando tutte le nostre difese per accogliere la Sua volontà nella nostra vita con amore, con gioia, con slancio.

Per questo Lui mandò il suo Figlio, perché ci insegnasse a levarci i nostri sandali, ma anche i nostri veli, a vincere le nostre paure, ad abbattere le nostre chiusure, a fidarci di Lui e del Suo amore per noi, ma siamo liberi di credervi, siamo liberi di ascoltare Gesù e aprirci al Padre come Lui, siamo liberi di vivere senza far caso agli innumerevoli roveti ardenti che Dio fa ardere attorno a noi per attirare la nostra attenzione e chiamarci a Sé, siamo liberi di non levarci i nostri sandali davanti a Lui, siamo liberi di continuare a nasconderci il volto, ma – attenzione – non siamo liberi di farlo sempre, il Padre dà un tempo ad ogni persona umana per realizzare quest’incontro con Lui, unico incontro che la può rendere libera e felice.

E Gesù oggi con la parabola dell’albero che il padrone vuol tagliare e bruciare perché non dà frutto e che acconsente a dargli ancora un anno di tempo, ci ricorda che il tempo che viviamo, quest’oggi in cui Lo ascoltiamo, è il tempo della misericordia e non ci è dato sapere quanto lungo esso sia. Approfittiamone dunque subito, non aspettiamo domani, non diciamo: “domani mi convertirò”, “domani cambierò”, “domani farò”… perché non sappiamo se domani ci sarà per noi. Ritorna così il tema forte della morte con cui abbiamo iniziato il nostro viaggio verso Gerusalemme, quando il sacerdote ha posato sulle nostre teste un po’ di cenere dicendoci: “Polvere sei e polvere ritornerai”. Il pensiero della morte, quanto mai salutare alle nostre anime così tanto distratte, ci scuote dai nostri torpori. Gesù lo sa bene, conosce bene Lui il cuore dell’uomo (cf Gv 2,25) e così, per scuotere i suoi uditori prese l’esempio da due episodi di morte – una repressione politica e il crollo di un edificio – per dedurne la sorte di coloro che non si convertono.

E la Chiesa che prolunga nell’oggi la voce di Gesù, vuole scuotere anche noi: si avvicina la Pasqua, dobbiamo prepararci alla Pasqua! Siamo invitati a levarci i sandali e anche i veli che coprono le nostre paure e riconoscere il nostro “niente” di povere persone umane che hanno ancora tanta paura di aprirsi a Dio, tanta paura di lasciarsi toccare e amare da Lui perché hanno paura di quello che Lui potrebbe volere da loro e non hanno ancora capito che “Dio è AMORE” (1Gv 4,8.16) e che, quindi, può chiederci solo amore e ce lo chiede perché sa che, essendo fatti da Lui ad “immagine e somiglianza” Sua (Gen 1,26s), se non amiamo e non amiamo innanzi tutto Lui e in Lui tutto il resto, la nostra vita è senza senso, senza valore, senza significato e noi siamo dei poveri infelici!

Vinciamo dunque queste paure e avviciniamoci al roveto ardente del confessionale dove divampa il fuoco dell’amore di Dio per noi, accostiamoci presso questo roveto ardente togliendoci i sandali, presentiamo lì al Padre il nostro “niente” di povere persone che hanno peccato, e lì leviamo i nostri occhi a Lui senza paura di cosa possa chiederci, lì sentiremo la rivelazione del nostro nome nell’esperienza del Suo che è “Padre buono e misericordioso”, lì gusteremo la vera libertà, quella dei figli di Dio che sanno di essere da Lui amati e riempiti della Sua presenza.

Maria SSma guidi questi nostri passi decisivi del nostro cammino verso la Pasqua di Gesù, e ci ottenga la grazia di una sincera e profonda conversione a gioia di Dio (cf Lc 15,7.10.23) e nostra (cf Lc 19,6).

Amen.               

j.m.j.