Liturgia di Domenica prossima

Testi della Liturgia della Parola 
della XXVII Domenica del Tempo Ordinario "A"
22 ottobre 2017

 

 

 

 

Il dovere della restituzione

Carissimi fratelli e sorelle,

il Vangelo oggi ci parla di uno dei tanti scontri di Gesù con i farisei e gli scribi del tempo. Viene posta a Gesù una domanda con cattiva intenzione, chi gliela pone non cerca la verità, cerca solo di mettere il Signore con le spalle al muro e inchiodarLo costringendoLo ad una risposta che, inevitabilmente, Lo avrebbe posto sotto accusa o dal Sinedrio o dai Romani.

Sono veramente maliziosi, hanno deciso di togliere di mezzo Gesù e ogni mezzo sarà per loro lecito: farLo apparire come un bestemmiatore e farLo quindi mettere a morte dal Sinedrio o farLo apparire come un ribelle rivoluzionario e farLo così mettere a morte dai Romani. Infatti Roma Imperiale esigeva da tutte le popolazioni che sottometteva, tra le altre, una tassa personale annuale di un denaro, nota come il tributo a Cesare o tributum capitis. I contribuenti venivano individuati grazie ai censimenti eseguiti periodicamente (cf Lc 2,2; At 5,37). Questa tassa era fortemente contestata in Palestina soprattutto dagli Zeloti, perché ritenuta un’offesa all’unico Dio, cerchiamo di capirne il perché:

«La questione era se riconoscendo attraverso il pagamento delle tasse l’autorità romana, non si metteva in questione il riconoscimento di Dio esclusivo Signore del suo popolo. Per capire ancora meglio questa difficoltà, teniamo presente che l’imperatore romano andava attribuendosi poteri sempre più invasivi della vita della persona, assumendo sempre più caratteri "divini". Non dimentichiamo che già al tempo di Gesù, in alcune parti dell’Impero si erano elevati templi all’imperatore. Si capisce allora come la domanda fatta a Gesù non fosse di poco conto. E come fosse insidiosa!» – Mons. Carlo Caffarra.

La questione poi si faceva ancora più insidiosa perché sulla moneta c’era stampata l’effige dell’Imperatore Romano, cosa assolutamente sacrilega per un giudeo che non poteva farsi immagine di alcunché per non cadere nell’idolatria (cf Es 20,3). Gesù prende spunto proprio da quest’immagine incriminata per rispondere e ribaltare completamente la questione inserendola in un piano e in una dimensione più profonda spiazzando così del tutto coloro che volevano costringerLo ad una risposta che Lo avrebbe messo nelle loro mani.

“Di chi è quest’immagine e l’iscrizione? Di Cesare. Date dunque a Cesare cià che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Con questa sua profondissima risposta Gesù opera un ribaltamento della questione ponendo il pagamento del tributo a Cesare non sul piano del dare, ma del restituire facendo così anche emergere la radicale povertà della persona umana che è in debito con tutti: con la comunità sociale senza la quale non potrebbe vivere e, ad un livello diverso e più profondo e primario, è in debito con Dio. Si tratta di due ambiti in cui la persona situa se stessa:

«Spesso il brano odierno viene usato per riaffermare e per dare un fondamento biblico, rivelato, alla distinzione e reciproca autonomia tra la Chiesa e lo Stato. Molto probabilmente la risposta di Gesù non aveva questa intenzione: sia per il contesto del racconto, che non esigeva un pronunciamento su questo problema; sia per il contesto storico dei suoi tempi, nei quali non si distingueva ancora tra potere politico e religioso. Ma la risposta di Gesù è ugualmente illuminante perché indica una direzione. Gli Ebrei del tempo di Gesù erano abituati a concepire il regno inaugurato dal futuro Messia nella forma di una teocrazia, cioè come dominio diretto di Dio, tramite il suo popolo, su tutta la terra. La parola di Gesù rivela l’esistenza di un regno di Dio nella storia, nel quale è possibile ad ognuno, e non solo all’ebreo, entrare fin d’ora, senza attendere che si inauguri un ipotetico regno politico di Dio su tutta la terra. Il regno di Dio, infatti, è possibile all’interno di un regno pagano, non meno che nel quadro di una teocrazia, poiché non si identifica né con l’uno né con l’altra. Si rivelano così due modi qualitativamente diversi di dominazione e di sovranità di Dio sul mondo: la sovranità spirituale che costituisce il regno di Dio e che egli esercita direttamente in Cristo, e la signoria temporale che egli esercita indirettamente, mediante il libero gioco delle cause seconde» – Centro Catechistico Salesiano.

Ma abbiamo anche altri testi del N.T. che illuminano la tematica toccata dall’odierna pagina evangelica:

«Il primo è di S. Paolo: “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite, poiché non c’è autorità se non

da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio” [Rm 13,1-2]. L’altro testo è di S. Pietro, e dice: “State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all'ignoranza degli stolti […] Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re” [1Pt 2,13-17]. In questi testi Paolo e Pietro affermano che l’ordinamento giuridico statale è voluto da Dio stesso perché ci sia una convivenza giusta e pacifica. Non si tratta di ritenere che lo Stato sia l’ultima istanza cui l’uomo sia sottomesso in tutto. Al contrario. Semplicemente si riconosce allo Stato la funzione di difesa del giusto. La cosa si capisce meglio alla luce della prima lettura ascoltata. La parola di Dio, come avete sentito, non ha paura di designare il re Ciro l’eletto del Signore. Il re dei persiani, che né conosce né onora il Dio vero e fa ritornare in patria il popolo d’Israele per ragioni puramente politiche, agisce però come strumento di Dio dal momento che di fatto ristabilisce la giustizia» – Mons. C. Caffarra

Ma se può apparire abbastanza semplice il dovere della restituzione a Cesare di ciò che è suo e quindi il riconoscimento della legittimità del pagamento del tributo all’autorità governativa, la restituzione a Dio di ciò che di suo possediamo, si pone ad un livello più radicale e profondo in quanto non tocca semplicemente i nostri possibili beni, ma la nostra stessa persona. Anzi è proprio bello qui fare l’accostamento tra la moneta romana e la persona: entrambe hanno stampato in se stesse l’effige del loro padrone, la moneta Cesare, la persona Dio, perché appunto creata “a sua immagine e somiglianza” (Gen 1,27), Dio ha “stampato” nell’intimo della persona la sua immagine:

«Questa è la vera questione cui vuole rispondere, la scelta decisiva: che cosa occorre rendere a Dio. A Cesare spetta una cosa, la moneta. A Dio spetta la persona, con tutto il suo cuore, con tutta la sua mente, con tutte le sue forze. Io, come talento che porta l'effigie di Dio, devo restituire niente di meno di me stesso. Devo restituire la mia vita, facendo brillare l'immagine coniata in me, progressivamente, finalmente uomo. Restituite a Dio ciò che è di Dio. Parola che dice a Cesare: non prendere l'uomo. Non rubare l'uomo. L'uomo è cosa di un Altro. Cosa di Dio. A me dice: non iscrivere appartenenze nel cuore che non siano a Dio. Libero e ribelle a ogni tentativo di possesso, ripeti a Cesare: io non ti appartengo. Proclama le opere meravigliose di Dio, non quelle di Cesare. Non vivere senza mistero. Senza lo stupore di essere vivo» P. Ermes Ronchi.

La consapevolezza della nostra radicale povertà e dipendenza da Dio nostro Padre Creatore è fondamentale e necessaria per l’edificazione della nostra vita spirituale: “Cosa devo rendere a Dio?”, “tutto”! “Tutto” perché “che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?” (1Cor, 4,7). “Tutto” abbiamo ricevuto da Dio come dono del suo amore e “tutto” Egli ci ha donato per suscitare in noi l’amore e quindi realizzassimo nell’amore il “ritorno” di questo “tutto” ricevuto, senza questo ritorno la nostra vita –  cioè il nostro “tutto”! non ha senso, è vuota, immessa in questo ritorno essa prende significato e valore.

Incapacitati a ritornare a Dio l’amore ricevuto – in seguito alla disobbedienza e volontà di vivere tenendosi qualcosa per sé da parte dei nostri progenitori – siamo stati redenti e salvati da questa incapacità da Dio stesso che ha mandato il suo Figlio, il suo unico Figlio perché attuasse Lui quello che noi eravamo incapaci di attuare e potessimo così, nel Figlio, ritornare a Lui quel “tutto” che ci eravamo tenuti indebitamente per noi, quel “tutto” che siamo essenzialmente noi stessi. Per mezzo di Gesù “tutto” ridiventa veramente nostro e “tutto” può essere “ritornato” al Padre nell’amore: “Tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23). Con la sua morte in croce il Figlio di Dio spogliandosi di “tutto”, della sua divinità e della sua vita umana (cf Fil 2,7-8), non tenendosi assolutamente nulla per sé attua il “ritorno” al Padre di “tutto” il cosmo creando come un vortice di amore che vorrebbe risucchiare “tutto” in Sé per farlo ritornare al Padre.

La Vergine Maria, nostra Madre e Maestra di vita spirituale ci aiuti ad inserirci sempre più intimamente in questo vortice d’amore che ci ha abbracciati nel s. Battesimo e che in ogni Eucaristia desidera avvincerci sempre più fortemente per attrarci al Padre insieme all’offerta che Gesù ha fatto di Sé “una volta per sempre” (1Pt 3,18) inchiodato alla croce dall’amore che ci ha portato e ci porta e che chiede incessantemente una nostra adeguata risposta.

Amen.                                                                                                                  

j.m.j.