Inseguendo l’Agnello

 

 

 

 

 

 

“E GLI PARLARONO DI LEI”

 

 

 

 

 

 

 

 

Carissimi fratelli e sorelle,

s. Paolo nella seconda lettura ci parla del suo amore al Vangelo di Gesù e della missione che ha ricevuto di annunciarlo. Ecco, chiediamo oggi a lui, a Paolo, questo grande innamorato di Gesù, che ci comunichi un po’ del suo amore perché possiamo accostarci con tanto affetto, con tanta devozione e amore a questa pagina dell’evangelista Marco che abbiamo appena proclamato.

Il brano di Marco odierno insieme a quello che abbiamo proclamato domenica scorsa, presenta alla nostra attenzione amorosa,“una giornata tipo” di Gesù. L’altra domenica ci ha presentato l’inizio di questa giornata alla sinagoga di Cafaranao, dove il Maestro stupisce i Giudei per la sua dottrina insegnata con autorità e per la potenza delle Sue parole di fronte alle quali anche i demoni ubbidiscono. Oggi, nel proseguo, Gesù si reca a casa di Simone e Andrea “e, subito”  - dice l’Evangelista – “Gli parlano di lei”, della suocera malata.

Si apre qui il tema della sofferenza, tema che è portato avanti da tutto il libro di Giobbe di cui oggi abbiamo letto un brano come prima lettura. Mi piace farvi notare come Marco incornicia la sofferenza nell’amore dei famigliari: “Subito Gli parlarono di lei” e anche dopo leggiamo come sul far della sera “gli portarono tutti i malati e gli indemoniati”: chi portava queste persone a Gesù se non i loro familiari?

Una delle scene che più è rimasta impressa nella mia memoria è stata quella di una mamma, una mamma anziana, molto anziana, che con una dolcezza indicibile e un amore – vorrei dire “palpabile”- imboccava la figlia portatrice di handicap che tra smorfie, sputi e schizzi vari deglutiva quanto la sua mamma buona le porgeva.

Cosa voglio dirvi con questo? Spero di riuscirvi, perché è una cosa importante. Vorrei dirvi che le persone malate e sofferenti, quando sono amate, quando sono accudite, quando sono accompagnate dall’amore di qualcuno, quando hanno qualcuno capace di stringer loro con affetto la mano e far loro un carezza, soffrono già molto di meno e la loro sofferenza diventa vivibile, sopportabile. E che bello vedere come questo amore sia ancora presente nel nostro mondo e che brutto, che gelo nel cuore, quando – purtroppo – non lo vediamo!

Eh, sì, l’amore costa! Ah quanto costa l’amore! E allora magari ce la si prende con Dio che non fa i miracoli e cose di questo genere, ma noi, alle volte, non facciamo quello che dovremmo fare se veramente amassimo, e quante occasioni di amore abbiamo nell’ambito della nostra famiglia, del nostro vicinato… quante! Ma siamo troppo presi dai nostri problemi, dall’organizzazione del nostro tempo libero per poterle vedere… e ce la prendiamo con Dio perché qualcuno soffre, dimenticandoci che qualcuno altro potrebbe soffrire di meno se io amassi di più!

Ma torniamo al nostro Vangelo. Bisogna poi tener presente che i miracoli compiuti da Gesù non sono fini a se stessi, sono segni, segni di una realtà più profonda, una realtà spirituale: non dimentichiamolo mai! E, in particolare, è un segno questo miracolo della suocera di Pietro perché esso è il primo che racconta Marco, si tratta dunque del primo miracolo, che è apparentemente insignificante come spettacolarità: non c’è nessuna gravità, non si tratta di paralisi, cecità, gravi difficoltà motorie, si tratta – diremmo oggi – di una banale influenza: “aveva la febbre!”

Molto probabilmente, proprio per questa sua lievità, Marco lo racconta per primo, perché la possibile spettacolarità di un altro miracolo ci porterebbe fuori strada nella comprensione che ogni miracolo è segno, non ricerca della spettacolarità, ma segno. Vediamo alcuni particolari significativi di questo segno che è segno dell’incontro della persona umana con la salvezza, con Gesù:

Altre considerazioni:

Ma… – attenzione! –, molti pregano tanto, ma non succede niente, sono sempre gli stessi e sapete perché? Perché non hanno pregato nel luogo giusto, non sono scesi nel “deserto”, hanno pregato nella dispersione e nella confusione e hanno finito per parlare al vento e non certo a Dio. Ma qual è il “deserto” nel quale dobbiamo scendere per pregare? Non si tratta di un “deserto” esteriore, ma di un “deserto interiore”. Certamente un luogo solitario aiuta a pregare, la penombra di una chiesa anche, la viva luce accesa vicino a un tabernacolo ancora di più perché c’è una presenza sacramentale di Lui, ma il luogo dove tu incontri il tuo Dio non è un luogo esterno a te, pur bello, soave, devoto. No, il luogo dove tu preghi è dentro di te: è il centro del tuo cuore, l’intimo più intimo in te. Allora il tuo sforzo iniziale dovrà essere quello di scendere dentro, scendere in basso nelle tue profondità fino al cuore del tuo cuore dove c’è Lui, il tuo Dio, il Dio vivo che vive in te e tu vivi in Lui. Se non scendiamo lì non preghiamo, ma com’è difficile scendere lì, così in basso, abbiamo paura, il vero nemico della nostra preghiera è questa paura che abbiamo di scendere in basso, in basso, in profondità, dove c’è la nostra verità, la verità della nostra miseria che vorremmo continuare ad ignorare, che non vorremmo vedere. Ma è lì proprio lì che ci incontriamo con Dio Amore, è proprio lì che Dio Amore si incontra e si scontra con la nostra miseria, distruggendola nella sua misericordia!

Amen.

 

Quinta Domenica del Tempo Ordinario- Anno B

8 Febbraio 2009

 

Prima Lettura: Gb 7,1-4.6-7
Dal Salmo 146
Seconda Lettura: 1Cor 9,16-19.22-23
Acclamazione al Vangelo: Gv 6,63.68
Vangelo: Mc 1,29-39