Quindicesima Domenica del Tempo Ordinario
anno C

11 Luglio 2010

Prima Lettura:
Dt 30, 10-14

Dal Salmo : 18
Seconda Lettura:
Col 1, 15-20
Canto al Vangelo:
Gv 13,34
Vangelo: Lc 10, 25-37

Inseguendo l’Agnello

«Va, e anche tu fa lo stesso!»

 

Carissimi fratelli e sorelle,
oggi la Liturgia della Parola ci ha regalato una delle pagine più belle di Luca, una sua perla preziosa: La parabola del buon Samaritano.
Un dottore della Legge interroga Gesù su cosa si debba fare per entrare nella vita eterna, si tratta di una domanda trabocchetto, infatti gli ebrei avevano codificato le prescrizioni della Legge in centinaia e centinaia di precetti negativi e positivi, per cui sarebbe stato abbastanza facile che Gesù desse una risposta contestabile per poi accusarLo. I Vangeli ci mostrano altre occasioni in cui tentano di far dire a Gesù qualcosa di sconveniente, di erroneo per poterlo accusare, ricordiamo la questione della tassa da pagare ai Romani, in cui Gesù se ne uscì con quel “rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Mc 12,17), o quando gli portarono quella povera donna adultera e Lui li zittì tutti con quel “chi è senza peccato scagli la prima pietra” (Gv 8,7). Ma poteva il Figlio di Dio che possiede in pienezza la propria divinità (seconda lettura) essere messo alle strette da dei poveri uomini, seppur dottori della Legge?
In questa occasione Gesù non risponde direttamente alla questione postagli da questo dottore della Legge, gliela rimbalza dolcemente: “Cosa vi trovi tu scritto nella Legge?”. Abbiamo visto, poi, dalla sua risposta, come questo dottore avesse studiato e meditato bene la Legge e ne avesse colto l’essenziale, al punto che viene elogiato da Gesù. A questo riguardo vorrei farvi osservare due cose.
La prima è come ogni persona abbia sempre una grande ricchezza interiore depositata in fondo all’anima, basta poco per farla emergere: una domanda esistenziale, un momento di preghiera e viene fuori! Bisogna dare però spazio a queste domande, dobbiamo dare spazio al silenzio della preghiera per permettere alla parte più bella di noi di emergere.
La seconda. È come ogni volta che ci si incontra con Gesù, se l’incontro è autentico, si è spinti a scavare dentro di sé, a guardarsi dentro, a rientrare in se stessi, a cercare in sé quelle risposte che si cercavano fuori. Succede un po’ come successe a Zaccheo che era uscito di casa ed era salito sul sicomoro per vedere Gesù, ma Gesù quando passò di là, lo farà scendere giù e ritornare a casa sua (cf Lc 19,5-6).
Tornando al nostro Vangelo odierno, il dottore della Legge che voleva esaminare Gesù si ritrova esaminato da Questi. Gesù lo elogia perché aveva centrato la cosa più importante: l’amore a Dio, totale e assoluto e in esso, l’amore al prossimo. A questo punto si trova spiazzato e per “giustificarsi”, cioè per giustificare quella domanda che aveva fatto senza retta intenzione, ma solo per metterLo in fallo, pone a Gesù una nuova domanda: “Chi è il mio prossimo che devo amare?” e Gesù s’inventa a nostro immenso vantaggio la parabola del buon samaritano.
Gesù, con la sua parabola sposta la problematica che quel dottore gli poneva. Infatti alla domanda “chi è questo mio prossimo che devo amare?”, cioè quali sono le categorie di persone che sono degne di essere amate da me, Gesù risponde spostando la problematica dal “chi devo amare” al “chi è che ama veramente”.
Questa parabola possiamo leggerla sotto due livelli di significato. Il primo livello è quello semplice, chiaro, forte che risplende ad una semplice lettura del testo.
Diciamo subito che a questo livello di prima comprensione, la parabola del buon samaritano è molto provocatoria e accusatrice di quel mondo socio-culturale a cui apparteneva colui che lo interrogava, il mondo dei farisei, dei dottori della Legge e dei sacerdoti, di coloro cioè che si sentivano detentori dell’eredità spirituale di Israele.
Perché provocatoria? Perché in quella strada dove quel poveruomo fu assalito dai briganti passa prima un sacerdote e poi un levita, cioè persone che avevano un ministero di servizio al culto di Dio (i leviti erano praticamente gli aiutanti dei sacerdoti), entrambi “passano oltre” lasciando quel poveruomo nella sua disgrazia, mentre chi si ferma e aiuta il poveraccio è proprio un samaritano, cioè una persona che appartiene ad una confessione religiosa in contrasto con l’ebraismo ufficiale, considerato per questo eretico e quindi peccatore da cui stare ben lontano.
Gesù non dice nulla sulla motivazione per cui il sacerdote e il levita non si fermarono, ma sembra lasciare supporre al lettore che non si fermarono per via del culto che dovevano andare ad officiare, se si fossero fermati ne avrebbe risentito il culto divino di cui erano incaricati. Si tenga poi presente che essendo quel malcapitato descritto come “mezzo morto”, poteva apparire morto sul serio, e il contatto con un cadavere metteva la persona in condizione di non poter espletare il culto divino e questo obbligava a sottoporsi ai riti di purificazione previsti dalla Legge (cf Lv 5,1-5). Sembrerebbe quindi dover supporre che la motivazione del sacerdote e del levita di passare oltre fosse una motivazione di ordine cultuale, di un culto però completamente staccato dall’amore, un culto esteriore che non tocca il cuore e che si attira per questo la contestazione di Gesù che è venuto ad insegnarci il vero culto al Padre e a insegnarci come Questi desidera “misericordia e non sacrificio” (Mt 9,13), cioè come Dio desidera che sappiamo amare, che sappiamo essere misericordiosi e compassionevoli e non tanto che facciamo belle liturgie e orazioni (il sacrificio era l’essenza della liturgia ebraica). Gesù ci insegna così che amare significa “farsi prossimo” di ogni persona che s’incontra.
«E la parabola ti insegna precisamente questo: come si diviene prossimo di ogni persona.
 Nei confronti di un altro noi possiamo avere uno dei seguenti tre atteggiamenti.
 - Atteggiamento dei “briganti”: “lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto”. È  l’atteggiamento di chi spoglia l’altro di ciò che è suo, della sua dignità, dei suoi fondamentali diritti; di chi lo percuote in ciò che l’uomo ha di più grande e più santo: i beni fondamentali della persona umana.
 - Atteggiamento del sacerdote e levita: “lo vide, passò oltre dall’altra parte”. È  l’atteggiamento di chi è indifferente di fronte al male altrui: non lo riguarda. Egli passa oltre e dall’altra parte: alla larga, non si sa mai! È  l’indifferenza con cui il povero è ascoltato, con cui è spesso trattato negli uffici pubblici; è l’indifferenza con cui il povero è abbandonato al suo quotidiano dramma.
 - Atteggiamento del Samaritano: è di colui che sente compassione dei bisogni altrui; se ne interessa, mettendoci del suo: del suo tempo, del suo denaro.
 La domanda di Gesù: chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo …?”, cioè; chi è diventato prossimo di colui che aveva bisogno? Ormai ha ricevuto una risposta chiara».
Mons. Carlo Caffarra – 12 luglio 1998 - Omelia XV Domenica del T. O.
Quello che più colpisce in questa parabola è la cura personale e sovrabbondante con cui il samaritano si prodiga per l’uomo ferito, pagando lui l’alloggio in un albergo e assicurando che sarebbe ripassato e avrebbe pagato anche il resto se ce ne fosse stato di bisogno. È un amore veramente squisito e gratuito che non può non toccare il cuore di chiunque.
Fin qui il primo livello di comprensione sotto il quale ne soggiace un altro. La Chiesa ha sempre letto questa parabola anche ad un altro livello, più profondo. In quell’uomo diretto da Gerusalemme a Gerico vi ha visto l’umanità decaduta in seguito al peccato, non si tratta di una discesa fisica, ma spirituale, da Gerusalemme, la città santa, a Gerico, la città del peccato. Quest’uomo viene quindi assalito e ferito, ferito profondamente nella sua stessa dignità di uomo e abbandonato alla sua solitudine impotente.
Per salvare quest’uomo “mezzo morto” è venuto nel mondo il Figlio di Dio facendosi suo prossimo, fermandosi accanto, prendendolo su di sé con infinito e gratuito amore, sporcandosi le sue vesti del suo sangue e del suo fetore, lo conduce a quella locanda che è in realtà la Chiesa, dove quest’uomo viene curato e ritrova la sua forza e la sua dignità. Il prezzo che paga, i “due denari”, è in realtà la sua Passione e morte di croce, e il suo ritorno alla locanda è indicativo del suo ritorno alla fine del mondo, quando Gesù verrà a chiudere il libro della storia umana per consegnarlo definitivamente al Padre.
Dunque, è Lui, Gesù, il Buon Samaritano che ci insegna ad amare salvandoci con la sua morte di croce, ma chi può capire a questo livello questa parabola? Solo chi può entrarci dentro con l’esperienza di una vita salvata dalla morte del non senso, del vuoto, del peccato, d’altra parte non ha detto Lui stesso che non è venuto per i giusti, i sani, i buoni, ma solo per i peccatori (cf Lc 5,31-32)?
Ma bisogna per forza avere l’esperienza del peccato, del peccato che ti spoglia e ti atterra, per capire l’amore di Gesù per noi? No, non è necessario, Maria SSma ne è l’esempio eclatante, in quanto in Lei non ci fu peccato, eppure Lei capì pienamente l’amore del suo Gesù per Lei, amore che si era riversato su di Lei salvandola previamente. Non è quindi necessario peccare per capire l’amore di Gesù, basta infatti riflettere sulla propria fragilità e debolezza esistenziale per capire che abbiamo bisogno di essere salvati!
Ma per chi non ha grossi peccati da rimproverarsi c’è sempre in agguato la tentazione pressante di credersi giusti e quindi non più bisognosi di Gesù, in questo senso dobbiamo anche leggere quelle parole forti di Gesù :“I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno dei cieli” (Mt 21,31), parole dirette non solo ai “sommi sacerdoti e agli anziani del popolo” del tempo, ma anche a noi, uomini e donne di oggi che stentiamo a comprendere quest’amore perché presumiamo di non averne bisogno perché già santi, già buoni, già giusti, solo perché non abbiamo rubato, ammazzato o tradito il proprio coniuge… e quindi in credito, non in debito nei confronti di Dio e quindi di Gesù Cristo!

Maria SSma, la Vergine Immacolata che seppe gioire dell’amore di Dio per Lei nella piena consapevolezza della propria “piccolezza” (Lc 1,48) e che vide il suo Figlio Divino svenato d’amore per farsi nostro prossimo e sollevarci dalla nostra situazione di morte, ci aiuti a renderci consapevoli ogni giorno di più dell’immensità dell’amore del suo Figlio per noi e a crescere nello spirito di gratitudine verso la Chiesa, mistica locanda divina dove veniamo curati e nutriti spiritualmente dai suoi Sacramenti. Amen.