Inseguendo l’Agnello

La gioia di Dio
Carissimi fratelli e sorelle,
in questa domenica la Liturgia della Parola ci ha presentato l’intero capitolo quindicesimo dell’evangelista Luca. Si tratta del capitolo della rivelazione della misericordia del Padre, ossia dell’amore sviscerato di Dio per la sua fragile e piccola creatura umana.
Nel passato il popolo di Dio aveva conosciuto questa misericordia divina e la prima lettura oggi ci mostra Mosè che prega per il popolo peccatore e ottiene ancora una volta misericordia per esso. Ma se la misericordia del Padre era stata già assaggiata nella storia della salvezza, mai nessuno avrebbe potuto immaginare a quali vertiginose misure essa potesse giungere, senza questa rivelazione evangelica.
Gesù, rivolto verso “i farisei e gli scribi” che mormoravano vedendoLo attorniato da “pubblicani e peccatori” presenta loro le tre parabole della misericordia: quella della pecora perduta, della dramma perduta, del figlio perduto.
Nella parabola della pecorella sperduta viene messo in maggiore evidenza l’amore che si manifesta nell’affanno della ricerca e rimanda direttamente al mistero dell’incarnazione, in cui Dio si fa uomo per cercare di raggiungere ogni uomo, spogliandosi della propria divinità per poter inseguire quell’uomo perdutosi dietro al peccato e ricondurlo alla Casa del Padre.
In quella della dramma viene maggiormente evidenziato l’amore che esplode nella gioia del ritrovamento, la donna chiama le sue amiche perché una grande gioia non può tenersi racchiusa nel cuore, ha bisogno di manifestarsi, di comunicarsi ad altri, di esplodere all’esterno.
Nel buon papà che vede arrivare il figlio da lontano emerge l’amore paterno che avvolge il suo figlio sempre, amore che non si allontana dal figlio neanche quando viene rifiutato, amore che sa attendere e sperare, amore che accoglie e reintegra.
Penso che possiamo identificare nelle tre parabole, tre elementi emergenti comuni: il dolore, la ricerca, la gioia.
Il buon pastore è costernato sapendo di avere una sua pecora sperduta lontana dal gregge, la brava massaia è addolorata perché ha perso una dramma, il padre buono soffre perché ha perso un figlio. Tutti e tre i soggetti sono addolorati perché hanno perso qualcosa di proprio a cui tenevano tanto: una moneta preziosa, una pecora, un figlio… Essi sono immagine di Dio e del suo amore unico, personalissimo e immenso con cui ama ogni uomo, ogni donna e con cui li insegue quando essi si allontanano da Lui e con cui giosce quando li ritrova.
L’accento è messo sull’individualità del rapporto: una moneta, una pecora, un figlio… Ogni persona ha un valore unico, personalissimo e immenso perché è amata da Dio di un amore unico, personalissimo e immenso, Dio ama così ciascuno e tutti. Dio non ama genericamente e nel mucchio, ama il singolo, ama l’individuo, ama ciascuna persona di questo amore.
Se una persona fugge da questo amore e come quella pecora si smarrisce nei monti o come quel figlio finisce nel brago dei maiali, è perché non sa cogliere quest’amore, non sa capire questo amore, non sente quest’amore.
Ma questo amore non capito, non percepito, c’è, è reale, è attivo, è operoso. È quest’amore che spinge il buon pastore a correre indietro a cercare la pecorella lasciando incustodite le altre novantanove perché una ha bisogno delle sue braccia per tornare nel gregge!
È proprio in questo il messaggio più peculiare di queste parabole della misericordia, per mezzo di esse Gesù ci rivela l’immenso amore con il quale ciascuno è inseguito dal Padre Celeste, siamo infatti suoi, sue creature, suoi figli amati, e Lui non si arrende nel vederci perduti!
Ma come è difficile comprendere quest’amore! Nessuno dei due figli del padre buono della parabola aveva capito quest’amore! Né il figlio che scappa, né quello che resta, entrambi vivono il rapporto con il padre come qualcosa di oppressivo, schiacciante, frustrante. Uno decide per la libertà piena dal padre, l’altro accetta la sottomissione esteriore al padre, ma il suo cuore viaggia verso quei piaceri che il fratello aveva abbracciato anche fisicamente. Entrambi sono in realtà figli perduti perché entrambi non hanno compreso l’amore del padre.
A differenza del pastore che non avrebbe mai permesso alla sua pecorella di perdersi e della donna che mai avrebbe volontariamente smarrito la sua dramma, il padre buono del figlio ribelle, gli permette di allontanarsi, gli permette di perdersi, di sbattere la testa al muro, di finire letteralmente nel fango accudendo i maiali, perché perdendo tutto si possa ricordare di avere un padre. La vergogna del fallimento lo vorrebbe trattenere lì, ma poi vince su di lui la fame che lo spinge a riprendere la strada della casa paterna dove il mangiare non manca…, si prepara le parole da dire…, i gesti da fare… E dire che mentre lui vive questa situazione di umiliazione e di vergogna, suo fratello pensa che se la stia spassando… e si rode di gelosia…
No, non è l’amore del padre che lo spinge al ritorno, ma la necessità, il bisogno lo spingono a decidersi di umiliarsi davanti a colui dal quale si era allontanato baldanzosamente e con arroganza. Ora, umiliato dalla vita, ritorna a capo chino. Durante il cammino quel povero figlio è un figlio umiliato, ma non è ancora umile, è pentito di quello che aveva combinato, ha capito che ha sbagliato tutto, ma non è ancora contrito. Riconosce i suoi sbagli perché gli è andata male: gli son finiti i soldi, se ne avesse ancora non avrebbe ripreso la strada del ritorno!
Se provassimo a leggere la nostra storia personale alla luce di questa parabola, capiremmo tante cose! Tanti “perché” non sarebbero più tali, in quanto finalmente compresi nella luce di quest’immenso amore che ci insegue e ci raggiunge proprio lì dove noi crediamo che ci abbia abbandonato e tradito.
Che altro può fare questo Padre buono perché noi possiamo capire i nostri sbagli e possiamo godere del suo amore, se non che lasciarci andare via, lontano a inseguire le nostre piccole o grandi illusioni, finché travolti dalla crudeltà della vita, non sapendo più a chi rivolgerci, torniamo a Lui? La storia del figliol prodigo non è forse la storia di ciascuno di noi? Una storia che non solo si ripete in noi, ma lì anche si rinnova di continuo, perché non una volta abbiamo intrapreso quella strada dell’umiliazione, e forse né due, né tre, ma molte, molte di più, perché in verità ogni volta che commettiamo un peccato grave, viviamo l’esperienza di questo figlio che sprecò tutto senza rendersene conto.
Ma quando quel figlio si scoprirà atteso, quando sentirà le sue guance bagnate dalle lacrime del padre, quando si vedrà rivestito nella sua dignità di figlio e di erede, senza aver dovuto neppure pronunciare quelle parole che s’era imparato a memoria per commuovere papà, quando vedrà quella festa organizzata per lui che proprio, proprio non se la meritava affatto, allora, e solo allora, imparerà l’umiltà, travolto dalla piena di un fiume di amore di cui si sente profondamente indegno. E con l’umiltà imparerà ad amare il padre nel riconoscimento stupito del suo amore gratuito: nulla gli era dovuto, eppure tutto gli viene regalato! Mentre prima se ne era andato pretendendo ciò che riteneva suo diritto, ora che finalmente ha capito di non aver diritto a nulla, si scopre improvvisamente ricco!
Ora non sognerà più di fuggire da quella casa, né lo farà mai più, perché ha scoperto un amore troppo grande, eppure anche prima il padre lo amava così, solo che lui non se ne accorgeva, perché riteneva di averne diritto. È la scoperta della nostra radicale povertà che ci permette di gustare l’amore del Padre, finché crediamo di possedere qualcosa o di avere qualche diritto, non siamo in grado di percepire l’amore del Padre che si rivela solo ai poveri, ai diseredati, agli umili (cf Lc 4,18-19).
Come poteva capire quest’amore l’altro figlio così pieno di pretese e di diritti e vuoto d’amore? Il papà buono esce ad invitarlo ad entrare spiegandogli che “bisognava far festa perché suo fratello era morto ed ora è vivo!” Ma il figlio maggiore protesta e rinfaccia a suo padre di non amarlo:“Tu non mi hai mai dato un vitello per far festa con i miei amici!”.
A differenza del fratello minore che aveva perso la figliolanza e quindi era consapevole di averla riavuta gratuitamente e per amore, lui, il fratello maggiore, vive la sua figliolanza come un qualcosa di cui abbia diritto. Questo atteggiamento fondamentale gli impedisce di cogliere l’amore del padre nella sua vita: “Tu sei sempre con me e tutto quello che è mio è tuo”. Egli non si rendeva conto del valore di essere figlio e dell’amore gratuito che riceveva dal padre, perché riteneva tutto dovuto.
Una domanda si affaccia prepotentemente alla mente come conseguenza di queste riflessioni: “Ma è proprio necessario perdere la figliolanza per scoprire di essere amati dal Padre? È necessario smarrirsi per poter gustare l’abbraccio del buon Pastore?”. Certamente no, e Maria SSma ci dimostra che non è necessario il peccato, il fango dei maiali per scoprire di essere amati dal Padre, ma certamente l’esperienza negativa del peccato, pur restando sempre negativa e quindi mai proponibile, lascia come eredità buona nel peccatore, una più facile consapevolezza della gratuità e dell’immensità dell’amore di Dio nei propri confronti.
Con queste parabole Gesù ci ha detto con forza: “Guardate che il Padre vi ama sul serio, possibile che ancora non ve ne siate accorti?”. È Gesù stesso la concretezza dell’amore del Padre per noi che tanto ci ha amati da mandarci il suo Figlio a cercarci mentre eravamo smarriti (cf Gv 3,16; 1Pt 2,25).
Maria Vergine ci aiuti a saper riconoscere tutto l’amore del Padre per ciascuno di noi, amore che si manifesta nel suo Figlio svenato e trafitto, e anche noi come Paolo (seconda lettura) possiamo riconoscerci con grande stupore indegnamente beneficati e amati da Dio.
Amen.