Inseguendo l’Agnello

“Simone ho una cosa da dirti…”
Carissimi fratelli e sorelle,
dopo le Solennità dell’Ascensione, di Pentecoste, della SS.ma Trinità e del Corpus Domini, ecco oggi una normale domenica del Tempo per Anno o Tempo Ordinario, con il suo colore verde che ricompare nelle nostre assemblee liturgiche. Riprendiamo così il cammino dietro a Gesù, ascoltando con amoroso interesse quanto di Lui ci narra l’evangelista Luca.
Tutti conosciamo a memoria l’episodio lucano che abbiamo appena ascoltato, di questa donna – “una peccatrice di quella città” – che entra non invitata in quella casa e bagna di lacrime i piedi di Gesù riempiendoli di baci e ungendoli di profumo. È una pagina che si presta ad una gustosa contemplazione, proviamo ad entrarci dentro con un po’ di fede e tanto amore e vediamo cosa vorrà comunicarci il Signore.
Vorrei però che fermassimo la nostra attenzione orante non tanto su quella donna così determinata nel suo gesto d’amore per Gesù che tanto si compiacque di lei da perdonarle tutto, quanto su Simone, il fariseo che invitò a casa sua Gesù. Infatti egli ha tante cose da dire al nostro cuore, cerchiamo di coglierne alcune.
Simone era un fariseo, faceva cioè parte del gruppo religioso più pio degli ebrei che sapeva di possedere l’ortodossia della fede ebraica (cf At 23,8). I farisei erano fortemente tentati di ipocrisia (dire e non fare) e di spirito di superiorità, ma non dobbiamo pensare che fossero tutti degli ipocriti, anzi all’inizio del cristianesimo diversi di essi si convertirono e tra essi spicca in particolare san Paolo.
Chissà per quale motivo Simone aveva invitato Gesù, forse per esaminarLo, giudicarLo, sta di fatto che Lo invita, ma non ha per Lui quelle comuni attenzioni che ogni buon ebreo ha usualmente per l’ospite: non L’ha unto di profumo, non Gli fatto lavare i piedi dai suoi servi, non L’ha baciato, come Gesù stesso gli rileverà nel contesto dell’episodio.
Vedendo entrare quella donna, per lui “donnaccia”più che donna, e vedendola trattare così familiarmente Gesù, si convinse che quell’uomo non poteva proprio essere il Messia. Povero Simone come poteva sapere che Dio fosse così diverso dall’idea comune? La Legge, donne come quella le biasimava! Come poteva immaginare che Dio venisse incontro alle miserie umane fino a sporcarsi del nostro putrido fango?
E allora il buon Gesù, che amava teneramente questo povero Simone, gli offre la possibilità di un’apertura al Regno del Padre, gli regala la possibilità di incominciare a capire qualcosa di Dio e, quindi, di se stesso: “Simone, ho una cosa da dirti…” “Maestro dì pure”.
Carissimi fratelli e sorelle, che momento solenne per un’anima, quello in cui il Signore ha da lei il permesso di parlarle al cuore! Come potremmo crescere maggiormente nell’amore se dessimo più spesso a Gesù il permesso di parlarci al cuore! “Maestro dì pure”. Proviamo anche noi a fare come fece Simone, proviamo ad entrare in una chiesa o in un altro luogo raccolto e silenzioso, e proviamo a chiedere a Gesù, che sta lì desto e vivo nel cuore del nostro cuore, e diciamoGli: “Parlami pure Gesù, ecco ti ascolto”. Quante cose Egli ci direbbe e i nostri occhi si riempirebbero presto di lacrime di contrizione e di amore!
Vedete, la Parola di Gesù “è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v'è creatura che possa nascondersi davanti a Lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a Lui noi dobbiamo rendere conto” (Eb 4,12-13).
“Maestro, dì pure” e il Maestro, il buon Maestro, non si lascia attendere: Gli è stata socchiusa la porta dell’anima e Lui ora cerca di illuminarla e di fare in essa verità.
La Chiesa ha voluto mettere come parallelo di questo episodio, un altro del VT che tratta di Davide e del suo peccato (aveva fatto uccidere il buon Uria perché non si scoprisse che era diventato l’amante di sua moglie). Davide, ascoltando dal profeta Natan il racconto di un uomo ricco che ruba e uccide un capretto ad un poveraccio che aveva solo quello, si arrabbia a morte contro quel ladro di capretti, perché ritiene che abbia fatto una cosa altamente ingiusta!
Davide come Simone che buoni giudici che sono! Giudici giusti, severi e implacabili. Bisogna che quell’inflessibilità ammantata di giustizia che copre la propria coscienza e soffoca così i suoi rimproveri scaraventandosi sugli altri, sia smontata dalla verità, c’è bisogno di un po’ di luce che faccia verità, ed ecco il buon Dio manda Natan all’infuriato Davide che viene subito smontato da quella frase così bella, forte, concisa e ricca di verità: “Tu sei quell’uomo!”. Cioè: “Tu sei quell’uomo per il quale ti stai infuriando! Tu sei quell’uomo che stai ora odiando! Tu sei quell’uomo, non prendetela con nessuno: tu sei quell’uomo, sei proprio tu! Perché tu che ti fai giudice di tutti, hai fatto fuori Uria per toglierGli la moglie: tu sei adultero ed assassino! Altro che quell’altro che s’è mangiato il capretto del povero vicino! Tu sei quell’uomo!”
Ed ecco che a Simone, Dio manda non un profeta qualunque, ma suo Figlio, il suo Figlio Unigenito, Gesù Cristo nostro Signore che gli dice: “Simone, ho una cosa da dirti!”. “Maestro dì pure”, Gli risponde Simone e la luce incomincia ad entrare nella sua anima e da giudice inflessibile diventa imputato condannato: “Tu non m’hai dato l’acqua per i piedi… tu non mi hai dato un bacio… tu non mi ha unto di profumo… come fai ad essere così severo con lei quando tu sei stato così maleducato con me?”.
Alle volte penso, trasponendo quest’episodio ai nostri giorni: ma se in una nostra assemblea domenicale entrasse veramente una donna come questa e andasse a leggere all’ambone, non dico tanto la Parola di Dio, ma anche solo le intenzioni dei fedeli, quali sarebbero le reazioni dei nostri bravi parrocchiani della domenica? Come la guarderebbero? Cosa direbbero?
Ma torniamo al nostro Gesù a casa di Simone, ad un livello di lettura più profondo, possiamo leggere nei tre rimproveri di Gesù l’invito rivolto a tutti e a ciascuno di noi a ravvivare la nostra relazione d’amore con Lui. Nascosto nel primo rimprovero possiamo, infatti, scoprire l’invito ad una fede più viva: “Tu non mi hai dato l’acqua per i piedi” , cioè: “Tu non hai riconosciuto la mia dignità di Dio, Io sono veramente Dio e sono vivo e presente in te, riconosci questa mia presenza nella tua vita? o vivi senza che essa abbia un influsso reale sulla tua esistenza?”.
“Tu non mi hai dato un bacio…”, cioè: “tu non hai avuto fiducia in me, tanto da comprometterti con un bacio, e così non hai permesso che Io ti baciassi”. Possiamo leggere qui la mancanza dell’affidamento a Gesù, cioè la nostra sotterranea incredulità alle sue promesse, la nostra ritrosia a lasciarsi amare da Lui, a lasciarsi abbracciare da Lui, a permettere alla sua grazia di agire in noi, a lasciare a Gesù il ruolo di protagonista della nostra storia, a dare a Gesù il timone della nostra vita.
“Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato”, cioè: “tu non ti sei speso per me, mi hai dato il minimo, ma ti sei guardato bene di darmi il di più”. Il profumo versato, costosissimo, è simbolo della vita totalmente donata, offerta, ceduta, consegnata al Signore con gioia ed entusiasmo.
E così anche noi, che ci siamo accostati con un senso di contrarietà e antipatia verso questo povero Simone, scopriamo, come Davide, che quell’uomo siamo noi, perché siamo noi che aderiamo in verità così poco a Gesù e alle esigenze del suo Vangelo, siamo noi che ci affidiamo così poco a Gesù e alle sue promesse, e siamo noi che amiamo così troppo poco questo nostro Gesù che troppo e di più ci ha amati!
Ma, se veramente dessimo a Gesù il permesso di parlarci al cuore, di quante meraviglie di grazia diverremmo testimoni! La sua divina luce farebbe verità e ci conosceremmo nella verità e piano piano, con la forza della preghiera e l’incessante ricorso ai Sacramenti, Lui farebbe pulizia dell’uomo vecchio che è in noi e piano piano comincerebbe a crescere e maturare l’uomo nuovo, la donna nuova (cf Ef 4,24).
L’abbiamo sentito Paolo oggi, no? “Non sono più io che vivo, ma è Gesù che vive in me e questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me”
Fratelli e sorelle, tutto inizia da lì, da quando, cioè, diamo a Gesù il permesso di parlarci e di entrare con potenza nella nostra vita. Non facciamo l’errore di aspettare che ci faccia cadere da cavallo e ci obblighi così ad ascoltarLo, come fece con Paolo (cf At 9,1ss), non tentiamo il Signore con la nostra tiepidezza, ma andiamo incontro a Lui con cuore innamorato e cerchiamo nel silenzio del cuore la sua presenza e la sua voce.
La Vergine Maria, nostra Madre e Maestra, ci aiuti a non aver paura del silenzio e di quanto in esso possa dirci Gesù, e ci dia di saperLo ascoltare con intima gioia e rinnovato amore.