Inseguendo l’Agnello

«Gli dirò: padre ho peccato contro il cielo e contro di te!»
Carissimi fratelli e sorelle,
fra 21 giorni è Pasqua, siamo a metà Quaresima nella domenica chiamata “in laetare” in cui si può usare il colore liturgico rosaceo e si possono anche mettere i fiori sull’altare. È domenica della letizia perché si avvicina la Pasqua di Gesù, si avvicina la nostra Pasqua, gioiamo perché vogliamo fare Pasqua con Gesù partecipando al suo mistero di morte e risurrezione.
In questo clima di festa, ecco la Chiesa ci propone la parabola più bella, più gioiosa e commovente: la parabola del padre buono e del figliol prodigo.
Tutti conosciamo forse anche a memoria questa parabola, sin da quando eravamo bambini, e chissà quante spiegazioni abbiamo già sentito di essa, eppure ogni volta che la rileggiamo, ogni volta che qualcuno ce la spiega ci allarga il cuore, ci commuove, ci addolcisce l’animo, ci penetra nell’intimo e ci apre alla speranza e alla confidenza. È la storia della mia vita che Gesù racconta in questa parabola, per questo ognuno di noi la sente quanto mai vera e quanto mai sua.
Lo Spirito Santo mi aiuti ad aiutarvi a penetrare in profondità questa stupenda parabola perché essa possa operare in noi ciò per cui il buon Gesù ce l’ha raccontata: rientrare in noi stessi e avviarci incontro al Padre in questa Pasqua 2007 con grande commozione d’animo e desiderio di essere quella “nuova creatura” (seconda lettura) che il Padre desidera tanto realizzata in ciascuno di noi, creatura fatta nuova dall’incontro con un amore che va al di là di ogni umana misura, che ci sorpassa e trascende, un amore così potente e grande che nessuna persona umana poteva immaginare o sognare, un amore che ci insegue e ci aspetta, un amore che si offre a noi gratis, senza alcun nostro merito.
Sono i farisei che offrono a Gesù lo spunto per raccontare questa parabola, ma essa non è diretta solo a loro, ma a ciascuno di noi. Ognuno di noi è protagonista di essa, che è e rimane totalmente aperta, raccontando di due figli dei quali non sappiamo se il più giovane si sia poi convertito né se il più grande sia entrato alla festa, il finale della parabola si realizza nella nostra storia personale nella misura che ci lasciamo riconciliare da Dio, ci lasciamo amare dal Padre (seconda lettura) credendo all’amore gratuito con cui Egli ci ha amato e ci ama in Gesù Cristo o meno.
Entriamo dentro la parabola.
Guardiamo questo giovane tutto preso dalla sua sete di avventura, di piacere, di godersi la vita, non ragiona più. Questo è uno degli effetti di chi si proietta come affamato e assetato di terra e cose terrene. Quando la persona umana vive immersa in un orizzonte materiale diventa incapace di elevarsi nei ragionamenti, perché tutti i suoi affetti sono conquistati dai piaceri terreni e il ragionamento non ha più presa su di lei. Quando si vuole qualcosa a tutti i costi si diventa arroganti e ingiusti: “Dammi l’eredità che mi spetta”. Ma quale diritto aveva a ricevere qualcosa dal padre prima che questi morisse? Il padre sa che non serve a nulla cercare di farlo ragionare, potrebbe buttarlo fuori di casa senza un soldo o sopportarlo in casa senza dargli l’eredità di cui non aveva nessun diritto, invece lo fa contento.
Pensiamo alla gioia di quel giovane scapestrato nel vedersi in mano tanta ricchezza, come si sarà sentito nel cuore così pieno di soldi? Quante cose poteva fare con quel denaro!… Ora sì che vale la pena di vivere, di spassarsela e godersela senza sforzo! È la felicità… ma non quella vera, quella falsa e apparente, effimera e passeggera che lascia sempre la bocca amara e il cuore deluso. Eppure bastava che quel giovane ragionasse un pochino per non prendere una simile cantonata! Per questo la spensieratezza è la tentazione più forte con cui il nostro nemico cerca di farci cadere bombardandoci di distrazioni per farci vivere lontano da noi stessi, tutti proiettati fuori verso chissà che o chissà chi.
Ma la vita ti obbliga ad un certo momento a non essere più spensierato perché i soldi – prima o poi – finiscono e quando stai lì in mezzo alla puzza dei maiali con lo stomaco che ha fame, incominci a riflettere, ma mi chiedo: c’è bisogno di finire coi maiali per incominciare a ragionare?
E così il “figliol prodigo rientra in se stesso” e comincia a capire, ma a capire che cosa? Non ha ancora capito che ha sbagliato tutto, no, ha solo capito che a casa di papà si vive senza tanti sforzi e si sta meglio che con i maiali e così comincia a camminare verso la strada di casa pensando cosa inventare a suo padre per farsi accogliere: ”Gli dirò così e così e lui si impietosirà di me e avrò qualcosa da mangiare…”, è lo stomaco vuoto che lo fa tornare a casa non il cuore e il rimorso, ma la fame!
Ma il suo buon papà sconvolge tutti i suoi piani perché gli corre incontro appena lo vede da lontano, lo abbraccia con tutta la puzza dei maiali che si portava addosso, lo stringe a sé in un affettuoso e commosso abbraccio bagnandogli le guance di lacrime perché è troppo felice di rivederlo. Il figlio allora gli dice le parole che aveva imparato a memoria e chissà quante volte le aveva ripetuto per strada per ricordarle bene, ma il papà manco lo ascolta, non sopporta di vederlo in quello stato e gli fa portare un vestito, i calzari e l’anello di famiglia: è suo figlio, non un garzone!
A questo punto il figlio scapestrato è proprio sconvolto e non sa come comportarsi: “Ma che gli ha preso a papà? È proprio impazzito? Non mi rimprovera…, non mi chiede dove sono andati a finire tutti quei soldi che mi ha dato…, non mi rinfaccia nulla…, e poi… piange pure! Ma perché piange lui?”.
Un amore così lo spiazza totalmente, cosa fare ora? Rimangono a lui due possibilità: la prima è quella di lasciare piangere suo papà da solo, la seconda è quella di scoppiare in pianto pure lui. Se crederà che suo papà sia solo impazzito per l’età, lo lascerà piangere e si godrà di nuovo il suo posto in famiglia e la lezione avuta con i maiali gli farà guardar bene di allontanarsi più dalla casa del padre. Se, invece, crederà che suo papà sia pazzo sì, ma d’amore per lui, allora si vergognerà e confonderà (cf Ez 16,63), si sentirà piccolo piccolo e non si rivolgerà più a lui con parole imparate a memoria, ma con quelle che usciranno dal suo cuore convertito dalla rivelazione così sconvolgente di un amore troppo grande per lui, immeritato, totalmente gratuito con cui si sente avvolto dal padre.
Vedete – carissimi fratelli e sorelle – l’umiltà è una virtù fondamentale del cristiano ed è anche una virtù totalmente diversa dalle altre perché essa non si raggiunge con l’esercizio, con l’impegno né con il desiderio di essere umili. Non sarà infatti sforzandoci di essere umili e piccoli che noi diventeremo tali, no, l’umiltà è il frutto della scoperta dell’amore sconvolgente e immenso, gratuito e troppo grande con cui il Padre ci ha amato e ci ama in Gesù. Di fronte ad un amore così ci sentiamo piccoli piccoli, perché consapevoli di non aver nulla con cui ricambiare e di non aver fatto nulla per meritare un simile amore.
Un amore così grande ci spaventa e non ci è facile accettarlo come non fu facile per Giovanni battezzare Gesù (cf Mt 3,14), come non fu facile per Pietro lasciarsi lavare i piedi dal Maestro (cf Gv 13,8), ma è solo quando accettiamo di essere amati così, senza meritarlo, senza esserne degni, che impariamo l’umiltà e cominciamo a conoscere Dio Amore sussistente abbandonando la logica del diritto e del merito, iniziando a godere di essere amati gratis, permettendo a Dio di amarci e di bagnare le nostre guance delle sue lacrime.
Ma come poteva capire quest’amore l’altro figlio, quello più grande? Quanta rabbia nel vedere il fratello trattato così dopo quello che aveva fatto: addirittura una festa per lui! Un comportamento così è proprio insopportabile e ingiusto, sì ingiusto! Chi di noi, in fin dei conti, non dà ragione a questo fratello? E dove sta la giustizia? Fare una festa per il fratello che ha sperperato i beni di famiglia? È assolutamente ingiusto!
Questo fratello si sente a posto perché è rimasto a casa, ha lavorato per il padre, non ha sperperato i suoi beni nel vizio, lui è un bravo ragazzo certe cose non le fa… anche se però le farebbe se non fosse per la paura di finire con i maiali… Lui si comporta bene perché questo gli rende di più, ma un pensierino alla dolcezze di una certa vita a lui non dispiace.
Il padre gli spiega…, cerca di fargli capire che si tratta di suo “fratello che era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è ritornato in vita”, ma quel fratello avrà capito? Sarà anche lui entrato alla festa? O sarà rimasto fuori continuando a servire il padre, ma con il cuore e la mente ben lontana dalla casa paterna?
Ecco – carissimi fratelli e sorelle – chissà se sarà entrato o no! Si sarà lasciato coinvolgere da quell’amore così grande o avrà continuato ad avere il cuore piccolo e ristretto? A ciascuno di noi la risposta con la nostra vita di cristiani che amano stare nella Casa del Padre che è la sua Chiesa. Cristiani convinti ed entusiasti che amano la Chiesa, che non vi stanno dentro per convenienza, ma per amore.
Nella prima lettura oggi abbiamo ascoltato dell’entrata del popolo di Dio nella terra promessa, una grande tappa della storia della salvezza che si conclude: la traversata del deserto e l’entrata nella terra promessa. Incamminati anche noi verso la Terra Promessa del Cielo riconosciamo nel deserto di questa Quaresima che si distende verso la sua conclusione, una tappa importante della nostra vita in cui siamo chiamati a fare una nuova esperienza dell’amore del Padre per sentirci sempre più figli suoi, amati e benedetti dall’eternità (cf Ef 1,3s).