Inseguendo l’Agnello

«Perché state a guardare il cielo?»
Carissimi fratelli e sorelle,
questa Solennità dell’Ascensione di N. S. G. C. che cade in questo Anno C, in cui siamo guidati dall’evangelista Luca, ci invita a spendere due parole sull’opera ispirata di Luca, che trova appunto in questo mistero dell’Ascensione il suo cuore e il suo messaggio teologico fondamentale, che è un messaggio si speranza.
L’Ascensione di Gesù forma il cuore dell’opera lucana, formata dal Vangelo e dagli Atti degli Apostoli, infatti in essa è raccontata due volte: una volta viene raccontata alla fine del suo Vangelo e una volta all’inizio del racconto degli Atti, e i due racconti sono entrambi riportati dalla Liturgia della Parola odierna.
Vedete, Luca organizza tutta la sua opera su un’idea fondamentale che diventa ad un tempo, struttura attorno a cui distende i suoi racconti della vita di Gesù e della Chiesa e, contemporaneamente, messaggio teologico fondamentale che vuole trasmettere ai suoi lettori. Quest’idea teologica fondamentale su cui si struttura l’opera lucana è il “Viaggio”: il Vangelo è il viaggio di Gesù da Nazareth a Gerusalemme, gli Atti sono il viaggio della Chiesa da Gerusalemme ai confini del mondo e dei tempi. Ma questo secondo viaggio della Chiesa ai confini del mondo e dei tempi, non si contrappone a quello di Gesù da Nazareth a Gerusalemme, bensì ne è il proseguimento, è sempre il viaggio di Gesù, Gesù che è vivo, presente e operante più che mai nella sua Chiesa per mezzo del suo Santo Spirito. È il mistero dell’incarnazione che si estende nella Chiesa in cui vive il Figlio di Dio, la Chiesa quale suo Mistico Corpo (cf 1Cor 12,27; Ef 1,23; 4,12; Col 1,18) e sua “Sposa Immacolata” (cf Ef 5,27.32; Ap 21,9; 22,17; 2Cor 11,2) realizza nel mondo una nuova e più intima presenza del Verbo Incarnato.
Domenica scorsa gli Atti ci hanno raccontato del primo gravissimo problema che afflisse la Chiesa nel suoi inizi: si dovevano ancora osservare tutte le prescrizioni del VT compresa la circoncisione o no? Sappiamo quale fu la soluzione, ma sappiamo come non furono poche le difficoltà che questa assoluta novità del Vangelo portò in mezzo ai primi cristiani che erano tutti provenienti dall’ebraismo, e come molti di essi si scandalizzarono profondamente del fatto di dover tagliare con Mosè e le sue norme.
Gli Apostoli, nella loro sequela di Gesù e nella maturazione della loro vocazione, furono purificati dallo Spirito Santo su diverse concezioni sbagliate che formavano la loro mentalità. Essi, infatti, si erano costruiti un’idea personale di Dio e del suo Messia. Sappiamo come il primo scandalo o meglio la prima delusione profonda che dovettero superare fu l’idea falsa che avevano di un Messia glorioso e potente. Pietro rappresenta, con le sue difficoltà ad accettare l’umiliazione del suo Gesù (cf Mc 8,32-33), le difficoltà degli altri Apostoli, i quali, tutti - più o meno - desideravano sedersi a destra o a sinistra di quel trono sul quale il loro Gesù, pensavano, si sarebbe presto seduto (cf Mc 10,37).
Superato lo scandalo dell’umiliazione del loro Gesù, una volta che L’hanno visto e toccato risorto e vivo, gli Apostoli e, insieme con loro, i discepoli, devono superare ora un altro scandalo, un’altra delusione. Questa nuova purificazione della fede della Chiesa viene espressa dalla domanda che Luca riporta in quel brano degli Atti che abbiamo appena letto: “Signore è questo il tempo in cui ricostituirai il Regno d’Israele?”. Quell’idea di un Messia trionfatore non cessa di essere presente nel gruppo apostolico e nei primi discepoli, i quali fanno fatica ad accettare un Regno di Dio essenzialmente spirituale. Ora che L’hanno visto risorto e vivo, vorrebbero che tutti Lo vedessero e riconoscessero come Signore e Messia e che quindi potesse regnare, ma, badate bene, anche loro regnerebbero con Lui, perché parlano appunto di un nuovo regno, ma sempre d’Israele e loro sono israeliti. Quindi ecco la seconda, profonda, delusione che gli Apostoli dovevano superare: la delusione di vedere come Gesù non si imponesse con la potenza della sua resurrezione a tutto il mondo e non volesse regnare con la sua potenza e forza nella storia del mondo, ma solo nel cuore dei fedeli che avrebbero creduto in Lui.
Con la loro domanda, gli Apostoli e i discepoli mostrano come non pensassero affatto ad una sua ascensione al cielo, non pensassero al trono glorioso sul quale stava per sedersi alla destra del Padre, ma ad una sua presenza gloriosa quaggiù, riconosciuto e acclamato Re e Signore di tutti. In fin dei conti è sempre il loro pregiudizio di prima, per il quale non riuscivano ad accettare la croce, che riemerge sotto un’altra veste, e il loro desiderio rimane sempre lo stesso: sedersi a destra o a sinistra del suo trono terreno del nuovo Israele.
Gesù li delude ancora una volta perché se ne ascende al cielo, se ne torna al Padre e li lascia lì soli. Rimasti soli, gli Apostoli e i discepoli, che fanno? Se ne rimangono lì con gli occhi in su, a scrutare le nubi del cielo, nelle quali era scomparso il loro Gesù che non avrebbero mai più rivisto quaggiù. Ci vorranno due angeli per scuoterli e farli ritornare a Gerusalemme.
Ecco - carissimi fratelli e sorelle - bisogna che qui prestiamo la nostra massima attenzione, perché siamo nel cuore del messaggio di Luca. Propriamente Luca scrive a dei cristiani che erano profondamente delusi, a dei cristiani che avevano perso la speranza perché l’avevano fondata su dei preconcetti, delle idee personali, e non sulla promessa di Gesù. I cristiani a cui scrive Luca sono raffigurati da questi Apostoli e discepoli che sono lì fermi a guardare il cielo da dove è sparito il loro Gesù, guardano il cielo perché aspettano di scorgere qualche altro segno di Lui. Ma ci si stanca a scrutare in continuazione le nubi, ci si stanca a tenere il viso sempre rivolto verso l’alto e prima o poi si abbassa lo sguardo e si ritorna a casa delusi.
Questa sarà una delle prove più tremende della Chiesa dei primi secoli: la delusione per il mancato ritorno di Gesù! Infatti alcune parole di Gesù erano state interpretate come promessa di un suo prossimo e vicino ritorno (cf Lc 21,32; Mt 24,34) confondendo quanto Gesù riferiva alla distruzione della città di Gerusalemme a quanto si riferiva alla fine del mondo e al suo ritorno glorioso.
I cristiani vedendo che il loro Gesù non tornava più - i giorni passavano e gli anni con loro - si erano demoralizzati e avevano perduto la speranza e con essa la vitalità della loro fede: erano cristiani smorti! A questi cristiani Luca rivolge il suo Vangelo per riaccendere in loro la speranza che, prima di essere attesa di un ritorno, è esperienza di una presenza. Luca vuole fare quello che fecero quei due angeli, vuole scuotere i cristiani demoralizzati e affranti che, profondamente delusi per il mancato ritorno del loro Gesù, se ne stanno avviliti e scoraggiati, e con il suo Vangelo grida loro: “Cristiani perché ve ne state a guardare il cielo? Dovete tornare alle vostre case, ai vostri lavori, dovete tornare nelle strade del vostro mondo e illuminarle con la luce del Vangelo (cf Mt 5,13-16), avete ricevuto dal Padre la missione di comunicare ai vostri fratelli il senso profondo della loro esistenza, unico senso della vita e del mondo: Gesù Cristo (cf At 4,12; Gv 14,6; 1Tm 2,5) e “ Gesù Cristo vivo in voi” (Col 1,27) che credete in Lui”.
Luca vuol far capire ai cristiani che è un bene per loro che Gesù se ne sia salito al Padre (cf Gv 16,7), infatti se non se ne fosse salito non poteva rendersi presente così come voleva in loro. Se Gesù non fosse asceso al Cielo, loro avrebbero continuato a ricercarLo fisicamente nel mondo e non avrebbero mai realizzato che ora Gesù non è più presente fisicamente, ma che ora è presente spiritualmente, con il suo corpo glorificato, riempiendo così ogni cosa e rendendo i suoi fedeli, attraverso l’azione del suo Santo Spirito, partecipi della sua pienezza (cf Ef 1,22-23).
Con l’Ascensione al Cielo s’inaugura una nuova e più grande e più intima presenza del Signore Gesù in mezzo ai suoi, non più una presenza fisica, vicina, sì, ma sempre esterna e esteriore, ma una presenza intima, spirituale, ma nondimeno reale, per mezzo del suo Santo Spirito. Occorre quindi una nuova modalità di conoscenza in quanto Gesù non va più conosciuto secondo la carne, ma secondo lo Spirito (cf 2Cor 5,16), questa nuova modalità di conoscenza del Verbo è la “fede”, da adesso in poi Gesù non sarà più visto con gli occhi, toccato con le mani, sentito con l’udito, non sarà più possibile conoscerLo così, non sarà più possibile conoscerLo con i sensi, ma sarà possibile, sentirLo, vederLo e toccarLo esclusivamente con la “fede”.
Per questo Luca mette in risalto un paradosso, un’apparente contraddizione: gli Apostoli e i discepoli tornano a Gerusalemme dopo l’Ascensione, cioè dopo che il loro Gesù li aveva lasciati per sempre, “pieni di gioia”. Come fanno ad essere pieni di gioia se Lui li ha abbandonati? Loro sono pieni di gioia perché hanno capito che quell’assenza è esperienza di una nuova presenza, più grande e più intima di Gesù non in mezzo a loro, ma “in loro”. Attraverso la Chiesa il Verbo di Dio si renderà quindi presente a tutti i tempi e in tutti i luoghi, il mistero della sua incarnazione nel seno della Vergine Maria viene così esteso dalla Chiesa ad ogni uomo che in ogni tempo viene chiamato a realizzare di essere portatore di una presenza, della presenza di Gesù in sé, Gesù risorto e vivo che vive in Lui per mezzo del suo Santo Spirito che ci ha donato, questo è il mistero dei misteri che annunciava Paolo:
“Il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo. Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da Lui e che agisce in me con potenza” - Col 1,26-29
Ecco, questo era l’intento di Luca: rivitalizzare i cristiani avviliti e delusi perché, sperando e attendendo un imminente ritorno fisico di Gesù, divennero dimentichi della sua presenza viva e potente nel loro cuore. Per questo Luca è quanto mai attuale anche per noi, con il suo messaggio di speranza. Di quella speranza che, però, è ben lungi dall’essere frutto dell’esperienza del vuoto di un’assenza, ma che è consapevolezza di un’intima presenza che riempie la vita di gioia, di senso e di amore. Infatti, cosa può più rivitalizzare il cristiano nei suoi momenti di stasi, di affievolimento nella fede, di decadimento nella speranza, di intiepidimento nell’amore, se non la rinnovata presa di consapevolezza della presenza nell’intimo del proprio cuore orante, del Signore Gesù risorto e vivo?
E a quei tanti cristiani che inseguono il soprannaturale nella forsennata ricerca del portentoso, del miracoloso, del segno eclatante, delle apparizioni varie del Signore, della Madonna e degli Angeli e di fenomeni del genere, Luca ricorda che il segno più grande che possa toccare il cuore e la mente di chi non crede, è la testimonianza concreta e quotidiana del suo Vangelo fatta dai cristiani. È attraverso la vita dei suoi fedeli che il Signore Gesù desidera manifestarsi al mondo come risorto e vivo, ogni cristiano dovrebbe infatti essere un’opportunità data al mondo perché possa credere che Gesù è veramente risorto. Ecco la missione della Chiesa: far conoscere Gesù Cristo attraverso la vita dei suoi membri nel cuore dei quali Lui è presente, risorto e vivo. E aiutare così l’umanità ad incontrarsi con Lui quando tornerà, in quel giorno nascosto a tutti, quando Lui verrà a chiudere per sempre il libro della storia (seconda lettura).
La Vergine Maria, che più di ogni altro visse in Palestina l’esperienza terrena della presenza in sé di Gesù, oggi dal Cielo, attraverso la Chiesa, c’invita a renderci sempre più consapevoli del suo Figlio vivente in noi, e c’invita a farci piccoli per farGli spazio e farLo crescere (cf Gv 3,30)e così il mondo possa! - finalmente! - accorgersi di Lui (cf Gal 4,19).Amen.