Inseguendo l’Agnello

« Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà,
troverà la fede sulla terra?»
Carissimi fratelli e sorelle,
poco prima di dare la sua vita per Gesù, Paolo scrive a Timoteo una lettera della quale oggi abbiamo ascoltato, come seconda lettura, un brano. Timoteo è un vescovo, appartiene al secondo anello della catena apostolica, fu strettissimo collaboratore di Paolo e fu posto a reggere la chiesa di Efeso. Paolo era molto affezionato a Timoteo, lo conosceva da quando era fanciullo: “Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te” (2Tm 1,5). Timoteo era figlio di papà pagano e mamma giudea. La mamma e la nonna si convertirono al cristianesimo ed educarono nella fede Timoteo.
Paolo ricorda a Timoteo l’opera educativa di sua mamma e di sua nonna nei suoi confronti e come, fin dalla sua giovane età, poté apprendere da queste due sante donne le Sacre Scritture la cui conoscenza gli sarà tanto utile ora che è vescovo “per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona”.
La lettura e la meditazione della Parola di Dio, infatti, formano la persona alla sapienza, cioè a saper leggere la propria vita ad una luce superiore, a vedere la propria storia personale e del mondo da una più alta visuale che si apre all’orizzonte di Dio ridimensionando tutto nella verità.
“Tutta la Sacra Scrittura è ispirata da Dio”, Dio ha voluto che giungesse a noi quel racconto, quella storia, quella parola perché la nostra mente fosse illuminata. “Tutta!”. Non c’è qualcosa della Sacra Scrittura che non sia utile a noi per la nostra formazione cristiana. Molti cristiani si trovano in difficoltà leggendo il Vecchio Testamento per tante crudezze e anche perché sembra trasparire la figura di un Dio completamente diverso da quel Padre misericordioso e buono che abbiamo conosciuto tramite Gesù. Quanto ci sbagliamo! “Tutta la Scrittura è ispirata!” ed anche il V.T. ha la sua funzione educativa per noi cristiani che certamente siamo incompleti se non conosciamo questa parte della Bibbia: “L’ignoranza delle Scritture, è ignoranza di Cristo” (S. Girolamo).
Certi comandi di Dio o certe sue parole trasmessici dal V.T., vanno capite e inquadrate in un cammino storico in cui il buon Dio si è relazionato con il suo popolo secondo come poteva essere da questi accolto e capito. Dio è entrato nella storia di questo popolo, abbassandosi ai suoi limiti culturali, psicologi, sociali e storici. Lo ha preso per mano e piano piano, attraverso i secoli e l’intervento dei suoi profeti, lo ha educato, lo ha fatto maturare e crescere fino a renderlo capace di ricevere la sua rivelazione piena e completa, quando, “nella pienezza dei tempi Lui mandò il suo Figlio nato da donna” (Gal 4,4) per salvare l’umanità.
Però, perché la Scrittura possa produrre in noi la sua azione formativa, occorre che “noi l’accogliamo non quale parola di uomini, ma com’è veramente: Parola di Dio che opera in noi che crediamo” (1Ts 2,13). Dobbiamo accoglierla cioè con fede, con devozione, con amore e dobbiamo leggerla così. Quando ci accostiamo con questi atteggiamenti alla Parola, essa “opera”, cioè: tocca, punge, rimprovera, illumina, scuote, apre, scombussola, travolge, sconvolge, consola e infiamma.
Se ci mettiamo a leggere devotamente la Parola, con fede e affetto, con devozione, invocando su di noi quello stesso Spirito Santo che l’ha ispirata nel cuore chi la scrisse, allora Essa diventa uno specchio divino dove noi ci specchiamo e conosciamo non solo Dio, ma anche noi stessi nella verità: “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v'è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi” (Eb 4,12-13).
Uno dei frutti principali della lettura devota, meditata, metodica e amorosa della Sacra Scrittura è proprio la conoscenza di Dio e di se stessi in profondità e nella verità. Essa entra con la sua luce nei meandri più bui e nelle fibre più nascoste della nostra anima e vi porta la luce di Dio in un modo molto semplice. Leggendo la Bibbia, infatti, ci incontriamo con la storia concreta di altri uomini e donne come noi e di come Dio ha agito nella loro vita e così impariamo facilmente due cose: la prima, è che così impariamo a capire come agisce Dio nella vita dell’uomo, la seconda, è che scopriamo le nostre personali deficienze e i nostri peccati. Infatti, la storia sacra è una storia di salvezza perché è una storia di peccato e la narrazione dei peccati dei suoi protagonisti fa sì che ci rendiamo conto dei nostri personali peccati che troppo spesso ci rifiutiamo di prenderne coscienza.
E così capisco che, oggi, nascosti dietro un cespuglio perché sta passando Dio, non ci sono più né Adamo né Eva (cf Gen 3,8), ma ci sono io che mi nascondo a Dio perché mi vergogno di me stesso. Capisco che oggi quel Caino geloso che uccide suo fratello Abele, sono io con le mie tante gelosie che mi muovono ad azioni contro i miei fratelli, azioni apparentemente giuste, ma motivate sotto sotto, in verità, non altro che dalla gelosia. Capisco allora che, oggi, non è più Saul ad essere invidioso del successo di Davide (cfr 1Sam 18,8-9), ma io che mi rodo di invidia verso questo o quell’altro perché hanno o sono ciò che desidererei avere od essere io. Capisco che, oggi, non è più Davide a far uccidere Uria (cf 2Sam 11,15) o Getzabele Nabot (cf 1Re 21,8-10), ma sono io che pur di avere ciò che bramo, alle volte sono stato capace di tutto; e così, sono ancora io quello che oggi implora a Dio il suo perdono, non più Davide, confessando umilmente il mio peccato (cf Sal 50). Ed ancora io sono quel Giona (Gn 1,1-3) che oggi scappa di fronte alle esigenze della missione cristiana. E così via…: “Tu sei quell’uomo!” (2Sam 12,7).
I vari episodi e storie della Bibbia diventano, per illuminazione interiore dello Spirito Santo, che ci accompagna nella lettura, figura e simbolo della nostra storia personale. Quell’Isacco che Dio chiede di sacrificare ad Abramo ci fa scoprire i tanti “Isacchi” della nostra vita che non riusciamo a mettere dopo il posto che spetta a Dio (cf Gen 22,1ss). Quel viaggio pieno di insidie del popolo di Dio verso la libertà (Libro dell’Esodo), diventa simbolo e segno della mia personale storia di liberazione. Quei nemici agguerriti con cui gli ebrei se la dovettero vedere per prendere possesso della terra promessa (Libro di Giosuè), diventano metafora dei nostri vizi e tentazioni che dobbiamo combattere e vincere se vogliamo entrare nella terra promessa del Cielo.
Sono io, poi, che affronto Golia ogni giorno, non più Davide, sono io che, oggi, sono chiamato ad affrontare satana, il mondo ed il mio uomo vecchio, nemici tremendamente più forti di me, molto più forti e ben armati, ma che vincerò senza meno, pur avendo solo una fionda e una pietra perché li affronterò “nel nome del Signore” (1Sam 17,45).
E così, leggendo la prima lettura di oggi, capisco anche che in quell’Israele che è forte e vince solo quando sul monte c’è Mosè che alza le mani in preghiera, sono raffigurato io che sono in pace e gioioso quando prego e pratico i sacramenti, mentre finisco sempre lontano e nel fango ogni volta che decado dalla preghiera e dai sacramenti.
Se tanto insegna il V.T. quanto più insegnerà al nostro cuore il N. T. con il Vangelo di Gesù, nostro Maestro, Signore e Dio! Oggi, poi, Gesù ci ha insegnato a pregare con fiducia e perseveranza. Ci ha insegnato che Dio nostro Padre non è come un giudice iniquo, Egli è buono e ci vuol bene e ascolta il grido del misero che grida a Lui (cf Sal 9,13.19; 18,7; 34,7; 40,18; ecc.) e bisogna pregare con questa fiducia nel suo amore:
«Egli infatti non è un giudice ingiusto e disonesto, ma è il nostro Padre (cfr. Lc 11,2) giusto e tenerissimo. Smettere di pregarlo è rifiutargli la nostra fiducia, non riconoscere più che è il nostro Padre e considerarlo come impotente o indifferente. Così viene meno la nostra fede. Assieme alla nostra preghiera è sempre in gioco la nostra fede in Dio, che è e rimane nostro Padre. Egli non è sordo. Non può non esaudirci. Ma noi non possiamo prescrivergli come e quando deve farlo. Una cosa sappiamo con certezza: non ci lascerà andare in rovina, ci salverà. Anche se può provarci a lungo, agirà in nostro favore. Di Lui ci si può, ci si deve fidare: il suo aiuto è sicuro, perché la sua potenza e il suo amore sono realtà assolutamente sicure.
Non è però altrettanto sicura la capacità degli uomini di mantenere in tutte le prove la fede in Dio come Padre. "Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?". Questa domanda finale di Gesù provoca una certa inquietudine ed è un invito a vigilare perché quando verrà – non ci ha detto quando – ci trovi saldi nella fedeltà a Dio e vivi nella fede, cioè perseveranti nella preghiera.
Viviamo in una società dove molti, prigionieri di un pessimismo opprimente, pensano che Dio non interviene mai e abbandona gli uomini in balia delle ingiustizie e della miseria. Ma la Chiesa – simboleggiata dalla vedova della parabola – non si stanca di consegnare a Dio in una preghiera insistente l'immensa sofferenza dei popoli, sicura che Egli farà trionfare la giustizia. Questa preghiera incessante vuole implorare da Dio la luce della fede per i miliardi di uomini che ancora non credono in Gesù, unico Salvatore di tutti. È l'impegno che ci richiama in modo speciale questo mese "missionario"» - Mons. Ilvo Corniglia.