Inseguendo l’Agnello

“CHI SONO IO PER TE?”
Carissimi fratelli e sorelle,
Luca oggi ci ha mostrato Gesù in un atteggiamento che tanto egli aveva a cuore di comunicarci nel suo Vangelo, ci ha mostrato Gesù mentre era in preghiera. Luca ci mostra spesso Gesù in preghiera, soprattutto prima degli eventi più importanti, Luca ci mostra sempre Gesù in preghiera quando deve fare qualcosa di importante: al battesimo di Giovanni (3,21), prima di chiamare i Dodici (6,12), alla Trasfigurazione (9,29), prima della passione (22,41ss), sulla croce (23,34.46). Quando Gesù pregava doveva aver un fascino particolare, colpiti dalla sua preghiera i discepoli Gli chiesero di insegnar loro a pregare (11,1) e Lui insegnò loro il “Padre nostro”.
Da come Luca espone il racconto sembra che in questa circostanza Gesù pregasse insieme ai suoi apostoli: “Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda…”. La domanda che Gesù pone loro quindi la pone in un contesto di preghiera, gli apostoli stanno pregando con Gesù e si sentono chiedere: “Chi sono Io per la gente?”, le loro risposte suonano più o meno tutte così: “Un grande uomo… un grande profeta…”. Come possiamo vedere le risposte di ieri sono praticamente identiche a quelle di oggi. Il personaggio “Gesù” è rispettato e stimato da tutti, anche dai musulmani, dai buddisti, dagli induisti, chiunque si imbatte in Lui non può non rimanere soggiogato dalla bellezza della sua personalità e del suo Vangelo.
Ma Gesù in quel clima di preghiera sposta la domanda generica a un tu per tu personale: “E chi sono io per voi?… chi sono io per te?”. Gesù ha aspettato del tempo prima di fare questa domanda ai suoi apostoli, è stato con loro del tempo, ha permesso loro di ascoltarLo pubblicamente e soprattutto in privato quando spiegava loro i misteri del suo Regno (cf Mc 4,34), hanno visto tanti suoi miracoli, gli zoppi camminare, i ciechi vedere, i sordi udire, i morti risorgere (cf Lc 7,22)… e ora chiede loro: “Chi sono io per voi?… chi sono io per te?”. Pietro dà la risposta per tutti: “Il Cristo di Dio”, cioè “l’Unto del Signore”, il “Messia”, cioè Colui che Dio aveva mandato con una missione di salvezza per Israele.
La risposta di Pietro e degli altri è vera, Gesù è veramente l’“Unto di Dio”, ma questa verità calata nella loro mente ristretta assume poi le connotazioni proprie dei loro pregiudizi, dei loro desideri e speranze personali fino a falsarla del tutto. Erano infatti convinti che Lui fosse Colui che Dio aveva mandato a mettere a posto tutti, tutti i cattivi al muro e, soprattutto, i Romani a casa loro e Israele a risplendere di gloria e potere. Questi erano più o meno le loro idee sul “Messia”, idee totalmente sbagliate, ma vedete quanta pazienza ha Gesù con loro, come piano piano cerca di raddrizzarle e di educarli a quella verità così scomoda e faticosa da capire per loro e cioè che questo benedetto Messia non avrebbe regnato mica su un trono umano con loro a destra e a sinistra seduti con Lui a governare il mondo, il suo trono non era simile a quello di Cesare o di Erode, il suo trono sarebbe stato un trono specialissimo che mai potevano immaginare: Una croce! E così che inizia l’ultima parte del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, prima di girarsi “decisamente verso Gerusalemme” (Lc 9,51), Gesù comincia a dire loro che «il Figlio dell'uomo deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno». Nei Vangeli si contano tre annunci della prossima passione che Gesù fa ai suoi apostoli dopo avere fatto questa inchiesta su cosa pensa la gente di Lui e cosa pensano gli apostoli, in realtà è molto più probabile che questi discorsi sulla sua prossima umiliante sofferenza e morte di croce fossero molti di più, riportandone tre gli evangelisti vogliono esprimere il fatto che Gesù ne parlò abbastanza, non così una volta per caso e neanche due, ma tre, un tre che qui assume il valore di molte volte. Quanta pazienza dovette avere Gesù con i suoi apostoli che non volevano capire quello che non piaceva loro! La storia si ripete sempre: ciò che non piace al cuore trova mille ostacoli per non essere recepito dalla mente.
Gesù spiegava loro come stavano le cose, le sue cose, le cose di Dio nella preghiera, in un clima di preghiera per insegnarci che se vogliamo conoscere i misteri di Dio, le cose di Dio dobbiamo prima di tutto metterci in un clima di preghiera senza la quale nessuna verità può essere capita né dal nostro cuore né dalla nostra mente.
Se pregassimo di più e evitassimo di parlare senza aver prima pregato, diremmo meno sciocchezze e capiremmo molte più cose, il Signore regala la sapienza solo ai suoi amici e gli amici di Dio sono le persone che pregano. Che cosa assurda parlare di Dio, parlare della Chiesa, parlare del Vangelo senza aver mai pregato sul serio, senza essersi mai fermati a lungo a interrogarsi in preghiera davanti ai misteri della nostra vita e davanti alla domanda inquietante che Gesù puntualmente fa a ciascuno di noi: “Chi sono io per te?”
La risposta a questa domanda è decisiva per la nostra esistenza, in base a come risponderò ne varrà della mia realizzazione piena o del mio fallimento totale, della mia gioia piena o della mia frustrazione totale. Chi è Gesù per me?
Zaccaria ci ha parlato di “uno spirito di grazia e consolazione” che il Signore avrebbe riversato sul suo popolo, questa grande consolazione di Dio viene tuttora riversata nel cuore di tutti coloro che sanno rispondere a questa domanda con sincerità e verità d’amore: “Gesù è Colui che abbiamo trafitto per i nostri peccati”, quale più grande consolazione può inondarci, sommergerci, invaderci che questa di sapere che “Gesù ha dato se stesso per noi” (Tt 2,14; Ef 5,2) che “Gesù mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Quale consolazione il Padre riversa su di noi quando “guardiamo Colui che abbiamo trafitto”.
Come si fa a capire questo mistero senza pregare? Lui muore per me…, Lui viene trafitto per me…, e io vengo consolato? e io gioisco? come è possibile questo? come è possibile che nel momento in cui io mi assumo la responsabilità della sua morte, venga consolato? come è possibile che nel momento in cui io riconosco di essere colpevole della sua morte, venga consolato? come è possibile tutto questo?
È possibile perché Lui muore d’amore, d’amore per me, dissanguato d’amore per me, non poteva amarmi di più, mi ha amato fino all’ultima goccia di sangue che spremette – per così dire – dal suo cuore morto che si fece spaccare perché capissimo bene che non aveva più amore da spendere per me (cf Gv 19,34).
Quale grande consolazione è dunque questa sua morte d’amore, ma come è difficile godere questa consolazione…, com’è difficile riconoscere che Lui è lì appeso al legno “per i miei peccati, per strapparmi da questo mondo perverso” (Gal 1,4) perché ci piace così tanto questo mondo, ci ha conquistato così bene il nostro piccolo cuore che è tutto preso dalle cose di questo mondo e come possiamo essere dunque consolati da Dio, come possiamo “piacere a Dio?” (Rm 8,8) se “amiamo il mondo” (cf 1Gv 2,15-17). Carissimi fratelli e sorelle, sappiamo bene quanto è difficile riconoscere che siamo dei poveri peccatori bisognosi di essere salvati e redenti, sappiamo bene quanto spesso ci riempiamo la mente di ragionamenti fasulli per non ammettere l’evidenza, e cioè che siamo poveri peccatori bisognosi di salvezza, bisognosi di Gesù, perché troppo superbi, troppo arroganti, troppo pieni di noi stessi e cioè pieni di vuoto, anzi quanto più spesso oggi siamo pieni di sottovuoto spinto!
E noi, noi che abbiamo la gioia di guardare Colui che abbiamo trafitto, di guardarLo con amore stupito e commosso per tanta immensità d’amore, non possiamo non chiederGli: “Signore Gesù tu mi hai amato così tanto… e io… e io…in che modo posso ricambiare questo amore?” Quando il cristiano, la cristiana si pone questa domanda nasce l’uomo nuovo, nasce la donna nuova, quel germe di vita nuova che era stato ricevuto nel santo Battesimo rimane lì, nel fondo dell’anima, addormentato senza produrre frutti, senza svilupparsi, senza crescere perché gli manca l’acqua del nostro amore personale, ma quando nasce nel nostro cuore questa domanda, “…ma io come posso amarTi, Tu che mi hai amato così tanto?”, allora quel piccolo germe incomincia a crescere e inizia così la vita nuova del credente che comincia a cambiare mentalità rifiutando la mentalità del mondo per assumere la nuova mentalità del cristiano che è tale solo quando ha capito che la sua vocazione d’amore è portare la sua croce come Gesù, con Gesù e per amore di Gesù.
Carissimi fratelli e sorelle quanta fatica fa quel piccolo germe per poter crescere! Quanta fatica! Eppure quel piccolo germe, piccolo piccolo che abbiamo ricevuto nel santo Battesimo è Gesù…, è Gesù! “Ci siamo rivestiti di Cristo…” (seconda lettura), il termine “rivestire” non rende bene il pensiero di Paolo perché non si tratta di un rivestimento esterno, di un abito esteriore: quanti cristiani di cristiano hanno solo qualche abito! qualche esteriorità e nulla di più! Ma com’è che “non riconosciamo che Gesù Cristo abita in noi?” (2Cor 13,5) e Gesù che in noi deve crescere, e per farLo crescere dobbiamo accettare di diminuire (cf Gv 3,30) fino a “perdere la nostra vita” (Vangelo) per poter esperimentare con somma gioia e pace che non siamo più noi a vivere ma Gesù (cf Gal 2,20).