Solennità di N. S. Gesù  Cristo Re dell’Universo
anno C

21 Novembre 2010

Prima Lettura:
2Sam 5,1-3

Dal Salmo : 121
Seconda Lettura:
Col 1,12-20
Canto al Vangelo:
Mc 11,10
Vangelo: Lc 23,35-43

Inseguendo l’Agnello

“Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”

Carissimi fratelli e sorelle,
in questa solennità conclusiva dell’anno liturgico celebriamo il Signore Gesù come nostro “RE”.
“Re” è una parola che non siamo più abituati a sentire e che, difficilmente, oggi riesce a trasmettere alla nostra mente tutta la forza, la bellezza, la grandezza e il mistero di grazia che essa vorrebbe indicarci.
Cosa si nasconde dunque nel fatto che noi celebriamo oggi Gesù come nostro “Re”? Vediamo cosa le letture odierne ci dicono riguardo a questo termine.
La seconda lettura ci permette di comprendere innanzi tutto un aspetto fondamentale della regalità di Gesù strettamente legato alla sua divinità. Lui infatti è il Figlio che è una cosa sola col Padre nello Spirito Santo (cf Gv 10,30): tutti e tutto sono sotto il suo dominio, il suo potere, la sua autorità, perché Lui è Dio, il grande, onnipotente e tre volte santo Dio (cf Ap 4,8): Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui”.
La lettera di Paolo continua dicendo che “Egli è anche il Capo del Corpo, cioè della Chiesa”. Gesù quindi è nostro “RE” in quanto è il “ nostro DIO” e anche in quanto è il “nostro CAPO”, “il Capo della Chiesa che è il suo Corpo”. Egli è il “CAPO” in quanto vero uomo: “il Carpentiere, il Figlio di Maria” (Mc 6,3).
La prima lettura ci aiuta ad andare più in profondità nella comprensione di cosa vogliamo significare dicendo che Gesù è il nostro “CAPO”. Questa tratta dell’unzione di Davide come re d’Israele. Le tribù ebree radunatesi ad Ebron per proclamare solennemente il loro nuovo re, dissero a Davide: “Ecco noi ci consideriamo come tue ossa e tua carne”. Che bell’immagine! Noi apparteniamo a te come appartengono a te le tue ossa e la tua carne; tu appartieni a noi come nostro capo: “Il Signore ti ha detto: Tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele”.
Ecco, carissimi fratelli e sorelle, quando diciamo che “Gesù è nostro Re”, vogliamo dire – tra l’altro – che noi apparteniamo a Lui, che siamo suoi, e quanto Gli siamo costati! Quale grande prezzo ha dovuto pagare per comprarci (cf 1Cor 6,20; 7,23; 1Pt 1,18-19)! E che quindi non ci apparteniamo più, sì, non ci apparteniamo più, perché ormai apparteniamo a Lui (cf 1Cor 6,19; Gal 3,29; Rm 7,4; 8,9).
Ma, se è vero che noi apparteniamo a Lui, nondimeno vero è che Lui appartiene a noi: è nostro! Tutto nostro, per sempre nostro: è il regalo del Padre che tanto ci ha amati da donarci il suo Unico Figlio (cf Gv 3,16). Dono immeritato, del quale siamo tutti indegni, dono assolutamente gratuito che nessuno avrebbe potuto né può mai ripagare. Il P. Pio Bruno Lanteri [Fondatore dei Padri Oblati di Maria Vergine] riflettendo su questo dono del Padre scriveva: “Ora nulla vi è che dia un più giusto diritto sopra una cosa, quanto l'averla acquistata per mezzo di donazione: dunque avendomi il Padre donatomi il suo Figlio, Questi appartiene a me, ed avendoLo io accettato, Lo posso offrire al Padre per me” – [“Tesoro del Crocifisso”  (Asc, 2269a:T3,2) – Trasposizione in italiano moderno]
Noi apparteniamo a Lui, sì, apparteniamo a Lui e non potremmo non appartenerGli perché Lui è Dio e tutto appartiene a Lui per la sua onnipotenza e forza: “Egli disse e tutto fu fatto” (Sal 148,5), chi potrebbe sottrarsi al suo dominio divino? Ma non è a questo genere di appartenenza che ci riferiamo quando diciamo che “noi apparteniamo a Lui”, infatti noi non apparteniamo a Lui solo per via della sua potenza, noi apparteniamo a Lui per amore, sì, per amore. Lui ci ha fatto suoi non con la manifestazione della sua potenza, ma con la manifestazione della sua debolezza, sì, perché non c’è persona più debole di chi ama e Lui ci ha amato a tal punto da rendersi – Lui, onnipotente ed eterno! – talmente impotente, debole, abbattuto – da morire crocifisso, senza scendere dalla croce, inchiodato e vinto dall’amore che ci porta.
Noi apparteniamo a Lui perché siamo stati conquistati, afferrati (cf Fil 3,12), sedotti (cf Ger 20,7) dal suo amore. Noi siamo suoi perché abbiamo conosciuto il suo amore e ci siamo lasciati affascinare da esso. Apparteniamo a Gesù perché Lo amiamo e l’amore non è amore se non è consegna di sé all’altro. Ma questa nostra consegna a Lui è risposta alla consegna che Lui ha fatto a ciascuno di noi di Se Stesso (cf Ef 5,2.25; Gal 1,4; 2,20; 1Tm 2,6: Tt 2,14) una volta per tutte morendo per tutti in croce (cf Eb 7,27).
Gesù si è consegnato per amore, amore assoluto, amore immenso, amore incredibile sottoponendosi così al rischio di non essere accolto, capito, stimato, apprezzato.
Luca, nel Vangelo odierno, mostrandoci Gesù vilipeso, umiliato e crocifisso, ci mostra anche il palcoscenico di questa consegna d’amore. Si tratta di una scena cosmica, che trascende il tempo e lo spazio e che coinvolge tutti i tempi e tutta l’umanità. Lì Gesù si è consegnato, per amore, ad ogni uomo ed ad ogni donna che era, che è e che sarà e tutti sono presenti a questo dramma della follia d’amore di Dio. Luca ce li mostra tutti lì rappresentati dal popolo che stava a guardare, dai capi di esso, dai soldati e dai due malfattori, a noi capire da quali di essi veniamo rappresentati:
- Ci sono quelli che stanno a vedere: “Il popolo stava a vedere”. Questi sono i più. Non si compromettono né con gesti irriverenti, né con gesti di sostegno al condannato: stanno a guardare, aspettano un segno. Pensate un po’, se Gesù fosse sceso dalla croce quelli lì avrebbero trovato il coraggio di ammazzare tutti quanti avevano preso in giro il Signore e messo in croce. Avrebbero trovato il coraggio perché ormai avrebbero saputo che Gesù era il più forte. Ma erano pronti a tornarsene alle loro case, al loro piccolo mondo che la faccenda “Gesù” non aveva ancora minimamente toccato o compromesso.
- Ci sono i capi (cioè gli scribi, i farisei, i sacerdoti che avevano macchinato contro Gesù) che Lo invitano a scendere dalla croce per dimostrare che veramente è il “Messia” e che quindi Dio è con Lui: “Lo salvi Dio se è il suo eletto!”. Per loro Gesù è un impostore, è uno che ha bestemmiato proclamandosi Dio come il Padre. Gesù viene da loro rifiutato perché Dio – secondo loro – non può lasciarsi crocifiggere, Dio non è debole!
- Ci sono i soldati romani che Lo scherniscono e Lo sfidano a scendere dalla croce per dimostrare che veramente è “Re”. Loro non ne sanno nulla di Messia e non si interessano del fatto che Egli sia o meno un essere divino, Lo scherniscono e Lo sfidano a scendere dalla croce per dimostrare che è “Re”. Per loro Gesù è un povero folle e come tale Lo hanno vestito e trattato: un misero re da burla (cf Mc 15,16-19). Un povero folle che propone una vita da vinti, falliti senza gloria né piaceri.
- Ci sono poi i due malfattori che vengono inchiodati “uno alla sua destra e uno alla sua sinistra” (Lc 23,33). Marco e Matteo ci raccontano che “anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano” (Mc 15,32; Mt 27,44). Luca, invece, – abbiamo ascoltato – ci racconta che uno dei due dalla sua croce difende Gesù. Probabilmente anche lui, prima, se l’era presa con Gesù come il suo pari, e come tanti che colpiti dalla sofferenza accusano Dio di essere ingiusto e cattivo. Ma poi lì sulla croce ci fu qualcosa che lo fece cambiare, uno sconvolgimento interno che lo porterà a difendere Gesù e, lui, ladro e assassino, entrare per primo in Cielo.
Cosa avrà provocato un tale rivoluzionamento interiore nell’animo di questo mascalzone?
«Questo malfattore non si associa agli insulti proferiti dall'altro, ma lo rimprovera. Confessa la propria colpevolezza, riconosce la perfetta innocenza di Gesù e si rivolge a Lui con una domanda che esprime pentimento e fede messianica. Lo invoca con una supplica piena di umiltà e di fiducia: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Lo chiama familiarmente per nome "Gesù" (è l'unico caso in tutto il Vangelo che Gesù viene chiamato per nome senza alcun altro titolo) e gli chiede di ricordarsi di lui, cioè di intervenire in suo favore, quando verrà nello splendore del suo potere regale. Una fede straordinaria! Il ladrone, infatti, crede che Gesù introdurrà il Regno di Dio, che comporta la risurrezione dei morti. Lo crede nonostante la situazione tragica e irreparabile del Messia, crocifisso e morente come lui e accanto a lui. Che cosa ha potuto provocare e motivare tale fede? Il testo che precede il nostro presenta Gesù che prega per i suoi uccisori: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno!". Il ladrone si converte perché ha ascoltato questa preghiera di Gesù. Ha percepito la profondità inaudita del rapporto filiale che Gesù vive con Dio e ha capito fino a che punto arriva il suo amore.
La risposta di Gesù supera ogni attesa: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso". "Oggi": la salvezza promessa da Dio e attesa per lunghi secoli è qui, interamente donata grazie alla presenza misericordiosa di Gesù. "Sarai con me". Ecco il bene supremo che Gesù assicura al ladrone: essere con Lui, in un rapporto di intimità e comunione profonda. L'esperienza della morte non lo separerà da Gesù, ma sarà unito a Lui e associato al suo destino di vivente al di là della morte. "Nel paradiso"».
[ Mons. Ilvo Corniglia]
E così l’ultimo degli ultimi, colui che era una misera feccia dell’umanità, diventa modello e precursore di tutti i membri di questo Regno di cui Gesù è Re e Signore e ci mostra quella confidenza, quella familiarità affettuosa, quell’intimità d’amicizia a cui ciascuno di noi è chiamato nel momento stesso che riconosce Gesù come suo Re e Signore.
La Vergine Maria, le cui braccia pietose accolsero e abbracciarono il suo Figlio morto, ci aiuti e ci insegni ad accogliere nel nostro cuore tutto l’amore di Gesù che si consegna a noi oggi per mezzo sacramenti della Chiesa, e commossi e conquistati da questo dono, impariamo anche noi a consegnarci a Lui nell’amore per la potenza della sua risurrezione che ha vinto per sempre la sua e la nostra morte.

Amen.