Trentesima Domenica del Tempo Ordinario
anno C

24 Ottobre 2010

Prima Lettura:
Sir 35, 12-14.16-18

Dal Salmo : 33
Seconda Lettura:
2Tm 4,6-8.16-18
Canto al Vangelo:
cf Mt 11,25
Vangelo: Lc 9-14

Inseguendo l’Agnello

Il fariseo e il pubblicano

 

Carissimi fratelli e sorelle,
oggi è la Giornata Missionaria Mondiale, quest’anno il Santo Padre ci ha invitati a viverla alla luce del Mistero della presenza viva di Gesù nella sua Chiesa: «Non cessano infatti di risuonare, come universale richiamo e accorato appello, le parole con le quali Gesù Cristo, crocifisso e risorto, prima di ascendere al Cielo, affidò agli Apostoli il mandato missionario: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”. Ed aggiunse: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Nell’impegnativa opera di evangelizzazione ci sostiene e ci accompagna la certezza che Egli, il padrone della messe, è con noi e guida senza sosta il suo popolo. È Cristo la fonte inesauribile della missione della Chiesa».
Luca, oggi, ci propone un altro insegnamento di Gesù sulla preghiera. Domenica scorsa ci aveva parlato della fiducia e della perseveranza che dobbiamo avere in essa, attraverso la parabola della vedova molesta e del giudice ingiusto.
Oggi un’altra parabola, con altri due personaggi: il fariseo e il pubblicano. Non ci sfugga l’importanza fondamentale di questa parabola, che ci pone davanti due figure di uomini rappresentativi di tutta l’umanità, nella sua classificazione ultima e decisiva, di persone salvate o non salvate. Alla fine, infatti, o ci salviamo o non ci salviamo. La salvezza della nostra anima, è l’affare più importante della nostra vita, che è costata la morte in croce di Dio.
La parabola, ci presenta due atteggiamenti diversi di uomini oranti, delineandoci così due modi diversi di relazionarsi con Dio. Di questi due modi di relazionarsi con Dio, uno conduce ad ottenere salvezza, l’altro no. È una grazia per noi capire da quale di questi due uomini siamo rappresentati: il mio modo di pormi davanti a Dio, assomiglia più a quello del fariseo o a quello del pubblicano?
Il nucleo fondamentale dell’atteggiamento del fariseo nei confronti di Dio, è quello del “creditore”, di una persona cioè che “vanta dei diritti” e che quindi “pretende” tutto da tutti perché lui si ritiene “giusto”.
Per entrare in profondità nella parabola, dobbiamo accostarla ad altre parabole di Gesù, dove emerge forte quest’atteggiamento oscuro della persona che, credendosi nel giusto, si arroga diritti che non ha, avanza pretese e accusa Dio di ingiustizia perché non glieli concede.
Come questo fariseo che, uscendo dal tempio non giustificato, presumibilmente, se la sarà presa con il Signore perché è stato ingiusto nei suoi confronti; così anche gli operai della prima ora, della parabola degli operai mandati alla vigna (cf Mt 20,1ss), se la prendono ferocemente con il padrone, che non li trattò come credevano meritarsi per il loro lavoro; così anche il fratello maggiore, della parabola del figliol prodigo, che “non voleva entrare” alla festa, perché pretendeva lui di avere diritto ad una festa e non il fratello debosciato; sono tutte figure con le quali il Signore Gesù ci invita a prendere coscienza della nostra radicale situazione di povertà, di insufficienza, di bisogno di salvezza.
Il pubblicano, così come il figliol prodigo, si presenta davanti a Dio senza arrogarsi meriti, senza pretese, ma con profonda umiltà, riconoscendo la propria indegnità e di non meritare quanto chiede: “O Dio, abbi pietà di me, perché sono un povero peccatore!”, “Padre, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio…”.
Quando il buon Dio vede un cuore così, si squaglia nella sua tenerezza divina, che si riversa come amore misericordioso sull’umile che invoca a Lui, è questo anche l’insegnamento del V. T. ricordato dalla Prima Lettura di oggi che ci mostra come “la preghiera dell’umile penetra le nubi”, cioè raggiunge il cuore di Dio.
Qui siamo nel cuore del Vangelo, della missione di Gesù, Egli è il Salvatore e il Redentore del mondo che ci comunica una salvezza assolutamente gratuita e da nessuno meritata.
Alla sinagoga di Nazareth, Gesù proclamò: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore”. (Lc 4,18-19). Si tratta di un “lieto messaggio” che viene proclamato solo “ai poveri, di una luce che illumina solo i cieci (cf Gv 9,39), di una liberazione che è solamente per chi è prigioniero e oppresso, di “un anno di grazia”, cioè di misericordia, di condono, di remissione dei debiti a dei debitori insolventi e tali siamo tutti noi, nessuno escluso.
E ancora, a chi Lo condannava perché “amico dei pubblicani e dei peccatori” (Lc 7,35), Gesù rispondeva dicendo: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2,17) Iosono venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10).
Gesù dunque è venuto per i poveri, gli oppressi, i malati, i peccatori, i perduti, non è venuto per chi non ha bisogno di salvezza, per chi è a posto, per chi è giusto, perfetto, santo. Infatti chi è a posto, chi è giusto, chi è perfetto, chi è già santo per conto suo, esce dal Tempio come quel fariseo, “non giustificato”, perché nessuno si salva senza Gesù, nessuno è affrancato senza Gesù, nessuno! E Gesù è l’unico Salvatore di questo mondo che va alla deriva, non esistono altri “Salvatori” dell’umanità (cf 1Tm 2,5).
Se leggiamo la storia della vita di qualche santo, inevitabilmente troviamo sempre che costui o costei si riteneva un grande peccatore o una grande peccatrice. E, guarda caso, quanto più grande è la santità della persona quanto più grande è questo sentimento del proprio essere peccatore, peccatrice. Questo possibile che non ci insegna nulla? La nostra santità inizia proprio da quest’umile riconoscimento della nostra miseria esistenziale.
Paolo ben conoscendo questa verità dirà: “Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità” (1Tm1 15-16). Oggi abbiamo ascoltato questo “primo tra i peccatori” che sta “per sciogliere le vele” perché ha “terminato la sua corsa” e sta per raggiungere il suo Gesù che lo ha salvato e trascinato in una meravigliosa avventura, conquistandolo con la forza del suo amore (cf Fil 3,12).
Francesco, il Poverello d’Assisi, a chi gli chiedeva come mai il Signore aveva scelto proprio lui per quella grandiosa opera di “restaurare la sua Chiesa” nella santità, rispondeva: “Perché in tutto il mondo non ha trovato nessuno più peccatore di me!”.
E che dire poi di Caterina da Siena…, Teresa d’Avila…, di Giovanni della Croce…, di Ignazio di Loyola…, di Maria Maddalena de’ Pazzi…, di Teresina di Lisieux…, di Elisabetta della Trinità…, di Gemma Galgani…? Tutti, tutti che si ritenevano i più grandi peccatori o peccatrici di questo mondo?
Come mai e perché questo fenomeno? E come mai loro si ritenevano così tanto “peccatori” e invece erano “santi”? E come mai, noi così tanto spesso non ci sentiamo affatto peccatori? Il motivo è molto semplice, chi si avvicina a Dio vede con più chiarezza se stesso e capisce meglio la propria miseria e fragilità. Infatti, noi possiamo conoscere noi stessi nella verità solo per riflesso, mai direttamente per introspezione. L’introspezione ci falsa la nostra realtà o esaltandoci o deprimendoci. È solo guardando Dio, che si lascia guardare in Gesù, che ciascuno di noi entra nella verità di se stesso, nella più profonda verità di se stesso. Ogni uomo che si avvicina a Dio, vive l’esperienza di Isaia che capisce di essere indegno di questa vicinanza: “Ohimè, un uomo dalle labbra impure io sono!…” (Is 6,5), o l’esperienza di Pietro che prega Gesù di allontanarsi da lui “perché è un peccatore” (cf Lc 5,8). Ma Gesù non si allontana dai peccatori, tutt’altro! È venuto proprio per cercarli, scovarli e abbracciarli e riportarli (cf Lc 15,4-5). “nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente (1Tm 3,15).
Il segno dell’autenticità del nostro rapportarci con Dio, è la consapevolezza della nostra bassezza. Il crescere nel rapporto con Dio, comporta inevitabilmente crescere nella consapevolezza della nostra indegnità, del nostro niente. Quanto più ci rendiamo conto della nostra povertà e nullità esistenziale, quanto più diventiamo capaci di un contatto più profondo con Dio, che riempie del suo essere il nostro nulla, che riempie della sua ricchezza la nostra povertà, che riversa il suo amore misericordioso nell’unico contenitore capace di accoglierlo: la nostra miseria.
Impariamo dunque dai nostri fratelli santi e dalle nostre sorelle sante, a cercare Gesù per stare con Lui, guardarLo e lasciarci guardare da Lui. Guardando Gesù, impareremo come Pietro a conoscerci come poveri peccatori e lasciandoci guardare da Gesù, impareremo, come lo stesso Pietro, a piangere i nostri peccati (cf Lc 22,62) perché abbiamo mancato all'Amore. Allora forse capiremo quella richiesta che Gesù fece a quella donna al pozzo di Giacobbe: “Dammi da bere” (Gv 4,7), o quella che fece dall’alto della croce ai suoi crocifissori: “Ho sete” (Gv 19,28), o quella che fece a Pietro, sulle rive del lago di Tiberiade, pochi giorni dopo che questi l’aveva tradito e rinnegato: “Mi ami tu più di costoro?” (Gv 21,15). È questa sete di Dio, è questa sete di Gesù, è questo gemito implorante dello Spirito (cf Rm 8,26) che i nostri fratelli santi hanno colto e risposto, porgendo alle sue labbra l’acqua viva e pura del loro amore, unica bevanda che può dissetare Dio che “è Amore” (1Gv 4,8.16)Infatti, se è vero che ciascuno di loro si riteneva il primo e il più grande peccatore del mondo, contemporaneamente, dall’altra, si faceva un punto d’onore di amare il suo Gesù più di come Lo ami alcuna persona al mondo.
La Vergine Maria che magnificò il suo Signore, perché aveva guardato alla sua “bassezza(Lc 1,47),e che più di ogni altra creatura seppe rispondere alla sete di Dio, ci aiuti a comprendere come è nel riconoscersi piccoli e umili, il segreto della nostra più grande risposta d’amore verso Colui dal Quale siamo stati amati troppo e di più. Ed è proprio dall’esperienza concreta di questo segreto, che germoglia e matura la nostra missionarietà in mezzo ad un mondo sempre più bisognoso di incontrarsi con Dio e di finalmente conoscere quel “grande amore con il quale ci ha amati, e come da morti che eravamo per i nostri peccati, ci ha fatti rivivere in Gesù Cristo” (Ef 2,4-5).
Amen.