Ventiseiesima Domenica del Tempo Ordinario
anno C

26 Settembre 2010

Prima Lettura:
Am 6,1a.4-7

Dal Salmo : 145
Seconda Lettura:
1Tm 6,11-16
Canto al Vangelo:
Lc 6,21
Vangelo: Lc 16,19-31

Inseguendo l’Agnello

POVERTÀ E RICCHEZZA: MALEDIZIONE O BENEDIZIONE?

 

Carissimi fratelli e sorelle,
l’evangelista Luca continua a importunare il nostro spirito con un’altra parabola scomoda di Gesù, con un’altra parola forte del Maestro che ci vuol provocare, scuotere per stimolarci a prendere sul serio il Vangelo e a considerare con serietà le verità ultime della nostra esistenza: la morte con conseguente salvezza o dannazione eterna di noi stessi.
Alcune domeniche fa avevamo già dovuto parlare abbastanza diffusamente intorno alla realtà della possibilità che ogni persona ha di dannarsi eternamente, ne parlammo nella XXI domenica a proposito di quella “porta chiusa” che impedirà l’accesso alla festa eterna a coloro che persevereranno a camminare fino in fondo lungo quella strada ampia, spaziosa e seducente che conduce alla dannazione eterna (cf Lc 13,24ss).
Oggi Gesù ribadisce ancora una volta la verità dell’esistenza dell’inferno attraverso la parabola che abbiamo appena ascoltato, cerchiamo di entrarci dentro, in profondità.
Gesù ci presenta due uomini, uno senza nome e uno con un nome, Lazzaro. Dell’uomo senza nome si dice che era ricco e se la spassava vivendo nel lusso e nella sazietà “banchettando lautamente”, di Lazzaro invece si dice che era infermo, “coperto di piaghe”  che venivano “leccate dai cani” e che si nutriva degli avanzi della tavola del ricco.
Quale uomo più sfortunato di Lazzaro? Malattia e miseria coniugate alla loro massima potenza: un relitto umano, l’ultimo degli ultimi. Eppure Lazzaro ha un nome, il ricco epulone no!
La malattia e la miseria durante il lungo cammino del popolo di Dio avevano subito una certa evoluzione nella loro comprensione del significato. Tenendo presente che il dolore e la morte entrarono nel mondo come “punizione” del peccato dei progenitori (cf Gen 3,16ss), ogni cosa che avesse un legame con il dolore e la morte precoce veniva interpreta come segno di “punizione divina”, segno di “maledizione”, mentre ogni benessere materiale, una prole numerosa e una vita longeva erano segni ritenuti evidenti della “benedizione di Dio”.
Il popolo di Dio camminando lungo il tempo maturava lentamente nella comprensione di tante cose. Il Signore infatti non si rivelò con rivelazione completa e immediata, ma attraverso una rivelazione storica. Il popolo di Dio riflettendo sulla propria esperienza storica e concreta imparava a scoprire il vero volto di Dio e il vero volto dell’uomo, questo processo dinamico ha il suo culmine e la sua perfezione completa quando, venuta la “pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4,4). Con la venuta del Figlio di Dio in mezzo a noi si completa il processo di rivelazione del volto di Dio e di conoscenza del mistero dell’uomo.
Il popolo santo di Dio arrivò pian piano alla comprensione della verità, attraverso delle tappe che furono necessarie in quanto il buon Dio volle sempre adeguarsi al livello culturale e psicologico del suo popolo e condurlo per mano, seguendo il suo passo, di tappa in tappa, servendosi di tutte le sue vicende storiche per farlo crescere, maturare e diventare quindi capace di cogliere la verità nella sua pienezza.
Il Libro di Giobbe è un esempio concreto di questo cammino di crescita: Giobbe viene presentato come una persona che non accetta il sentire comune e s’impunta contro quella mentalità che vedeva la malattia, la disgrazia, la povertà, la morte precoce dei propri cari, come segno di “punizione per i peccati fatti”. Giobbe era onesto, buono, generoso e virtuoso eppure tutti i mali di questo mondo si erano rovesciati su di lui e non capiva il perché di questo e interrogava Dio, mentre i suoi amici volevano convincerlo a tutti i costi che, se gli erano successe tutte quelle sventure, qualcosa di losco doveva per forza aver combinato!
Camminando nella storia, pian piano si cominciò a capire che la sventura, la miseria e la sofferenza non erano segni di punizione di Dio, anzi si arrivò a conoscere Dio come il Dio dei poveri, dei miseri, dei derelitti, degli orfani, delle vedove, degli ultimi e c’è tutta una predicazione profetica che accentua questa visione.
Nella domanda che i discepoli di Gesù gli faranno vedendo un cieco nato: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?” (Gv 9,1) possiamo vedere come, nonostante la predicazione profetica, la malattia e la sventura venivano ancora lette da molti come punizione e maledizione di Dio. Questa mentalità che affonda le radici sin dalle origini, possiamo constatare che non era solo presente ai tempi di Gesù, ma è tuttora presente e diffusa ed è segno indicatore di una mancanza di un cammino spirituale. Chi di noi, infatti, non ha sentito frasi come questa: “Io non mi meritavo che mi succedesse questo…” oppure: “Il Signore mi sta punendo per i miei peccati…”.
Ora, il Signore Gesù portando a compimento e a perfezione tutta la predicazione profetica che lo ha preceduto e che gli ha preparato il terreno, afferma in diverse circostanze e, in particolare, in questa parabola del “povero Lazzaro e del ricco epulone”, che la disgrazia, la malattia, la povertà materiale non sono segno della punizione o della maledizione di Dio, anzi, Gesù giunge ad affermare che proprio coloro vivono immersi in queste situazioni sono i “prediletti” dal Padre e per questo li chiama e definisce “beati” (cf Mt 5,3ss; Lc 6,20ss).
Gesù non maledice la ricchezza, Egli mette in guardia i ricchi del pericolo insito nella ricchezza (cf Lc 18,24-25) ricordando loro che la vita sfugge e che dovranno rendere conto a Dio di come hanno usato le loro ricchezze. Oggi abbiamo anche ascoltato come S. Paolo, riprendendo l’insegnamento di Gesù, esorta Timoteo a “fuggire tutte queste cose” riferendosi espressamente al fatto che
“… coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L'attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori” – 1Tm 6,7-10.
E così, mettendo in guardia i ricchi dal “pericolo delle ricchezze”, Gesù dichiara “beati” coloro che non avendo questa tentazione, sono più liberi e facilitati ad andare a Lui per trovare in Lui quel “ristoro” che non trovano nella loro situazione di “oppressione e stanchezza” (cf Mt 11,28-30). Ristoro che inizia già quaggiù quando, vivendo il Vangelo, si trasformano dal di dentro le situazioni di oppressione e di sofferenza, in amore che si consegna e si dona fino alla morte, per fiorire nella risurrezione e nella vita eterna.
È il mistero di Gesù Crocifisso che viene ad essere partecipato a tutti i crocifissi della storia, o meglio, il Figlio di Dio ha voluto, facendosi uomo, scegliere la condizione degli ultimi e morire crocifisso ingiustamente per dare dignità e speranza a tutti i crocifissi dell’umanità e così far capire bene a tutti che la dignità della persona non è riposta in quello che si possiede o in quello che si possa fare, ma in quello che si è. Dall’alto della sua croce dove il Figlio di Dio muore svenato d’amore in un mare di dolore e di umiliazioni, nella massima spogliazione e nudità, Egli esalta e proclama, con la sua umanità crocifissa, quelle beatitudini che aveva annunciato alle folle, per cui Egli, “il Primogenito di una moltitudine di fratelli”  (Rm 8,29), morendo così, nudo, umiliato e inchiodato, manifesta al mondo con la sua morte che veramente sono “beati i poveri… i miti… gli afflitti… gli affamati e assetati di Dio…” (cf Mt 5,3ss). Il Padre poi metterà il suo sigillo a questa proclamazione operando la sua risurrezione (cf. At 2,24; 3,15.26; ecc.).
E di questa risurrezione Gesù ne parla velatamente anche in questa parabola che stiamo esaminando, quando riferendosi ai parenti del ricco epulone che continuavano a vivere nella spensieratezza e nei bagordi, afferma: “Se non hanno ascoltato Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi”. Grande deve essere stata l’amarezza con cui Gesù avrà detto questa frase, con la quale abbracciava, nel suo sguardo divino, tutta quella schiera di persone per le quali tutte le sue sofferenze, tutte le sue umiliazioni e la sua stessa morte d’amore, sarebbero state assolutamente inutili, perché distratte dalla propria spensieratezza e sazietà materiale. E sì, è vero quello che aveva annunciato il profeta Amos nella prima lettura: “Guai agli spensierati di Sion…guai!”.

La Vergine Maria che magnificò il Padre del cielo che rovescia i potenti dai troni, innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda a mani vuote i ricchi” (Lc 1,52-53) ci aiuti ad assimilare nella mente e nel cuore il Vangelo del suo Figlio per poterlo poi manifestare al mondo con la santità della nostra vita. Amen.