Tredicesima Domenica del Tempo Ordinario
anno C

27 Giugno 2010

Prima Lettura:
1 Re 19,16.19-21

Dal Salmo : 15
Seconda Lettura:
Gal 5,1.13-18
Canto al Vangelo:
Gv 8,12
Vangelo: Lc 9,51-62

Inseguendo l’Agnello

«Lascia che i morti seppelliscano i loro morti»

Carissimi fratelli e sorelle,
il contesto del Vangelo odierno coglie il Signore Gesù in uno dei momenti chiave del Vangelo di Luca, si tratta dell’inizio del grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme, dopo l’inizio entusiasmante della sua predicazione svoltasi nella Galilea, ora lascia la Galilea per dirigersi verso Gerusalemme: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, egli si diresse decisamente verso Gerusalemme…», letteralmente avremmo dovuto tradurre “Gesù indurì il suo viso camminando verso Gerusalemme…” oppure “Gesù si diresse a muso duro verso Gerusalemme…”.
Si tratta di un momento fondamentale dell’Opera Lucana (Vangelo e Atti degli Apostoli), infatti Luca orchestra il tutto sullo schema del “viaggio”: il Vangelo è il viaggio di Gesù da Nazareth a Gerusalemme, gli Atti sono il viaggio della Chiesa da Gerusalemme ai confini del tempo e del mondo. Non si tratta di due viaggi diversi, ma dell’unico viaggio del Figlio di Dio che ancora oggi viaggia nella sua Chiesa e attraverso la sua Chiesa per raggiungere ogni persona.
Compiuta con grande entusiasmo di folla la sua predicazione nella Galilea, ora Gesù si dirige “a muso duro” verso Gerusalemme dove sa, sa bene cosa l’aspetta… l’aspetta una Croce! Poteva mai sorridere iniziando il suo viaggio verso quella Croce? Poteva mai cantare allegramente andando verso di essa? E così si volge decisamente verso Gerusalemme, “a viso duro” con il cuore traboccante d’amore per ciascuno di noi, in quello sguardo duro c’è tutta la concretezza dell’amore di Gesù per noi, un amore concreto, tangibile, fattivo, fermo, deciso, fedele perché appunto frutto di una decisione precisa, soppesata, voluta e offerta. L’amore necessita di questa dimensione per essere autentico e vero e non falso, effimero, evanescente.
Per l’amore che ci portava, Gesù si diresse a “viso duro” incontro alla morte desiderando ardentemente (cf Lc 22,15)di regalarci la vita. Chiunque vuole imparare l’amore vero deve imparare da Gesù quel “viso duro” senza il quale l’amore svanisce alla prima piccola prova. Chi come Lui vuole amare deve essere deciso, sapere quello che vuole e quello che l’aspetta, l’aspetta la morte, infatti non si può amare senza morire per chi si ama, chi vuole a tutti i costi vivere e insieme vuole anche amare non imparerà mai ad amare!
«…mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui…», avanti a Lui Gesù manda i suoi messaggeri per disporre i cuori all’incontro, questa è una peculiarietà dello stile di Dio che potrebbe fare tutto Lui e solo Lui e invece gode nel suscitare attorno a Sé collaborazione, partecipazione. Così aveva fatto anche prima, quando volle che Giovanni il Battista gli preparasse la strada (cf Lc 1,17; Mc 1,1), Lui desidera che le persone prima di incontrarsi con Lui s’incontrino con qualcuno che già si è incontrato con Lui, Gesù vuole essere annunciato da qualcuno prima di presentarsi al cuore della persona. Questo è anche il compito proprio della Chiesa e quindi anche compito di ciascuno di noi in quanto battezzati: preparare i cuori ad incontrarsi con Gesù, annunciando loro la visita di Gesù.
Non sempre quest’opera è fruttuosa, allora come oggi, non sempre si vuole accogliere il Signore e così quel villaggio di Samaritani non Lo volle accogliere. Qui c’è un grande mistero che impone a noi di fermarci in preghiera per approfondirlo e cercare di capirlo un pochino. È il mistero della delicatezza di Dio che manda qualcuno a bussare alla porta per non dare l’occasione di chiudere la propria porta in faccia a Dio! È il mistero della delicatezza di Dio che bussa dolcemente alla porta e potrebbe invece sfondarla! È il mistero della dignità di questo uomo così piccolo, fragile, misero, eppure così grande che può dire “NO”a Dio. Vedete carissimi fratelli e sorelle, l’esistenza dell’inferno è conseguenza di questa dignità incredibile che l’uomo ha, se l’uomo non potesse dire “NO” non esisterebbe l’inferno, l’inferno esiste a causa della nostra immensa dignità di persone che possono dire “NO” a Dio!
«…Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme…», anche qui, a mio giudizio si nasconde un messaggio particolare di Luca. Infatti possiamo leggervi due motivazioni in quel “perché diretto a Gerusalemme”. La prima è quella storica: Samaritani non accettavano infatti il monopolio del culto divino esercitato dal tempio di Gerusalemme e andavano ad adorare Dio altrove nei propri luoghi sacri di culto disdegnando di recarsi a Gerusalemme. Ma c’è anche un'altra motivazione, più profonda, che non è quella storica che mosse gli abitanti di quel villaggio di Samaria a chiudere la porta in faccia a Gesù e si riferisce ai tanti, che attraverso i secoli, non avrebbero voluto accogliere Gesù Maestro e Salvatore. Questa motivazione è il rifiuto di accogliere la croce, si rifiuta Gesù perché Lui è diretto a Gerusalemme, perché Lui ti porta su un Calvario, perché Lui ti invita a portare la tua croce dietro di Lui, cioè a rinnegare te stesso (cf Lc 9,23). Così Luca vuole farci capire qual è il più grande ostacolo all’accoglienza di Gesù e qual è il più grande ostacolo alla perseveranza nello stare con Gesù: entrare nel mistero della croce, della sofferenza che ci salva, non è cosa spontanea né facile, occorre fede in Gesù e alle volte occorre anche del tempo per capire, non si capisce subito infatti questo mistero, la prima reazione è sempre quella del rifiuto, ma vedete come Gesù rimprovera severamente Giacomo e Giovanni che volevano fulminare quei samaritani? Gesù non li fulmina, è buono con loro, aspetta, aspetta che il tempo faccia capire ai tanti samaritanii della storia dell’umanità, la necessità di andare a Gerusalemme per morirvi (cf Lc 24,7), la necessità di prendere la croce e saperla portare con amore, con slancio dietro a Lui.
La croce che il Padre ti chiede di portare dietro il suo Figlio, normalmente non si prende mai subito, all’inizio, dopo il rifiuto e la rabbia, aiutati dalla fede, la si porta con rassegnazione, con pace, poi, pian piano, portandola la si capisce di più e, aiutati dalla speranza, la si porta con dolcezza, quindi si passa, aiutati dalla carità, pian piano a portarla con amore ardente, sono passaggi, direi, obbligati dalla nostra piccolezza e miseria umana.
E lì, lungo questa strada verso Gerusalemme, ecco tre incontri di Gesù con tre persone delle quali non si dice né il nome, né come seppero rispondere alle esigenze che pose loro Gesù per essere seguito. L’intento di Luca nel proporci questi tre anonimi incontri sembra essere chiaro, vuole porre ciascun lettore del suo Vangelo davanti alle esigenze della sequela per provocarne una risposta d’amore. Non dobbiamo leggere in questi tre incontri soltanto il modello di una chiamata ad una vita di speciale consacrazione, ma occorre leggervi, con le dovute proporzioni, ogni sequela di Gesù Cristo.
Vediamo ora questi incontri, ecco il primo «Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo”».
Anche Pietro come questo Tizio un giorno dirà a Gesù: Con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte” (Lc 22,33; cf Gv 13,36) e sappiamo come Lo rinnegò subito dopo (cf Lc 22,54ss). Si tratta non di abbracciare una dottrina da predicare, ma innanzitutto di far propria l’esperienza di un emarginato, di un perseguitato, di un crocifisso. Seguire Gesù significa rinunciare ad ogni sicurezza. Quando Gesù poserà il capo sarà per morire, Giovanni l’Evangelista userà la stessa parola greca in occasione della sua morte quando “Gesù, posato il capo, spirò” (Gv 19,30). Si tratta della radicalità della povertà, non tanto intesa come assenza di beni materiali, quanto come libertà totale della persona assolutamente non condizionata da nulla, decisa a seguire il Signore Gesù veramente dovunque, libertà della persona che non cerca qualcosa dalla sequela, non segue Gesù per qualcosa che non sia Lui stesso. Seguire Gesù per Gesù, perché dopo che Lo si è conosciuto tutto il resto non conta o conta come “spazzatura” (Fil 3,8; cf Mt 13,44-46).
«A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. Gesù replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio” Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”».

“Seguimi!” Si tratta di un verbo all’imperativo che ci manifesta il desiderio di Gesù di avere predicatori del Regno decisi ed eroici. Gesù chiama a seguirLo. D’altra parte dove trovare la forza di “lasciare che i morti seppelliscano i morti” per annunciare il regno di Dio, se la persona chiamata non percepisse questa chiamata come un “ordine” di Gesù stesso? Non si può seguire Gesù nelle sequela più totale e radicale avventurandosi in essa solo per un pio desiderio del proprio cuore, lasciando tutto per il Regno solo perché ci piace farlo, no, occorre la percezione dell’imperativo della chiamata, come Paolo che un giorno dirà: “Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo!” (1Cor 9,16).

Queste altre due chiamate sono particolarmente fastidiose ai nostri orecchi. Infatti al contrario di come si comportò Elia con Eliseo (prima lettura), Gesù non permette a questi Tali ai quali ordina di seguirLo, non solo di andare a salutare i propri famigliari, ma non permette neanche di andare a seppellire il padre. Questo Gesù ci dà particolarmente fastidio con la sua carica di antiumanità, non è umano ciò che chiede. Gli esegeti si affaticano per spiegare che qui non si parla di morte fisica, ma che si parla di persone che sono lontane dalla vera vita (cf Lc 9,24-25), ma queste spiegazioni ammorbidenti ci convincono poco. Qualcuno ha cercato una via di mezzo nel fatto che “seppellire il proprio padre” implicava una serie lunga di usanze rituali compreso un certo periodo di lutto famigliare, e allora si interpreta il brano alla luce di un Gesù che impone di lasciar perdere il lutto per il padre, ma anche questa spiegazione ci convince poco.
Poiché questa frase di Gesù è fastidiosa, essa non lo è casualmente, ma volutamente, qui il Signore Gesù vuole darci fastidio perché entriamo dentro questo fastidio e scopriamo il messaggio di rivelazione che vi è nascosto. Cosa si nasconde dietro questo imperativo disumano di Gesù a questo tale? Si nasconde il desiderio di Gesù che noi ci affidiamo totalmente e assolutamente a Lui, desiderio che noi lo mettiamo realmente e non relativamente al primo posto e se Lui è al primo posto, potrà chiederci tutto, ma proprio tutto, anche di non seppellire i nostri cari, anche qualche altra cosa che apparentemente sembrerebbe disumana perché implica dei sacrifici eroici, Lui può chiederci anche questo e può chiedercelo, può ordinarcelo perché Lui ci ha amato oltre ogni umana misura e avendoci amato così può pretendere da noi un amore più grande delle nostre stesse possibilità, del nostro stesso cuore. Certe esigenze chiare, forti, crocifiggenti, imperative per ogni buon cristiano, il mondo non le potrà mai capire perché non ha conosciuto quell’immensità d’amore con cui Lui ci ha amato! Tanti “non è giusto!” che si alzano di fronte a certi pesi, sono dovuti proprio a questa non conoscenza dell’amore di Gesù. D’altra parte, poi, se Lui ci ordina di portare dei pesi umanamente eccessivi, se Lui ci ordina di assumerci delle croci pesanti e dolorose che il mondo sfugge con facilità, lo può fare non solo perché Lui ci ha amato in un modo umanamente eccessivo, ma anche perché Lui ci ha donato di essere non semplicemente dei poveri e deboli uomini, ma dei figli di Dio come Lui, con la relativa capacità di amare alla divina e non semplicemente alla umana. Si tratta, cioè, di quella “vita secondo lo spirito” di cui oggi ci ha parlato Paolo (seconda lettura) che coloro che vivono secondo la carne non possono capire né tanto meno vivere (cf 1Cor 2,14).
La Vergine Maria che divenne la Madre del Verbo appunto perché credette che le fosse possibile ciò che umanamente non lo era (cf Lc 1,37), ci aiuti ad accogliere con pace e serenità tutte le esigenze difficili, pesanti, crocifiggenti del nostro essere cristiani e saperle affrontare senza paura di essere presi per stolti (cf 1Cor 1,18) o di essere emarginati da un mondo (cf 2Tm 3,12) che non può capirci perché non ha conosciuto Dio né il suo amore per noi (cf 1Gv 3,1).

Amen.