Seconda Domenica di Quaresima
Anno C

28 Febbraio 2010

Prima Lettura:
Gen 15,5-12.17-18
Dal Salmo 26
Seconda Lettura:
Fil 3,17-4,1
Canto al Vangelo: Mc 9,7
Vangelo: Lc 9,28b-36

Inseguendo l’Agnello

«Maestro, è bello per noi stare qui!»

Carissimi fratelli e sorelle,
in questa seconda grande tappa del nostro cammino con Gesù verso Gerusalemme iniziamo le nostre considerazioni dalla prima lettura, perché altrimenti rischiamo di dimenticarcene viste le molte cose che ci sono da dire oggi sul Vangelo.
Il passo che abbiamo ascoltato ci ha raccontato dell’alleanza contratta da Dio con Abramo. Abbiamo ascoltato di uno strano rituale che siglò quest’alleanza: una serie di animali tagliati in due che formano un corridoio in mezzo al quale passò un fuoco divino. Rituale misterioso a noi oggi, ma che all’uomo biblico diceva molto. Infatti si trattava di un rituale normale ai tempi di Abramo che veniva effettuato in occasione di patti solenni tra due contraenti. Si dividevano in due una serie di animali e i due contraenti passavano in mezzo ad essi dicendo una frase simile a questa: “Che il Signore mi spacchi in due come questi animali se non manterrò la mia parola e non sarò fedele a questo patto che oggi ho fatto”.
Una nota commovente: in mezzo al corridoio passò solo Dio, non passò Abramo. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che Dio, ben conoscendo la debolezza e la fragilità morale dell’umanità non pretese da essa, rappresentata da Abramo, quella fedeltà che non poteva assicurarGli. Non era infatti ancora nato dalla Vergine quell’unico Uomo che poteva passare in mezzo a quel corridoio giurando fedeltà a Dio Padre anche per tutti i suoi fratelli.
Detto questo, vi ricordo come, entrati con decisione(cf Lc 9,51) nel deserto con Gesù domenica scorsa, abbiamo esperimentato con Lui la fame e la tentazione, ma non abbiamo mangiato i “cibi deliziosi” (Sal 141,4) che ci ha proposto il nemico preferendo nutrirci della Parola di Dio e fatti “forti dello scudo della nostra fede abbiamo spento tutti i dardi infuocati del maligno” (Ef 6,16) e lo abbiamo vinto, ben sapendo, però, che ritornerà per l’attacco finale, quando saliti sulla croce con Gesù, cercherà di farci scendere giù da essa per farci salvare la nostra vita e così perdere la vita eterna (cf Lc 23,35-39), ma anche allora saremo capaci di vincerlo e ricacciarlo nelle sue tenebre. E, anche se – come ci ricorda oggi Paolo nella seconda lettura – molti sono “i nemici della croce di Gesù” che vorranno farci scendere da essa per farci salvare noi stessi e non morirvi sopra, noi saremo capaci di rimanere lì con Gesù, inchiodati al legno non già dai chiodi, ma dall’amore per il Padre e i fratelli. Noi abbiamo deciso di seguirLo e non ci tireremo indietro (cf Gv 6,67-68) guardiamo, quindi, non a coloro che “hanno per dio il proprio ventre” (seconda lettura) e ritengono cosa stoltissima e sciocca morire in croce (cf 1Cor 1,18), perché non sono spirituali, ma naturali:
 «L'uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito» - 1Cor 2,14
Ma guardiamo verso coloro che hanno imitato Gesù e che ci invitano a fare altrettanto (seconda lettura), come Paolo che, afferrato dall’amore di Gesù, reputò tutto “una perdita”  (Fil 3,8) e quando venne il suo momento, non si tirò indietro e seppe porgere la testa al suo carnefice. Guardando dunque i nostri fratelli Santi, imitiamoli e “andiamo anche noi a morire con Lui” (Gv 11,16) e se loro ce l’hanno fatta a rimanere con Gesù, fermi sotto i colpi di martello, chiediamoci perché“non potremo fare anche noi ciò che fecero questi giovani e queste donne?” (s. Agostino – Confessioni, VIII, 27). Sì, anche noi possiamo e dobbiamo dire con Paolo: «Io sono pronto non soltanto a esser legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù» (At 21,13).
Ma il Signore Gesù prima di portarci con Lui a Gerusalemme vuole oggi portarci su un monte alto per farci vedere qualcosa di Sé, per darci un’esperienza di Lui, della sua gloria, della sua santità, della sua potenza, della sua bellezza. Gesù portò con sé alcuni suoi Apostoli sul Monte della Trasfigurazione perché questa visione della sua gloria li sostenesse nella prossima visione della sua umiliazione e porta anche noi oggi con loro, perché questa visione dia a ciascuno di noi, una volta scesi dal monte, la capacità di consegnarci per amore come Lui e con Lui alla nostra passione quotidiana percompletarecosì “quello che manca ai patimenti di Gesù, a favore del suo Corpo che è la Chiesa” (Col 1,24)
E sale lassù portandoci con Sé. Luca, raccontandoci quest’episodio, ci dice che mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”. A differenza di Matteo e di Marco, Luca annota che la trasfigurazione di Gesù avvenne mentre pregava e che essa iniziò dal suo volto. Luca ci mostra sempre Gesù in preghiera quando deve fare qualcosa di importante: al battesimo di Giovanni (3,21),  prima di
chiamare i Dodici (6,12), alla Trasfigurazione (9,29), prima della passione (22,41ss), sulla croce (23,34.46).
Quando Gesù pregava doveva aver un fascino particolare, colpiti dalla sua preghiera i discepoli Gli chiesero di insegnar loro a pregare (11,1) e Lui insegnò loro il “Padre nostro”.
Saliamo dunque anche noi con Gesù sul monte insieme ai tre discepoli a Lui più cari – Pietro, Giovanni e Giacomo – che più tardi saranno “ritenuti le colonne” (Gal 2,9) della Chiesa. Saliamo e fermiamoci anche noi con loro a guardare Gesù mentre prega: il suo volto si trasfigura, il paradiso irrompe sulla terra, una luce divina infiamma i suoi occhi e tutta la sua persona rifulge di luce, anche noi con i tre discepoli rimaniamo esterefatti da tanta bellezza, da tanta santità, da tanta gloria, e non vorremmo scendere più da questo monte, vorremmo rimanere lì in quella nube luminosa che ci avvolge nella gloria del Padre.
Vorremo stare lì con Gesù, “il più Bello tra i figli degli uomini” (Sal 45,3), appaiono pure Mosè ed Elia che parlano con Gesù, Luca – unico tra gli evangelisti – ci svela anche il mistero di cosa parlavano, parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme”.La visione di Mosé ed Elia è immediatamente indicativa della Sacra Scrittura, infatti un ebreo, per dire che sta leggendo la Bibbia, usa anche l’espressione “leggere Mosè e i Profeti”. Essendo, propriamente, Elia il più significativo tra i profeti, l’apparizione di Mosè ed Elia che discorrevano con Gesù “della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” esprime chiaramente come tutta la Bibbia ci parli di Gesù e della sua Pasqua di morte e risurrezione, come tutta la storia della salvezza sia orientata e finalizzata a farci conoscere Gesù e il suo amore per noi.
E, mentre stiamo lì estasiati, una “nube luminosa” ci avvolge e dalla nube s’ode la voce del Padre: “Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo” e tutto poi svanisce e bisogna tornare giù, dove c’è una passione che aspetta Gesù e aspetta anche noi…
Quando contempliamo Gesù non dobbiamo mai dimenticare due principi teologici fondamentali:

  1. Tutto quello che Lui è e che Lui ha è anche nostro perché Lui ce l’ha regalato: il suo essere Figlio di Dio, il suo splendore, la sua gloria, la sua santità, Lui ci ha regalato tutto nel santo Battesimo.
  2. Tutto quello che Lui ha vissuto dal concepimento verginale alla sua morte in croce, ciascun cristiano è chiamato a viverlo nel mistero della Chiesa e dei suoi Sacramenti, Egli infatti ci “ha lasciato un esempio, perché ne seguissimo le orme” (1Pt 2,21).

Premesso questo, volevo farvi notare come ogni volta che noi entriamo in preghiera – attenti però! non semplicemente “diciamo le preghiere”, ma “entriamo in preghiera” - , la nube luminosa dello Spirito Santo ci avvolge in sé e il nostro volto si trasfigura di serenità, di pace, di gioia, di amore, di purezza, di santità e una particolare luce sentiamo emanare dai nostri occhi dai quali trabocca quell’Amore che il Padre riversa nei nostri cuori ogni volta che entriamo come Gesù, con Gesù e in Gesù in preghiera (cf Rm 5,5). E noi entriamo in preghiera ogni volta che presi per mano dallo Spirito Santo scendiamo nell’intimo del nostro cuore, lì dove vive nascosto il Verbo, il Figlio, l’“Eletto” che ci unisce in sé al Padre per essere “uno” in Loro (cf Gv 17,20ss).
Avere fede, essere credenti significa non semplicemente credere all’esistenza di Dio e credere che il Figlio suo ci ha salvati e ci ha mandato lo Spirito Santo, no, avere fede significa propriamente credere che Gesù è vivo in noi (cf Col 1,27; Gal 2,20) e che, nello Spirito Santo, ci unisce in sé al Padre (cf Gv 17,20ss). Quando noi attiviamo questa fede entriamo in preghiera, entriamo nella nube dello Spirito che ci immerge nella luce e nella gloria del Padre e lì sentiamo, nell’intimo del cuore, la sua voce che dice: “Tu sei mio figlio” e la nostra che risponde senza parole: “Padre!”. Fatti figli nel Figlio, nel suo Cuore, mossi dallo Spirito diciamo senza parole: “Padre!”. Ecco la preghiera cristiana: dal cuore del nostro cuore abitato dalla grazia, inseriti intimamente nel Cuore del Figlio nella potenza d’amore dello Spirito Santo diciamo senza parole: “Padre!”.
Forti di questa esperienza, poi, scendiamo dal monte della preghiera alla valle della testimonianza dove ogni giorno siamo chiamati a portare la nostra croce dietro Gesù (cf Lc 9,23; 14,27; 23,26) e, se avvengono nella storia della nostra vita alcuni momenti in cui la croce di Gesù la lasciamo lungo la via perché stanchi di portarla, è solo perché abbiamo trascurato di salire il Monte della Trasfigurazione abbandonando la preghiera, ma basta un attimo, basta un reimmergerci in Lui, per ritrovare in Lui quella forza che non abbiamo più, quell’amore che non sentiamo più, quella luce che non vediamo più e ricominciare da capo, e ritornare indietro a cercare quel luogo dove avevamo buttato via la nostra croce per cercarla, riprenderla, baciarla e abbracciarla con amore e ricominciare a seguirLo sulla via che porta a Gerusalemme, accompagnati e sostenuti come Lui dalla sua Mamma, Donna Forte, che stette vicino al Figlio fino in cima al Calvario, dove fu pronta ad aiutarLo, se solo avesse avuto bisogno di aiuto per tenere ferme le mani, fermi i piedi mentre Lo inchiodavano al legno.
Amen.