Prima Domenica d’Avvento - Anno A

28 Novembre 2010

Prima Lettura:
Is 2,1-5

Dal Salmo : 121
Seconda Lettura:
Rm 13,11-14
Canto al Vangelo:
Sal 84,8
Vangelo: Mt 24,37-44

Inseguendo l’Agnello

“Rivestitevi del Signore nostro Gesù Cristo”

Carissimi fratelli e sorelle,
iniziamo oggi un nuovo anno liturgico, in cui siamo chiamati dalla Chiesa a celebrare con una nuova intensità d’amore quello che il buon Dio ha fatto per noi in Gesù Cristo, per inserirci sempre più profondamente nel suo mistero di morte e di vita eterna. Ripercorreremo nella fede il grande itinerario della salvezza. In ogni Avvento si fa memoria della grande speranza che sorresse l’antico popolo di Dio attraverso i secoli e che si realizzò quando il Verbo si fece carne (Gv 1,14), questa memoria ha lo scopo di ravvivare o ridestare nel nuovo popolo di Dio la speranza di rivedere il suo Signore quando ritornerà glorioso, soprattutto per coloro che l’aspettano con amore (cf 2Tm 4,8).
Accogliamo così l’invito alla speranza che oggi è risuonato ai nostri cuori attraverso la lettura del profeta Isaia. È una pagina di speranzosa attesa di un tempo di serenità, di gioia, di bontà. Tempo in cui gli uomini ricercheranno sinceramente il Signore e saliranno il suo monte santo desiderosi di incontrarsi con Lui per avere pace. Tempo in cui gli uomini “non si eserciteranno più nell’arte della guerra: forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci e un popolo non si alzerà più contro un altro popolo…” (prima lettura)
Ma quando, Signore, tutto questo? Quando “il leone pascolerà insieme al bue e un bimbo potrà mettere la sua mano nel covo di serpenti velenosi senza danno?” (Is 11,6-9).Quando cesserà ogni guerra? Quando finirà il terrore? Quando non ci sarà più iniquità, prepotenza, cattiveria?
Ogni uomo, ogni donna, porta nel cuore il desiderio di questo mondo nuovo che non può venire finché non muore il vecchio, sono quei “nuovi cieli e quella terra nuova dove avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 3,13) e l’amore.
Camminiamo dunque nel tempo chiamati a seminare nel mondo la speranza, quella speranza che ci portiamo nel cuore e che nessun annuncio di tristezza, di tragedie, di terrore può spegnere, perché è una speranza che fiorisce proprio lì dove regna la morte. Il dilagare dell’odio, della violenza, della prepotenza, della cattiveria, della malizia che come fiume impetuoso e travolgente s’abbatte sulla nostra povera umanità di questo terzo millennio, non ci spaventa perché noi abbiamo conosciuto la potenza di un amore più forte di ogni morte e per questo possiamo annunciare ad ogni uomo: Non avere paura perché viene Colui “che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l'immortalità per mezzo del vangelo, del quale noi siamo stati costituiti araldi, apostoli e maestri” (2Tm 1,10-11).
Nel Vangelo oggi Gesù ci ha invitato ad essere vigilanti, cioè “a tenere alta la parola di vita, irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere” (Fil 2,15-16).
Siamo chiamati ad essere vigilanti: “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”. Non dobbiamo quindi lasciarci trascinare da quel fiume in piena che sembra irresistibile e che vorrebbe trascinarci a vivere senza speranza, senza luce, senza Gesù. Vivendo tutti presi dalle nostre cose e dalle nostre paure, dimenticandoci di quella speranza che ci portiamo nel cuore e che dovrebbe spingerci a vivere in un modo diverso da chi questa speranza non ce l’ha.
Noi che abbiamo conosciuto Gesù, abbiamo ricevuto da Gesù la missione di essere diffusori di luce in tutti i contesti di tenebre, di essere apostoli della verità in tutti i contesti di menzogna, di essere testimoni dell’amore puro in tutti i contesti d’impurità e di malizia, di essere seminatori di speranza in tutti i contesti di morte. La nostra missione di cristiani in mezzo all’umanitàè quella di “risplendere come astri nel mondo” (Fil 2,15):
“Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”  - Mt 5,14-16.
Questa è la missione della Chiesa, questa è la missione del cristiano, questa è la missione mia, questa è la missione vostra: “Risplendere come astri” in un mondo di tenebre! Dobbiamo per questo essere vigilanti: per non dimenticarci questa missione.
Ma come essere questa “luce”? Come essere testimoni autentici di verità e d’amore? Come seminare la vita dove regna la morte? Dobbiamo necessariamente “rivestirci di Gesù Cristo” (seconda lettura) e vincere così prima di tutto in noi le tenebre, la menzogna, l’impurità, la morte. Non si tratta di un rivestimento esteriore, ma qualcosa di più profondo, intimo. Si tratta di un cambiamento radicale della nostra personalità che si lascia plasmare e modellare dallo Spirito Santo. È Lui infatti, lo Spirito Santo, il Grande Artista che ci riveste di Gesù Cristo, che ci cambia dentro operando il divino trapianto espropriandoci del nostro cuore per immetterci quello di Gesù (cf Ez 11,19). Quando nel cuore batte forte il cuore di Gesù è tutto diverso, siamo diversi noi ed è pure diverso il mondo che ci circonda perché lo vediamo con gli occhi di Gesù, occhi di compassione e di misericordia. Quando nel cuore batte forte il cuore di Gesù, allora “le cose vecchie sono passate”, ecco ne sono nate di nuove (cf Ap 21,4-5).
Entrando in quest’Avvento 2010, ecco la prima grande speranza che ciascuno di noi deve avere nella fede dell’amore di Gesù, che si realizzi questo divino trapianto:
«Il nuovo Anno liturgico ci viene donato perché possiamo appropriarci sempre più profondamente degli effetti di quell’atto redentivo che Gesù Cristo ha compiuto una volta per sempre, e di cui faremo continuamente memoria nel tempo liturgico. Il tempo ci è donato perché ciascuno di noi entri sempre più profondamente in Gesù Cristo con tutto se stesso; assimili tutta la realtà della Redenzione operata da Gesù Cristo, per ritrovare se stesso. È un cammino questo che oggi ricomincia poiché niente nella vita umana e cristiana è acquisito per sempre: "gettiamo via perciò le opere delle tenebre" ci dice l’apostolo "e indossiamo le armi della luce". Questo rinnovamento continuo della nostra persona, questa "riparazione" in noi della nostra immagine più vera consiste nel "rivestirci del Signore Gesù". "Rivestitevi… del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri". Gesù Cristo è la nostra verità; Gesù Cristo è la perfetta espressione e realizzazione del nostro destino: è Lui la nostra identità. Il tempo ci è donato perché restiamo in Gesù Cristo, ci inseriamo sempre più profondamente in Lui» –  Mons. Carlo Caffarra.
Ecco, carissimi fratelli e sorelle, il rischio è che quanto abbiamo detto possa sembrare un bel discorso e nulla più, tutto poi rimane uguale, il mondo continua ad essere quello di sempre e con esso anch’io, trascinandomi anche attraverso questo nuovo anno liturgico, nella mia mediocrità e nel mio basso livello di vita spirituale.
Allora, perché così non sia, ricordiamoci che fu proprio la parola che oggi abbiamo ascoltato a far scattare nel cuore di Agostino d’Ippona la molla della santità. Sentiva nel cuore il fascino delle belle parole del Vangelo, sentiva il fascino delle virtù, della santità, ma non riusciva a tagliare con alcuni affetti peccaminosi a causa della sua debolezza, quando un giorno, dopo una notte tribolata, uscendo nel giardino si gettò a terra gridando al Signore la sua angoscia di povero peccatore, quando udì nel cuore una voce che gli diceva: “Prendi e leggi… Prendi e leggi…Prendi e leggi…”. Lui tornò in casa, prese i rotoli delle lettere di Paolo e gli occhi gli caddero su quanto abbiamo ascoltato da Paolo:
«Fratelli, è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri».
Agostino lesse, e non fu più l’Agostino schiavo del peccato e della propria debolezza, quella Parola lo riempì di gioia e di vita nuova. Carissimi fratelli e sorelle, abbiamo questa fiducia che, come Agostino, anche per ciascuno di noi, il buon Dio ha preparato una sua Parola di vita che attende solo di essere scoperta e accolta. Accostiamoci in questo nuovo anno liturgico ad ogni nostra celebrazione come Agostino gridando la nostra miseria, la nostra debolezza di cristiani fiacchi e smorti e Lui ci regalerà quella Parola che ci farà nuovi nell’amore, sempre.
La Vergine Maria ci accompagni durante tutto questo nuovo anno liturgico e ci aiuti ad accogliere nel nostro cuore quella stessa Parola che in Lei divenne carne e in noi vuole diventare vita!

Amen.