Quinta Domenica di Pasqua
anno C

2 Maggio 2010

Prima Lettura:
At 14,21-27

Dal Salmo 144
Seconda Lettura:
Ap 21,1-5
Canto al Vangelo:
Gv 13,34
Vangelo: Gv 13,31-33.34-35

Inseguendo l’Agnello

«Vi do un comandamento nuovo»

Carissimi fratelli e sorelle,
nella lettura continuata che stiamo facendo del libro degli Atti degli Apostoli, abbiamo visto come Luca magistralmente dipinge con poche parole il dispiegarsi della Chiesa nel mondo, questo fondare nuove comunità da parte degli Apostoli che, prima di lasciarle per proseguire l’evangelizzazione dell’umanità, istituivano in ciascuna dei capi, “anziani” che le reggessero in nome di Cristo, si tratta dei primi vescovi, l’inizio di quella catena apostolica che è garanzia di essere in quella Chiesa che Gesù Cristo istituì sugli Apostoli che hanno visto e toccato il Risorto e ci hanno comunicato la loro esperienza (cf 1Gv 1,1-4). Quest’esperienza la Chiesa l’ha sintetizzata e racchiusa in quel Simbolo (= il Credo) che ogni domenica da buoni cristiani recitiamo nella S. Messa e in cui c’è tutto ciò che noi crediamo, speriamo e amiamo.
L’apostolicità della Chiesa…, è bello durante questo tempo pasquale riflettere in preghiera su questo aspetto così importante della Chiesa: la catena apostolica…, pensiamoci un momento…, pensiamo al nostro vescovo…, al vescovo che lo consacrò tale imponendogli le mani…, pensiamo poi al vescovo che aveva istituito quest’altro…, e così via attraverso i secoli…, i millenni…, fino ad arrivare a uno degli Apostoli: Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo di Zebedeo, Bartolomeo, Matteo, Giuda Taddeo, Simone lo Zelota, Filippo, Giacomo d’Alfeo, Tommaso e Mattia che sostituì Giuda Iscariota, e da uno di loro a Gesù, il nostro Signore e Dio che comandò agli Apostoli di annunziare il suo Vangelo a tutte le genti. Quanta luce promana da questa catena che ci riannoda a Gesù! Spezzarla significa spezzare la Chiesa, devastarla, svuotarla di verità, di autorità e di unità. È cosa così semplice capire, nella moltitudine sparsa e variegata di Chiese o presunte tali che affliggono il Cuore di Gesù e scandalizzano il mondo, dove sta quella Chiesa che possiede in sé la pienezza dell’autenticità e dell’autorità ricevuta dal suo Fondatore e Dio, Gesù Cristo. Ci vuole così poco!… La verità è sempre cosa molto semplice, facile, chiara, per chi la cerca con sincerità e con amore. La menzogna invece ha sempre come proprietà complicare le cose semplici e far diventare tortuose quelle dritte! Senza la garanzia dell’apostolicità non avremmo più la garanzia di essere nella verità e saremmo sottoposti all’imperio dell’opinione, del secondo me, del forse, chissà, ma però… con il conseguente moltiplicarsi delle Chiese col moltiplicarsi delle opinioni, mentre Gesù Cristo ne ha fondata una sola di Chiesa, e ogni Chiesa è veramente Chiesa se è in comunione con quella che Lui istituì!
Come frutto di questa riflessione vorrei fare a tutti voi che mi ascoltate un piccolo invito: perché non impariamo a memoria i nomi dei Dodici Apostoli? Forse molti di voi già li conoscono, ma forse no. È bello conoscerli e ogni tanto pensare alla loro chiamata, alla loro avventura, alla loro fatica nel credere, alle loro paure, alla loro fuga, al loro ritorno, alla loro testimonianza, al sangue che loro hanno sparso perché a noi giungesse l’annuncio che Gesù è il Signore, il Salvatore e il nostro Dio! Quanta commozione dovrebbe suscitare nel nostro cuore il loro ricordo…, quanta gratitudine…, quanto amore… Ecco, perché non proviamo?
Veniamo ora al Vangelo di oggi.
 «“Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in Lui”.
Queste parole Gesù le pronuncia, “quando Giuda fu uscito dal Cenacolo”. L’uscita di Giuda per andare a consegnare Gesù all’autorità religiosa, pone in essere il fatto decisivo della sua morte: in quell’uscita, Gesù vede la sua morte come un avvenimento già accaduto. Ed allora il Signore si pone col suo spirito oltre quella morte, e ce ne svela l’intimo significato, la sua intera verità. Parla usando già i verbi al passato: “ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in Lui…”.  Il significato intimo della morte di Cristo ci è svelato: essa è la suprema glorificazione di Dio e di Gesù stesso» – - Mons. Carlo Caffarra
Per cinque volte in tre righe risuona il verbo “glorificare”, Gesù vede nella sua morte la glorificazione sua e del Padre. Il tema della “gloria” di Dio è uno dei temi cari a Giovanni che inizia a parlarne già nel suo Prologo: “Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito del Padre, pieno di grazia e verità” (Gv 1,14). La “gloria” di Dio per l’uomo biblico era lo splendore, la luminosità, la maestosità della presenza di Dio, essa veniva espressa nel racconto dell’Esodo dal simbolo della “nube” e del “fuoco”. Nube che guidava il popolo di giorno (cf Es 40,36), che riempiva la “Dimora” o tenda del convegno (cf Es 40,38); che prenderà possesso del Tempio di Salomone (1Re 8,10-11) e che se ne andrà via, abbandonandolo prima della sua distruzione (cf Ez 9,3; 10,4.18-19;11,22-23). Durante l’esodo, nella colonna di nube, di notte brillava un fuoco” che li guidava illuminando l’oscurità (cf Es 13,21; 40,36-38).  La gloria di Dio era anche stata significata dai segni portentosi della sua presenza: fulmini, tuoni, terremoto (cf Es 19,16-19). Nube, fuoco, tempesta, terremoto erano tutti segni che indicavano l’assoluta trascendenza di Dio, la sua inaccessibile e temibile maestà. L’uomo davanti alla presenza di Dio, davanti alla sua gloria, teme, ha paura, e così Mosè al roveto ardente si velerà il volto per non guardare verso Dio (cf Es 3,6), dopo però, quando farà confidenza con Lui, si toglierà quel velo e parlerà con Dio “faccia a faccia” (Es 33,11), ma sempre un faccia a faccia nella nube oscura che l’avvolgeva (cf Es 16.10; 19,9; 20,21; 24,15-18; 33,9). Mosè desiderava ardentemente vedere Dio e la sua gloria in un faccia a faccia senza oscurità e chiese di avere quest’esperienza. Dio, però, non gliela concesse che parzialmente, perché nessun uomo può vederLo e continuare a vivere in questa terra (cf Es 33,18-23), questo sarà possibile solo in Paradiso dove riceveremo una nuova capacità per farlo, prima no.
Ora – carissimi fratelli e sorelle – vedete come è necessaria questa precomprensione biblica per poter comprendere Giovanni quando parla della”gloria” di Gesù, della “gloria” di Dio? Quel Dio che aveva manifestato la sua presenza gloriosa attraverso segni terrificanti e paurosi, ora si manifesta in un modo assolutamente impensabile all’uomo biblico. Quel Dio che fa tremare i monti e scrollare i cieli, si manifesta in un uomo annientato e sconfitto, deriso, sputacchiato e umiliato, trafitto e morto, appeso lì nudo sul legno di una delle innumerevoli croci che i romani disseminavano lungo il loro passaggio nelle terre dei popoli che conquistavano.
Tre o quattro anni fa, fece una grande impressione quel film che parlava della passione di Gesù, un uomo travolto da un fiume di torture, un uomo che dalla cattiveria dell’umanità viene denudato e rivestito dal suo stesso Sangue, Agnello immolato e svenato, fallito e morto. Eppure quest’uomo è la “gloria” di Dio, è il segno più grande della “gloria” di Dio, molto più grande dei portentosi segni di un tempo. Ora Dio rende visibile la sua presenza e quindi la sua “gloria” in quest’uomo schiacciato e vinto dagli uomini. Il maestoso e trascendente Dio, l’inavvicinabile e l’invisibile Dio è lì, appeso ad un legno da tre chiodi, tutti possono ora avvicinarsi a Lui, chi infatti può aver paura di fronte a quell’uomo assolutamente impotente, nudo e morto? Eppure lì c’è tutta la “gloria”  e la potenzadi Dio e tutta la “gloria” che l’umanità potesse dare a Lui, perché quell’uomo è Dio stesso che si è fatto crocifiggere e ha voluto morire perché noi potessimo andare a Lui non più nella paura e nel tremore, ma nella confidenza e nella fiducia. Sì, quell’uomo è Dio, è il Figlio di Dio: “veramente quest’uomo è il Figlio di Dio!” (Mc 15,39).
 «Perché Dio si è manifestato nella morte di Gesù sulla croce? Perché in quella morte l’uomo ha potuto vedere, contemplare l’Amore del Padre verso l’uomo: “Dio ha tanto amato il mondo, da consegnare alla morte il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Lo splendore dell’Essere divino rifulge nella morte di Gesù, perché in questa morte all’uomo è dato di entrare fino al cuore di Dio e vedervi solo misericordia: “uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua” (Gv 19,34). Volgendo lo sguardo a Colui che è stato trafitto, l’uomo può dire: "Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato (Gv 1,18), e quindi  “noi vedemmo la sua Gloria” (Gv 1,14). Davvero, il Figlio dell’uomo è stato glorificato, perché in Lui noi possiamo vedere l’Amore del Padre» – Mons. Carlo Caffarra.
Ora proprio quando Gesù parla della sua “gloria” ed è tutto proiettato nella sua prossima morte di croce, in questo contesto, Gesù lascia ai suoi il suo comandamento nuovo: “Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.
A tutta una serie di norme e prescrizioni comandate nel Vecchio Testamento dal Dio che appariva nella nube oscura e nel fragore della tempesta e del terremoto, ora subentra, nel Nuovo Testamento, una “cosa nuova” (seconda lettura), assolutamente nuova, “un nuovo comandamento” che non distrugge quelli precedenti (cf Mt 5,17) ma li esprime in una sintesi superiore che li ingloba e li supera immensamente, questa sintesi è “l’amore crocifisso” che è la gloria di Dio e di ogni vero cristiano. Gesù comanda ai suoi l’amore, ma – attenzione! – non quello delle canzonette, non quello generico di un astratto “vogliamoci bene” e neanche quello tutto dolce di un’estate, di un momento, ma che non sa andare oltre quel trasporto e che finisce e si dilegua alla prova del tempo e della fedeltà, no! E neanche il suo fu un comandamento astratto e vago come un generico “siate più buoni” che così spesso diciamo ai fanciulli, no, assolutamente no!
Il comandamento nuovo esprime una novità assoluta che immette nel mondo la potenza creatrice di Dio che con essa fa “nuove tutte le cose” (seconda lettura), è l’Amore di Dio infatti che fa nuovo tutto! Gesù ci comanda di amare come Lui ci ha amati! Vedete, per non insegnarci più norme e cose astratte, Dio volle farsi uomo, e si fece uomo perché potessimo avere in Lui un Maestro dal Quale imparare ad amare concretamente facendo anche noi quello che Lui fece (cf Gv 13,13), tutta la sua vita fu per noi esempio e “via” (Gv 14,6) e Lui iniziò la sua lezione scendendo dalla cattedra del suo Cielo, spogliandosi della sua veste gloriosa di Dio per assumere quell’umile e povera nostra di uomini (cf Fil 2,7), continuò la lezione levandosi ancora la sua veste e lavando i piedi ai suoi discepoli (cf Gv 13,4-5) e la concluse lasciandosi spogliare della veste che aveva per morire nudo in Croce per amore nostro (cf  Gv 19,23-24).
Ecco – carissimi fratelli e sorelle – il comandamento che abbiamo ricevuto, esso ha due aspetti, il primo è che è un“ordine”: “Vi do un comandamento nuovo” e in quanto solo tale, ne vediamo la difficoltà d’attuazione. Tutti ammirano il Vangelo, non si trova qualcuno che non sia ammirato da come Gesù ci ha amato: un grande uomo, ha detto belle parole, ha amato in una maniera immensa, ma Lui era Lui, noi come facciamo ad amare come Lui, non siamo Gesù Cristo! Il mondo in genere si ferma al comando tutt’al più da ammirare, ma impossibile da attuare.
“Amatevi come io ho amato voi”, amare come Gesù, significa infatti spogliarsi e lasciarsi spogliare per morire in croce! Se vogliamo osservare il suo comandamento dobbiamo, sul suo esempio, spogliarci, spogliarci di noi stessi per chinarci e lavare i piedi a tutti, e consegnarci, come si è consegnato Lui a noi per amore, e lasciarci spogliare e mettere in croce come Lui: questo è l’amore che ci ha insegnato e comandato Gesù! Annunziare il Vangelo significa annunziare al mondo che amare è morire in croce e che dietro ogni croce si nasconde una possibilità unica di amare e di amore. Tutto questo per il mondo non può che essere follia, “stoltezza” (1Cor 1,18), perché il mondo aborrisce la croce e quindi, di conseguenza, necessariamente, non conosce l’amore e non sa amare. Infatti non avremo ancora imparato ad amare e quindi non avremo ancora capito cos’è l’amore, finché non avremo accettato di distenderci su una croce per morirvi sopra.
Ma se il primo aspetto del “nuovo comandamento” di Gesù è che è un “ordine”, il secondo aspetto è che è un“dono”: “Vi do un comandamento nuovo”, “vi do”, cioè “vi regalo, vi faccio un dono, un regalo”, quale? “Quello di poter amare come io vi ho amato”, infatti ben cattivo sarebbe stato Gesù se ci avesse comandato di amare come Lui senza darcene la capacità, e Gesù non è certamente cattivo! Lui è buono, infatti è il Dio infinitamente buono che ci ama dall’eternità (cf Ger 31,3) per questo Gesù insieme al “comandamento nuovo” ci ha regalato anche il suo stesso Spirito, lo Spirito Santo che è Amore sussistente che ci rende capaci di amare come Lui ha amato noi e che ci permette quindi di poter dire in tutta verità: “Sono stato crocifisso con Gesù e non sono più io che vivo, ma è Gesù che vive in me!” (Gal 2,20).
Ecco – carissimi fratelli e sorelle – siamo nel mese di maggio, mese mariano tanto a noi caro, chiediamo alla Vergine Santa che ci insegni ad aprirci all’azione in noi dello Spirito Santo, affinché la nostra vita diventi feconda d’amore come la sua divenne feconda di Gesù avendo creduto che veramente “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37). Solo allora diventeremo credibili e renderemo credibile Gesù e il suo Vangelo così troppo spesso offuscato e reso vano dalla nostra vita concreta di cristiani che, purtroppo, non sanno ancora amare come Lui ci ha insegnato.
Amen.