Inseguendo l’Agnello

“Zaccheo, scendi subito, oggi devo fermarmi a casa tua!”
Carissimi fratelli e sorelle,
possiamo unificare il messaggio salvifico della Liturgia della Parola odierna, nella categoria dell’AMORE.
Amore di Dio che si espande e si dona ad ogni creatura, con la sua tenerezza divina: amore paziente e longanime verso tutti, specialmente verso i peccatori che aspetta a punire per dar loro tempo e modi di pentirsi e salvarsi (prima lettura e salmo).
Amore di Dio che capacita all’amore, cioè, che rende, chi l’accoglie, capace di amare, regalandoci la reale possibilità di portare a termine ogni nostra “volontà di bene”, e glorificare, così, in noi il “nome di Gesù e noi in Lui” (seconda lettura).
Amore di Dio, che in Gesù, si presenta desideroso di essere accolto, ospitato, amato. Amore che mendica amore, bussando al cuore di ogni uomo per chiedere accoglienza (cf Ap 3,20) e fermarsi e stare con lui, nella sua casa (Vangelo). Amore che entrando illumina con il suo splendore luminoso e illuminando rinnova e trasforma con la sua forza travolgente, a cui niente e nessuno può resistere: “Le grandi acque non possono spegnere l'amore né i fiumi travolgerlo” (Ct 8,7).
Amore di Dio di cui ogni uomo porta, nell’intimo del proprio cuore, una profonda e indelebile nostalgia. Nostalgia che suscita una continua, permanente, indistruttibile insoddisfazione. Creato da “Dio Amore” (1Gv 4,8.16) “a sua immagine” (Gen 1,26) l’uomo non ha pace, né potrebbe averla, finché non trova l’unica sorgente che può dissetare la sua infinita sete di amore, finché non trova l’unico cibo che può sfamare la sua insaziabile fame di amore. Questa sorgente e questo cibo, è “Dio Amore”, infinitudine e pienezza d’Amore del Padre e del Figlio che nell’Amore sono eternamente l’unico e il vero Dio.
In questa sua insoddisfazione che l’assedia, l’uomo va vagabondando alla ricerca di chi o di cosa possa dissetarlo e saziarlo d’amore. Affamato e assetato d’amore, nella sua fretta di sazietà, l’uomo cade spesso nell’errore di sbagliare acqua, di sbagliare cibo, bevendo di ciò che mai può dissetarlo e nutrendosi di ciò che mai può saziarlo, sprecando così la propria esistenza nel vuoto (cf Is 55,2; Ger 2,13).
Zaccheo rappresenta quest’uomo, la sua storia è la storia di ogni uomo insoddisfatto che cerca Amore e che, finalmente, lo trova in quell’Uomo che lo ha guardato, lo ha chiamato per nome e si è autoinvitato a casa sua. Da allora la sua vita è trasformata, perché sconvolta dall’incontro con l’“Amore”. Sì, perché quell’Uomo che lo ha chiamato è Gesù Cristo, Colui che è venuto “a cercare e trovare chi era perduto” (Vangelo), un Uomo nel quale “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9) e quindi tutta la pienezza di “Dio Amore”, che proprio attraverso di Lui vuole farsi conoscere, accogliere e amare da ogni uomo e ogni donna di questo mondo.
Nel suo vagabondaggio alla ricerca di un amore che gli dia pienezza e gioia, l’uomo è portato a uscire fuori, ad allontanarsi da se stesso bevendo ad ogni fontana e sfamandosi di ogni piatto offertogli nel mondo e dal mondo, senza mai trovare sazietà, rimanendo sempre assetato e affamato d’amore.
Ecco, Zaccheo, è quest’uomo affamato e assetato d’amore, che sempre più insoddisfatto della vita e con un grande vuoto nel cuore, invocando disperatamente “amore”, esce dalla sua casa alla ricerca di Gesù. Ma è troppo basso di statura per vederLo, per questo sale un albero, un sicomoro, albero dal tronco basso, che subito si apre nei suoi rami grandi e frondosi. Si nasconde dietro le foglie, come il primo uomo che si nascose con la donna dietro a quel cespuglio (cf Gen 3,8), così come Adamo non sfuggì allo sguardo penetrante di Dio, anche Zaccheo non poté rimanere nascosto.
Lo stesso Dio che passò accanto al cespuglio e si fermò, si ferma ora sotto quel sicomoro, gli occhi di Zaccheo s’incrociano con gli occhi di Gesù: è l’incontro di due abissi, “un abisso che chiama un altro abisso” (Sal 42,8). L’abisso della misericordia di Dio che si scontra con l’abisso della miseria umana, l’abisso della miseria di Zaccheo viene risucchiato e disintegrato dal vortice travolgente dell’abisso della misericordia di Dio, che trabocca su di lui attraverso lo sguardo di Gesù.
È “un abisso che chiama un altro abisso”, due abissi che si cercano e si rincorrono. Sì, è così: prima ancora che l’abisso della miseria cercasse la misericordia e salisse su quel sicomoro, l’abisso della misericordia lo cercava, lo rincorreva e lo perseguitava, seminandogli amarezza, scontentezza, insoddisfazione, vuoto, in tutto ciò in cui l’altro cercava riposo, pace, gioia, felicità, amore, finché lì, sotto quel sicomoro si sono incontrati, e l’Uno e l’altro è stato appagato, abbeverato, saziato d’amore.
L’abisso della misericordia chiama l’abisso della miseria: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Chissà quante volte era stato chiamato per nome, nella vita, ma nessuno l’aveva mai chiamato così, come lo chiamò l’abisso della misericordia. Sentendosi chiamato per nome da Gesù, Zaccheo è sconvolto, toccato e trasformato dall’amore con cui è chiamato. Il suo nome pronunciato dalle labbra divine di Gesù, gli rivela la sua verità più profonda, la sua bellezza, la sua gloria, la sua santità, tutte cose alle quali aveva rinunciato nella sua folle corsa alla ricerca di ciò che gli aveva promesso pienezza di sazietà e che invece lo aveva lasciato vuoto e perduto.
“Zaccheo, scende dall’albero pieno di gioia”: Ha ritrovato se stesso! Ha trovato Gesù e ha ritrovato se stesso! Sono finite le corse del vuoto e sono finite pure le arrampicate sugli alberi: è ora di tornare a casa, a casa sua con Gesù. Gesù lo riaccompagna a casa perché vuole essere suo ospite. Non si tratta di un ospite di passaggio, pur illustre che sia, no, si tratta di un ospite permanente, stabile, perché ora quella casa, non è più solo di Zaccheo, ma è anche sua!
Nella casa di quel pubblicano, ladro e imbroglione entra “la Luce del mondo” (Gv 8,12) “quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), ora Zaccheo ci vede, non è più cieco: vede tutti gli sbagli della sua vita, li vede con chiarezza e precisione. Quella Luce, però, non l’abbaglia e acceca, è una Luce che lo riscalda e lo rende forte. In quella Luce, Zaccheo prende coscienza di sé e pur vedendo l’abisso della propria miseria, non si uccide (cf Mt 27,5), non si dispera, non si deprime, ma “pieno di gioia” regala “metà dei suoi beni ai poveri” e con l’altra metà ripaga “quattro volte tanto” tutti coloro che aveva imbrogliato e derubato.
Dallo scontro di quei due abissi “è nata una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2Cor 5,17). Zaccheo ora non può più essere quello di prima, quello che ancora non aveva sentito il suo nome pronunciato dalle labbra di Gesù, e ora che lo ha sentito, scopre che così lo chiamava non solo da sotto il sicomoro, ma sempre ed era proprio quella voce divina che lo chiamava per nome, a provocargli quel vuoto, quella insoddisfazione, quell’amarezza e quella profonda solitudine in ogni effimera compagnia che viveva.
Non ci sfugga in questa splendida perla lucana, l’osservazione che i più fanno di fronte a questo Gesù che va in casa di Zaccheo: “È andato ad alloggiare da un peccatore!”. Non si trattava semplicemente di un peccatore, ma di un riccone peccatore, Gesù va a casa di quest’uomo ricco e imbroglione, sottomettendosi alla critica, non solo dei farisei, ma di tutti:
«La scelta di misericordia compiuta da Gesù è troppo originale per essere capita dalla gente, che anzi lo disapprova. I motivi della contestazione sono almeno due: Gesù entra nella casa del peccatore che, essendo in stato di impurità, lo contamina. Inoltre ha preferito la casa del ricco, quando molti poveri a Gerico avrebbero desiderato e meritato di accoglierlo. In realtà la gente non è in grado di capire fino a che punto l'amore spinge Gesù a solidarizzare con i perduti. Neanche comprende che il più povero è proprio lui, il pubblicano ricco: povero affettivamente in quanto scartato e odiato, ma soprattutto povero di Dio, bisognoso del suo perdono e affamato di amicizia».
Mons Ilvo Corniglia.
Ma chi può capire questo Dio? Chi può capire l’arsura della sua sete d’amore (cf Gv 4,7; 19,28)? Chi può capire quell’ardente desiderio (cf Lc 22,15) che Egli ha di donarsi a noi? Chi può capire quell’amore incredibile che lo spinse ad abbassarsi fino a noi, spogliandosi della sua divinità (cf Fil 2,7), per poterci cercare, scovare, afferrare e salvare (cf Lc 15,4-7)? Chi può capire quell’amore che Lo spinse ad accettare umiliazioni e beffe, sputi e tormenti, chiodi e croce, morte e sepolcro, per dare la vita a noi che “eravamo morti per i nostri peccati” (Ef 2,5)?
Chi può capire una simile, immensa e incredibile tenerezza divina? Solo Lei, solo Maria può capirla in pienezza, Lei dal cui seno Lui ha voluto dissetarsi e sfamarsi d’amore! In quel Bambino Divino che prende il latte al suo seno, c’è tutta l’immensità della tenerezza di Dio che chiede ad ogni uomo accoglienza, ospitalità, amore, perché non vada più vagabondo e infelice, ma felice e soddisfatto nella gioia della Sua presenza e della Sua amicizia, nella propria casa che è il suo cuore.
Amen.