Inseguendo l’Agnello

«Signore, aumenta la nostra fede!»
Carissimi fratelli e sorelle,
tutta la Liturgia della Parola di questa domenica ci parla della fede, ne esalta la virtù e ne proclama la necessità.
Il profeta Abacuc, nella prima lettura, in un contesto storico disastroso di guerra, di afflizione, di profonda ingiustizia, lancia a Dio il suo grido di incomprensione, grida a Dio la sua protesta per il fatto che tutto va a rotoli e Lui non interviene, se ne sta nascosto sulle sue nubi mentre il malvagio continua ad operare iniquità e il giusto continua a soffrire ingiustamente: «Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non soccorri? Perché mi fai vedere l'iniquità e resti spettatore dell'oppressione?».
Il grido di Abacuc non è un grido solitario, tutt’altro: anche Geremia e il Salmista lanciano a Dio l’urlo dell’uomo derelitto e provato che vorrebbe costringere Dio a “svegliarsi” dal suo apparente sonno che accompagna il dolore e lo strazio di tanta umanità vittima della miseria, della guerra, della malattia, delle catastrofi, dell’ingiustizia e della prepotenza: «Perché, Signore, sembra che tu sei debole e incapace di aiutarci?» (cf Ger 13,9), «Svègliati, perché dormi, Signore?» (Sal 44,24), «Perché, Signore, stai lontano, nel tempo dell'angoscia ti nascondi? [Perché] il misero soccombe all'orgoglio dell'empio e cade nelle insidie tramate…[?]» (Sal 9-10,22-3).
Sì, «perché dormi, Signore», mentre il mondo sprofonda nel dolore? Sei forse un Dio insensibile e senza cuore? La risposta di Dio a questo grido, nel Vecchio Testamento, l’abbiamo appena ascoltata, è una risposta che afferma una certezza: «Ecco, soccombe colui che non ha l'animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» (prima lettura). Dio afferma che l’ingiusto perirà per sempre, mentre il giusto vivrà per sempre grazie alla sua fede. Il proprio di questa fede è, quindi, “continuare a credere” (cf Mc 5,36) anche quando l’ingiusto continua a vivere e a spassarsela, mentre il povero disgraziato continua a soffrire e morire. Vedere ciò e nello stesso tempo essere certi che Dio ha messo una scadenza a tutto questo: «La via degli empi finirà in rovina» (Sal 1,6). Il giusto sa attendere con pazienza i tempi di Dio per il Quale «mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte» (Sal 90, 4; cf 2Pt 3,8). A questa pazienza viene invitato Abacuc dal Signore Dio: «È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà» (prima lettura).
Propriamente gli empi nella Bibbia sono coloro che non credendo a questa promessa, vivono la propria vita all’insegna del sopruso e del tornaconto personale pensando che Dio non guarda e non si cura del mondo, «la pensano così, ma si sbagliano; la loro malizia li ha accecati. Non conoscono i segreti di Dio; non sperano salario per la santità né credono alla ricompensa delle anime pure» (Sap 2,21-22).
La fede che, invece, sostiene il giusto, è questa certezza che c’è un «salario per la santità», che c’è una vita eterna il cui solo pensiero ridimensiona ogni realtà terrena come passeggera, fugace, e quindi come tempo della prova che ci introduce al tempo della definitività e del per sempre eterno.
Questa fede dell’uomo veterotestamentario lo rende saldo e forte perché si appoggia su Dio, credere, per l’ebreo, è appoggiarsi su Dio:
«In effetti, la parola "credere" nella radice ebraica ("amen") indica anzitutto l'appoggiarsi esclusivamente su Dio, l'affidarsi interamente a Lui, il preferirlo a ogni realtà di questo mondo. Nella lingua latina "credere" significa propriamente "cor-dare" = fare dono del proprio cuore a Dio. Una fede così fa succedere cose incredibili e genera un'esistenza nuova e contagiosa. […]
Una fede che rende capaci di accettare serenamente i ritardi di Dio, il suo silenzio, la sua apparente assenza e indifferenza nei nostri confronti. "Un giovane lebbroso è agli ultimi stadi della malattia. In pubblico uno lo provoca: Non vedi come sei disgraziato? Guarda i tuoi coetanei! Scoppiano di salute, si divertono, hanno un futuro davanti. Tu, quando andrai da Dio – e sarà presto – che cosa gli dirai? Il giovane, dopo un attimo di silenzio, risponde: Quando andrò da Dio, gli dirò: Io mi sono fidato sempre di te! (dal racconto di un missionario). Una fede che, nell'attuale situazione di angoscia, di paura, di tragedia prolungata per gran parte dell'umanità, riconosce che Dio non è lontano ma più vicino che mai. Quando tutto crolla, resta solo Lui e il suo amore. La fede è abbandono a Lui». - Mons. Ilvo Corniglia, Omelia per la XXVII Dom. del T. O. del 3/10/04.
Ma, dopo aver parlato della fede nel Vecchio Testamento, vediamo ora il Vangelo odierno cosa ci dice a proposito di essa. Abbiamo ascoltato l’invocazione degli Apostoli a Gesù: «Signore, aumenta la nostra fede!». Questa invocazione così accorata sgorga spontanea dal cuore di ogni credente di fronte alla sublimità del Vangelo annunciato da Gesù, alla sua elevatezza morale, alle sue difficoltà in ordine alla sua attuazione. Quel Dio che nel V. T. gli uomini imploravano che si svegliasse e si mostrasse forte e potente e mettesse a posto ogni cosa, ora si mostra, ma non nella sua maestà e potenza, bensì nella sua debolezza di uomo (cf Fil 2,7) che grida straziato al Padre nell’impotenza della sua umanità inchiodata ad un legno da tre chiodi, nel più completo abbandono e nella più assoluta desolazione: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34).
Aver fede, ora, significa credere nella potenza della debolezza di Dio (cf 1Cor 1,25), di Dio che rimane lì fermo e inchiodato alla croce e, pur potendo spezzare le ginocchia di ogni suo nemico (cf Fil 2,10), lascia che la lancia di un omino Gli possa squarciare il costato (cf Gv 19,34).
Aver fede, quindi, per noi del Nuovo Testamento, significa credere a Gesù, che è Lui “il nostro Dio” (2Pt 1,1; Tt 2,13; Gv 20,28), credere che Lui è il “più forte” (Lc 11,22) nonostante non sia sceso dalla croce(cf Mc 15,29-32; Mt 27,40-44; Lc 23,35-39), morendovi sopra come uno dei tanti falliti e vinti dell’umanità.
Aver fede significa aderire a Gesù, alla sua persona, al suo messaggio, alla sua mentalità, alla sua sorte.
Aver fede, per noi, è “stare con Gesù” (cf Mc 3,14; Mt 28,20), è “seguirlo” (cf Mc 1,18; Lc 5,27; 9,59; 18,22; Gv 1,43; 21,19; ecc.), andandoGli dietro dovunque (cf Ap 14,4), senza paura (cf Gv 11,16), senza vergognarsi di essere suoi discepoli (cf Rm 1,16; seconda lettura), prendendo posizione pubblicamente a favore di Gesù, del Vangelo, della Chiesa.
Aver fede, per noi, è lasciar dormire Gesù “a poppa, sul cuscino” (Mc 4,38), mentre la barca fa acqua da tutte le parti perché infuria la tempesta, ben sicuri e certi che non si affonda (cf Mc 4,40; Mt 16,18), perché ben sappiamo ormai che Lui ci ama (cf Gv 10,11; 13,34; 14,21), per cui “questa vita nella carne, la viviamo nella fede del Figlio di Dio, che ci ha amato e ha dato se stesso per noi” (Gal 2,20).
Aver fede, per noi, è seguire Gesù passo passo (cf 1Pt 2,21; Lc 9,23), fino in cima al Calvario (cf Gv 18,15; 19,25-26), “partecipando alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Rm 8,17).
Questa è la fede che dovrebbe sgorgare dal nostro cuore, dalla nostra voce, dalla nostra vita, questa è la fede che riempie di gioia il cuore sensibilissimo di Gesù (cf Lc 7,9; Mt 15,28), questa è la fede che è capace di sradicare gli alberi (Vangelo odierno), spostare le montagne (cf Mc 11,23), questa è la fede che, unica, riesce a “toccare” Gesù, e a costringerLo ad operare miracoli (cf Lc 8,46).
Questa è la fede che è giunta a ciascuno di noi tramite la predicazione degli Apostoli e dei loro successori (cf Rm 10,16-17), per il comando d’amore che diede loro il Signore Gesù quando, ascendendo al Cielo, ordinò di “andare e ammaestrare tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che Lui aveva comandato” (Mt 28,19-20).
Questa è la fede che abbiamo ricevuto come “deposito da custodire” (seconda lettura) dalla Chiesa nostra Madre; questa è la fede che ogni domenica insieme proclamiamo e rinnoviamo in ogni nostra Eucaristia; questa è la fede che ci fa beati “riempiendoci di ogni gioia e pace” (cf Rm 15,13),anche se immersi nelle prove più dure della vita; questa è la fede che ci fa ricchi (cf 2Cor 4,7) della vera ricchezza che nessuno può strapparci (cf Mt 6,20; Lc 12,33); questa è la fede che ci salva (cf 2Tm 3,15);questa è la fede che ci rende eredi del Regno di Dio (cf Rm 4,16) e figli suoi (cf Gal 3,26).
Questa è la fede con cui il Signore Gesù vorrebbe essere accolto quando tornerà a chiudere la storia, ma che dubita, con amarezza, di poter trovare (cf Lc 18,8).
Ebbene – carissimi fratelli e sorelle – chiediamo alla Vergine Maria, proclamata da Elisabetta beata per la sua fede (cf Lc 1,20), che aiuti noi “gente di poca fede” (Lc 12,28) a crescere in una esperienza di fede che si concretizzi nella generosa e umile nostra disponibilità a metterci al servizio del Regno di Dio, testimoniando con amore e slancio il Vangelo del suo Figlio Gesù, nella continua consapevolezza di essere “servi inutili” (Vangelo), ma tanto amati.
Amen.