Inseguendo l’Agnello

«È vicino a voi il regno di Dio!»
Carissimi fratelli e sorelle,
nel mezzo del suo viaggio verso Gerusalemme, dopo aver spiegato ai suoi discepoli le esigenze della sequela, il Signore Gesù invita a pregare il Padre perché “cavi fuori” operai per la sua messe, e, nello stesso tempo scaraventa letteralmente nel mondo 72 suoi discepoli per annunciare a tutti che è vicino il regno di Dio.
Luca mette in evidenza come Gesù, getti, scagli nel mondo i suoi discepoli, infatti il verbo greco usato da Luca per indicare la frase di Gesù che diceva di pregare il Padre perché mandi operai per la sua messe, in realtà andrebbe tradotto non con il verbo mandare o inviare, bensì con un verbo che indichi l’azione di estrarre fuori, cavar fuori con forza, cioè un afferrare con forza ed estrarre qualcosa da un posto dove è radicato per metterla in un altro posto
Gesù quindi strappa dal loro mondo i suoi 72 discepoli per inviarli nel mondo ad annunziare il regno di Dio e a diffondere la sua pace. 72 è evidentemente un numero simbolico che richiama i 72 popoli discendenti dai figli di Noè (cf Gen 10) che ripopolarono la terra dopo il diluvio [70 per la Bibbia ebraica, 72 per quella greca nella versione dei LXX usata dai primi cristiani e da Luca stesso].
Si tratta di una specie di grande prova generale di quello che Gesù farà definitivamente dopo la sua risurrezione ascendendo al cielo e inviando i suoi discepoli ad essere suoi testimoni fino “agli estremi confini della terra” (At 1,8) annunziando il suo Vangelo e ammaestrando tutte le creature (cf Mt 28,19).
Questi discepoli non saranno responsabili dell’accoglienza o meno del Vangelo che sono chiamati a diffondere, c’è chi accoglierà il loro messaggio di salvezza e di pace, c’è chi non lo accoglierà, a loro viene comandato l’annunzio, hanno ricevuto questo mandato e per questo anche la forza per poterlo fare in qualunque circostanza anche avversa, nessuno li potrà fermare, è questo il senso di aver ricevuto potere contro i morsi dei serpenti e degli scorpioni. Non si tratta tanto di una immunità dai veleni di cui sono portatori questi animali, ma di una forza d’amore e di un coraggio tale che permetterà loro di “camminare sopra ogni potenza del nemico” travolgendo ogni ostacolo che il nemico di Dio porrà come intralcio lungo quelle strade che loro percorreranno per annunciare il Vangelo all’umanità.
Non si tratta quindi di un potere contro forze velenifere animalesche, ma di una capacità d’amore tale che assimilandoli al loro Maestro e Signore, li porrà nel mondo come “agnelli mansueti in mezzo a lupi”, spogliati e disarmati da ogni sicurezza e forza materiale, forti solo della forza della missione ricevuta, e avendo oramai solo uno scopo: “annunciare il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). Questo è lo scopo della vita del cristiano – attenzione!… non solo del prete, del frate o della suora, ma di ogni battezzato -: annunciare il Vangelo, annunciare cioè a tutti che il Padre ci ha regalato la sua pace donandoci il suo Figlio, nel quale siamo consolati di tutte le nostre afflizioni. Quella grande consolazione annunziata dal profeta nella prima lettura si realizza pienamente accogliendo nella propria esistenza Gesù Cristo: “Egli è infatti la nostra pace!” (Ef 2,14).
Questo è anche il senso di quel “non salutare nessuno lungo la via” che abbiamo ascoltato e che ci dà molto fastidio. Il Signore dicendo ai 72 di “non salutare nessuno”, non vuole imporre loro di essere dei maleducati, ma semplicemente di non perdere tempo in cose inutili, quali ad esempio i lunghissimi e usuali modi di salutarsi tipici degli orientali e quindi anche degli ebrei al tempo di Gesù. Non perdere tempo perché hanno ricevuto una missione importante!
Occorre perciò che prendiamo coscienza delle implicazioni del nostro essere cristiani, della forza di quell’imperativo, di quel comando perentorio con cui il Figlio di Dio ha ordinato a ciascuno di noi di seguirLo: “Seguimi” (Vangelo e omelia di domenica scorsa) con cui ci ha strappato dal nostro piccolo mondo, ci ha strappato dalle nostre umane sicurezze e ci ha inviato nel mondo a testimoniare il suo Vangelo.
Il cristiano non potrà passare inosservato, tutti lo riconosceranno subito, tutti capiranno subito che è cristiano e se non lo capiranno e non lo riconosceranno, significherà che quel cristiano non è un buon cristiano! Ogni cristiano ha infatti, come Paolo (seconda lettura), le stigmate di Gesù, cioè i segni della Passione di Gesù. Non si tratta di quel fenomeno straordinario che il Signore ha donato a qualche santo o a qualche santa, qua e là nella storia della Chiesa, e che fa stupire le persone nel vedere impresse nelle mani, impressi nei piedi e nel costato i segni visibili e sanguinanti della Passione di Gesù, questo è un fenomeno straordinario che manifesta una realtà che è, però, ordinaria. Tutti i fenomeni straordinari mistici manifestano una realtà mistica ordinaria, una realtà implicata ordinariamente dal nostro vivere in grazia di Dio, dal nostro essere veramente e non per finta, figli di Dio (cf 1Gv 3,1), dal nostro essere realmente uniti strettamente e intimamente a Gesù che vive in ciascuno di noi come in un prolungamento della sua umanità (cf Gal 2,20).
E così quando Teresa di Gesù, la Grande, aveva quella continua percezione nel suo spirito di avere accanto a sé Gesù che le stava accanto in tutto ciò che faceva durante la giornata, come quasi Lo vedesse con gli occhi, era un dono particolare fatto a lei che esprimeva la realtà vissuta da tutti i cristiani, di avere sempre Gesù non solo accanto a loro, ma in loro (cf Col 1,27), pur senza esperimentare nulla di sensitivo o di sensazionale.
E così quelle piaghe misteriose che hanno ferito i corpi di s. Francesco d’Assisi, di s. Caterina da Siena, di s. Rita e di altri santi e sante fino a s. Pio da Pietralcina dei nostri giorni, esprimono visibilmente quella realtà presente nella persona di ogni cristiano che è tale perché ha crocifisso il suo corpo con Gesù (cf Rm 6,3-11), infatti non si è veramente cristiani se non ci si è lasciati inchiodare alla croce di Gesù per amore di Gesù. Ogni cristiano è tale perché segnato, marchiato a fuoco dalla croce di Gesù.
Il marchio con cui venivano tatuati gli schiavi e gli animali serviva per riconoscere subito a chi apparteneva uno schiavo o una cosa, le persone libere non venivano marchiate, non avevano padrone e facevano quello che pareva loro, quanti cristiani oggi vorrebbero essere cristiani, ma senza il marchio di appartenenza, senza le stigmate della croce, senza farsi riconoscere dal mondo che amano più di Gesù. Quanti vogliono essere cristiani, ma fare tutto quello che par loro in nome di una libertà che in realtà è schiavitù e asservimento al mondo?
Il cristiano non può nascondersi e fare quello che gli pare nell’anonimato, essenzialmente per due motivi: primo perché porta i suoi segni di appartenenza a Gesù, porta le stigmate di Gesù, appartiene a Gesù, Gesù l’ha pagato a un prezzo così alto (cf 1Cor 6,20)! Dovunque egli andrà tutti lo riconosceranno perché sarà “un agnello in mezzo a lupi”, perché “schiva come immondizia” (Sap 2,26) quanto i poveri mondani abbracciano con ardore. Il cristiano non può fare a meno di accusare il mondo di peccato, la sua accusa è muta, ma efficace, la sua accusa è la testimonianza di una vita santa che risplende di per sé come luce in mezzo agli uomini (cf Mt 5,14; Fil 2,15-16). Il cristiano “tiene alta la parola di vita” (Fil 2,16) con l’altezza della propria vita. Gesù infatti lo ha letteralmente divelto, strappato, cavato fuori con forza dal suo mondo, dalle sue abitudini, dalla sua mentalità, dai suoi sogni usando come vanga la croce, facendogli conoscere il suo amore troppo grande (cf Ef 2,4-5).
Il secondo motivo per cui il cristiano non può nascondersi, è perché ha ricevuto l’ordine, il comando di annunciare il Vangelo e non può quindi tacere senza rinunziare ad essere se stesso, il cristiano non può tenere chiuse le sue labbra, deve annunziare il Vangelo (cf Sal 40 [39],10), “guai a lui se non annuncia il Vangelo!” (1Cor 9,16), il cristiano è cristiano per annunziare il Vangelo, e il Vangelo non è una dottrina, non è un’idea astratta, il Vangelo che annunzia la Chiesa è una persona, è Gesù Cristo. È seguendo Gesù che ogni cristiano diventa annunziatore del Vangelo, indicatore di Gesù nella propria persona!
Quando i 72 ritornarono dalla loro prima missione nel mondo erano “pieni di gioia” e si riunirono attorno a Gesù a raccontare quanto avevano esperimentato: avevano visto agire la potenza di Dio attraverso la loro pochezza. Avevano esperimentato come Gesù non li avesse ingannati, avevano visto la potenza del suo nome che faceva fuggire i demoni e aveva loro aperto la strada di molti cuori. È la gioia del missionario condita di tanta fatica, tante amarezze, perché non tutti aprono la porta, molti la serrano e alcuni la sbattono pure in faccia, ma c’è sempre qualcuno che accoglie, che risponde, che ringrazia e questo riempie il cuore del missionario di gioia perché ha fatto conoscere Gesù, ogni cristiano è chiamato a sperimentare questa gioia, perché ogni cristiano è un missionario!
“Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli”. La gioia più grande del cristiano non è quella di vedere i demoni fuggire o l’attuarsi di miracoli portentosi, la sua gioia è quella di sapere che il Padre ha scritto il suo nome nei cieli, infatti lo ha scritto nel palmo delle sue mani (cf Is 49,16), lo ha inciso nel profondo del suo cuore che ci ama dall’eternità (cf Ger 31,3; Ef 1,4-5). Si percepisce in questa frase di Gesù ai discepoli euforici per i segni prodigiosi che avevano visto, un leggero rimprovero.
Ma perché Gesù li rimprovera? Perché li vedeva entusiasti di quei segni che avevano visto e Lui invece vorrebbe che si credesse in Lui senza bisogno di altro segno oltre a quello della sua risurrezione (cf Lc 11,29-30). Lui ama e benedice la fede che non ha bisogno di vedere per credere (cf Gv 20,29), quella fede che non pretende segni (cf Lc 11,29) e che chiede solo di credere e nulla più (cf Mc 5,36; Gv 11,40), questa è la fede semplice e bella che Gesù desidera tanto accendere nei nostri cuori e la cui assenza amareggia così tanto il suo cuore (cf Lc 18,8).
Maria SSma la Vergine che fu beata perché credette “all’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,45), ci aiuti a coltivare in noi questa fede, una fede che matura solo nell’esperienza di un’amorosa sequela del suo Figlio e in una pronta e serena testimonianza al mondo di appartenere a Lui.
Amen.