Inseguendo l’Agnello

La serietà della sequela
Carissimi fratelli e sorelle,
abbiamo letto, come seconda lettura, un breve biglietto di Paolo ad un suo amico cristiano perché riaccettasse nella sua casa un suo schiavo fuggito. Paolo gli chiede questo in nome di quella fede che ormai li accomunava tutti rendendoli fratelli in Gesù. Non sappiamo come Filemone abbia reagito all’invito del suo pastore, ma sappiamo come il cristianesimo abbia immesso nel seno della storia dell’umanità quei valori che hanno permesso di far crescere il rispetto sempre più grande verso ogni persona, attuando così la liberazione di essa da gravi e pesanti schiavitù. Un processo non terminato e ancora in atto, che vede la Chiesa in prima linea lì dove si lotta per il rispetto degli ultimi e l’eliminazione di ogni discriminazione e di ogni schiavitù che affligge l’umanità più povera, emarginata ed oppressa.
Il Vangelo che la Liturgia ci ha proposto è ancora nel contesto del “Viaggio dell’Amore” narrato dall’evangelista Luca, di quel cammino cioè “verso Gerusalemme” intrapreso da Gesù “decisamente” (Lc 9,51), con volontà ferma e risoluta, ben sapendo cosa Lo aspettasse al termine di esso, quando Gli avrebbero messo “le mani addosso” (Mc 14,46) e Lo avrebbero arrestato per crocifiggerLo, dopo averLo umiliato e flagellato.
Gesù procede speditamente verso la sua consegna d’amore con desiderio ardente (cf Lc 22,15; attorno a Lui si va formando un gruppo sempre più numeroso di persone che Lo seguono nel suo cammino. Sono persone che Lo hanno incontrato lungo questo suo viaggio, hanno ascoltato la sua parola, sono rimasti affascinati dalla sua persona, conquistati dai suoi miracoli e, in una specie di esaltazione emotiva, Lo seguono.
Ma Gesù non può essere soddisfatto da questa sequela all’insegna dell’emotività, dell’esaltazione momentanea dell’animo, e allora si ferma e gela la folla con un discorso assoluto e radicale con il quale ogni persona dovrà sempre confrontarsi prima di dichiarare di essere seguace di Gesù Cristo…, e cioè cristiano!
Luca non ci narra come reagì la folla a quel discorso, di certo molti rimasero scandalizzati da una simile radicalità e se ne andarono, altri saranno rimasti, ma con una consapevolezza più forte della serietà del fatto di seguire Gesù.
Ma cerchiamo di analizzare le parole di Gesù: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo”.
Cosa vuol dire Gesù? Forse vuol imporre l’odio verso i propri genitori e i parenti più stretti e la propria persona? Certamente Colui che aveva comandato di onorare i genitori (cf Dt 5,16) e di amare il proprio prossimo (cf Lv 19,18), non può ora comandare l’odio! No, Gesù non vuole comandare di odiare, usa solo il linguaggio paradossale orientale tipico degli ebrei, in cui si estremizza, radicalizzando o negando qualcosa, al fine di affermare con grande enfasi un’altra realtà posta in opposizione a questa. Gesù con questo linguaggio si pone davanti agli ascoltatori come Colui che va scelto, seguito e amato per primo e di più. L’evangelista Matteo riporterà queste parole di Gesù in modo meno paradossale e perciò per noi più comprensibili di Luca: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,37-39).
Come vedete, sia Luca che Matteo esprimono con chiarezza quali siano le esigenze del discepolato cristiano. È proprio qui che noi ci differenziamo dagli Ebrei, i quali seguivano una Legge, e si sentivano più o meno a posto in base al fatto che l’avessero osservata o no. Noi siamo cristiani e possiamo dirci tali nella misura in cui amiamo Gesù per primo e di più e per questo non possiamo mai sentirci “a posto”, perché non Lo ameremo mai quanto dovremmo!
Quest’amore primario e assoluto non è proprio degli apostoli e di coloro che sono chiamati ad una vita di particolare consacrazione al Signore, quest’amore primario e assoluto per Gesù dovrebbe essere caratteristica peculiare di ogni cristiano, fanciullo, giovane, adulto, anziano. Una persona può dirsi cristiana solo se ama così Gesù o - almeno! – se desidererebbe amarLo così e si sforza di farlo, camminando in mezzo alle proprie contraddizioni, nello sforzo continuo di riorientare il proprio cuore verso il Signore Gesù, ogni volta che esso sbanda, nel tentativo effimero di trovare pace e felicità piena in qualcosa o in qualcuno che non porti il nome di Gesù.
Il cristiano, in qualunque momento del suo cammino si trovi, è sempre una persona che si rende conto di amare troppo poco Colui dal quale è stato amato troppo e di più, e per questo ogni giorno chiede una nuova e più grande capacità di amare, chiede che il Signore gli allarghi il cuore (cf Sal 119,32).
Lo scopo per cui ogni domenica siamo invitati alla mensa eucaristica è proprio quello di capacitare sempre più il nostro cuore ad un amore più grande per Dio e per i fratelli, ricevendo nella nostra persona l’ineffabile presenza della Persona Divina di Gesù Cristo, con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità, nella quale veniamo assimilati e conformati, secondo le nostre disposizioni d’animo e la sua benevolenza.
Essere cristiani non è questione di un’appartenenza sociale, o di assenso ad una tavola di valori, o di condivisione di una certa filosofia della vita, ma è amare una persona, amare Gesù, amarLo più di ogni altra persona o cosa al mondo: più dei genitori, più dei propri figli, più del proprio fidanzato o della fidanzata, più dei fratelli, più della propria stessa vita… se non amo così Gesù, come faccio a dirmi cristiano? Cristiano, cioè che credo che Lui è “il Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20)?
Quest’amore primario e assoluto poi, se veramente c’è nel mio cuore, non può non manifestarsi concretamente attraverso una vita simile alla sua: “Cristo infatti patì per noilasciandoci un esempio perché ne seguiamo le orme” (1Pt 2,21).
Quest’amore a Gesù è stato mirabilmente testimoniato nella storia dalla vita dei martiri, di coloro cioè che, pur potendo salvare la propria vita fisica, hanno preferito consegnarla alla morte per non tradire l’amore a Gesù. Ma se nella storia del mondo non tutti i cristiani sono chiamati al martirio, tutti sono necessariamente chiamati ad avere nel proprio cuore la disposizione d’animo per cui sono pronti a morire, ma non tradire l’amore a Gesù, così infatti si esprime il Concilio Vaticano II:
“[…] se a pochi è concesso [il dono del martirio], tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa”. – Lumen Gentium 42
Qui, come vedete, abbiamo un piccolo criterio con cui giudicarci nel nostro essere cristiani. Un criterio molto semplice, concreto e facile, che mi permette di verificare la concretezza e la veridicità del mio dirmi cristiano: Sono pronto a morire per amore di Gesù? Sono deciso a tutto, ma non a tradire l’amore di Gesù?
Qui, badate bene, che non siamo negli alti gradi di santità della mistica, ma siamo nel terra – terra del cristiano semplice, siamo esattamente al primo grado di santificazione, al primo passo del cammino di santità, al primo gradino dell’amore a Gesù, se non si sale questo gradino, ancora non si ama Gesù, e quindi non possiamo dirci veri cristiani.
Ma chi potrà capire un discorso simile? La prima lettura oggi ci ricorda che “i ragionamenti umani sono timidi”, che abbiamo bisogno di ricevere il “santo Spirito dall’alto” per poter capire le esigenze profonde del nostro essere seguaci di Gesù.
Gesù oggi non ci ha nascosto le esigenze alte, serie, ardue della sua sequela e, attraverso anche le parabole del re che va alla guerra e dell’uomo che costruisce una torre calcolando le proprie forze prima di intraprendere l’opera, ci ha invitato alla verifica di essa e ha concluso il discorso con altre parole forti: “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo”. Dopo aver richiesto la priorità dell’amore verso di Lui sugli affetti famigliari, Gesù esige anche la priorità sugli affetti materiali, sugli attaccamenti alle cose.
Quello che oggi ci ha parlato, è un Gesù radicale, forte, esigente, appassionato, che volontariamente scoraggia una sequela piatta, inconsapevole, tiepida, stentata: Lui infatti ci ama appassionatamente e immensamente e non desidera altro che essere ricambiato con la stessa moneta d’amore. Gesù, infatti, è venuto a portare un fuoco su questa terra e altro non desidera che esso divampi nelle anime(cf Lc 12,49).
Consapevoli perciò di essere manchevoli nell’amore, consapevoli di amare ancora troppo poco Gesù, eleviamo l’intensità del nostro amore con il desiderio, rafforziamoci nei santi desideri e deponiamoli nel Cuore di Maria, che più di tutti Lo ha amato, perché ci insegni e ci aiuti ad amarLo concretamente, portando con pace, serenità e amore la nostra croce di ogni giorno.
Amen.