Inseguendo l’Agnello

La “fissione nucleare”
Carissimi fratelli e sorelle,
celebriamo oggi la Solennità del SSmo Corpo e Sangue di N. S. G. C., divino sacramento che trova una sua lontana figura nell’offerta del pane e del vino che fa Melchisedek nel V.T., una sua più palese prefigurazione nel miracolo della moltiplicazione dei pani e una sua fedele descrizione nella Prima lettera di Paolo ai Corinzi, brani biblici che abbiamo appena finito di ascoltare.
La Chiesa già il Giovedì Santo celebra solennemente questo mistero del SS.mo Corpo e Sangue di N. S. Gesù Cristo, come mai questo duplicato?
Questa festa nacque in seguito alla splendida fioritura della devozione eucaristica verificatasi nella cristianità nell XI° secolo e fu istituita da papa Urbano IV in seguito al miracolo di Bolsena dove, nel 1264, un’Ostia santa sanguinò subito dopo essere stata consacrata da un prete scettico che dubitava della presenza reale.
Urbano IV incaricò Tommaso d’Aquino, il grande dottore della Chiesa, a preparare tutte le preghiere liturgiche per questa festa. La processione eucaristica legata ad essa iniziò a Colonia in Germania, quindi passò in Francia e nel 1350 iniziò a celebrarsi anche a Roma.
Nella solennissima liturgia del Giovedì Santo all’inizio del Triduo Pasquale, la Chiesa celebra tre particolari aspetti del mistero eucaristico: La sua istituzione, l’istituzione del sacerdozio e il comando dell’amore reciproco significato dalla lavanda dei piedi.
Oggi, invece, di questo immenso mistero d’amore celebriamo un altro aspetto: la presenza, la presenza ineffabile, mirabile e umile del Signore Gesù Risorto e Vivo presente in questo sacramento con il Suo Corpo immolato e il Suo Sangue versato.
Ogni presenza di una persona richiede ed esige “attenzione”. L’“attenzione” è l’attitudine propria di chi ama e sa accogliere l’altro come un “soggetto” da amare. L’“attenzione” è la delicatezza di chi ama e si accorge della presenza discreta dell’altro e gli viene incontro nelle sue necessità. Solo chi ama si accorge dell’“altro”, perché chi non ama è chiuso in se stesso e si accorge dell’“altro” solo se gli può essere utile per qualcosa, altrimenti per lui è come se non esistesse.
Dio ama nascondere la sua presenza, ama non imporre la sua presenza, perché è AMORE GRATUITO CHE NON S’IMPONE. Se Dio manifestasse con potenza la sua presenza imporrebbe necessariamente riverenza e timore. Se Dio mostrasse anche solo qualcosa della sua Onnipotenza, tutti saremmo annichiliti, spaventati e pronti a servirlo ai minimi suoi cenni, perché Egli è trascendenza assoluta.
Pensate solo a quello che succede in qualunque ambiente sociale quando in esso capita qualche potente di questo mondo o qualche divo dello spettacolo o dello sport. Come tutta l’attenzione è su di lui e come si fa a gara per compiacerlo. E Dio sarebbe di meno di un potente di questa terra? Se solo volesse, nessuno potrebbe sottrarsi alla sua adorazione, al suo servizio, al suo amore. Ma non vuole essere amato perché forte e potente, e allora si nasconde per lasciarsi scoprire dalla “fede”.
La “fede” è una virtù mirabile perché ci permette di accostarci a Dio e di esserGli graditi (cf Eb 11,6). È la “fede” che permette di scoprire la presenza di Dio nella storia e di capire quello che Lui fa e ha fatto per salvarci. È sempre la “fede” che ci svela il senso profondo delle umiliazioni della vita che ci mostrano con fredda certezza che non siamo noi Dio, perché impotenti, deboli e bisognosi di Qualcuno che ci salvi (prima lettura). E la “fede” poi ci conduce alla “gratitudine” cioè al riconoscimento grato di quanto Lui ha fatto e fa per noi, ci conduce cioè all’amore di Dio, perché l’essenza dell’amore dell’uomo verso Dio è “gratitudine” per quanto ricevuto e si riceve da Lui senza nostro merito. L’essenza, invece, dell’amore di Dio nei nostri confronti è “misericordia”, “perché ci ama per primo” (1Gv 4,19).
La “gratitudine” richiede dalla persona un ricordo costante, un “far memoria” di quanto ricevuto. L’ingratitudine è il peccato peculiare dei figli: figli ingrati! Quante pene, quante sofferenze, quanti sacrifici per crescere su quel figlio…, quella figlia… e poi? Poi, come purtroppo spesso succede, poi il disinteresse e l’abbandono. Quanta sofferenza c’è nel cuore di tanti genitori perché hanno figli ingrati, ebbene essi partecipano al dolore di Dio verso noi suoi figli così troppo spesso ingrati verso il suo IMMENSO AMORE. Immenso Amore nel quale siamo immersi e avvolti, ma che troppo spesso ci trova indifferenti, distratti e quindi
ingrati.
Nel V.T. il Signore aveva ammonito il suo popolo di “non dimenticare” quanto Lui aveva fatto per loro liberandoli dalla schiavitù dell’Egitto(cf Dt 4,9) Per questo stesso motivo aveva imposto le varie feste liturgiche annuali: il popolo non doveva dimenticare! Non doveva dimenticare la mano potente di Dio sugli Egiziani e per questo dovevano celebrare la “Pasqua” (cf Es 12,14) ; non dovevano dimenticare i 40 anni passati vagando nel deserto, per questo ogni anno dovevano celebrare la “Festa delle Capanne” vivendo per una settimana in capanne di frasche (cf Lv 23,42-43); non dovevano dimenticare di aver ricevuto da Dio i “Dieci comandamenti” per questo ogni anno celebravano la festa di “Pentecoste” come festa del rinnovamento dell’Alleanza (cf 2Cr 15,10ss) e soprattutto non dovevano dimenticarsi mai di essere stati creati da Dio, per questo celebravano la festa del “Sabato” ogni settimana e in questo giorno si riunivano nel Tempio o nella Sinagoga (cf Lv 23,3)..
Questo nel Vecchio Testamento, ma nel Nuovo, il buon Dio ha fatto qualcosa di più…, ha fatto molto di più! Infatti “ci ha donato suo Figlio, l’unico Figlio” (Gv 3,16) ce lo ha consegnato per amore, un amore troppo grande per noi uomini così piccoli! In Lui, in Gesù, Dio Padre ha nascosto la sua presenza e il suo amore per noi, solo la “fede” ci permette di scoprirLo: quel “Bimbo” che la Vergine avvolge in fasce e depone sulla mangiatoia, è Dio! Quel “Penitente” che chiede il battesimo a Giovanni, è Dio! Quel “Poveruomo” che siede stanco e assettato al pozzo di Giacobbe (cf Gv 4,6), è Dio! Quel “Prigioniero” che i soldati scherniscono e torturano, è Dio! Quel “Condannato” che pende morto dal legno di una croce, è Dio! È Dio nascosto così bene! Chi può scoprirLo? Solo la “fede”, solo la “fede” mi permette di scoprire quest’amore così grande e così nascosto! Chi poteva pensare che quel “Crocifisso” che pendeva inanime, ormai vinto e travolto dalla prepotenza e dall’odio, fosse Dio? Poteva nascondersi di più? Sì, poteva nascondersi di più, poteva e L’ha fatto, perché Lui può far tutto!
E così si è nascosto – Lui, Dio! – in un “pezzo di pane e in un po’ di vino”, si è nascosto lì, ancora più umiliato e vinto dall’amore che ci porta! Si è nascosto lì per darci la gioia di scoprirLo con la nostra “fede” e diventare nostro nutrimento d’amore. Sì, perché potessimo nutrirci d’amore, Lui, l’“Amore” (1Gv 4,8.16) si è fatto nostro nutrimento: “Chi mangia di me, vivrà per me!”.
Ed è proprio frutto del nutrirsi di Lui, Eucaristico Amore, imparare a riconoscere la sua presenza nascosta nella nostra vita di ogni giorno e a gridare con gioia che è Lui che la riempie di significato e di valore (cf Gv 21,7).
Sì è Lui e Lui è lì presente, nascosto, umiliato, annichilito dall’Amore eccessivo che ci porta. È lì, viene “ubbidiente” ogni volta che un povero prete Lo chiama, viene “zitto zitto” e rimane lì nascosto. Quale amore dovremmo avere nel riceverLo! Quale cura riverente! Quale stupore innamorato nel masticare Dio! Quale attenzione e delicatezza verso di Lui, “Divino Prigioniero”che si lascia chiudere in una freddo tabernacolo per riscaldare le nostre esistenze?
E poi, non si può mangiare quel Pane divino e non entrare nel dinamismo dell’amore che chiama ed esige la nostra “gratitudine” e la conformazione della nostra vita a quanto riceviamo nel Sacramento. Infatti il Signore Gesù nel segno del Pane e del Vino rendendo presente la sua immolazione d’amore per noi, ci invita ad una risposta d’amore, e nella stessa Eucaristia a cui partecipiamo ci insegna a realizzarla. Ogni Eucaristia è infatti anche una “Scuola dell’amore” dove il Divino Maestro ci insegna la divina arte dell’amore e ci mostra la via di come realizzare anche noi amore nella nostra vita per poter ricambiare a Lui amore con amore. Infatti non si può nutrirsi di Lui e non partecipare intimamente a quella passione d’amore che Lo ha portato da Dio a farsi uomo, da uomo a consegnarsi alla morte e da Risorto a nascondersi nell’umiltà di un’ostia consacrata. Non possiamo mangiare Gesù Eucaristia e non lasciarci prendere dalla sua passione per il Padre e per i fratelli, non possiamo perché è proprio Gesù Eucaristia che ci unisce in un solo corpo al Padre e ai nostri fratelli (seconda lettura). Sì, l’Eucaristia è proprio la spirituale “fissione nucleare” di cui ci ha parlato il nostro S. P. Benedetto XVI al n. 11 della sua esortazione apostolica “Sacramentum caritatis”.
Ma affinché questa divina “fissione nucleare” possa innescare in noi l’esplosione dell’amore di Dio, occorre una sincera, profonda e umile conversione della nostra mente e del nostro cuore al Vangelo di Gesù e alla sua proposta di amore crocifisso (cf Lc 9,23), senza questa intima conversione la fissione non potrà innescarsi e noi, pur masticando Dio ogni domenica, continueremo a vivere la nostra piatta, tiepida e annacquata quotidianità.