Trentaduesima Domenica del Tempo Ordinario
anno C

7 Novembre 2010

Prima Lettura:
2 Mac 7,1-2.9-14

Dal Salmo : 16
Seconda Lettura:
2Ts 2,16-3,5
Canto al Vangelo:
Gv 11,25.26
Vangelo: Lc 20,27-38

Inseguendo l’Agnello

“Dio, non è il Dio dei morti, ma dei vivi,
perché tutti vivono per Lui!”

 

Carissimi fratelli e sorelle,
si avvicina la conclusione dell’anno liturgico, con la Solennità dei Santi e la Commemorazione dei Defunti, la Chiesa ci ha invitati a fissare il nostro sguardo sulla vita eterna che ci aspetta e, in queste ultime domeniche, ci chiama fortemente a riflettere sulle realtà ultime e definitive verso le quali tutti andiamo incontro nella consapevolezza o no di esse.
Con la Liturgia della Parola odierna, la Chiesa ci sollecita a rinnovarci nella nostra fede nella risurrezione dei corpi. Ogni domenica concludendo il nostro Credo, affermiamo di credervi: Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà!
La verità della risurrezione dei corpi è fondata sulla rivelazione divina già del Vecchio Testamento, che Gesù poi ha confermato con la sua parola: “Verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la mia voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” (Gv 5,28-29).
Gli ebrei credevano nella risurrezione dei morti. Era una verità a cui il popolo santo di Dio era giunto dopo un lungo cammino. La prima lettura odierna, una perla preziosa del V.T., ci ha parlato di quella eroica mamma dei sette fratelli Maccabei, che assiste uno dopo l’altro i suoi figli mentre venivano trucidati dai pagani, perché non volevano adorare i loro dèi. Ebbene, questa mamma santa confortava i suoi figli mentre venivano torturati, incoraggiandoli ad essere fedeli al Signore Dio e a disprezzare la vita, se per vivere dovevano rinnegarLo. E così, dopo che le ammazzarono uno dopo l’altro i sette figli, uccisero anche lei, mamma santa e martire!
È una mamma forte, che ci richiama la figura di un’altra mamma forte, la quale stette vicino al Figlio mentre Lo trucidavano, sostenendoLo nella sua immolazione, facendoGli coraggio, tesa e pronta ad accorrere in suo soccorso, se solo avesse avuto bisogno di qualcuno che Lo aiutasse a tenere fermi quei piedi, ferme quelle mani ai chiodi che L’inchiodavano al legno.
È proprio nel contesto del racconto del massacro dei sette fratelli Maccabei che il V.T. giunge con chiarezza all’acquisizione della verità della risurrezione finale dei corpi e siamo nell’epoca immediatamente antecedente all’Incarnazione (II sec. a.C.). Abbiamo ascoltato le frasi del secondo e del terzo fratello martire e come essi affermassero così eroicamente questa loro fede nella risurrezione futura.
Ma non tutti gli ebrei credevano alla risurrezione. All’interno del mondo religioso ebraico c’era una setta, quella dei sadducei, che accettava, come libro sacro, solo il Libro della Legge (Il Pentateuco: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio) e non accoglieva quindi tutti gli altri e neanche la tradizione orale. E così i sadducei, a differenza dei farisei, non credevano nella risurrezione.
I sadducei appartenevano alle grandi e ricche famiglie sacerdotali ed erano sostenitori dei romani al fine di mantenere potere e ricchezze. Oggi potremmo definirli come i materialisti del tempo.
È proprio vero che “non c’è nulla di nuovo sotto il sole” (Qo 1,9)! Ora come allora ci sono i così detti sapientoni (cf1Cor 1,17ss), che credono di saperla lunga su tutto, che sono convinti anche di spiegare a Dio come sono fatte le cose. Generalmente questa categoria di persone appartiene al mondo dei “sazi”, persone che non hanno mai avuto il problema di cosa mettere nel piatto per il pranzo; persone che hanno sempre avuto tutto e che non conoscono cosa vuol dire sacrificarsi, servire, donarsi; persone stracolme di se stesse e quindi sovrappiene di sottovuoto spinto. A questa categoria di persone appartenevano i sadducei: ricchi, sazi e gaudenti. Costoro non credevano a nulla di spirituale, tutto era materiale, secondo loro, e tutto finiva con la morte. Scettici e ironici presentano a Gesù un caso per ridicolizzare il fatto della risurrezione: una donna che è stata moglie di sette persone qui in terra, di chi sarà moglie lassù?
Vedete – carissimi fratelli e sorelle – coloro che vivono pascendosi di terra: di comodità, di piaceri, di gozzoviglie e cose del genere perdono la facoltà di comprendere le cose dello spirito. S. Tommaso diceva, che questo stile di vita, provocava nella persona l’“ottusità di mente”. Un mente ottusa, cioè incapace di capire, bloccata, impedita, oscurata dalle proprie passioni che scatenate e appagate offuscano la capacità più alta che ha la persona di comprendere le cose dell’anima, dello spirito. Finché una persona vive di fango non può capire il cielo! Per entrare nella comprensione delle cose dell’anima, delle cose di Dio, occorre prima che la persona si converta, capisca l’indegnità della propria vuota esistenza e gridi aiuto a Dio per uscirne fuori.
Gesù li ascolta, osserva la loro arroganza: non sono venuti mica per chiedere e avere risposte! Macché, sono lì solo per prenderLo in giro. Figurarsi! Quattro poveri uomini che vogliono prendere in giro Dio! Gesù li ascolta e li guarda, chissà con quanta commiserazione li guardò! Anche per loro fra poco avrebbe donato la sua vita! Li guarda nella loro arrogante e scettica ironia… Gesù li guardò con quello stesso sguardo con cui guarda tante persone oggi che come quei sadducei hanno la mente impedita ad elevarsi al Cielo.
Marco, raccontando lo stesso episodio riporta che Gesù rispose loro: "Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, nè la potenza di Dio?” (Mc 12,24). “Non siete voi in errore?”. Carissimi fratelli e sorelle, quanti ancora oggi vivono in quest’errore? I sadducei, nel loro goffo tentativo di immaginarsi le realtà dell’aldilà, immaginandole come un prolungamento naturale di quelle di quaggiù, non riescono ad andare aldilà del loro orizzonte materiale raffigurandosi una realtà ultraterrena che è solo una controfigura di quella terrena. Ma non è così, perché le realtà dello spirito sono assolutamente “diverse”: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1Cor 2,9); per questo i figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio”.
Vedete, dietro questo Vangelo c’è implicita una grande verità che è questa: l’uomo non è fatto per la donna e la donna non è fatto per l’uomo, ma entrambi sono stati fatti da Dio per Dio.  La complementarietà uomo-donna è in ordine e in rapporto a questa relazione primaria e fondamentale che l’uomo e la donna hanno con Dio. La realtà del matrimonio è dunque un realtà transitoria, non definitiva, appartiene strettamente a questo mondo, non a quell’altro “dove non si prenderà più né moglie né marito”.
Per questo le persone consacrata, il religioso, la suora, il prete con la loro rinuncia al matrimonio e con la gioia della loro testimonianza di vita, ricordano incessantemente, anche senza fare nessuna predica, le realtà del Cielo dove non si prende né moglie né marito e si è nella pienezza della felicità e della gioia. Una felicità e una gioia che non comporteranno affatto il rinnegamento di quei legami affettivi che abbiamo contratto quaggiù, ma sarà una nuova più piena comunione d’amore con Dio e in Lui con coloro che abbiamo voluto bene quaggiù e dai quali siamo stati amati. Lassù non svanirà nessuno dei legami che avevamo quaggiù, ma tutti saranno vissuti nella pienezza della nuova dimensione che assumeremo, che è quella della vita eterna.
Ma chi può capire queste cose? Almeno un po? Chi può capirle? Come può capirle chi “non conosce le Scritture né la potenza di Dio”? Paolo oggi ci ha ricordato che “non di tutti è la fede!”. Beati noi se afferriamo anche solo qualcosa di questo discorso, perché è un discorso di fede! Questo significherà che la nostra mente non è chiusa, impedita, bloccata allo spirito, e che abbiamo cominciato conoscere l’amore di Dio, abbiamo cominciato a gustare l’amore di Dio, abbiamo cominciato ad amare Dio. Abbiamo cominciato a conoscere come “Dio non sia un Dio dei morti, ma dei vivi e che tutti vivono in Lui”:
«La risurrezione appare non tanto come semplice fatto fisico e biologico, ma come la "vita di comunione" con Dio, al di là della nostra breve esistenza storica, che già ci ha permesso di incontrarci con Lui. Nella misura in cui ora viviamo una relazione profonda col Padre e tra fratelli, siamo in grado di intuire che cosa intende dirci Gesù quando ci parla della vita futura. E si accendono in modo nuovo nel nostro cuore il desiderio e la speranza di ottenere la pienezza di tale rapporto, che costituisce la vita dei risorti. Se amiamo, abbiamo il dono di anticipare già, nell'adesso e nell'aldiqua, in un crescendo inarrestabile, la vita eterna e possiamo già vivere in qualche modo da risorti. Il fondamento della nostra speranza operosa ("Aspetto la risurrezione dei morti") è la consapevolezza che il nostro Dio è "il Dio di Abramo… il Dio dei vivi": il Dio Amico, il quale non permetterà mai che la morte spezzi inesorabilmente il nostro legame filiale con Lui, ma lo renderà supremamente vitale» - Mons. Ilvo Corniglia.

Carissimi fratelli e sorelle, chiediamo alla Vergine Maria, nostra Madre e Maestra di vita spirituale, che ci aiuti a liberarci da tutto ciò che ci soffoca spiritualmente e impedisce alla nostra anima di elevarsi alle cose di Dio. Ci aiuti a liberarci da tanto materialismo, troppo, che ci assale, ci assedia e ci svuota impedendoci di comprendere le cose dello spirito che solo un cuore libero e puro può intendere.

Amen.