Bocconcini spirituali 2011

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 Se l’uomo pensa con un po’ di attenzione alla divinità, immediatamente sente una qual dolce emozione al cuore, il che prova che Dio è il Dio del cuore umano.

 

[…] Questo piacere e questa fiducia che il cuore umano trova naturalmente in Dio, possono derivare soltanto dalla convenienza che c’è tra la divina bontà e la nostra anima: convenienza grande, ma misteriosa; convenienza di cui ciascuno conosce l’esistenza, ma che pochi apprezzano, convenienza che non può essere negata, ma che nessuno riesce a comprendere pienamente. Siamo creati a immagine e somiglianza di Dio: che cosa significa ciò se non che abbiamo una grande convenienza con la sua divina Maestà?

 

[…] Se esistessero uomini con l’integrità e la dirittura morale nella quale si trovava Adamo al momento della creazione, anche se non avessero altra assistenza da parte di Dio che quella che Egli concede ad ogni creatura perché possa compiere le azioni che le sono proprie, non soltanto avrebbero la tendenza ad amare Dio sopra ogni cosa ma, per legge naturale, potrebbero anche mettere in atto tale giusta inclinazione.

 

[…] Ora, benché lo stato della nostra natura umana non sia dotato della santità e della dirittura originale che aveva il primo uomo al momento della creazione, anzi, al contrario, siamo fortemente corrotti dal peccato, tuttavia la santa inclinazione ad amare Dio sopra tutte le cose ci rimane, come pure la luce naturale mediante la quale sappiamo che la sua somma bontà è amabile più di tutte le cose, non è possibile che un uomo che pensa intensamente a Dio, anche soltanto per riflessione naturale, non provi uno slancio d’amore, per segreta inclinazione della nostra natura, presente in fondo al cuore; per cui alla prima conoscenza di questo sommo oggetto la volontà si muove e si sente spinta a compiacersi in esso. […]

 

[…] La stessa cosa, Teotimo, avviene per il nostro cuore; infatti, benché venga covato, nutrito e allevato in mezzo alle cose materiali, basse e transitorie e, per così dire, sotto le ali della natura, al primo sguardo che getta versa Dio, alla prima conoscenza che ne riceve, la naturale e primaria inclinazione ad amare Dio, che era come assopita ed inavvertibile, si risveglia di colpo, compare all’improvviso come una scintilla da sotto la cenere che, toccando la nostra volontà, le dà un impulso di quell’amore supremo dovuto al sommo e primo principio di ogni cosa.

 

[…] In conclusione, Teotimo, la nostra natura meschina, ferita dal peccato, fa come le palme che vivono di qua dal mare, che di fatto producono qualche cosa, quasi tentativi di frutti, ma mai datteri interi, maturi e buoni, quelli si trovano soltanto nei paesi più caldi. Similmente, il nostro cuore umano, per natura sua, produce certi inizi di amore verso Dio, ma giungere ad amarLo sopra ogni cosa, che è la maturità dell’amore dovuto alla suprema bontà, questo è soltanto di coloro che sono animati e assistiti dalla grazia celeste e che si trovano nello stato di santa carità. E quel piccolo amore imperfetto, del quale la natura sente in se stessa gli slanci, è come un volere sterile che non produce effetti reali, un volere paralitico che vede la piscina della salvezza del santo amore, ma non ha la forza di gettarvisi (cf Gv 5,7); infine quel volere è un aborto della buona volontà; non ha la vitalità del generoso vigore, necessario per preferire di fatto Dio a tutte le cose; per questo l’Apostolo, parlando nella persona del peccatore, esclama: In me c’è di sicuro la volontà, ma non trovo il modo di compierla (Rm 7,18)

 S. Francesco di Sales Teotimo – Libro I
Capitoli 15-17

 

[Versione in italiano moderno]

O eterna misericordia, che veli i difetti delle tue creature, non mi meraviglio che di coloro che escono dal peccato mortale, tornando a Te, Tu dica: «Io non mi ricorderò che tu mi abbia offeso» (cf Ez 18,21-22). Misericordia ineffabile, non mi meraviglio che, a coloro che  abbandonano il peccato, Tu dica, riferendoti a chi Ti perseguita: «Io voglio che preghiate per loro affinché Io usi misericordia»[1]

Noi fummo creati nella tua misericordia; e nella tua misericordia fummo ricreati nel sangue del tuo Figlio. La tua misericordia ci conserva. La tua misericordia portò tuo Figlio a sostenere sulla croce la terribile lotta nella quale era in gioco la morte del nostro peccato, e la morte della colpa tolse la vita corporale all’Agnello immacolato. Ma chi fu il vinto? La mrote. Chi la causa prima? La tua misericordia.

 

La misericordia tua dona la vita, essa dà il lume grazie alla cui luce possiamo riconoscere la tua clemenza verso ogni creatura, giusta o peccatrice che sia. Sin dall’alto dei cieli la tua misericordia risplende, poiché è visibile nei tuoi santi. E se mi volgo alla terra, vedo ovunque il suo sovrabbondare. Persino nell’inferno riluce poiché i dannati non ricevono tutta la pena che si meritano.

 

Con la tua misericordia mitighi la giustizia; per essa ci hai lavati nel Sangue; per misericordia hai voluto abbassarti sino a vivere con le tue creature. Oh, Tu pazzo d’amore! Non ti bastò vestire la nostra carne: hai voluto anche morire. Non ti basò la morte. Sei anche disceso agli inferi per trarvi i santi padri e per compiere la tua verità donando loro la tua misericordia. E poiché la tua bontà promette il bene a coloro che Ti servono nella verità, ecco che scendesti limbo [2] per togliere dalla pena chi, avendoTi servito, doveva cogliere il frutto delle sue fatiche.

 

Ma vedo che la tua misericordia Ti costrinse a donare anche più generosamente, allorché hai lasciato Te stesso quale cibo affinché noi deboli ne avessimo conforto, e gli ignoranti smemorati non perdessero del tutto il ricordo dei tuoi benefici. Tutto questo Tu doni ogni giorno agli uomini, facendoti presente nel sacramento dell’altare, nel corpo mistico della santa Chiesa. E tutto ciò è frutto della tua misericordia.

 

O misericordia! Il cuore s’annega nel pensiero di Te, ché ovunque mi volga io altro non vedo che misericordia. O eterno Padre, perdona la mia ignoranza, se ho presunto parlare al Tuo cospetto, ma l’amore della tua misericordia vorrà scusarmi agli occhi della Tua benevolenza.

 [1] Nel contesto precedente del testo, il Padre eterno diverse volte ha invitato Caterina e i suoi amici a pregare e offrire sacrifici per i poveri peccatori perché trovino misericordia.

 

[2] Ci sono due significati del termine “limbo”. Il primo indica il luogo o lo stato di attesa dei giusti morti prima della venuta di Gesù Cristo. Questi giusti aspettano che si  apra per loro la porta del Paradiso, questo è anche il senso del termine “inferi”, per cui noi affermiamo nel Credo che Gesù è ”sceso agli inferi”, cioè appena , morto, l’anima umana del Figlio di Dio unita alla divinità è scesa al limbo a liberare tutti coloro che aspettavano la redenzione. In un altro senso il termine “limbo” indica, in una certa dottrina dei teologi medioevali, il luogo dove vanno le anime dei bambini morti e non battezzati. Questo secondo senso del termine “limbo” non appartiene al deposito della fede della Chiesa e ultimamente la Santa Sede ha dichiarato ufficialmente l’inconsistenza di questa dottrina che non va quindi dai cristiani creduta. Infatti una sola è la vocazione ultima di tutti gli esseri umani: la partecipazione alla vita divina in Cristo nella beatitudine del Cielo.

 

S. Caterina da Siena

Dialogo della Divina Provvidenza, c. 30

1.    Per esercitare perfettamente la povertà di spirito, rimanete sempre nella vera libertà spirituale, senza legarvi a nulla di creato, riposando in Dio, portando su di Lui solo uno sguardo semplice, proprio per abbracciarLo con la stretta di un amore semplice. Perciò spogliatevi di ogni creatura e rimanete in una perfetta indifferenza, senza scelta né volontà propria, contentandovi sempre e ovunque di ciò che Dio degna operare o permettere con voi, in voi, per voi o attorno a voi.

 

2.      Se Dio vi porta alla devozione sensibile, al fervore dell’amore, al riposo intimo o all’udire una parola che Egli pronuncia in voi, seguiteLo fedelmente e obbediteGli, ascoltandoLo interiormente. Tuttavia, guardatevi da attaccarvi a ciò, per quanto poco sia… Infatti, conoscerete che siete perfettamente povero di spirito quando non possederete nulla con proprietà, e potrete mancare di tutto senza difficoltà né rimpianto. Così non vi è permesso di attaccarvi a qualsiasi altra cosa che Dio, anche se fosse un fuscello o un capello; altrimenti, non potreste piacere perfettamente al vostro Sposo celeste, ed Egli non avrebbe libero accesso a voi, perché desidera possedere il vostro cuore per intero…

 

3.      Quando fissiamo con lo sguardo una mosca o un ramoscello che vola, non possiamo guardare direttamente il cielo, perché la mosca o il ramoscello s’interpongono fra l’occhio e il cielo. Ma se noi non vi fermiamo lo sguardo, se li superiamo senza farvi attenzione, allora vediamo direttamente il cielo. Allo stesso modo, per quanto minima sia una cosa, fintantoché noi ci attacchiamo in maniera disordinata fermandoci in lei, essa pone un intermedio tra Dio e l’anima; ma se noi non ci fermiamo, né ci attacchiamo  consciamente e volontariamente, come se non ci fosse, possiamo contemplare Dio senza intermediario, e amarLo contemplandoLo.

 

4.      In questo consiste l’unione essenziale, o immediata, con Dio, di cui parlano alcuni. Vale a dire, noi ci portiamo verso Dio nella usa essenza o, se volete, verso ciò che Egli è in se stesso, e non verso i doni che ci comunica… Da questo deriva che ogni anima che ama Dio così è consolata anche quando sembra abbandonata da Lui: ella non gusta né sperimenta nulla da parte sua, la sua intelligenza non ne riceve alcuna luce e la sua volontà non è infuocata da alcuna tenerezza verso di Lui, ma perché dovrebbe essere triste? Di nulla le importa, dal momento che ella può attaccarsi essenzialmente al suo Diletto, contemplando Dio con una vista immediata e con semplice fede, abbracciandoLo con la stretta di un amore senza miscugli.

 Michele di S. Agostino,  Introduzione al Carmelo, I, 66: Amare Dio essenzialmente

IHS Mio signore nel Signor nostro. La somma grazia e l’amore eterno di Cristo N.S. salutino e visitino Vostra Signoria.

 

Ho ricevuto l’ultimo giorno di ottobre la sua del 24 luglio. Ho goduto in modo straordinario nel Signor nostro nel sentire cose derivate piuttosto da esperienza e conversione interna che da influssi esterni. Il Signor nostro, nella sua infinita bontà, le concede abitualmente alle anime che pongono la loro dimora in essa come principio, mezzo e fine di ogni altro bene. Il suo nome altissimo sia sempre lodato ed esaltato in tutte le creature, ordinate e create per questo tanto giusto e doveroso fine.

 

Venendo in particolare ad alcuni punti della sua lettera e anzitutto a quello in cui dice che non mi dimentichi di lei nelle mie preghiere e la visiti con le mie lettere, posso assicurarle quanto alla prima cosa che ho continuato, come faccio ogni giorno a pregare per lei, sperando in Nostro Signore che, se le mie preghiere ottengono qualche favore, sarà tutto dall’alto, procedendo dalla sua divina bontà, che guarda solo alla sua eterna e somma liberalità e alla devozione e ai santi propositi di V.[ostra] S.[ignoria]. Sicché ho creduto che, vedendola così in spirito ogni giorno dinanzi a me, soddisfacevo anche alla seconda cosa, al suo desiderio di consolarsi con le mie lettere.

 

Le persone che escono da se stesse ed entrano nel loro Creatore e Signore, hanno assidua riflessione, attenzione e consolazione, e il sentimento che tutto il nostro bene eterno si trova in tutte le creature, dando a tutte l’esistenza e conservandole in essa con il suo essere e la sua presenza infiniti. Considerando tutto ciò, penso bene che con questi pensieri e molti altri si consoli più che le mie lettere.

 

Tutto infatti aiuta coloro che amano interamente il Signore e tutto serve loro per meritare di più e per maggiormente raggiungere e unirsi con carità intensa al loro stesso Creatore e Signore. Anche se poi la creatura molte volte pone ostacoli da parte sua all’opera che il Signore vuole attuare nella sua anima, come V. S. dice molto bene. Ciò non avviene solo prima di ricevere nell’orazione tali grazie, doni e gusti dello Spirito Santo, ma anche dopo che siano venuti e siano stati ricevuti. Essendo l’anima visitata e consolata, liberata do ogni oscurità e inquieta sollecitudine di se stessa, ornata di tali beni spirituali, resta tutta contenta e tutta innamorata delle cose eterne  che dureranno sempre in continua gloria, veniamo pure allora a distaccarcene anche con pensieri di poca importanza, non sapendo custodire un sì gran bene celeste. Così prima che venga la grazia e l’operazione del Signore, poniamo ostacoli, e dopo venuta, facciamo lo stesso rispetto al conservarla. Lei parla di tali ostacoli per maggiormente umiliarsi nel Signore di tutti e per meglio esaltare noi che desideriamo invece tenerci quanto più basso possibile. Dice infatti che questa Compagnia non ostacola quello che il Signore vuole operare in essa, intendendo in Araoz [dove a quel tempo era sita la corte portoghese] in Portogallo. Quanto a me, sono convinto che sia prima sia dopo (la venuta della grazia) sono tutto un impedimento; e di questo provo maggior soddisfazione e gioia spirituale nel Signore nostro, perché non posso attribuirmi cosa alcuna che sembri buona. Una cosa sento, salvo parere migliore di persone più illuminate: ci sono pochi in questa vita, o per dire meglio nessuno, che sia capace di determinare o giudicare esattamente in quale misura egli sia d’impedimento e nuoccia a ciò che il Signore vuole operare nella sua anima. Sono però anche convinto che quanto più profonda esperienza di umiltà e di carità avrà una persona, tanto più sentirà e conoscerà persino i pensieri più piccoli e altre cose minime che ostacolano o nuocciono, anche se sembrino di poco o nessun conto, essendo così tenui in sé. Tuttavia, avere una conoscenza completa dei nostri ostacoli e mancanze non è di questa vita presente. Infatti il Profeta domanda di esser liberato dalle colpe occulte (Sal 18,3) e s. Paolo, confessando di non conoscerle, aggiunge che non per questo è giustificato (1Cor 4,4)

Ignazio di Loyola

 

Lettera a Francesco Borgia del fine 1545

 

Gli scritti, UTET 807-809

Gesù, divina e completa soddisfazione a tutte le nostre domande. – Mi dilungherei oltre modo, se volessi trattare quest’argomento e mostrare come Gesù sia veramente il divino appagamento dei nostri innumerevoli bisogni.

 

Ci accontenteremo di vedere com’Egli venga in aiuto nella impotenza delle nostre preghiere. Siamo troppo piccoli, troppo poveri, troppo peccatori soprattutto, per potere indirizzare a Dio le nostre preghiere con una piena sicurezza. Ma appena il sentimento della nostra indegnità ci prende, come è giusto, ricordandoci subito del potente Intercessore presso Dio: Gesù, Uomo-Dio. Come dice il grande Apostolo «Egli può salvare perfettamente coloro che per via di Lui si accostano a Dio, sempre essendo vivo, sì da poter intercedere in loro favore» (Eb 7,25).

 

Se avremo cura di confidare le nostre necessità a Lui, nostro perfetto Avvocato, non saremo mai ingannati nella nostra attesa. Egli è onnipotente presso Dio e vince sempre le cause a Lui affidate. Non è forse oggetto delle infinite predilezioni del Padre, perfettamente simile a Lui? Quando il Padre vede il Figlio, così caro ai suoi occhi, avvicinarsi per intercedere a favore nostro, si intenerisce subito. È sufficiente che diriga uno sguardo sull’amato Figlio, così caro ai Suoi occhi, per essere vinto e obbligato ad accordarGli tutto ciò che chiede. Chieder qualcosa per noi, senza Gesù, è fatica sprecata. Chiedete qualcosa in unione con Gesù e per mezzo Suo, è guadagnare la causa in partenza.

 

Per confermare la nostra convinzione, Gesù stesso non l’ha forse dichiarato categoricamente? «In verità, in verità vi dico. Se domanderete qualche cosa al Padre mio in mio nome, Egli ve la darà» (Gv 16,23). Con questa solenne affermazione, che è contemporaneamente una promessa formale, Egli ha voluto toglierci ogni dubbio a questo riguardo. Confidandoci questo grande segreto, ci ha porto la chiave che aprirà a noi tutti i tesori del Cielo. Non potremmo ragionevolmente nutrire dubbi od esitazioni. Stiamo certi che, se busseremo, la porta si aprirà, purché bussiamo in nome di Gesù e appoggiamo la nostra fiducia sulla sua divina promessa.

 

Il nome di Gesù è parola d’ordine che disarma Dio. Quand’Egli sente pronunciare questo nome, ci considera all’istante Suoi amici. Istantaneamente diventiamo i benvenuti.

 

Non dimentichiamo mai la grande ricetta che Gesù stesso ci ha fornita per ottenere ogni cosa, il mezzo infallibile per diventare immensamente ricchi di grazie celesti. Nella nostra epoca di invenzioni, si cercano rimedi specifici per tutte le malattie, si vantano questo o quel mezzo nuovo per far fortuna. Forse i figli del secolo saranno più saggi dei figli dell’innocenza? Noi, che sappiamo come fare per diventare ricchi e che abbiamo appreso dallo stesso Gesù questa magica ricetta, perché la dimentichiamo così spesso? Non meritiamo, almeno fino a un certo punto, il rimprovero del Salvatore agli Apostoli: «Finora non avete domandato nulla in mio nome. Chiedete dunque affinché la vostra gioia sia piena»?

 

Possiamo chiedere, naturalmente, in unione con Gesù, anche in modo inconsapevole. E chiediamo, in realtà, uniti a Lui, per il fatto stesso che siamo in stato di grazia e siamo Sue membra mistiche. Come disse sant’Agostino: «È Cristo, nostro Capo, che prega in noi» (In Psalm. 84). Tutte le preghiere di Gesù durante la Sua vita mortale, tutte le Sue preghiere e la Sua intercessione nell’Eucaristia e in Cielo, sono in certo qual modo nostre, se noi siamo Sue membra. Le Sue invocazioni sono nostre. Vedendo noi, membra di Gesù, Dio vede il Suo stesso Figlio Gesù.

 

Ma non è meno vero che le Sue preghiere, elargiteci come un tesoro, possono esser assunte da noi ben diversamente. Se, vivendo nella freddezza, noi non attingiamo a questo tesoro, come potrà giovarci? Se invece, uniti a Gesù intimamente, per amore da un lato, e dall’altro, ricordando espressamente la Sua promessa, noi bussiamo alla porta del Padre Celeste in nome del Suo divin Figlio, allora possiamo stare certi d’essere esauditi. Siamo infinitamente ricchi in Gesù Cristo, ma occorre che ci impossessiamo delle Sue ricchezze, vivendo il più possibile uniti a Lui, e ricordandoci frequentemente e in modo esplicito, che pregare in Suo nome è pregare in maniera irresistibile. Come potrebbe Dio rifiutarci qualcosa, quando Gli ricordiamo la promessa fattaci per bocca del Figlio diletto?

 

Più aumentano le nostre necessità e più Gesù le soddisfa. – Abbiamo già potuto renderci conto dell’immensa ricchezza che, nella nostra estrema povertà, abbiamo possedendo Gesù. «Siamo come gente che non ha nulla, eppure possediamo ogni cosa» (2Cor 6,10). Certamente le nostre necessità sono grandi, e più avanziamo nella vita spirituale, più esse sembrano crescere, per il fatto stesso che abbiamo di esse una coscienza sempre più perfetta e più viva. L’anima fervente prova incessantemente crescenti bisogni di adorazioni, di riparazioni, di riconoscenza, di amore, di invocazione, ecc. Tali bisogni, crescendo, finirebbero col renderla sempre più inquieta, tormentata, addolorata.

 

Ma Gesù non ha voluto lasciar l’anima amante in balia di se stessa e in preda a desideri insoddisfatti. Via via che essa avanza sulla via del divino amore, comprende meglio la sua unione con Gesù. vede sempre più chiaramente quanto poco  possa fare da se stessa, ma quanto può immensamente per mezzo del suo Gesù e col suo Gesù. così, naturalmente, essa ricorre sempre più a Lui, suo divino appagamento in tutte le cose. E può gridare in piena verità: «La nostra capacità viene da Dio» (2Cor 3,5).

 

L’anima geme vedendo la sua poca umiltà; ma, per presentarla a Dio, la unisce all’infinita umiltà di Gesù-Eucaristia; prova desolazione, in qualche istante, assistendo alle continue prove del suo amor proprio e accorgendosi quanto poco essa ami, ma possiede, come cosa propria, il braciere di puro amore che arde nel Cuore di Gesù; si sente così poco mortificata, così poco amante della sofferenza, ma possiede Gesù-Ostia che, nella Sua infinita sete di immolazione, Si sacrifica ancora quotidianamente e misticamente sugli altari. Soffre vedendo quante volte cade ogni giorno nelle imperfezioni e negli errori, ma possiede, come cosa sua, la splendida santità di Gesù.

 

Qualunque sia il bisogno che la tormenta, ne trova soddisfazione in Gesù, suo tesoro. Qualunque desiderio abbia, grazie a Gesù, lo vede realizzato in misura superiore. Gesù, infinito Bene, inestinguibile Sorgente di ogni bene, coi Suoi infiniti meriti, e le Sue virtù perfette, le appartiene e le dice amorosamente: «Tutto ciò che è mio, è tuo». Essa può sempre con piena fiducia, presentarLo a Dio per i suoi innumerevoli bisogni. Può ripetere queste semplici e sublimi parole, come fece una grande amica di Gesù: «Eterno Padre, io Vi chiedo queste grazie per i meriti del Vostro divin Figlio. Accettate i Suoi meriti; pagateVi Voi stesso e datemi il resto».

 

Come ricorrere più spesso alla divina potenza di Gesù. – Se abbiamo compreso un po’ meglio quante ricchezze possediamo in Gesù-Eucaristia, non ci siamo forse accorti che, sotto quest’aspetto, dobbiamo farci qualche rimprovero?

 

Torniamo ad osservare noi stessi e il nostro modo di impiegare questa miniera d’oro rappresentata dal Cuore del nostro Salvatore. Possiamo, come abbiamo visto, impossessarci dei Suoi immensi beni, delle Sue virtù d’amore, d’umiltà, di pazienza, di generosità, dei Suoi meriti infiniti. Possiamo impossessarci di Gesù intero, per offrirLo al Padre come un omaggio degno di Lui, l’Infinito. Ma vi sono anche dei modi di appropriarceLo e di approfittare delle Sue inestinguibili ricchezze.

 

Anzitutto, più la nostra volontà sarà unita alla Sua, più la nostra intimità con Lui sarà grande, e più ne approfitteremo. Ma possiamo far di più. Possiamo sforzarci di ricorrere più spesso ed esplicitamente a Lui in ogni genere di bisogni. Possiamo cercare di avere una coscienza sempre più limpida e immediata della potenza dell’ospite divino nei Tabernacoli.

 

Quante volte, per esempio, recitiamo la bella preghiera del «Pater»! Con quale gustosa devozione dovremmo recitarla! Se la reciteremo in nome di Gesù, essa andrà diritta la Cuore di Dio, padre comune a Gesù ed a noi. Ascoltandoci, il Padre crederà con gioia di udire ancora il Suo diletto Figlio.

 

Possiamo anche partecipare alla s. Messa soprattutto con questa disposizione d’animo che è appunto quella della Chiesa. Essa nulla chiede, se non in nome di Gesù, e tutte le preghiere terminano invariabilmente con la formula così piena di senso e spesso così poco apprezzata: Per Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna ecc.

 

Se siamo sacerdoti di Dio, ed anche come semplici fedeli, possiamo ogni giorno deporre sulla patena tutte le nostre azioni, tutti i nostri sentimenti, tutti i nostri pentimenti, per offrirli a Dio, unitamente ai meriti di Gesù.

 

Quando visitiamo Gesù-Eucaristia, possiamo presentarci a Lui come al nostro Mediatore, Riparatore e divino appagamento di tutte le nostre richieste. Possiamo anche, in ogni istante della nostra giornata, senz’andare in chiesa, offrire a Dio Gesù-Ostia, che in quel momento si immola in qualche luogo della terra per amore del Padre e nostro.

 

Saremmo veramente felici e pieni di serenità, se praticassimo abitualmente l’esercizio di ricorrere a Gesù, completa e divina soddisfazione delle nostre aspirazioni. Durante le ore di desolazione e di aridità, quando non troviamo nulla di buono in noi stessi, come sarebbe opportuno ricorrere a Lui, e dimenticando le nostre miserie, offrire il Suo Cuore Eucaristico, modello di ogni virtù, come un gioiello, d’infinito valore, al Padre Celeste! Questo ci renderebbe meno tristi, più coraggiosi e più santamente lieti nell’oblio di noi stessi!

 

E, una volta caduti in qualche fallo, invece di prendercela con noi stessi e di demoralizzarci, sarebbe molto meglio ricorrere ancora a Gesù, nostro Mediatore, e riparare il nostro fallo con un umile pentimento e con l’offerta di Lui a Dio.

 

Ed infine, questa pratica ben compresa e spesso ripetuta, ci farà amare sempre più Gesù. L’ameremo secondo un nuovo significato, come nostro divino complemento e troveremo nuove tenerezze d’amore per ringraziarLo: non per l’amore che ha per noi, ma per quello che ha verso Colui che è ad un tempo Padre Suo e nostro. Tutti i giorni, la nostra unione con Gesù crescerà in virtù di questa pratica. Aderiremo intimamente a Lui per diventare come l’edera che si attacca alla quercia e che, benché debole per se stessa, si confonde con quella, nel reciproco godimento di un’invincibile, identica forza.

Gesù divina e completa soddisfazione di tutte le nostre domande

 

Tratto da Paul de Jaegher sj., Fiducia, capitolo X, II –  E.P. 1954, pp. 171-.178