Pensiero Eucaristico

Giovanni Paolo II: Ecclesia de Eucharistia 
Cap. VI: ALLA SCUOLA DI MARIA, DONNA « EUCARISTICA » 

53. Se vogliamo riscoprire in tutta la sua ricchezza il rapporto intimo che lega Chiesa ed Eucaristia, non possiamo dimenticare Maria, Madre e modello della Chiesa. Nella Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, additando la Vergine Santissima come Maestra nella contemplazione del volto di Cristo, ho inserito tra i misteri della luce anche l'istituzione dell'Eucaristia. In effetti, Maria ci può guidare verso questo Santissimo Sacramento, perché ha con esso una relazione profonda. 

A prima vista, il Vangelo tace su questo tema. Nel racconto dell'istituzione, la sera del Giovedì Santo, non si parla di Maria. Si sa invece che Ella era presente tra gli Apostoli, « concordi nella preghiera » (At 1,14), nella prima comunità radunata dopo l'Ascensione in attesa della Pentecoste. Questa sua presenza non poté certo mancare nelle Celebrazioni eucaristiche tra i fedeli della prima generazione cristiana, assidui « nella frazione del pane » (At 2,42). 

Ma al di là della sua partecipazione al Convito eucaristico, il rapporto di Maria con l'Eucaristia si può indirettamente delineare a partire dal suo atteggiamento interiore. Maria è donna « eucaristica » con l'intera sua vita. La Chiesa, guardando a Maria come a suo modello, è chiamata ad imitarla anche nel suo rapporto con questo Mistero santissimo.  

54. Mysterium fidei! Se l'Eucaristia è mistero di fede, che supera tanto il nostro intelletto da obbligarci al più puro abbandono alla parola di Dio, nessuno come Maria può esserci di sostegno e di guida in simile atteggiamento. Il nostro ripetere il gesto di Cristo nell'Ultima Cena in adempimento del suo mandato: « Fate questo in memoria di me! » diventa al tempo stesso accoglimento dell'invito di Maria ad obbedirgli senza esitazione: « Fate quello che vi dirà » (Gv 2,5). Con la premura materna testimoniata alle nozze di Cana, Maria sembra dirci: « Non abbiate tentennamenti, fidatevi della parola di mio Figlio. Egli, che fu capace di cambiare l'acqua in vino, è ugualmente capace di fare del pane e del vino il suo corpo e il suo sangue, consegnando in questo mistero ai credenti la memoria viva della sua Pasqua, per farsi in tal modo “pane di vita” »

55. In certo senso, Maria ha esercitato la sua fede eucaristica prima ancora che l'Eucaristia fosse istituita, per il fatto stesso di aver offerto il suo grembo verginale per l'incarnazione del Verbo di Dio. L'Eucaristia, mentre rinvia alla passione e alla risurrezione, si pone al tempo stesso in continuità con l'Incarnazione. Maria concepì nell'Annunciazione il Figlio divino nella verità anche fisica del corpo e del sangue, anticipando in sé ciò che in qualche misura si realizza sacramentalmente in ogni credente che riceve, nel segno del pane e del vino, il corpo e il sangue del Signore

C'è pertanto un'analogia profonda tra il fiat pronunciato da Maria alle parole dell'Angelo, e l'amen che ogni fedele pronuncia quando riceve il corpo del Signore. A Maria fu chiesto di credere che colui che Ella concepiva « per opera dello Spirito Santo » era il « Figlio di Dio » (cfr Lc 1,30–35). In continuità con la fede della Vergine, nel Mistero eucaristico ci viene chiesto di credere che quello stesso Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, si rende presente con l'intero suo essere umano-divino nei segni del pane e del vino. 

 « Beata colei che ha creduto » (Lc 1,45): Maria ha anticipato, nel mistero dell'Incarnazione, anche la fede eucaristica della Chiesa. Quando, nella Visitazione, porta in grembo il Verbo fatto carne, ella si fa, in qualche modo, « tabernacolo » – il primo « tabernacolo » della storia – dove il Figlio di Dio, ancora invisibile agli occhi degli uomini, si concede all'adorazione di Elisabetta, quasi « irradiando » la sua luce attraverso gli occhi e la voce di Maria. E lo sguardo rapito di Maria nel contemplare il volto di Cristo appena nato e nello stringerlo tra le sue braccia, non è forse l'inarrivabile modello di amore a cui deve ispirarsi ogni nostra comunione eucaristica? 

56. Maria fece sua, con tutta la vita accanto a Cristo, e non soltanto sul Calvario, la dimensione sacrificale dell'Eucaristia. Quando portò il bimbo Gesù al tempio di Gerusalemme « per offrirlo al Signore » (Lc 2,22), si sentì annunciare dal vecchio Simeone che quel Bambino sarebbe stato « segno di contraddizione » e che una « spada » avrebbe trapassato anche l'anima di lei (cfr Lc 2,34-35). Era preannunciato così il dramma del Figlio crocifisso e in qualche modo veniva prefigurato lo « stabat Mater » della Vergine ai piedi della Croce. Preparandosi giorno per giorno al Calvario, Maria vive una sorta di « Eucaristia anticipata », si direbbe una « comunione spirituale » di desiderio e di offerta, che avrà il suo compimento nell'unione col Figlio nella passione, e si esprimerà poi, nel periodo post-pasquale, nella sua partecipazione alla Celebrazione eucaristica, presieduta dagli Apostoli, quale « memoriale » della passione. 

Come immaginare i sentimenti di Maria, nell'ascoltare dalla bocca di Pietro, Giovanni, Giacomo e degli altri Apostoli le parole dell'Ultima Cena: « Questo è il mio corpo che è dato per voi » (Lc 22,19)? Quel corpo dato in sacrificio e ripresentato nei segni sacramentali era lo stesso corpo concepito nel suo grembo! Ricevere l'Eucaristia doveva significare per Maria quasi un riaccogliere in grembo quel cuore che aveva battuto all'unisono col suo e un rivivere ciò che aveva sperimentato in prima persona sotto la Croce. 

57. « Fate questo in memoria di me » (Lc 22, 19). Nel « memoriale » del Calvario è presente tutto ciò che Cristo ha compiuto nella sua passione e nella sua morte. Pertanto non manca ciò che Cristo ha compiuto anche verso la Madre a nostro favore. A lei infatti consegna il discepolo prediletto e, in lui, consegna ciascuno di noi: « Ecco tuo figlio! ». Ugualmente dice anche a ciascuno di noi: « Ecco tua madre! » (cf Gv 19,26-27). 

Vivere nell'Eucaristia il memoriale della morte di Cristo implica anche ricevere continuamente questo dono. Significa prendere con noi – sull'esempio di Giovanni – colei che ogni volta ci viene donata come Madre. Significa assumere al tempo stesso l'impegno di conformarci a Cristo, mettendoci alla scuola della Madre e lasciandoci accompagnare da lei. Maria è presente, con la Chiesa e come Madre della Chiesa, in ciascuna delle nostre Celebrazioni eucaristiche. Se Chiesa ed Eucaristia sono un binomio inscindibile, altrettanto occorre dire del binomio Maria ed Eucaristia. Anche per questo il ricordo di Maria nella Celebrazione eucaristica è unanime, sin dall'antichità, nelle Chiese dell'Oriente e dell'Occidente. 

58. Nell'Eucaristia la Chiesa si unisce pienamente a Cristo e al suo sacrificio, facendo suo lo spirito di Maria. È verità che si può approfondire rileggendo il Magnificat in prospettiva eucaristica. L'Eucaristia, infatti, come il cantico di Maria, è innanzitutto lode e rendimento di grazie. Quando Maria esclama « L'anima mia magnifica il Signore e il mio Spirito esulta in Dio mio salvatore », ella porta in grembo Gesù. Loda il Padre « per » Gesù, ma lo loda anche « in » Gesù e « con » Gesù. È precisamente questo il vero « atteggiamento eucaristico ». 

Al tempo stesso Maria fa memoria delle meraviglie operate da Dio nella storia della salvezza, secondo la promessa fatta ai padri (cfr Lc 1,55), annunciando la meraviglia che tutte le supera, l'Incarnazione redentrice. Nel Magnificat è infine presente la tensione escatologica dell'Eucaristia. Ogni volta che il Figlio di Dio si ripresenta a noi nella « povertà » dei segni sacramentali, pane e vino, è posto nel mondo il germe di quella storia nuova in cui i potenti sono « rovesciati dai troni », e sono « innalzati gli umili » (cf Lc 1,52). Maria canta quei « cieli nuovi » e quella « terra nuova » che nell'Eucaristia trovano la loro anticipazione e in certo senso il loro « disegno » programmatico. Se il Magnificat esprime la spiritualità di Maria, nulla più di questa spiritualità ci aiuta a vivere il Mistero eucaristico. L'Eucaristia ci è data perché la nostra vita, come quella di Maria, sia tutta un magnificat

CONCLUSIONE

61. Il Mistero eucaristico – sacrificio, presenza, banchetto – non consente riduzioni né strumentalizzazioni; va vissuto nella sua integrità, sia nell'evento celebrativo, sia nell'intimo colloquio con Gesù appena ricevuto nella comunione, sia nel momento orante dell'adorazione eucaristica fuori della Messa. Allora la Chiesa viene saldamente edificata e si esprime ciò che essa veramente è: una, santa, cattolica e apostolica; popolo, tempio e famiglia di Dio; corpo e sposa di Cristo, animata dallo Spirito Santo; sacramento universale di salvezza e comunione gerarchicamente strutturata. 

Mettiamoci soprattutto in ascolto di Maria Santissima, nella quale il Mistero eucaristico appare, più che in ogni altro, come mistero di luce. Guardando a lei conosciamo la forza trasformante che l'Eucaristia possiede. In lei vediamo il mondo rinnovato nell'amore. Contemplandola assunta in Cielo in anima e corpo, vediamo uno squarcio dei « cieli nuovi » e della « terra nuova » che si apriranno ai nostri occhi con la seconda venuta di Cristo. Di essi l'Eucaristia costituisce qui in terra il pegno e, in qualche modo, l'anticipazione: « Veni, Domine Iesu! » (Ap 22,20).  

Nell'umile segno del pane e del vino, transustanziati nel suo corpo e nel suo sangue, Cristo cammina con noi, quale nostra forza e nostro viatico, e ci rende per tutti testimoni di speranza. Se di fronte a questo Mistero la ragione sperimenta i suoi limiti, il cuore illuminato dalla grazia dello Spirito Santo intuisce bene come atteggiarsi, inabissandosi nell'adorazione e in un amore senza limiti. 

Facciamo nostri i sentimenti di san Tommaso d'Aquino, sommo teologo e insieme appassionato cantore di Cristo eucaristico, e lasciamo che anche il nostro animo si apra nella speranza alla contemplazione della meta, verso la quale il cuore aspira, assetato com'è di gioia e di pace:  

« Bone pastor, panis vere,  Iesu, nostri miserere… ».  “Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi.  Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi”

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La necessità dei mutui scambi

L’amicizia richiede mutui scambi, esige che il nostro amico possa disporre di tutto ciò che si possiede. In genere si pensa prima di tutto ai beni materiali, ma noi mettiamo piuttosto la primo posto le ricchezze interiori, tutto ciò che affina la nostra sensibilità, tutto ciò che sviluppa il nostro spirito, tutto ciò che nobilita il nostro cuore, perché un amico non saprebbe accettare che la personalità del suo amico sia meno provvista di beni e meno espansa della propria. Ognuno dei due vorrebbe che l’amico possieda più risorse interiori di quelle che possiede lui stesso, perlomeno non meno. È per questo che invita l’altro a venire e servirsi.

Inoltre l’amicizia spinge ogni partner al progresso intellettuale e spirituale. Vale di più, infatti, coltivare costantemente il proprio capitale perché la persona che si ama vi possa attingere ugualmente. E ciascuno può incoraggiare i progressi dell’amico, poiché saranno messi in uso comune.

Poiché l’amicizia esige scambi, ne consegue che tra due amici il più dotato ami di più e meglio. Infatti negli scambi mutui ciò che costui porta è di più grande qualità. Sulla tavola sulla quale due amici mangiano ogni giorno, gli alimenti migliori e più abbondanti sono serviti da lui. A lui tocca mettere perfezione, conosciuta da lui solo e in più regalata nei gesti ai quali l’amico meno dotato non darà importanza e poca attenzione. Al più dotato dei due tocca ancora proteggere l’amicizia dalla fragilità, compensare ciò che l’altro non mette, sovralimentare ciò che tende a disseccarsi o esaurirsi. In fondo l’amicizia poggia sul più fine dei due amici; sul meglio dotato in rapporto alla sensibilità, al cuore e all’intelligenza. Poggia sul più maturo dei due, il più riservato anche. Poiché lui conosce meglio il prezzo dell’amicizia può far di questa la sua opera, il suo capolavoro. 

Ora qui si tratta dell’amicizia divina, le caratteristiche che ho fatto appena notare, le ritroveremo in quest’amicizia. In primo luogo accordiamo al nostro grande Dio la superiorità in tutto, dunque il ruolo essenziale, ma segreto, quello dell’amico più fine, più dotato. Dio ha fatto nascere per bontà la sua amicizia con Lui; saprà con la sua onnipotenza mantenerla, svilupparla. Si curerà di allontanare i pericoli che la minacciano, brusche rotture o stanchezza progressiva.

Le cose devono succedere così durante i nostri tempi di preghiera. La mano che ci riporta o ci trattiene nell’orazione perché non l’abbandoniamo è quella dell’amico più amante di noi, perché più fine di noi.

Quali scambi ci sono tra Dio e noi? quali sono i beni divini che Lui mette a nostra disposizione a titolo di amicizia? Bisognerebbe rispondere con un’enumerazione che necessiterebbe di previe distinzioni. Ma lasciamo questo e menzioniamo soltanto un dono che si colloca in questa soprannaturale amicizia, il dono per eccellenza, l’Eucaristia. 

All’attivo dell’amicizia che Dio ci rivolge, non bisogna mettere al di sopra di tutto l’Eucaristia, dono di Dio, dono che è Dio?

Facciamo un po’ di teologia davanti al tabernacolo. Credo con tutta la mia anima al grande mistero della nostra fede: il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Gesù Cristo, Figlio di Dio, offerto, ricevuto, presente. Offerto durante il sacrificio della Messa, ricevuto con la Comunione, presente realmente e permanentemente nel tabernacolo. Offerto per la mia salvezza e la salvezza del mondo; ricevuto per prepararmi alla vita eterna; presente in permanenza per l’amicizia e per i necessari aiuti. Queste tre funzioni dell’Eucaristia si richiamano le une alle altre. Ognuna in rapporto alle altre due non è inferiore. Queste tre sono ugualmente giustificate e ugualmente necessarie. Colui che non sa quale rischio lo aspetta al termine della vita presente, sottostima l’offerta salutare del Corpo di Cristo; colui che non ha il senso della propria debolezza e della propria solitudine snobba la comunione al Corpo di Cristo; colui che non sa che Dio lo ama, trascura la presenza permanente di Cristo nel tabernacolo. A me piace riconoscere il nostro Salvatore in questi tre aspetti del suo grande mistero. Nell’Eucaristia credo con uguale certezza nella Vittima offerta, nel Pane ricevuto, nell’Amico presente. L’offerta, il nutrimento, la Presenza: tre usi di uno stesso dono in vista della mia salvezza e della salvezza del mondo.

Nutrimento: il primo effetto della Comunione sacramentale è di conferire all’anima la forza di produrre immediatamente atti d’amore per Dio non necessariamente con facilità sensibile, come sempre nella vita spirituale bisogna fare degli sforzi, ma nei momenti che seguono la Comunione i nostri atti saranno più validi perché più aiutati. Quel non senso di buttare al vento e lasciare alle correnti d’aria questi momenti, i migliori per la preghiera di unione, i momenti durante i quali la nostra preghiera ha più grande possibilità di essere realmente unitiva, indipendentemente, lo ripeto, da qualsiasi euforia sensibile. A nostro Signore ricevuto come cibo, la mia preghiera dirà sotto una forma o un’altra: «Amami più di quanto ti amo, dammi più di quanto ti dono, nutrimi fortemente per sostenermi fortemente durante tutto questo giorno».

Presenza reale permanente: è precisamente perché nel tabernacolo Dio non appare che il fedele deve rendere testimonianza della sua presenza, la testimonianza dell’adoratore deve rispondere al silenzio di Dio. Come risultano importuni tutti quelli che amano pregare davanti al tabernacolo quando nel mondo si proclama con i tamburi la morte di Dio! In ogni modo quelli che adorano nell’Eucaristia un Vivente, sono loro stessi ben viventi e io voglio essere di loro. Che gli eventi e gli accidenti di questo mondo non intralcino la nostra facilità di nutrirci dell’Eucaristia e di rendere il nostro culto al divino Corpo di Cristo, alla sua Presenza reale permanente. Ecco tutto ciò che aspetto dalla storia contemporanea e dalla sua evoluzione. Ecco anche ciò che auguro a beneficio di tutti gli uomini. In ordine di importanza le conquiste del progresso sociale e scientifico vengono ben dopo.

L’amicizia comporta sempre una parte riservata al solo amico ad esclusione di qualsiasi altra presenza, questo risulta dalla profondità degli scambi mutui. L’amicizia è dunque necessariamente, da una parte, un mondo chiuso. In questo si distingue dal cameratismo. Ora questa legge regge ugualmente l’amicizia dell'uomo con Dio: quest’amicizia comporta necessariamente una parte di unione personale che niente di comunitario potrà mai soppiantare. Nello stesso modo, nell’amicizia che scende da Dio verso l’uomo, c’è sempre una parte incomunicabile agli altri, la qualità stessa dell’amicizia esige questa riserva, tanto più quando questa qualità ci avvicina all’infinito. Poiché alcune realtà non cambiano mai natura: un tesoro sarà sempre il bene proprio di colui che sa dove si trova e come raggiungerlo, un grande e vero amore andrà sempre da un unico ad un altro unico. Anche quando un unico oggetto dev’essere di tutti, come succede quando si ama Dio, anche in quel caso il mio amore per Dio è strettamente mio. È Dio stesso è mio.

L’offerta: Ma dopo tutto questo cosa diamo a Dio? Se occorrono scambi mutui, dove sta la nostra parte, la parte che portiamo in virtù della quale ci sarà finalmente reciprocità?

Cosa diamo a Dio? Nulla che prima non abbiamo ricevuto. Dio infatti è il nostro Creatore, e la sua azione necessaria si espande in noi e attraverso di noi, persino nel minimo slancio dell’anima. D’altronde, se ci tenete, e perché non siate troppo delusi, diciamo che diamo qualcosa a Dio: la scelta che noi facciamo di Lui come Bene supremo e come Amico. Per la verità questa scelta l’abbiamo ricevuta liberamente in virtù della sottile onnipotenza della Causa primordiale. È tutto!

Non pensate però che questa piccola scelta, questo piccolo dono che versiamo nel fondo comune dell’amicizia sia poca cosa. Se volete considerarlo immaginate queste due ipotesi: durante cinquant’anni vivere fianco a fianco con qualcuno che vi ha veramente scelto con la tenerezza del proprio cuore; o vivere nelle stesse condizioni con chi vi esclude totalmente. Fate bene la differenza e misurerete ciò che rappresenta la scelta che fa un cuore umano. Questa scelta nessuno la può ottenere da noi se non la facciamo spontaneamente. Ora vogliamo riportare questo su Dio! Ancora una volta trovo qui una giustificazione dell’orazione contemplativa. Poiché quando si è scelto Dio, si conserva il proprio tempo per Dio e quante eliminazioni questa scelta porterà in seguito; preferenza che si ammette a spese delle proprie preferenze. Chi si lascia prendere dall’ingranaggio della preghiera contemplativa lo accetta volentieri; lo accetta volentieri perché ha scelto Dio. Ma, in mancanza di questa scelta, ad alcuni cuori umani, la vita sembrerebbe vuota.

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Dal Trattato sulla s. Comunione di P. Luc Vaubert sj

PARTE PRIMA – CAPITOLO SECONDO
Il desiderio di Gesù Cristo nell’Eucaristia è di renderci simili a Lui per animarci ad amarlo più perfettamente

1. L’unione contribuisce all’amore, ma anche la distinzione contribuisce, e l’amore reciproco non può esistere che dove ci siano almeno due persone diverse. Tra i veri amici tutto deve essere uno; tutto, tranne che le loro stesse persone, ma affinché si possano amare occorre che le loro persone si rassomiglino. La rassomiglianza è una delle sorgenti dell’amicizia e della simpatia che lega così dolcemente e fortemente i cuori, altro non è che una conformità d’inclinazioni.

Perché Dio ha creato l’uomo a sua immagine? Per disporlo ad accogliere il grande precetto che doveva donargli, di amarlo con tutto il suo cuore. Perché ha formato Eva così simile ad Adamo? Perché ella doveva diventare la sua sposa e desiderava che si stabilisse tra i due un amore ugualmente tenero e duraturo: «Facciamo un aiuto che gli sia simile» (Gen 2,18). Perché l’amore ci porta ad imitare coloro che noi amiamo e così l’amore si conserva e cresce.

Infine, il reciproco amore dell’Eterno Padre e del suo Figlio Unigenito, è l’origine e il modello di tutti i veri amori e il Verbo è la perfetta immagine del Padre suo e lo specchio senza macchia di tutte le sue adorabili perfezioni. E se la carità trova la sua ultima perfezione in cielo, è che in quell’ultimo giorno noi saremo, secondo l’apostolo s. Giovanni, trasformati in Dio: «Saremo simili a Lui» (1Gv 3,2).

2. Se dunque, anime cristiane, voi desiderate amare Gesù Cristo e farvi amare da Lui, occorre che diventiate simili a Lui ed è mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue che voi gli rassomiglierete. Perché, secondo s. Tommaso, uno dei più grandi benefici prodotti dalla s. Comunione è quello di trasformarci a somiglianza dell’immagine di Dio, cioè di Gesù Cristo.

L’Abbé Tupert (In Exod., II) parla di questo soggetto in un modo molto ingegnoso: «Il demonio – dice lui – tentò i nostri progenitori dicendo loro: “Mangiate il frutto e sarete come degli dèi. Essi gli credettero nonostante Dio li avesse minacciati di morte se ne avessero gustato. Per rimediare a questo disordine, il Salvatore ci “tenta” a sua volta dicendoci: “Mangiate il mio corpo, bevete il mio sangue e diventerete degli dèi. Credendogli, più sulla sua parola che sui nostri sensi che percepiscono le apparenze esteriori del pane e del vino e con una santa e religiosa fede ripariamo all’imprudente e ingiusta credulità di Eva e di Adamo.

In effetti questo pane celeste è di una natura ben differente da quella del pane ordinario: noi non lo cambiamo nella nostra sostanza quando lo prendiamo, ma è esso, al contrario, che ci cambia nella sua sostanza. “Mangiate il mio corpo – disse un giorno il Salvatore a s. Agostino – voi non mi trasformate affatto in voi, Io vi trasformo in Me”

3. Per scendere in maggiori dettagli, noi possiamo rassomigliare a qualcuno in tre dimensioni: nel suo aspetto fisico, nella sua natura e  essenza, e nelle sue azioni.

Si rassomiglia nell’aspetto fisico, quando si ha la stessa taglia, la stessa figura e gli stessi tratti del viso. Si rassomiglia nell’essenza, quando si hanno le stesse capacità e le stesse inclinazioni. SI rassomiglia nelle azioni, quando si agisce motivati dagli stessi principi e dalle stesse finalità. La prima rassomiglianza possiamo chiamarla immagine; la seconda simpatia e la terza, imitazione. Il Salvatore con la s. Comunione ci rende simili a Lui in tre maniere che s. Tommaso spiega attraverso tre belle comparazioni (cf  De Sacr. Alt.).

4. La prima comparazione di cui egli si serve, è quella di un sigillo applicato su della cera molle sulla quale imprime la propria figura. «Quando riceviamo la s. Comunione – dice il santo Dottore – Gesù Cristo imprime il suo corpo come un sigillo sui nostri cuori brucianti dell’amore di Dio, purificati dalla penitenza e inteneriti d’amore per il prossimo, non per essere cambiato in noi, questo sarà impossibile, ma per trasformare noi in Lui e imprimere nelle nostre anime l’immagine della sua bontà e delle sue perfezioni divine». Quando, nel libro dei Cantico dei Cantici, la Sposa invita lo Sposo a metterla come un sigillo sul suo cuore e sul suo braccio (cf Ct 8,6), è il Figlio di Dio, secondo la spiegazione di un grande maestro della vita spirituale, il padre Louis du Pont, che ci esorta alla s. Comunione, per imprimere la sua rassomiglianza nelle nostre anime. Il Figlio di Dio, imprimendo nelle nostre anime l’impronta di Se Stesso, che è l’immagine della sostanza del Padre, restaura l’immagine di Dio sporcata dal peccato e comunica ad esse una bellezza tutta divina. Perché il pane celeste non contribuisce ad imbellire le anime meno di come il buon cibo contribuisca a rendere floridi e belli i corpi. S. Giovanni Crisostomo si spiega mirabilmente intorno a ciò: «Questo sangue – dice parlando della s. Eucaristia – fa brillare in noi l’immagine di Gesù Cristo, comunica all’anima bellezza e nobiltà, e le impedisce, nutrendola, di cadere in debolezza. Questo sangue è la sua salute, esso la purifica, la rende bella, l’abbraccia e la rende più splendente dell’oro e più luminosa del fuoco. Giacché, allo stesso modo che un oggetto immerso nell’oro fuso diventa tutto dorato, così l’anima immersa in questo sangue diventa pura e bella come l’oro». Egli, aggiunge più avanti che un cristiano comunicandosi si riveste del manto reale di Gesù Cristo, o ancora di più, si riveste di Gesù Cristo stesso. Si può descrivere meglio la virtù che ha l’Eucaristia di trasformarci nella rassomiglianza del Salvatore? Possiamo meglio esprimere l’eccellenza e la bellezza di questa rassomiglianza che viene paragonata allo splendore dell’ora e alla luminosità del fuoco? Possiamo noi meglio dichiarare quanto questa immagine si perfetta dicendo che questo Sacramento ci riveste degli abiti e degli ornamenti di Gesù Cristo e che ci riveste di Gesù Cristo stesso?

5. Non solamente, il Salvatore, per mezzo della s. Comunione, restaura in noi l’immagine della sua bellezza, ma si unisce a noi in corpo e in spirito, e comunica anche la sua bontà, le sue inclinazioni e virtù. La pratica dell’umiltà, della pazienza della mortificazione, dell’amore ai nemici, così opposta alle nostre inclinazioni naturali, ci diventa allora facile. Perché dice s. Tommaso, allo stesso modo che una goccia di acqua gettata in un grande recipiente di vino si perde e si confonde così bene che non la si distingue più, tanto essa rassomiglia al vino, così l’anima unita a Gesù Cristo è come quella goccia d’acqua, come una goccia da un secchio (Is 40,15). L’anima prende talmente le inclinazioni di Gesù Cristo, si conforma così perfettamente ai suoi gusti e modi, che sembra proprio cambiata in Lui.

Possiamo prendere questa comparazione dagli usi della Chiesa che mischia sempre un po’ di acqua al vino del calice della consacrazione. Perché questa miscela, secondo s. Cipriano, significa l’unione che i fedeli, rappresentati dall’acqua, contraggono con Gesù Cristo in questo Sacramento, e la rassomiglianza segue naturalmente all’unione.

6. Questo effetto è così proprio all’Eucaristia che l’illustre patriarca di Venezia, s. Lorenzo Giustiniani, ne ricava una prova della presenza reale di Gesù Cristo in questo Sacramento: «Se il corpo del Figlio di Dio – dice lui (Serm. De l’Euchar.), non fosse affatto nell’Eucaristia, come un po’ di pane e del vino potrebbero operare tanti miracoli? Da dove verrebbe questa forza nel corpo e nell’anima? Da dove verrebbe questo rinnovamento dell’uomo interiore, questo fervore della carità, questo gusto così delizioso di dolcezza spirituale, questa abbondanza di pace, questo amore dei beni eterni, questo ardente desiderio di avanzare nelle virtù e questi fervorosi rendimenti di grazie? Per la devota ricezione di questo augusto Sacramento, gli odi cessano, le tensioni si acquietano, le liti cessano, i vizi dispiacciono, si ama la castità e si disprezza la terra. Per mezzo dell’Eucaristia l’uomo diventa tutto un altro, cambia in meglio, non per natura, ma per grazia. Egli ferma la sua lingua, ama il silenzio, si applica alla preghiera, conserva l’unione fraterna, si impegna nella purezza del cuore e in tutto ciò che sa essere gradito a Dio. Giacché questi progressi spirituali non possono essere causati che dalla bontà dello Spirito Santo e l’amabile presenza di Gesù Cristo che opera questi meravigliosi cambiamenti, non ugualmente in tutti, ma secondo le disposizioni di colui che si comunica, e secondo quelle di Gesù Cristo che li realizza nella sua misericordia».

Ma, essendo così, voi che leggete, se siete ancora così imperfetti, se rassomigliate poco a Gesù Cristo, è tutta colpa vostra. Sicuramente, o voi vi comunicate troppo raramente, o vi mancano le disposizioni idonee a far bene la s. Comunione.

7. Quando noi portiamo in noi l’immagine di Gesù Cristo e abbiamo le sue stesse inclinazioni, è naturale che noi imitiamo la sua condotta e che seguiamo i suoi esempi. È questo l’ultimo tocco con cui la s. Eucaristia completa di realizzare la nostra rassomiglianza a Lui. S. Tommaso lo spiega con tre comparazioni simili a quelle due altre di prima, eccole:  «È proprio di un pollone di un buon albero – dice l’ammirabile Dottore – quando esso è innestato su un  albero selvatico, di prevalere su questo per la sua forza naturale e di comunicargli la sua dolcezza togliendogli la sua asprezza e facendogli produrre dei frutti simili ai suoi. Ugualmente, il corpo di Gesù Cristo, innestato, per così dire, in noi, corregge i nostri difetti, ci comunica la sua bontà, e la virtù di produrre foglie, fiori e frutti di giustizia simili a quelli prodotti da Lui stesso. È questo – continua s. Tommaso – che lo Spirito Santo ci insegna per bocca del profeta Ezechiele, quando dice: «Io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami coglierò un ramoscello e lo pianterò sopra un monte alto, massiccio; lo pianterò sul monte alto d'Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico» (Ez 17,22-23). Questo alto cedro è Dio Padre, i suoi rami elevati sono i patriarchi di cui la Vergine Santa è la cima, è la carne di Maria. Lo Spirito Santo pianta questo eccellente germoglio sulla montagna elevata, ogni volta che distribuisce ai fedeli – elevati dalla terra al cielo per mezzo dei loro desideri – il Sacramento del Corpo del Signore. Da questa unione nascono frutti eccellenti. Giacché il cuore di un fedele perde l’amarezza dei suoi vizi per la forza del Sacramento, e produce, sull’esempio di Gesù Cristo, i fiori, i frutti delle virtù e delle buone opere. È per questo che Egli diceva s. Agostino: «Io sono il cibo dei forti». È questo che desidera la Sposa quando diceva: «Attirami dietro a Te» (Ct 1,4), come se lei gli dicesse: «Cambiami in Te per la forza del mio amore e del tuo, unendoti a me, stando nel mio cuore, distruggi quella maledetta radice che produce frutti così amari, affinché la forza della tua dolcezza e della tua bontà prevalga con potenza su di me. È per questo, infine, che s. Paolo dice: «Io vivo, non più io, ma è Gesù Cristo che vive in me» (Gal 2,20)».Tutto questo dice s. Tommaso, ma sembra che abbia preso queste similitudini da s. Dionisi l’Aeropagita, che chiama l’unione che noi contraiamo con Gesù, innesto spirituale (De hier. Eccl., III).

Vedete bene dunque come il Figlio di Dio imprime in noi la sua immagine, ci comunica le sue inclinazioni e ci fa agire come Lui, quando noi lo riceviamo con le dovute disposizioni. Ma se la rassomiglianza produce l’amore reciproco, poteva il nostro Salvatore, per animarci all’amore verso di Lui e così poterci ricambiare moltiplicato il suo amore, inventare un mezzo più efficace dell’adorabile Eucaristia che ci rende così santi e così simili a Lui? Sii sempre benedetto, o mio adorabile Salvatore, per un così grande e inestimabile dono!

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Dal Dialogo della Divina Provviddenza, cap. 111

… O figlia carissima, apri bene l'occhio dell'intelletto per contemplare l'abisso della mia Carità: non v'è creatura dotata di ragione che non si senta sciogliere il cuore per slancio d'amore vedendo, tra gli altri benefici ricevuti da Me, quello che ricevete in questo Sacramento!

Con quale occhio, carissima figlia, tu e gli altri dovrete vedere e contemplare e toccare questo mistero? Non certo con il tatto e la vista corporea, perché tutti i sensi del corpo sono inadeguati. Come puoi osservare l'occhio non vede altro che la bianchezza del Pane, così che le grossolane sensazioni del corpo vengono ingannate; ma non può essere ingannato il sentimento dell'anima purché essa voglia; cioè, purché essa non voglia privarsi da sé il lume della santissima fede a causa della sua infedeltà!

È il sentimento dell'anima, dunque, quello che gusta, vede e tocca questo Sacramento! Con che occhio lo vede? Con l'occhio dell'intelletto, se in esso vi è la pupilla della santissima Fede! Quest'occhio vede in quella bianchezza "tutto Dio e tutto Uomo", la natura divina unita con la natura umana: il Corpo e l'anima e il Sangue di Cristo, Figlio mio Unigenito, l'anima unita al corpo e il corpo con l'anima uniti con la mia natura divina, senza distaccarsi da Me…..

Ma non lo vede soltanto con l'occhio dell'intelletto, bensì anche con l'occhio del corpo, sebbene a causa del lume intensissimo l'occhio corporeo subito perda la capacità di vederlo, onde rimane solo l'occhio dell'intelletto!

Te lo mostrai perché tu ne fossi più illuminata, in occasione della guerra che il demonio t'aveva fatto proprio a proposito di questo Sacramento; e anche per farti crescere nell'amore e nel lume della santissima Fede. Perciò sai che, recandoti in chiesa una mattina all'alba per partecipare alla messa, essendo stata poco prima tormentata dal demonio, ti mettesti diritta davanti all'Altare del Crocifisso; intanto il sacerdote era venuto all'altare di Maria. E tu te ne stavi là a considerare il tuo difetto perché temevi d'avermi offeso per la molestia a te arrecata dal demonio, e a contemplare l'ardore della mia Carità che ti aveva resa degna di partecipare alla Messa – sebbene ti reputassi indegna persino di entrare nel mio Tempio santo – allorché il sacerdote giunse all'atto della consacrazione, tu alzasti gli occhi su di lui.

E mentre egli pronunciava le parole sante della consacrazione, Io mi manifestai a te; e tu vedesti uscire dal mio petto un lume, come il raggio esce dal disco del sole senza tuttavia staccarsene. Entro quel raggio di luce, strettamente ad esso unita, scendeva una colomba, e veniva a colpire l'Ostia in virtù delle parole della Consacrazione pronunciate dal mio ministro. Di fronte a ciò il tuo occhio corporeo non bastò a sopportare la luce, ma ti rimase solo l'occhio dell'intelletto, con il quale vedesti e gustasti l'abisso della Trinità, tutto Me, Dio e Uomo, nascosto sotto il velo della bianchezza. Tuttavia la luce e la presenza del Verbo che tu vedesti mentalmente sotto quella specie, non cancellavano la bianchezza del Pane, né quel Pane era cancellato da Me, perchè non gli veniva tolta la bianchezza, né il poterlo toccare e gustare!

Tutto questo ti fu mostrato dalla mia divina bontà, come ti ho detto. A chi rimase la capacità di vedere? All'occhio dell'intelletto con la pupilla della santissima Fede; così che il vedere spetta principalmente all'occhio dell'intelletto, in quanto questo non può essere ingannato. 

Con l'occhio dell'intelletto dovete contemplare questo santissimo Sacramento!
E chi lo può toccare? La mano dell'Amore….l'Ostia si tocca per fede con la mano dell'Amore, perchè è con l'Amore che Io sono li presente tutto Dio e tutto Uomo, gratuitamente!

E chi lo può gustare? il gusto del santo desiderio. Il gusto del corpo sente il sapore del pane, e il gusto dell'anima sente Me, per mia somma bontà, tutto Dio e tutto uomo!

Vedi, dunque, come i sensi corporei vengono ingannati, ma non è ingannato il sentimento dell'anima: questa viene assicurata e illuminata in se stessa, perchè l'occhio dell'intelletto ha visto e gustato con la pupilla della santissima fede.

E poiché vide, conobbe, e perciò lo tocca con la mano dell'Amore, poichè ciò che ha visto ora tocca, vive per amore e per fede! E con il gusto dell'anima, unito all'ardente desiderio, assapora la mia infuocata Verità.

Vedi, dunque, come dovete ricevere e contemplare questo Sacramento, non soltanto col sentimento corporeo, ma col sentimento spirituale, disponendo il sentimento dell'anima a riceverlo e a gustarlo, come ti ho detto.

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6   
COME I SACERDOTI NON IMPAZZISCONO  –  LA COMUNIONE SPIRITUALE
Dal DIARIO DI S. VERONICA GIULIANA. UN TESORO NASCOSTO

[I.84] Ogni volta che mi comunicavo, sentivo accendermi il desiderio di volere quanto prima comunicarmi di nuovo, e facevo detta Comunione per ringraziamento della medesima, e l'applicavo per preparazione per la Comunione che dovevo fare tra pochi giorni. La notte avanti di comunicarmi, non era pericolo di poter riposare. Tutta la notte la passavo in orazione, in penitenze e stavo un poco, e invitavo il Signore. Oh! Dio! Delle volte con questi inviti facevo poi bene spesso le comunioni spirituali e vi sentivo tal gusto e tali effetti, come fossi stata comunicata corporalmente. Appena lo chiamavo che subito lo sentivo dentro del cuore. Io non capisco e non potevo comprendere come potevate fare voi sacerdoti a tenere quel Dio fra le vostri mani e non impazzire d'amore.  Questo solo pensiero facevami uscire di me. Molte volte ne avevo così ardente desiderio e lo dicevo al confessore; ma esso, che doveva conoscere che non fosse puro desiderio, mi privava della Comunione; ed io lo sentivo e non poco*. Offerivo a Dio quell'atto di obbedienza. Così restavo con pace come se fossi comunicata. Più volte, nell'atto che stavo per comunicarmi il confessore mi discacciava, perché doveva forse vedere che non ero preparata a ciò. Ed in effetti facevo un poco riflessione, e conoscevo che non ero degna di tal grazia. Ma oh! Dio! quanto mi dispiacesse per altro canto non posso con la penna spiegarlo. Bensì che tanto ero contenta, perché facevo quell'atto di obbedienza. E qualche volta, dopo che il confessore mi aveva così scacciata e non voleva darmi la santa Comunione, la facevo spiritualmente ed il Signore mi si comunicava come se l'avessi fatta corporalmente. Si faceva sentire e dicevami: Mia cara, io ho avuto sommo gusto di questo tuo disgusto. Ma sta posata, ché son venuto da te. Mi faceva capire per via di comunicazione che, se io volevo stare tutta disposta al suo volere, stessi morta a quanto mi comandava chi stava in suo luogo. Nell'obbedienza pronta facevo la sua volontà.

[I.6] Di questo divin Sacramento avrei voluto che tutti ragionassero, acciò una volta avessero ben penetrato questa grande invenzione di amore che ha trovato Iddio per restare con noi per cibo delle anime nostre, a nostro pro! Oh! Dio! È un punto che fa impazzire il sol pensarci. Oh! pensate chi lo riceve con sentimento! E chi con vero sentimento lo tiene nelle mani come voialtri sacerdoti! Io penso che non siate in voi in quell'atto della consacrazione, oppure vi sentiate mutati in un Dio medesimo. Son dell'avviso che diveniate come fuoco, e, tenendo fra le mani il divino amore, penso che abbruciate tutti, e che non possiate spiegare con parole quanto in quel punto fa ed opera il divino facitore nelle anime vostre.

Io delle volte fra me faccio un poco di discorso, e vado pensando che, se davvero ci pensassimo a questa opera divina, certo che si impazzirebbe per la veemenza e forza che dà un tanto amore. Oh! Dio! Il nostro cuore diviene tempo della Santissima Trinità. Si può dire di esso in quell'atto della Comunione: Ave templium totius Trinitatis [Ave, o tempio di tutta la Trinità]. Quello che mente umana non può capire, viene ad intrinsecarsi ed unirsi colle anime nostre, e farsi una stessa cosa con noi. E chi mai non si risolverà ad amare chi tanto ci benefica e ci ama? E come si ha da fare per riposare la notte avanti, chi pensa a ciò? Io non credo che si abbia voglia del riposo del corpo, ma che tutti i nostri pensieri siano, come si può fare per prepararsi ad un tanto bene. Io pe me credo che voialtri sacerdoti non dormite mai né possiate cibarvi d'altro cibo che di cose spirituali. Credo che qui solo troviate il vostro sostentamento, e questo divinissimo cibo del Sacramento sia a tuti voi sostentamento vitale, che non gustiate altro. E mi pare anche a me, ché il giorno di Comunione non ho bisogno d'altro cibo. Se pure piglio un boccone di pane, lo faccio per non dare ammirazione e per obbedire: del resto non ho bisogno di altro cibo. E questo che dico ora, è un pezzo che mi sento così, ed è anche di presente lo provo. Con tuttoché mi trovo nello stato che loro sanno, tanto il divino Sacramento mi fa quanto qui dico. Non sto a dire altro, perché sopra questo sol punto vi vorrebbero fogli sopra fogli per raccontare tutto quello che esso divino amore fa colle anime nostre in questo divino mistero. Ho detto queste quattro parole: non mi sono accorta d'aver detto ciò, e non so come mi siano entrate in questo racconto. Sia tutto a gloria di Dio e per adempire il suo santo volere

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* A quei tempi non era concessa la partecipazione quotidiana all'Eucaristia.

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Discorso di Benedetto XVI nel sessantacinquesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale, 28 giugno 2016

Santo Padre, cari fratelli,

65 anni fa, un fratello ordinato con me ha deciso di scrivere sulla immaginetta di ricordo della prima Messa soltanto, eccetto il nome e le date, una parola, in greco: “Eucharistómen” ( Ευχαριστούμεν ), convinto che con questa parola, nelle sue tante dimensioni, è già detto tutto quanto si possa dire in questo momento. “Eucharistómen” dice un grazie umano, grazie a tutti. Grazie soprattutto a Lei, Santo Padre! La Sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, interiormente. Più che nei Giardini Vaticani, con la loro bellezza, la Sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto. Grazie anche della parola di ringraziamento, di tutto. E speriamo che Lei potrà andare avanti con noi tutti su questa via della Misericordia Divina, mostrando la strada di Gesù, verso Gesù, verso Dio.

Grazie pure a Lei, Eminenza [Cardinale Sodano], per le Sue parole che hanno veramente toccato il cuore: “Cor ad cor loquitur”. Lei ha reso presente sia l’ora della mia ordinazione sacerdotale, sia anche la mia visita nel 2006 a Freising, dove ho rivissuto questo. Posso solo dire che così, con queste parole, Lei ha interpretato l’essenziale della mia visione del sacerdozio, del mio operare. Le sono grato per il legame di amicizia che fino adesso continua da tanto tempo, da tetto a tetto [si riferisce alle loro abitazioni che sono in linea d’aria vicine]: è quasi presente e tangibile.

Grazie, Cardinale Müller, per il Suo lavoro che fa per la presentazione dei miei testi sul sacerdozio, nei quali cerco di aiutare anche i confratelli a entrare sempre di nuovo nel mistero in cui il Signore si dà nelle nostre mani.

“Eucharistómen”: in quel momento l’amico Berger voleva accennare non solo alla dimensione del ringraziamento umano, ma naturalmente alla parola più profonda che si nasconde, che appare nella Liturgia, nella Scrittura, nelle parole “gratias agens benedixit fregit deditque”. “Eucharistómen” ci rimanda a quella realtà di ringraziamento, a quella nuova dimensione che Cristo ha dato. Lui ha trasformato in ringraziamento, e così in benedizione, la croce, la sofferenza, tutto il male del mondo. E così fondamentalmente ha transustanziato la vita e il mondo e ci ha dato e ci dà ogni giorno il Pane della vera vita, che supera il mondo grazie alla forza del Suo amore.

Alla fine, vogliamo inserirci in questo “grazie” del Signore, e così ricevere realmente la novità della vita e aiutare per la transustanziazione del mondo: che sia un mondo non di morte, ma di vita; un mondo nel quale l’amore ha vinto la morte.

Grazie a tutti voi. Il Signore ci benedica tutti.

Grazie, Santo Padre.

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Il sacerdote fa incarnare Gesù nell'ostia; ma poiché il sacerdote durante la celebrazione è Gesù stesso, quando offre l'ostia al Padre, offre necessariamente anche se stesso, poiché essendo trasformato in Gesù, è come Lui ostia e vittima.

E una volta passato il momento del sacrificio, resta Gesù incarnato in lui misticamente; resta in lui quel Gesù che fa sì che il sacerdote sia Gesù, in forza di quell'unione trasfomante che è, in maggiore o minore misura, l'Incarnazione mistica.

Purtroppo il sacerdote non se ne rende conto, non riflette su questo; eppure nessun'anima come la sua ha la sua peculiarità – in forza della grazia di stato, cioè dell'unzione ricevuta nell'Ordinazione come dono dal Cielo – di giungere alla perfetta trasformazione in Cristo mediante l'Incarnazione mistica del Verbo in lui. L'Incarnazione mistica determina la trasformazione e questa trasformazione, a sua volta, apre all'Incarnazione mistica in grado più o meno elevato.

Per il sacerdote è questo il mezzo più efficace e più santo per giungere alla trasformazione in Lui. Infatti quando il Verbo si impossessa dell'anima, questa si perde nel Verbo, come una goccia d'acqua si perde nel mare, come il Sole divino assorbe la luce. L'immensità del mare assorbe la goccia e il Sole divino il raggio di luce proprio come il Verbo assorbe l'aniima che da Lui ha avuto origine. La divinità del Verbo assorbe ciò che di divino c'è nell'anima e la divinizza, la converte in Lui e la perde in Lui.

Il sacerdote riceve quotidianamente nella Messa il riverbero del mistero dell'incarnazione. Purtroppo molto spesso non gli dà peso, lo offusca, lo opacizza con gli assilli terreni o esteriori, e può addirittura giungere a estinguerlo con il peccato. Ma il sacerdote che accoglie e potenzia, con la sua corrispondenza alla grazia, questo dono di Dio, è il più idoneo a ricevere e ad accrescere l'inestimabile grazia eminentemente sacerdotale, grazia per eccellenza di mutua donazione, grazia insigne, trasformante e unitiva che attrae la Trinità, poiché il Verbo – in quanto Persona divina – non può separarsi nè dal Padre né dallo Spirito Santo, che sono una sola essenza con Lui

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CONCHITA CABRERA  ARMIDA
Sacerdoti di Cristo
Città Nuova,427-428

Conchita (1862 †1937): «un caso unico nella mistica di oggi»; «una bellissima anima, molto semplice, affascinante agli occhi di Dio e degli uomini», «donna misteriosa e vicina». Sposa e madre di nove figli, nonna, scrittrice mistica, fondatrice delle Opere della Croce, anima privilegiata dotata di un messaggio per l'intera Chiesa e per gli uomini di oggi, [Clicca qui per saperne di più]

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Estratto da una conferenza di Maria Campatelli presentata durante il Convegno Teologico:
Le ispirazioni della vita nello Spirito Santo: dall'individuo alla persona – Luglio 2015

[L’intera conferenza si può ascoltare cliccando l’icona del play sposta sotto]

“Erano uniti” come diceva Atti 2,1, “epituautonello stesso luogo” . Nel cenacolo i discepoli aspettano paurosi che succeda qualcosa. Arriva lo Spirito “nello stesso luogo” e questo “stesso luogo” è stato sempre identificato dai Padri come lo spazio del Signore Risorto. Nella Tradizione Armena il cenacolo si chiama “la stanza del mondo”. Allora l’Eucaristia in questo spazio del Signore Risorto è il solo momento della storia dove il Corpo personale di Cristo, che è il corpo appunto del Signore Risorto escatologico, il Corpo della Chiesa, il Corpo Eucaristico, coincidono.

Nell’Eucaristia la Chiesa non fa semplicemente la memoria di un evento storico, ma compie un atto escatologico, contempla la propria natura escatologica: questo modo trinitario di esistenza che a noi ci è stato comunicato definitivamente realizzato. La Chiesa è veramente se stessa solo quando celebra l’Eucaristia, perché quando la Chiesa celebra si vede nel suo stato definitivo. E quindi è il luogo in cui la Chiesa diventa quello che è. La nostra cittadinanza del Regno nell’Eucaristia non è solo un radunarsi: noi ci raduniamo in questo stesso luogo, ma questo radunarsi nello stesso luogo diventa un movimento, diventa una progressione verso il futuro, verso la realizzazione di questo Regno.

Noi viviamo già la verità di quello che in maniera germinale siamo già nel futuro e dal futuro questa realtà ci è data da partecipare oggi. È chiaro che ogni liturgia è un passaggio perché nello spazio della Celebrazione io mi incontro come sarò nel futuro, come sarò in Dio. Io mi incontro la Maria Campatelli nascosta con Cristo in Dio e questo incontro in qualche maniera è un giudizio sulla Maria Campatelli fenomenica arrivata all’assemblea Eucaristica è un passaggio verso questa nuova Maria. L’esperienza della Comunione, l’esperienza del Regno mi fa fare un passo avanti e a noi tutti insieme. Rappresenta una tappa in questo cammino del popolo di Dio verso questo futuro che ci aspetta. Ogni liturgia è una Pasqua, un passaggio. Noi siamo quello che siamo nell’Eucaristia. E nell’Eucaristia diventiamo sempre di più quello che noi già siamo agli occhi di Dio. 

Allora vedete anche questa è una cosa interessante in questo cammino dall’individuo alla persona. La forma formans, la forma formatrice di quello che noi siamo dove la troviamo? La troviamo nella Piazza d’oro della Gerusaleme del cielo (Ap 21,21). La forma formatrice della nostra storia, del nostro divenire è nel futuro in cui noi siamo radicati con la liturgia. Noi viviamo radicati nel futuro, ispirati dal futuro da cui traiamo la nostra verità. La memoria del futuro, ecco allora la forma per una visione d’insieme della vita dell’uomo. Formazione, formazione permanente, crescita nella propria vocazione personale comunitaria, dove la radichiamo se non in questa visione? La nostra realtà è quella che noi già siamo in Cristo. È quello che è già custodita in Lui, quella che è già nascosta in Lui. Io guardandomi in Lui personalmente, e noi tutti guardandoci in Lui abbiamo la meta del nostro divenire. La visione di quella che siamo già nella realtà e troviamo la forza per trasformare il nostro quotidiano alla misura di questa visione. 

La liturgia è una visione. La persona è una realtà escatologica perché se la persona è quella realtà che immerge dalla comunione io sono persona in Dio già realizzata, ma io non sono ancora persona perché ho tante cose che mi dividono dagli altri. Ho tante ombre che io getto sugli altri e che mi impediscono una comunione piena. Io sono in un processo per diventare persona e lo divento sempre più nella misura in cui cadono le barriere che mi isolano dagli altri.  Dipendono appunto, siccome la comunione non sono in grado di crearla, dipendono da questo processo di sinergia che io metto in atto con lo Spirito di Dio che è lo Spirito di comunione. 

Per questo noi non sappiamo alla fin fine chi siamo e la nostra identità è legata a questa misteriosa pietruzza bianca dell’Apocalisse (Ap 2,17) che Dio ci darà al momento dell’incontro con Lui, quando cadranno tutte le barriere che ci separano dagli altri. Lo Spirito fa discendere questi doni dal futuro, dalle realtà ultime come nuovi eventi. Non li fa emergere dalla storia come un dato; quindi qualcosa che noi costruiamo su quello che siamo, su quello di cui noi ci impossessiamo. L’esperienza liturgica è questa partecipazione mediante l’anticipazione a questo Regno che sta nel futuro e che noi accogliamo e di cui noi possiamo già godere finora le primizie.

Maria Campatelli

Nata nel 1962 a Poggibonsi in Toscana, Maria Campatelli fa parte dell'équipe del Centro Studi e Ricerche «Ezio Aletti». Si occupa dell'Oriente cristiano ed è sua convinzione che le tradizioni delle Chiese orientali sollecitate dalle domande presenti nel mondo contemporaneo, possano contribuire a rendere feconda la pastorlae della Chiesa nel mondo occidentale. È direttrice dell'Editrice Lipa schermata-2016-01-01-alle-11-11-19

 

 

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