ARCHIVIO TESTI

ARGOMENTI

AMICIZIA SPIRITUALE Teresa d’Avila
AMULETI Teresa d’Avila
ATTACCHI DIABOLICI Ignazio di Loyola
AUTORITÀ VFC Congregazione Istituti Religiosi
BELLEZZA VITA CONSACRATA Giovanni Paolo II Simone il Nuovo Teologo
CENA INTIMA Jean Lafrance
CONSOLAZIONI / DESOLAZIONI Teresa d’Avila
CONTRIZIONE Ciò che ci manca per essere contriti
DESIDERIO DI DIO Anselmo da Aosta
DIO NASCONDE LE COLPE Teresa d’Avila
DIREZIONE SPIRITUALE Il direttore deve spingere a correre
ESEMPIO DEI SANTI Teresa d’Avile
FIDUCIA  Teresina di Lisieux
Necessita dello spirito di fede
Nuotare senza salvagente
GRAZIA DI STATO Jean Lafrance
IMPURITÀ SPIRITUALI Jean Lafrance
MIRACOLI Messalino
ORAZIONE DEFINIZIONE Teresa d’Avila
ORAZIONE E IMMAGINAZIONE Teresa d’Avila
ORAZIONE E IL TEMPO PER FARLA Teresa d’Avila
PENITENZE Ignazio di Loyola
Preferire i doni
PAURA DI CHIEDERE Jean Lafrance
POPOLO DI DIO Potissimum Institutioni
PORTARE LA CROCE Jean Lafrance
PREDICATORE Eliminare il telegrafista
PRESENZA DI DIO Gesù ci insegna a vivere in questa presenza
PURIFICAZIONE DELLA MEMORIA Jean Lafrance
SEGNO DI ANIMA NON PURIFICATA Cassiano
SENSI SPIRITUALI Agostino di Ippona
Antonio Gentili
Citazioni bibliche
STACCARSI DAL SALVAGENTE Jean Lafrance
UMILTÀ Jean Lafrance
Umiltà della Vergine Maria
Umiltà e umiliazioni
Rallegrarsi nelle fragilità
VISIONI INTELLETTUALI Teresa d’Avila

RALLEGRARSI NELLE FRAGILITÀ
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 67.
Questo atteggiamento di abbandono si applica anche alla nostra debolezza e ci invita a rallegrarci, perché attraverso la nostra miseria che si manifesta la potenza di Dio. Non è un incoraggiamento alla passività, ma un atteggiamento di supplica, affinché Dio con la sua potenza ci liberi e ci sollevi dalla nostra debolezza senza che per questo essa smetta di essere tale. Teresa di Lisieux spiega molto bene a sua  sorella Celina come sia giusto che ella ami a sua miseria e si abbandoni a Dio: «Perché spaventarti di non poter portare questa croce senza cedere? Gesù sulla via del Calvario è caduto ben tre volte, e tu, bambina, non vorresti assomigliare al tuo Sposo, non vorresti cadere cento volte, se fosse necessario, per provargli il tuo amore rialzandoti con più forza di prima?» (L 81)

E ancora: «E noi vorremmo soffrire generosamente, grandemente… Che illusione!… Vorremmo non cadere mai? Che mi importa, o Gesù, di cadere ad ogni istante, vedo in questo la mia debolezza ed è un grande guadagno per me. Tu vedi con ciò quello di cui sono capace e così sarai obbligato a portarmi fra le tue braccia… Se non lo fai, vuol dire che ti piace vedermi per terra… perciò non me ne inquieterò ma tenderò sempre verso di te le mie braccia supplichevoli e piene d’amore! Non posso credere che mi abbandoni!» (L 89).
N.B. per ulteriori approfondimenti vedi anche Teresa di Lisieux, Nascondersi fra le braccia di Dio, Gribaudi, Milano 1994

 

PREDICATORI
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 86.
In un certo senso ogni predicatore è portatore di un buona notizia, egli deve consegnare un telegramma ai suoi uditori, e questi hanno l’obbligo assoluto di ricevere il messaggio eliminando il telegrafista

CIÓ CHE CI MANCA PER ESSERE VERAMENTE CONTRITI
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 84.
Quello che ci manca per avere il cuore contrito non è l’evidenza dei nostri peccati e neppure il desiderio di donarci a Dio o di amarlo di più, bensì la rivelazione lacerante (come quella che viene offerta agli uomini alla vista di Cristo in croce) dell’amore infinito di Dio per noi e dell’indicibile crudeltà della nostra indifferenza nei suoi confronti……
La ferita nel fianco di Cristo è lo squarcio attraverso cui si accede all’amore infinito di Dio. nello stesso tempo scopriamo il nostro profondo peccato, che consiste nell’ignorare la sua tenerezza

SEGNO DI UN’ANIMA N0N PURIFICATA
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 40.
Un segno che l’anima non è ancora del tutto purificata, diceva Cassiano, è la mancanza di compassione per i peccati degli altri, il desiderio di emettere nei loro confronti un giudizio severo.

AMICIZIA SPIRITUALE
Teresa d’Avila, Libro della vita, 7,20-21

“Perciò consiglierei a coloro che praticano l’orazione, specialmente al principio, di cercare l’amicizia e la conversazione di quelle persone che attendono allo stesso esercizio. E’ cosa di grande importanza, anche se non si tratti d’altro che d’aiutartarsi scambievolmente, tanto più, poi, che ci sono tanti vantaggi. Io non so perché, se in materia di conversazione e affetti umani, anche non molto convenienti, si cercano amici con cui confidarsi e con cui godere di raccontare vani piaceri, non si debba permettere a chi comincia con sincerità ad amare e a servire Dio, di parlare con qualche persona delle proprie gioie e delle proprie pene, avendo di tutto quelli che si dedicano all’orazione. Giacché, se è sincera l’amicizia che l’anima vuole avere con Sua Maestà, non deve avere timore di vanagloria: respingendola al primo attacco, ne uscirà con merito. Io credo che chi agirà con questa retta intenzione, gioverà a sè e a coloro che l’ascoltano, e ne uscirà più edotto; anche senza sapere come, sarà d’insegnamento ai suoi amici.
Chi parlando di ciò sentisse vanagloria, la sentirà ugualmente nell’ascoltare devotamente la Messa in pubblico, e nel fare altre pratiche… Ciò è di così grande importanza per le anime che non sono consolidate in virtù, avendo esse tanti nemici e amici che la incitano al male, che io non so come raccomandarlo. Mi sembra che il demonio si sia servito di questo stratagemma per un fine che gli sta molto a cuore: fare in modo che le anime si sottraggano a che si conosca la loro sincera intenzione di amare e di piacere a Dio, così come fa di tutto perché si scoprano certe disoneste affezioni che già sembra siano talmente  in uso – a quanto fa vedere – da ritenersi un’eleganza, e siano rese pubbliche le offese che si fanno a Dio.
…… oggi si serve Dio in modo così superficiale che è necessario che coloro che lo servono si aiutino a vicenda per progredire, visto che sembra cosa buona andar dietro alle vanità e ai piaceri del mondo. Infatti ben pochi fanno caso di chi persegue tali vanità; se però qualcuno comincia a darsi a Dio, ci sono tanti pronti a mormorare. Perciò è necessario procurarsi compagnia per difendersi, almeno finché si acquisti tanta forza che non pesi il patire, altrimenti si ci trova in grandi angustie.

AMULETI
Teresa d’Avila, Libro della vita, 5,5-6
“… ma vidi che il pover’uomo non aveva tanta colpa, perché quella donna sciagurata gli aveva fatto alcuni sortilegi mediante un piccolo idolo di rame, che gli aveva raccomandato di portare al collo per amor suo, e nessuno era riuscito a farglielo togliere. A dire il vero, io non credo a queste storie di sortilegi, ma dico quello che ho visto per avvvisare gli uomini dal guardarsi dalle donne che cercano di adescarli in tal modo…  Per farmi piacere, invero, si decise a darmi l’idoleto, che io fece gettare subito nel fiume. Appena ne fu liberato, cominciò – come a svegliarsi da un sonno – a ricordarsi a poco a poco di tutto quello che aveva fatto in quegli anni e, spaventato di se stesso, dolendosi della sua perdizione, finì col detestarla”.

ATTACCHI DIABOLICI
Ignazio di Loyola
Adrian Adrianssens, autore di Le ispirazioni divine, aveva chiesto consigli sul perché un religioso, di notte, avrebbe subito attacchi diabolici. Ignazio, ammalato, incaricò Polanco di dare una risposta: «Molti credono che a loro capitino molti fatti, i quali in realtà avvengono nel loro interno, nella loro immaginazione, e che provengono molto meno da cattivi spiriti che da qualche apprensione naturale o ispirata dall’esterno» (Epp VII,300). In un secondo momento Ignazio stesso ha precisato: «Non agitarsi, non sobbalzare per questi rumori, non perdere il sonno per questo; il demonio nulla può senza il permesso di Dio; se però alcuni di questi spaventi provenisssero dal temperamento fisico portato alla malinconia, si provveda a consultare il medico» (Epp VII,576).
Esercizi Spirituali – Ricerca sulle fonti  a cura di Pietro Schiavone sj EE 32 nota 2

AUTORITÀ
“Vi preghiamo fratelli di aver riguardo per quelli che faticano tra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e carità, a motivo del loro lavoro” (1 Tess 5,12-13). La comunità cristiana non è infatti un collettivo anonimo, ma è dotata, fin dall’inizio, dei suoi capi, per i quali l’Apostolo chiede considerazione, rispetto, carità. VFC 48.

CENA INTIMA
Jean Lafrance, Preferire Dio,Gribaudi, 11.

C’è una cena intima che Gesù condivide con noi nella stanza superiore della nostra anima e che può essere celebrata in qualsiasi momento in modo invisibile. Tutte le cose più audaci che i mistici descrivono a proposito dell’unione rinnovatrice si realizzano nell’Eucaristia, se solo accettiamo di crederci e di non frapporre ostacoli a questa invasione. Non siamo soltanto invitati a sedere a tavola con il Creatore, ma ad essere partecipi della sua vita intima: Non che alcuno abbia mai visto il Padre… Come io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me (Gv 6,46.57)

 

CONSOLAZIONI/DESOLAZIONI
Teresa d’Avila, Libro della Vita, 11,3
“L’anima che comincia a inoltrarsi risolutamente in questa via dell’orazione mentale e può riuscire a non far molto caso né delle consolazioni né degli sconforti che prova quando il Signore le condede o le nega questi piaceri e tenerezze, ha già percorso gran parte del cammino. Non tema di dover tornare indietro, per quanto possa inciampare, perché ha cominciato ad erigere il suo edificio su salde fondamenta. E’ certo che l’amore di Dio non consiste nel versare lacrime né nel provare questi piaceri e tenerezze – che comunemente desideriamo e con i quali ci consoliamo – ma nel servire Dio con giustizia, con fortezza d’animo e umiltà. Ricevere di più mi sembra lo stesso che  dar nulla da parte nostra”.

DESIDERIO DI DIO
Anselmo da Aosta, Lit. Or. Uff. Lett.  Venerdì I Avvento

Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco: non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti, che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti.

FIDUCIA
Teresina di Lisieux
Oh come sono felice di vedermi imperfetta e d’aver tanto bisogno della misericordia di Dio nel momento della morte. – NV 27 lu. -344
Si potrebbe credere che proprio perchè non ho peccato, io abbia una fiducia tanto grande nel Signore. Dica bene, Madre mia che, se avessi commesso tutti i crimini possibili, avrei sempre la stessa fiducia, sentirei che questa moltitudine di offese sarebbe come una goccia d’acqua gettata in un braciere ardente. – NV 11 lu. -332-333
Quando ho commesso una mancanza che mi rattrista, so bene che la tristezza è la conseguenza della mia infedeltà. Ma crede lei che io mi fermi lì? Oh no, non sono così sciocca! Mi affretto a dire al buon Dio: «Dio mio, so che questa tristezza me la sono meritata: ma permettetemi di offrirvela ugualmente, come una prova che voi mi mandate per amore. Deploro il mio peccato, ma sono contenta di avere questa sofferenza da offrirvi. – NV  3 luglio – 326-327
Essere piccoli, vuol dire anche non attribuire affatto a noi stessi le virtù che pratichiamo, non crederci capaci di nulla, ma riconoscere che Dio misericordioso pone il tesoro delal virtù in mano al suo bimbo, perché questi se ne serva quando ne ha bisogno; ma il tesoro è sempre di Dio. Infine, è non perdersi d’animo per le proprie mancanze, perrché i bimbi cadono spesso, ma sono troppo piccini per farsi un male grosso. – NV  6 agosto – 354
Mia cara Madre, adesso vorrei dirle che cosa intendo per «effluvio dei profumi» dell’Amato. Poiché Gesù è salito al cielo, posso seguire solo le tracce che egli ha lasciate, ma sono tracce così luminose, così profumate! Se appena do un’occhita al Santo Vangelo, respiro il profumo della vita di Geù, e so da quale parte correre… Non mi slancio verso il primo posto, ma verso l’ultimo; invece di farmi avanti insieme al fariseo, ripeto pieno di fiducia, la preghiera umile del pubblicano [Lc 18,9-13]  soprattutto seguendo l’esempio della Maddalena. La sua audacia stupefacente, o piuttosto amorosa, che incanta il Cuore di Gesù [Lc 7,37-50],  seduce il mio. Sì, lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, col cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Geù, perché so quanto egli ami il figliuol prodigo che ritorna a lui. Non perché il Signore, nella sua misericordia preveniente, ha preservato la mia anima dal peccato mortale, io m’innalzo a lui con la fiducia e con l’amore.  [Dopo queste parole ella non poté più scrivere nulla]. MA 339 (p. 307)
Vivere d’amore è sbandire ogni tema, ogni ricordo dei passati errori. Non vedo nemmeno l’impronta d’uno dei miei peccati, ciascuno è svanito nel fuoco divino. Fiamma sacra, dolcissima fornace, del tuo focolare io fo la mia stanza.  CP 9,6 – p.  827.

FIDUCIA NECESSITA DELLO SPIRITO DI FEDE
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 26-27
Cristo si consumava dal desiderio di offrirsi a Dio proclamando la propria dipendenza da lui. In cielo può farlo nella gloria, ma sulla terra ha dovuto usare il linguaggio dell’umiltà e della povertà In questo senso, per avere fiducia in Dio, occorre essere umili e poveri e non contare più sulle proprie forze. La nostra fiducia sarà commisurata alla nostra umiltà, perché per avere fiducia è necessario non guardare più a se stessi, ma unicamente a Dio e a quello che egli vuole da noi.

La difficoltà è la stessa che si incontra nell’umiltà: in entrambi i casi bisogna privilegiare la dimensione passiva del nostro spirito, quella che ha il compito di accogliere, aspettare e obbedire.
Lo spirito di fede è l’esatto contrario della caparbietà (Così come l’umiltà è l’opposto dell’orgoglio), poiché comporta la rinuncia a decidere di testa nostra per accettare la guida di un Altro. Invece di fidarci di noi stessi, ci si affida all’Altro ed è per questo che il nostro spirito deve accettare la volontà dell’Altro con una buona dose di passività. Ciò che conta nella fede non è un certo tipo di verità, ma la straordinaria docilità con cui aderiamo ad essa.
…… Parlando dell’annuncio del Vangelo, Paolo dirà che ha ricevuto la missione di ottenere l’obbedienza alla fede (Rm 1,5). La fede è quindi la risposta alla parola di Dio e impegna l’uomo in tutta la sua persona.
Per questo è sempre obbedienza, poiché implica la libera sottomissione dell’uomo a Dio, il quale si rivela fedele e veritiero e, rinnovando l’uomo, lo rende capace di obbedire alla sua volontà.

FIDUCIA NUOTARE SENZA SALVAGENTE
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 33.
Dobbiamo imparare a nuotare bene come i santi. Siamo dei principianti che usano il salvagente e Dio ci sostiene come fa il maestro di nuoto. Allora ci sembra di saper nuotare, ci sentiamo sicuri, ma ogni tanto l’istruttore lascia andare un po’ la corda e noi andiamo subito a fondo. Siamo così ciechi nei confronti della fiducia vera che troviamo normale avere quei momenti di panico tutte le volte che le acque sono agitate. Bisogna dire apertamente che tutto ciò non è affatto normale. Dio può liberarci dalle nostre paure fin dalle prime bracciate e il senso di sollievo e di pace che proveremo non sarà opera nostra, ma frutto dell’intervento di Cristo.

DIREZIONE SPIRITUALE
Il Direttore deve spingere a correre.
“… e ligi al prudente consiglio di un maestro, badando, però, che sia tale da non insegnarci a camminare come tartarughe e da accontentarsi che l’anima si mostri capace solo di cacciar lucertoline. l’umiltà sia sempre tenuta presente, per rendersi conto che tali forze non possono provenire da noi.
Ma occorre capire bene come debba essere questa umiltà, perché credo che il demonio arrechi molto danno alle persone che praticano l’orazione, cui impedisce di progredire notevolmente, dando loro una falsa idea dell’umiltà, con il far apparire superbia i grandi desideri, il volere imitare i santi e l’anelare al martirio. Dice subito o fa capire che le azioni dei santi sono cosa da ammirarsi ma non da imitarsi da noi che siamo peccatori.
Anch’io dico lo stesso, ma dobbiamo distinguere bene ciò che è da ammirare da ciò che è da imitare… Ma abbiamo cuori così gretti, che ci sembra debba mancarci la terra sotto i piedi non appena decidiamo di trascurare un poco il corpo e darci allo spirito. Inoltre, ci sembra che aiuti il raccoglimento avere tutto quello che è necessario, perché le preoccupazioni turbano l’orazione. Mi addolora che si abbia così poca fiducia in Dio e così grande amor proprio da lasciarsi turbare da tali preoccupazioni. Ed è danno ad altre grandi cose di molta più importanza. E nel nostro cervello presumiamo di essere spirituali!
Ora, a me sembra che con questo modo di procedere s’intenda conciliare il corpo con l’anima per non perdere la pace quaggiù e godere lassù di Dio. E così sarebbe in effetti, camminando con giustizia e conformati a virtù, ma si avanzerebbe a passo di lumaca, con il quale non si arriverebbe mai alla libertà! – Teresa  d’Avila, Vita, 19, 3-4

DIO NASCONDE LE COLPE
Teresa d’Avila
“Molte volte, pensando piena di ammirazione, alla infinita bontà di Dio, la mia anima si dilettava di vedere la sua grande magnificenza e misericordia. Sia egli sempre benedetto, avendo io constatato chiaramente che non tralascia di premiare, anche in questa vita, ogni mio buon desiderio. Per quanto meschine e imperfette fossero le mie opere, questo mio Signore le andava migliorando, perfezionando e avvalorando, e subito occultava colpe e peccati. Permette anche, Sua Maestà, che si accechino coloro che li hanno visti commettere e glieli toglie dalla memoria; indora le colpe; fa risplendere una virtù che egli stesso pone in me, quasi costringendomi a mantenerla” – Vita, 4,10.

“Oh mio Dio se dovessi raccontare tutte le occasioni da cui in quegli anni il Signore mi libera e come io tornassi a invischiarmi in esse, e i pericoli a cui mi sottrasse di perdere completamente la reputazione! Io, sempre a operare in modo da rivelarmi epr quella che ero, e il Signore sempre a coprire le mie colpe e a mettere in luce qualche piccola mia virtù – se ne avevo – e ingrandirla agli occhi di tutti, in modo che tutti mi stimavano molto perché, anche se alle volte traspariva la mia vanità, vedendo in me altre cose che a loro sembravano buone, non potevano credere al resto” – Vita 7,18.

ESEMPIO DEI SANTI
S. Teresa d’Avila, Vita, 9,7.
“Infatti provavo molto conforto nei santi che il Signore rivolse al suo servizio doipo che erano stati peccatori, sembrandomi che mi fossero d’aiuto a sperare che come il Signore aveva perdonato a loro, poteva farlo anche con me. Solo una cosa mi angustiava, come già ho detto: che essi, chiamati dal Signore una sola volta, non tornavano a cadere, mentre io ero stata chiamata già tante volte; ciò mi procurava una grande sofferenza. ma considerando l’amore he mi protava, riprendevo coraggio, perché non ho mai diffidato della sua misericordia; di me, invece, assai spesso.
Oh, mio Dio, come mi spaventa l’ostinazione che dimostrò l’anima mia, pur avendo tanti aiuti da Dio! Mi è causa ancora di timore il pensare al poco dominio che avevo di me e ai molti ostacoli che mi costringevano a non risolvermi a darmi tutta a Dio”.

GRAZIA DI STATO
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 35.
È abbastanza normale sentirsi impotenti di fronte a tutto ciò che Dio in realtà non ci chiede. Quando Dio esige da noi qualche cosa, ci dona la grazia di cui abbiamo bisogno: bisogna confidare soprattutto nella grazia del nostro stato. Essa è già presente in noi, non dobbiamo costruircela. È sufficiente che non spegniamo lo Spirito e ci lasciamo guidare da lui ad ogni istante. non solo ci darà la luce, ma realizzerà in noi ciò che Di oci chiede. Nel momento stesso in cui capiamo che Dio è Amore e provvidenza, che sempre lui che agisce: Il Padre mio opera sempre e anch’io opero (Gv 5,17), diventiamo capacci di accettare il suo operato. Dicevamo all’inizio che credere è preferire la luce di Dio alla nostra. Dare preferenza a Dio nella nostra esistenza significa dare la preferenza a questa passività. Tutto è possibile a chi crede (Mc 9,23).

IMPURITÀ SPIRITUALI
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 51.
Tutte le nostre impurità spirituali si riducono a questo: fare affidamento su altre cose. Ma poiché non ci rendiamo conto di quanto sia debole la nostra fede, ci sarà bisogno dell’intervento dello Spirito Santo che, attraverso le purificazioni passive, ci rende capaci di accogliere l’amore senza fare passi falsi.

MIRACOLI
Riflessione (MESSALINO LDC – vecchio) lunedì XXVIII, anno I / Commento al Vangelo del giorno, p. 1382
Lc 11,29-32
Non ci sono per noi altri segni che quello di Gesù, poiché Dio ha scelto di non costringere l’uomo, ma di guadagnarne l’amore morendo per lui. Poiché Dio è l’amore, egli non concede altri segni che quello che è stato compiuto da Gesù Cristo. Il vero credente, pur non misconoscendo il ruolo del miracolo, non richiedee altri segni esteriori, poiché scopre nella stessa persona di Cristo, uomo-Dio, la presenza discreta e l’intervento di Dio. Il vero miracolo è di ordine morale: è quella condizione umana  di Gesù, assunta nella fedeltà, nell’obbedienza e nell’amore assoluto, che irradia totalmente la presenza divina al punto che, nella morte stessa, Dio è presente al Figlio per risuscitarlo. Precisamente in questo «segno di Giona» culminano tutti i miracoli del vangelo appello alla conversione e all’apertura alla salvezza di Dio, segni della sua presenza spirituale nel combattimento contro il peccato e la morte.

Riflessione (MESSALINO LDC – nuovo) lunedì XXVIII, anno I / Commento al Vangelo del giorno, p. 1460
Paolo dirà: «i Giudei chiedono miracoli… Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei» (1Cor 1,22-23). Questa frase potrebbe essere il commento ideale alla famosa dichiarazione di Gesù sul «segno di Giona». I suoi ascoltatore sono desiderosi di aver «segni» clamorosi e trionfali come quelli delle piaghe d’Egitto e delle biografie di Elia e d Eliseo. Gesù, un po’ paradossalmente, afferma di avere un solo segno, quello della sua persona: come Giona con la sua parola fu segno di conversione per i Niniviti, così il Cristo è il grande appello all’adesione al regno di Dio. In questa linea si  collocano e vengono assorbiti tutti i segni dei suoi miracoli. Solo in questa luce sono comprendisibili e provocano la fede, altrimenti – come ricorda Gesù – lascianono indifferenti.
Naturalmente «il segno di Giona» – in Luca ha un’ulteriore connatazione: esso rimanda alla pasqua del Cristo, il segno perfetto e decisivo.

Ch. Duquoc in Messalino Festivo LDC pag. 1386
«I miracoli suggellano il trionfo dello Spirito su satana, ed è per questo che Gesù, investito dallo Spirito, entra in lotta con satana nel deserto. Il Cristo è l’uomo forte che, con dura lotta, ritoglie allo spirito del male ciò che ha ursupato. Gesù inaugura il regno messianico distruggendo l’impresa del suo avversario.
I miracoli s’iscrivono dunque nella prospettiva dell’inaugurazione del regno messianico. Per il suo contenuto, il miracolo è un’anticipazione del regno escatologico. Questo non srà definitivamente rivelato che quando l’ultimo nemico, la morte, sarà vinto. I miracoli che sono, a parte alcune eccezioni e per ragioni che è facile capire, delel vivificazioni, profetizzano la vivificazione definitiva: la vita eterna.
Per mezzo del miracolo, la potenza vivificatrice di Dio fa irruzione nel tempo. Essa s’inserisce in un mondo che declina verso la morte. il miraoclo è una rottura nell’orientamento normale delel cose, e questa rottura ci tocca come il segno di una trascendenza. I miracoli, nel tempo intermedio, sono i pegni della realtà futura. Essi sottolineano concretamente l’efficacia invisibile della Parola di Salvezza»

ORAZIONE DEFINIZIONE
Teresa d’Avila, Vita,8,5.

“Per me l’orazione mentale non è altro se non un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama. E se voi ancora non l’amate (infatti, perché l’amore sia vero e l’amicizia durevole dev’esserci parità di condizioni e invece sappiamo che quella del Signore non può avere alcun difetto, mentre la nostra consiste nell’essere viziosi, sensuali, ingrati), cioè se non potete riuscire ad amarlo quanto si merita, non essendo egli della vostra condizione, nel vedere, però, quanto vi sia di vantaggio avere la sua amicizia e quanto egli vi ami, sopportate questa pena di stare a lungo con chi è tanto diverso da voi”.

ORAZIONE E USO DELL’IMMAGINAZIONE
Teresa d’Avila, Vita, 9,4.
“Questo era il mio metodo di orazione: non potendo discorrere con l’intelletto, cercavo di rappresentarmi Cristo nel mio intimo e mi trovavo meglio, a mio giudizio, ricercandolo in quei tratti della sua vita in cui lo vedevo più solo. Mi pareva che, essendo solo ed afflitto, come persona bisognosa di conforto, mi avrebbe accolta più facilmente. Di queste ingenuità ne avevo parecchie”

ORAZIONE E TEMPO PER FARLA
Teresa d’Avila”, Vita 7,2.
Il Signore ci dà sempre l’occasione favorevole per compierla [l’orazione], se lo vogliamo”

PAURA DI CHIEDERE
Jean Lafrance, Preferire DEio, Gribaudi, 8.
Molti cristiani, molti preti, molti religiosi restano per tutta la vita come il giovane ricco e non sanno amare Cristo con quella totalità e sincerità di cuore che permette di sacrificare tutto per lui. E non sarebbe tanto grave se lo chiedessero in modo sincero nella preghiera, ma il più delle volte rifiutano di farlo; sanno bene che se ciò venisse concesso loro, dovrebbero abbandonare ogni ricchezza. È vero che agli uomini è impossibile lasciare tutto per seguire Gesù, ma lui stesso ci ha detto: Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile (Mt 19,26). Il giorno in cui si comincia a credere fermamente a questa affermazione e ci si rivolge al Padre, non con le labbra, ma dal più profondo del cuore, si comincia anche ad aver paura della potenza infallibile della preghiera!

 

 PENITENZE
Ignazio di Loyola
«Io ho lodato molto i digiuni e l’astinenza rigorosa anche dei cibi comuni e per un certo tempo ne ho goduto, ma non potrei più farlo per l’avvenire quando vedo che lo stomaco, per via di tali digiuni e astinenze, non può più compiere le sue funzioni normali né digerire quel po’ di carne ordinaria o di altri alimenti che sostengono convenientemente il corpo umano. Sarebbe meglio piuttosto cercare tutti i mezzi possibili per ridargli le forze, mangiando qualche cibo concesso e tante volte quante sarà vantaggioso, senza scandalo del prossimo. Dobbiamo infatti amare il corpo nella misura che obbedisce all’anima e l’aiuta. Questa poi con tale aiuto e obbedienza si dispone maggiormente a servire il nostro Creatore e Signore.
Rispetto alla terza questione “di macerare il suo corpo per nostro Signore”, sarei d’avviso d’eliminare tutto ciò che possa portare a qualche goccia di sangue. E anche se la sua Divina Maestà avesse dato grazia per questo e per quanto detto, come son convinto della sua bontà, tuttavia per l’avvenire, a meno che non le dia ragioni o prove, sarebbe meglio abbandonare tali pratiche e, invece di cercare di versare del sangue, cercare più immediatamente il Signore di tutti, cioè i suoi santissimi doni: una illuminazione ovvero le lacrime: 1) sui propri peccati o su quelli altrui; 2) sopra i misteri di Cristo nostro Signore nella sua vita terrena e nell’altra; 3) nella considerazione o nell’amore delle Persone Divine. E queste lacrime sono tanto di maggior valore se provengono da pensieri e considerazioni più elevate. E sebbene il terzo punto sia più perfetto del secondo e questo più del primo, per qualsiasi individuo il migliore sarà quello dove nostro Signore si comunica maggiormente con i suoi santissimi doni e le sue grazie spirituali. Egli infatti vede e sa quanto conviene di più e, sapendo tutto, indica la via da seguire. Intanto, a cercarla ci aiuta molto; infatti siamo contenti della sua grazia divina, che ci fa sperimentare molti modi per arrivare e camminare in quella via “che è la più chiara”, più felice in questa vita, tutta intera orientata e ordinata alla vita eterna, poiché siamo congiunti con i suoi “santissimi” doni.
Con questi doni intendo quelli che non è in nostro “proprio” potere attrarre “quando vogliamo”, ma che sono puramente concessi dal potente donatore di ogni bene. Tali sono, ponendoci nella prospettiva della Divina Maestà, l’intensità di fede, speranza, carità, “la gioia e il riposo spirituale”, le lacrime, la consolazione intensa, l’elevazione della mente, le impressioni e le illuminazioni divine, tutti gli altri gusti e sentimenti spirituali relativi a tali doni, l’umiltà e il rispetto per la Chiesa nostra santa madre e per i governanti e i dottori della Chiesa. Qualunque di questi “santissimi” doni si deve preferire a tutti gli atti di penitenza corporale, che sono buoni nella misura che tendono a conseguire tali doni “o parte di essi”. Non voglio dire che dobbiamo ricercarli “solamente” per nostra compiacenza o diletto ma, convinti che senza di essi i nostri pensieri e le nostre parole e opere sono confusi, freddi e agitati, perché diventino caldi, chiari e giusti dobbiamo desiderare questi doni, tutti o parte, e queste grazie spirituali nella misura in cui ci possano aiutare a maggior gloria di Dio. E così, quando il corpo si trova in pericolo per eccessivo lavoro, è più sano ricercare questi doni mediante atti d’intelligenza o altri esercizi moderati. Allora non sarà sana solo l’anima, ed essendo sana la mente in un corpo sano, tutto sarà più sano e più adatto per il maggior servizio di Dio. […] ».

POPOLO DI DIO
Bisognerà dunque sviluppare presso le religiose e i religiosi una maniera di «sentire» non solo «con» ma, come dice anche S. Ignazio di Loyola, «dentro» la Chiesa.
Questo senso della Chiesa consiste nell’avere coscienza che si appartiene a un popolo in cammino.CUn popolo che prende la sua origine nella comunione trinitaria,Cche si radica nella storia dell’umanità e che non ha bisogno di essere reinventato ogni giorno; che si appoggia sul fondamento degli Apostoli e sul ministero pastorale dei loro successori e che riconosce nel successore di Pietro il vicario di Cristo e il capo visibile di tutta la Chiesa.
Un popolo che trova nella Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero il triplice ed unico canale per cui gli giunge la Parola di Dio; che aspira all’unità visibile con le altre comunità cristiane non cattoliche.
Un popolo che non ignora né i cambiamenti intervenuti nel corso dei secoli, né le legittime diversità attuali nella Chiesa, ma che si applica piuttosto a scoprire la continuità e l’unità ancora più reali.
Un popolo che si identifica con il Corpo di Cristo e che non disgiunge l’amore del Cristo da quello che deve avere per la sua Chiesa, cosciente che essa rappresenta il mistero, il mistero stesso di Dio in Gesù Cristo per opera del suo Spirito, distribuito e comunicato all’umanità di oggi e di sempre.
Un popolo, di conseguenza, che non accetta di essere percepito né analizzato dal solo punto di vista sociologico o politico, perché la parte più autentica della sua vita sfugge all’attenzione dei saggi di questo mondo.
Un popolo missionario, infine, che non si contenta di vedere la Chiesa restare un «piccolo gregge» ma che brama che il Vangelo sia annunciato a tutti gli uomini e che il mondo sappia che «non c’è sotto il cielo un altro nome dato agli uomini per il quale noi dobbiamo essere salvati» (Atti 4, 12) se non quello di Gesù Cristo (cf. LG 9). Potissimu Institutioni 24.

PORTARE LA CROCE
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 37
Abbiamo spesso interpretato l’invito a portare la croce come uno stimolo ad essere coraggiosi e generosi. Vorremmo che fosse un’esperienza grandiosa di cui poterci in qualche modo gloriare e invece dobbiamo accettare di farlo lamentandoci come poveri diavoli qualsiasi. «Il mio ruolo», ci dice Cristo, «è quello di trasfigurarla!» in fondo, portare la croce significa riconoscere di essere dei peccatori, non soltanto fragili e deboli, ma soprattutto divisi fra il bene e il male, l’amore e l’indifferenza, l’orgoglio e l’umiltà, l’uomo vecchio e l’uomo nuovo. Come dice santa Teresa, significa non stancarsi mai di appoggiare il nostro piccolo piede alla base della scala che conduce alla santità senza mai riuscire a salire un solo gradino e dovere aspettare l’ascensore divino (Cristo risorto) che verrà a prenderci.

PURIFICAZIONE DELLA MEMORIA
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 34.
Mi ha sempre colpito il legame che san Giovanni della Croce stabilisce fra la memoria e la speranza. Egli ripete continuamente che la memoria si deve lasciar purificare dalla virtù teologale della speranza. Mi ci è voluto del tempo per capire il perché di questa connessione, in seguito mi ha aiutato molto la lettura delle prime regole di sant’Ignazio sul discernimento spirituale. Quando parla delle consolazioni e delle desolazioni, dice press’a poco così: «A coloro che passano da un peccato all’altro (i cosiddetti carnali, in senso paolino), il nemico ha l’abitudine di proporre, attraverso la fantasia, dei piaceri vani allo scopo di trascinarli ancora più in basso»
L’immaginazione è il luogo prescelto dal nemico sia per tentarci, sia spaventandoci nei confronti del futuro (disperazione), sia persuadendoci che va tutto bene e che le nostre forze saranno sufficienti (presunzione). Si capisce bene allora perché san Giovanni della Croce esiga una purificazione radicale della memoria affinché possiamo vivere nell’attimo presente affidandoci unicamente a Dio. La paura è molto più figlia dell’immaginazione che della realtà

PRESENZA DI DIO
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 31.
Gesù ci indica lo sguardo attento del Padre, perché ha conosciuto personalmente la gioia perenne di vivere sotto quello sguardo e di corrispondervi. Egli vede il Padre, sente la sua voce che gli ripete: Tu sei il mio figlio prediletto e gliene deriva una sicurezza e una pace inalterabile, poiché il Padre è sempre con lui. Gesù è venuto a portare agli uomini questa esperienza e questa gioia, che è sua ma che gli vuole donare a noi: Vi dono la mia gioia (cfr, Gv 16,22.24).
La certezza di vivere sotto lo sguardo di un Padre attento e premuroso è la fede e la fiducia che Gesù propone a chi chiede ai suoi, una fiducia ardua, perché è più facile percepire il silenzio apparente di Dio che non la sua attenzione.

SENSI SPIRITUALI
A. GENTILI, I nostri sensi illumina, Ancora 2000, p. 67

Ci introduciamo citando un detto già attribuito a s. Bernardo, in cui si afferma che la coscienza prima di essere formata va purificata: «Coscientia aedificanda est, sed prius mundanda. Quis eam mundabit? Profecto Deus et homo. Homo per cogitationes et affectiones. Deus vero per misericordiam et gratiam». ANONIMO, Tractatus de interiori domo seu de conscientia aedificanda, in Sancti Bernardi Opera omnia, III, Milano 1852, col 357.
«La purificazione interiore è simultaneamente frutto dell’azione di Dio e di quella dell’uomo: l’uomo opera attraverso l’intelletto e l’affetto, ossia facendo appello a un retto pensare e un retto senitre, e Dio per mezzo della misericordia che perdona e della grazia che rafforza e trasfigura»
In secondo luogo accogliamo il pressante invito di s. Teresa a guardare il Signore: «Abituatevi, vi prego, abituatevi alla pratica che vi suggerisco! […] Vi chiedo solo che lo guardiate», non rifiutando di «farsi un po’ di violenza per raccogliersi e contemplare il Signore nel proprio interno», dal momento che lo si può fare «senza alcun pericolo ma soltanto con un poco di diligenza» (TERESA DI GESU’, Cammino di perfezione, 26,2-3.8; cf 34,7-8.11)
Né si pensi trattasi di pura fantasia, quando ci si rapporta “visivamente” con il Dio fatto carne. E neppure la si consideri forma inferiore di contemplazione, dal momento che il vertice dell’esperienza mistica è quella “conoscenza d’amore” che ci immerge in Dio nel quale ritroviamo le nostre stesse fattezze umane, avendole egli assunte con l’incarnazione. Poniamoci quindi di fronte a un’icona e trasferiamone i lineamenti dentro di noi attraverso un processo immaginativo che ci consenta di percepire Cristo con assoluta immediatezza ed entriamo in contatto con lui attraverso i nostri cinque sensi.

SENSI SPIRITUALI
Citazioni Bibliche
Ti siano gradite le parole della mia bocca, davanti a te il mormorio del mio cuore –  Sal 19,15
Tutte le mie ossa dicano: Chi è come il Signore?    Sal 35,10
Se il tuo occhio è schietto, tutto il tuo corpo sarà nella luce  – Lc 11,34
Tutte le parole che ti dico (…) ascoltale con gli orecchi – Ez 3,10
Si consumano i miei occhi (…) nell’attesa della tua salvezza – (Sal 119, 123)
La mia lingua canti le tue parole  – Sal 119,172
Apro ispirando la mia bocca, perchè desidero i tuoi comandamenti  – Sal 119,131
Alzerò le mie mani verso i tuoi precetti (…) Ho rivolto i miei passi verso i tuoi comandamenti – Sal 119,48.59
Mandò la sua parola e li fece guarire – Sal 107,20
I tuoi occhi vedranno un re nel suo splendore –  Is 33,17

SENSI SPIRITUALI
Agostino di Ippona
«Di che cosa si dilettava Maria di  Betania mentre era in ascolto» del Signore, «che cosa mangiava, che cosa beveva con la bocca avidissima del cuore»? «mangiava di Cristo stesso, ascoltandolo; si nutriva di lui che si è fatto pane che ristora senza venir meno (qui reficit nec deficit)» Enarrationes in psalmos, 9,15
«Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo. Folgorato al cuore da te mediante la tua parola, ti amai, e anche il cielo e la terra e tutte le cose in esse contenute, ecco da ogni parte mi dicono di amarti, come lo dicono senza posa a tutti gli uomini […] . Ma che amo, quando amo te? Non una bellezza corporea né una grazia temporale; non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi; non le dolci melodie delle cantilene d’ogni tono; non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi; non la manna e il miele; non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò io amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezzola un profumo non disperso dal vento, ov’è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda un a stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio». Confessioni 10,6,8.
«Tardi ti amai, Bellezza così antica e così nuova; tardi ti amai. Tu eri dentro di me e io fuori: lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido lacerò la mia sordità. Balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità.Diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te. Gustai, e ho fame e sete, mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace» Confessioni,  10,27,38
«Ciò che ascolta, ciascuno deve trasmetterlo al cuore [alla mente mistica, si direbbe] cosicché […] quando richiama alla memoria ciò che ha ascoltato, e lo rievoca piacevolissimamente col pensiero, diventi simile ad un ruminante» Enarrationes in psalmos, 46,1 / cfr 36,3.5
passo simile in OGERIO DI LOCEDIO cit. in M. Magrassi, Bibbia e preghiera. La lectio divina. Ancora, Milano 1998-IX ed., p. 170 «La parola di Dio quanto più si rumina in bocca, tanto più dolcemente si assapora nel cuore».

STACCARSI DAL SALVAGENTE
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 53.
Gesù vuole obbligare gli uomini a staccarsi dal loro salvagente per poter donare loro la vera sicurezza.

 

UMILTÀ
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 16-17.
Essere umili non significa essere scontenti di sé e neppure riconoscere la propria miseria o il proprio peccato né, per certi versi, la propria piccolezza. Il santo curato d’Ars che aveva domandato di poter comprendere la propria miseria, fu esaudito così bene nella sua imprudenza che gliene derivò per tutta la vita la tentazione della disperazione.
In fondo l’umiltà comporta che si guardi a Dio prima che a se stessi e che si misuri l’abisso che separa il finito dall’Infinito. Più ci si rende conto di questo, più si è disposti ad accettarlo, più di diventa umili.
Allora si comincia a gioire dell’Essere di Dio come si gioisce del proprio nulla, poiché è grazie ad esso che si può offrire a Dio un volto nuovo, un volto la cui piccolezza e la cui miseria ha affascinato fin dall’eternità il cuore dei Tre.  Si capisce così perché santa Teresa di Lisieux dice che non sono i suoi desideri che piacciono a Dio: «Quanto gli piace è di vedermi amare la mia piccolezza e la mia povertà, è la speranza cieca che ho nella sua misericordia… ecco il mio tesoro. Perché non potrebbe essere anche il tuo?» (Lettre, p. 340).

UMILTÀ E UMILIAZIONI
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 20-21.
Non bastano le umiliazioni per renderci umili, poiché può accadere che le si accetti con orgoglio.
Spesso ci accorgiamo che non accettiamo le osservazioni umilianti che ci vengono fatte perché, pur contenendo una parte di verità, non tengono conto di tutto il nostro comportamento, mentre sarebbe tanto più semplice accoglierle e lasciarsi mettere in discussione da quella parte di verità che contengono. Si può così meglio comprendere le parole di santa Bernardette quando dice: «Una buona religiosa deve domandare a Dio l’umiltà più che le umiliazioni»
Se si sanno accettare le umiliazioni in spirito di umiltà, esse possono liberarci dalle illusioni e aiutarci a prendere coscienza dei nostri limiti, ma non saranno mai veramente liberatrici se non guarderemo contemporaneamente alla santità di Dio. E’ nel contemplare il Dio tre volte santo sul suo  trono di gloria che Isaia si proclama peccatore (Is 6).
Sembra che sia proprio attraverso l’esperienza della propria debolezza che Paolo abbia scoperto la strada che lo conduce dall’umiliazione all’umiltà: «[7]Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. [8]A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. [9]Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» 2Cor 12.
… Si comincia a diventare umili il giorno in cui si rompe il proprio specchio per aprire la finestra sul volto di Dio e dei fratelli.
Saremo veramente umili quando vedremo Dio faccia a faccia. nell’attesa, più ci avviciniamo a Dio, più siamo in contatto con lui, più egli cresce e più l’uomo vecchio si rimpicciolisce. Si capisce allora perché Cristo ha detto: Imparate da me, che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29). Egli è un modello di umiltà: Pur essendo di natura divina… spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo (Fil 2,6).
Solo Dio può rimetterci al nostro posto offrendoci la sua intimità. È un’esperienza che facciamo ad ogni tappa del nostro cammino di conversione; è sempre una manifestazione della tenerezza di Dio che spezza il nostro cuore di pietra e ci rende umili.
L’umiltà è la misura dell’intimità con Dio.

UMILTÀ DELLA VERGINE MARIA
Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, 18,-19.
In questo senso è bene contemplare a lungo la Vergine nel Magnificat. Ella non fa che dimenticare se stessa per contemplare le meraviglie di Dio… L’attenzione è costantemente distolta da se stessa e concentrata su Dio. la sua piccolezza allora non è importante, perché è questa che attira la tenerezza di Dio.

Cum  essem parvula, ego pacui Altissimo, perché ero piccola ho sedotto l’ Altissimo. Nessuno dei doni elargiti alla Vergine è causa del fascino che ha esercitato sul cuore di Dio: egli l’ha colmata dei suoi doni perché l’ha amata e non viceversa. La Vergine vede se stessa com’è realmente, come frutto dell’amore di Dio; non conosce l’ambiguità con cui noi cerchiamo sempre di vedere, anche nelle nostre intenzioni e azioni migliori, il ruolo che vorremmo svolgere. Il suo sguardo è puro, è questo che vuol dire l’attributo di Immacolata. L’umiltà è reale quando rispecchia spontaneamente l’immagine che abbiamo di Dio e di noi stessi.

Uno sguardo umile si lascia attrarre da Dio ed è privo di qualsiasi complicazione. Quando si percepisce almeno in parte la santità di Dio, non si riesce più a pensare ad altro e perciò si è progressivamente liberati. E’ il fascino di Dio che ci rende umili…………

Santa Teresa dice che ci sono quelli che passano tutto il tempo a proclamarsi peccatori e a rivolgere a se stessi le accuse più infamanti, ma che non sono affatto umili perché non accettano di essere dimenticati e di dimenticare se stessi. E’ del tutto inutile drammatizzare la propria realtà, non costruisce nulla; quello che conta è Dio. Non siamo neppure degni di essere disprezzati. A man mano che spostiamo la nostra attenzione su Dio nella preghiera, che ci lasciamo trasportare dalla corrente impetuosa della vita trinitaria, sia che siamo o non siamo peccatori, accettiamo volentieri di essere dimenticati e di essere declassati al punto di accettare di lavare i piedi ai nostri fratelli.

 

VISIONI INTELLETTUALI
Teresa d’Avila, Vita, 7,6.

“Mi si presentò davanti Cristo con un aspetto molto severo, facendomi conoscere quanto fosse addolorato di ciò. Lo vidi con gli occhi dell’anima più chiaramente di come potessi vederlo con quelli del corpo, e la sua immagine mi rimase così impressa che, pur essendo trascorsi da questa visione più di ventisei anni, mi sembra di averla ancora presente”

VITA CONSECRATA
Giovanni Paolo II
VC 20. I consigli evangelici sono dunque prima di tutto un dono della Trinità Santissima. La vita consacrata è annuncio di ciò che il Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito compie con il suo amore, la sua bontà, la sua bellezza. Infatti «lo stato religioso […] manifesta l’elevatezza del Regno di Dio sopra tutte le cose terrestri e le sue esigenze supreme; dimostra pure a tutti gli uomini la preminente grandezza della virtù di Cristo regnante e la infinita potenza dello Spirito Santo, mirabilmente operante nella Chiesa». Primo compito della vita consacrata è di rendere visibili le meraviglie che Dio opera nella fragile umanità delle persone chiamate. Più che con le parole, esse testimoniano tali meraviglie con il linguaggio eloquente di un’esistenza trasfigurata, capace di sorprendere il mondo. Allo stupore degli uomini esse rispondono con l’annuncio dei prodigi di grazia che il Signore compie in coloro che Egli ama. Nella misura in cui la persona consacrata si lascia condurre dallo Spirito fino ai vertici della perfezione, può esclamare: «Vedo la bellezza della tua grazia, ne contemplo in fulgore, ne rifletto la luce; sono preso dal suo ineffabile splendore; sono condotto fuori di me mentre penso a me stesso; vedo com’ero e cosa sono divenuto. O prodigio! Sto attento, sono pieno di rispetto per me stesso, di riverenza e di timore, come davanti a Te stesso; non so cosa fare, poiché mi ha preso la timidezza; non so dove sedermi, a che cosa avvicinarmi, dove riposare queste membra che ti appartengono; per quale impresa, per quale opera impiegarle, queste sorprendenti meraviglie divine» [Simeone il Nuovo Teologo]. Così la vita consacrata diviene una delle tracce concrete che la Trinità lascia nella storia, perché gli uomini possano avvertire il fascino e la nostalgia della bellezza divina.