Liturgia di Domenica prossima

Testi della Liturgia della
III Domenica del T.O. "A" 

Domenica 26 Gennaio 2020

 

Convertirsi è credere all’amore del Padre

Carissimi fratelli e sorelle,

dopo la parentesi giovannea di domenica scorsa, riprendiamo oggi la lettura del Vangelo di Matteo che accompagna il nostro cammino incontro al Signore in questo Anno Liturgico “A”. Dal lunedì dopo la Festa del Battesimo di N. S. G. C. siamo entrati nel Tempo Ordinario. Questo tempo liturgico, a differenza degli altri tempi, non celebra qualche evento particolare della vita di nostro Signore, ma semplicemente siamo chiamati a seguirLo lungo la sua predicazione evangelica, a fermarci con Lui mentre annuncia il Vangelo alle genti e ascoltarLo…, a guardarLo mentre passa facendo del bene a tutti (cf At 10,38), cercando di non perdere nemmeno una sua parola, un suo gesto, un’espressione del suo volto, un fremito del suo Cuore, un sospiro della sua anima, raccogliendo tutto nel nostro cuore per meditarlo (cf Lc 2,19.51), gustarlo (1Pt 2,3) e assimilarlo (cf Fil 2,5).

Lasciato il Battista, Gesù si fermò 40 giorni nel deserto e quindi si trasferì a Cafarnao, il paese di Pietro e Andrea, siamo nel territorio della Galilea delle Genti che faceva parte geograficamente di Israele, ma era il luogo più frammischiato al paganesimo. Infatti questo era un territorio del Regno del Nord d’Israele che nel 722 a.C. fu distrutto dagli Assiri e una grande numero dei suoi abitanti deportati. Nei secoli successivi le popolazioni che s’insidiarono in questi luoghi erano formate sia da ebrei che da pagani. L’oracolo d’Isaia che abbiamo ascoltato come prima lettura, accenna ai tempi di quella deportazione e parla di una luce divina che avrebbe illuminato quegli uomini affranti liberandoli dal giogo della schiavitù.

L’evangelista Matteo riprendendo quest’oracolo lo vede realizzato nella sua pienezza in Gesù che, stabilitosi a Cafarnao, percorre quei territori illuminandoli con la luce della sua parola e la forza della sua presenza liberando tutti coloro che sono sotto il giogo della schiavitù del peccato (cf At 10,38): “Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata”.

«La luce è uno dei bisogni primordiali dell’uomo. Essa non è solo un elemento necessario alla sua vita, ma quasi l’immagine della vita stessa. Questo ha influito profondamente sul linguaggio, per cui “vedere la luce”, “venire alla luce” significa nascere, “vedere la luce del sole” è sinonimo di vivere… 

Al contrario, quando un uomo muore, si dice che si è  “spento”, che “ha chiuso gli occhi alla luce”… La Bibbia usa questa parola come simbolo di salvezza. Il salmo responsoriale pone la luce in stretto rapporto con la salvezza, mostrandone l’equivalenza: “Il Signore è mia luce e mia salvezza”.

“Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (1 Gv 1,5). Egli “abita una luce inaccessibile” (1 Tm 6,16). In Gesù la luce di Dio viene a risplendere sulla terra: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”(Gv 1,9). “Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (Gv 12,46)».                         Commento alla liturgia del giorno Maranatha

Matteo, poi, riassume tutta la predicazione di Gesù in questi territori nei quali ha iniziato il suo peregrinare apostolico, con questa frase: “Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino”, frase identica a quella con la quale lo stesso evangelista aveva riassunto la predicazione di Giovanni Battista (cf Mt 3,2). 

Apparentemente, dunque, non c’è differenza tra le due predicazioni, quella del Battista e quella di Gesù, entrambe annunziano la necessità di una “conversione” e entrambe la motivano a ragione del fatto che è “vicino il regno dei Cieli” cioè il regno di Dio.

Dunque nessuna differenza tra la predicazione del Battista e quella di Gesù? La differenza che passa tra queste due predicazioni è la stessa che passa tra il V.T. e il N.T.: il Nuovo porta a perfezione il Vecchio e il Vecchio aveva preparato il Nuovo.

Entrambe le predicazioni invitano alla “conversione”. Cosa significa questo termine? Si tratta dell’invito a riprendere la strada giusta, a ritornare indietro. Si tratta di un cambiamento radicale dell’impostazione della propria vita. Essendo la vita un cammino, cambiare strada implica cambiare vita. Si tratta di cambiare orientamento, stile di vita, mentalità, modo di ragionare, modo di porsi nel mondo e di relazionarsi con gli altri. Questa conversione ha il suo punto fondamentale in un nuovo modo di relazionarsi con Dio che non viene più visto come un estraneo o uncontendente o un rivale o un padrone o un tiranno, ma come un “Padre buono”. Certamente tutto questo troverà nella predicazione di Gesù la sua pienezza di manifestazione, ma già nel V.T. la predicazione profetica avevano raggiunto una grande profondità:

“Ritornate figli traviati” (Ger 3,14.22); perché avete abbandonato me sorgente d’acqua viva e vi siete costruite cisterne screpolate che non mantengono l’acqua? E bevete acqua putrida invece della mia acqua viva? (cf Ger 2,13). “Ritornate figli traviati”: perché continuate a spendere i vostri averi per ciò che non vi sazia e non volete venire a mangiare il mio pane e bere il mio vino che soli possono regalarvi sazietà, pace e riposo? (cf Is 55,2).

Tutta la predicazione di Gesù è un invito a credere alla benevolenza, all’amore misericordioso del Padre, ad aver fiducia in Lui e nel suo amore: “Il Padre stesso vi ama” (Gv 16,27; cf Lc 15: Le tre parabole della misericordia). 

Gesù ha ricevuto una duplice missione:

  • La prima è quella di renderci manifesto, tangibile, esperimentabile l’amore del Padre per noi (cf 1Gv 1,1-4), la vita di Gesù è segno visibile dell’amore del Padre per l’umanità tutta (cf Gv 3,16): “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). Tutto quanto Gesù dice, fa e patisce, manifesta l’amore del Padre: è il Padre che in Lui agisce e opera perché Lui e il Padre sono una cosa sola (cf Gv 10,30) e Lui fa tutto ciò che ha imparato dal Padre (cf Gv 8,28). 

Convertirsi al Padre, in riferimento a questa missione di Gesù, significa aprirsi all’azione dello Spirito del Padre che in noi suscita l’attrazione verso Gesù (cf Gv 6,44) e ci invita e spinge a credere che Gesù è veramente il Figlio di Dio. È questo il desiderio del Cuore del Padre, è questa l’opera che Lui desidera attuare nei cuori di tutti: Che tutti credano “in Colui che Egli ha mandato” (Gv 6,29). Il Padre, infatti, ci ama perché abbiamo creduto che Gesù è il Figlio suo Diletto e Lo abbiamo amato (cf Gv 16,27).

  • La seconda è quella di presentarci in Se Stesso il modello perfetto di Figlio, Lui è “il primogenito di una moltitudine di fratelli” (Rm 8,29), per cui gli uomini sono invitati a guardare a Lui come al “Maestro” (Gv 13,13-14) da imitare (cf 1Pt 2,21), ma non si tratta semplicemente di un’imitazione esteriore, di fare come ha fatto Lui, ma un’imitazione interiore di essere ciò che è Lui, e quindi avere “i suoi stessi sentimenti” (Fil 2,5), i suoi desideri, le sue speranze, i suoi sospiri. Di avere in noi le sue ansie, le sue amarezze, i suoi dolori. Di avere il suo stesso modo di pensare, di ragionare, di amare.

Convertirsi al Padre in riferimento a questa missione di Gesù, significa aprirsi all’azione dello Spirito di Gesù che Gesù stesso ci ha comunicato con la sua morte e risurrezione. Il Signore Gesù ci comunica il suo stesso Spirito che è lo stesso Spirito del Padre, quello Spirito che è stato protagonista della sua incarnazione (cf Lc 1,35), che era sceso su di Lui con potenza al Giordano (cf Mt 3,16 e paral.), che Lo aveva condotto nel deserto (cf Mt 4,1 e paral.) e in ogni momento della sua esistenza terrena (cf Lc 10,21) e che consegnò al Padre morendo (cf Gv 19,30: “Chinato il capo spirò” (= emise, consegnò lo spirito, cioè la sua anima umana assunta nell’incarnazione, tabernacolo fulgidissimo dello Spirito Santo). Lo Spirito che ci rende partecipi del “pensiero di Gesù” 1Cor 2,16), lo Spirito che attualizza e opera in noi la trasformazione a immagine di Gesù “di gloria in gloria” (2Cor 3,18) fino a poter dire che non siamo più noi a vivere, ma è Gesù che vive in noi (cf Gal 2,20) e così poter dire sempre con maggiore verità e intensità d’amore: “Abbà, Padre!” (Gal 4,6).

Sia il Battista che Gesù motivano l’urgenza impellente della conversione, a causa del fatto che “il regno dei cieli è vicino”. Il regno di cui loro parlano è chiamato altrove anche “regno di Dio” (Mt 6,33; 12,28; 21,31, ecc.) oppure “regno del Padre” (Mt 13,43; 26,29; Lc 12,32), oppure anche “regno del Figlio dell’uomo” (Mt 13,41, 16,28) o semplicemente “regno di Gesù” (Lc 1,33; Gv 18,36).

Una parentesi: Matteo non dice espressamente “regno di Dio” perché scrivendo il suo Vangelo per i cristiani provenienti dall’ebraismo volutamente non nomina il nome di Dio. Nominare il nome di Dio, infatti, era cosa sacrilega per ogni buon ebreo: essendo Dio Santissimo nessun uomo era degno di nominarLo. Per questo Matteo usa più dire “regno dei cieli”  che non “regno di Dio”.

La caratteristica di questo regno è che non appartiene a questo mondo (cf Gv 18,36), si tratta di un’irruzione di Dio e del suo mondo nelle realtà terrestri, la vicinanza di questo regno viene annunziata da Giovanni come imminenza, come cioè un regno che sta alle porte; mentre la vicinanza di questo regno annunciata da Gesù è una vicinanza che è già presenza: “Il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21; cf Mt 12,28), ma non è ancora pienezza, perché è un regno che va cercato ogni giorno (cf Lc 12,31), è un regno che si può perdere (cf Mt 8,12 e paral.) e avrà il suo compimento definitivo solo alla fine dei tempi (cf Lc 22,18; Mt 25,34, ecc.) quando Gesù “…consegnerà il regno a Dio Padre […], perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor15, 24-28).

Il “regno di Dio” è dunque dove Dio viene riconosciuto, accolto, adorato, ringraziato, benedetto, glorificato, cioè, detto in un’altra parola che contiene tutto questo: dove Dio viene amato. Il segno che questo regno è presente nel mondo, poiché Dio non si vede, è che i fratelli si amano, si vogliono bene, sono uniti tra loro (cf Gv 13,35; 1Gv 4,19-21; seconda lettura). Gesù è l’irruenza di questo regno nel mondo perché Egli ama il Padre con cuore umano-divino in una modalità assolutamente unica e infinita e manifesta l’immensità di questo amore per il Padre consegnando se stesso alla morte per i fratelli (cf 1Tm 2,6; Tt 2,14; Ef 5,2; ecc). Il “regno”, è dunque Gesù stesso e, in Lui, tutti coloro che accettano di consegnare se stessi per amore del Padre e dei fratelli, tra questi in particolare, Gesù scelse e sceglie i suoi “ministri” a cui conferisce la stessa missione che ha ricevuto dal Padre (cf Gv 20,21; Lc 10,16) perché siano nel mondo segni vivi della sua continua presenza e testimonino la preziosità assoluta del “regno dei Cieli”, lasciando tutto per esso.

Maria Vergine che fu la prima creatura a godere dell’irruenza dell’Amore di Dio quaggiù e quindi a rendere presente e attuale il “regno di Dio” in questo mondo, aiuti tutti i cristiani, in particolare coloro che Gesù oggi invita a lasciare tutto per rendere presente più efficacemente il suo “regno”, ad acconsentire con gioia ed entusiasmo al suo invito, nella serena fiducia ed assoluta certezza che ciò che si trova vale molto, molto di più, immensamente di più di tutto ciò che si possa mai lasciare (cf Mt 19,27-29 e paral; 13,44-46).

Amen.  

j.m.j.