Liturgia di Domenica prossima

Testi della Liturgia 
della Terza Domenica di Pasqua 
Anno "C" 

Domenica 5 maggio 2019

 «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?» 

Carissimi fratelli e sorelle,

in questa liturgia pasquale risplende in modo particolare davanti ai nostri occhi il gruppo degli Apostoli capitanato da Pietro. 

Nella lettura dagli Atti degli Apostoli, vediamo il Collegio Apostolico dare testimonianza al Risorto davanti al sommo sacerdote e affermare con forza e coraggio, attraverso la voce di Pietro, la fede nel Risorto per la quale subiranno la fustigazione, “lieti di essere stati oltraggiati per il nome di Gesù” (prima lettura).

Nel Vangelo incontriamo un gruppo di Apostoli, sempre con a capo Pietro, mentre pesca sul lago di Tiberiade. Il contesto è quello dei giorni successivi alla risurrezione, si tratta infatti della terza apparizione del Risorto ai suoi Apostoli. Andare a pescare, faceva parte del mestiere ordinario di Pietro e di altri Apostoli prima di incontrare Gesù. Il Signore, quando li chiamò promise loro di farli diventare “pescatori di uomini” (Mt 4,19) e non più di pesci. Sembra dunque strana questa scena di ritorno all’attività di una volta, a pochi giorni dall’inizio dell’attività missionaria universale che li avrebbe portati ad annunciare il Vangelo ovunque nel mondo. Sembra evidente che Giovanni dia a questo momento di relax degli Apostoli – che li porta a ritornare al lavoro di un tempo, presumibilmente anche per la necessità di avere qualcosa da mangiare -, un significato simbolico riferito proprio a quella “pesca di uomini” che aveva preannunciato loro il Signore Gesù quando li chiamò a sé.

Possiamo dunque guardare questa scena della barca apostolica che pesca nel mare di Tiberiade come la raffigurazione simbolica della Chiesa nella sua missione ricevuta dal suo Fondatore di essere nell’universo mondo “pescatrice di uomini”. Vediamo dunque di entrare dentro questo Vangelo per assimilarne il messaggio nascosto.

Innanzi tutto c’è la centralità di Pietro, l’evidenza del suo primato apostolico, della sua presidenza del Collegio degli Apostoli: è lui infatti che va a pescare, gli altri si uniscono a lui e pescano sotto la sua direzione, ma non prendono nulla tutta la notte. Pietro e gli altri non poterono non pensare a quell’altra nottata di pesca infruttuosa che fu vigilia dell’incontro con il Maestro (cf Lc 5,5). Ma ora non si tratta più di pesci, ma di uomini, di donne, di giovani, di fanciulli che sfuggono a quelle reti spirituali con cui la Chiesa vorrebbe catturare all’amore divino tanti, ma quelle reti sono spesso vuote. 

Chi non ha mai sentito il lamento di parroci, di catechisti, di operatori pastorali per via della inutilità di tanti sforzi, tanti sacrifici, tante fatiche per gettare quelle benedette reti che riemergono così tanto spesso vuote, mentre il mondo con le sue reti trascina le masse? Eppure basta gettarle dalla parte destra della barca per riempirle! 

Appare un uomo sulla riva che chiede loro se hanno qualcosa da mangiare, non hanno nulla. Gli Apostoli devono sottoporsi all’amara constatazione dell’inutilità dei propri sforzi: Dio non ha benedetto la loro pesca! Perché? Perché hanno gettato le reti senza di Lui, senza prima aver chiesto a Lui dove e come gettarle! L’importanza delle verifiche in cui si prende atto dei propri fallimenti, fallimenti personali, fallimenti di gruppo, fallimenti di comunità: non abbiamo preso nulla! Abbiamo le reti vuote, che senso ha il nostro stare insieme su questa barca da pesca se le nostre reti sono vuote? Se non abbiamo preso nulla, significa che non c’era il Signore nel nostro lavoro apostolico, perché quando si gettano le reti dove e come Lui ci indica, i pesci si prendono sempre, ma Egli vuole che sia ben chiaro che le reti non si riempiono per la nostra maestria o esperienza, ma solo per la potenza del suo amore per noi.

Ma ecco che lo Sconosciuto li invita a gettare le reti dalla parte destra, loro Lo ascoltano e prendono così una quantità enorme di pesci: 153 grossi pesci. [Il numero è evidentemente simbolico ed esprime totalità e pienezza (1 + 5 + 3 è uguale a 9, che, essendo multiplo di 3 (= pienezza), sottolinea la pienezza in sommo grado. Un altro modo di spiegare il valore pieno e totale di questo numero è il seguente: 12 (= totalità) è 12 x 12 = 144; se a 144 sommiamo 9, otteniamo 153. È una maniera di accentuare ancora di più la totalità].

Quando gli Apostoli vedono le reti piene capiscono che quello sconosciuto “è il Signore!”, sì, “è il Signore!”, il primo a riconoscerLo è Giovanni, quello che aveva posato il suo capo sul petto di Gesù nell’Ultima Cena (cf Gv 13,25):

«Domenica scorsa, la storia di S. Tommaso ci ha insegnato che per riconoscere il Signore risorto, per avvertire la sua Presenza fra noi è necessaria la fede: “non essere più incredulo, ma diventa credente” aveva detto a Lui il Signore. Oggi, il quadro delle disposizioni umane necessarie per “vedere” la presenza del Signore, si completa. Se fate bene attenzione alla pagina evangelica, vedete che, come sempre, all’inizio il Signore non è riconosciuto. Il primo a riconoscerlo è il discepolo che Gesù amava: è l’amore che rende il discepolo prediletto capace di riconoscere Colui che è sulla riva, come il Signore. È l’amore che dona all’uomo la capacità di vedere Gesù. Tommaso ha creduto dopo che ha messo la mano nel costato di Cristo: dopo che ha sentito l’amore del Signore. È l’amore che dona alla nostra anima gli occhi per vedere. Quando si tratta di qualcosa, tu puoi conoscere pur restando del tutto indifferente nei suoi confronti. Quando si tratta di qualcuno, di una persona, la si può conoscere solo nella misura in cui la si ama: il mistero di ogni persona di apre solo agli occhi del cuore di chi lo ama.  Lo stesso accade nella nostra esperienza di fede: il primo a riconoscere il Signore è colui che aveva amato di più il Signore» –                   .
Mons. Carlo Caffarra – Omelia Terza Domenica di Pasqua 1998

Quando Pietro sente che quell’uomo è Gesù si getta in acqua e raggiunge a nuoto più in fretta degli altri la riva, non prima però di essersi cinto “ai fianchi la sopravveste perché era spogliato” per via della pesca, Pietro non può presentarsi spogliato davanti a Gesù! Deve vestirsi. La veste è simbolo della dignità della persona. Nell’Ultima Cena il Signore Gesù si era tolto la veste per lavare i piedi dei suoi discepoli con un gesto carico di significato (cf Gv 13,4): si tolse la veste di Dio per rivestire noi di essa! (cf Fil 2,6-7; 2Cor 8,9). Pietro ha ricevuto una dignità particolare da Gesù: è il suo Vicario in terra, la sua è una dignità alta, unica, ma anche lui come il suo Maestro deve levarsi la tunica per lavare i piedi ai fratelli e deve stare in mezzo alla Chiesa come colui che serve: il servo dei servi di Gesù Cristo. Per questo Pietro sulla barca era senza la veste, perché doveva dare l’esempio del servizio, ma ora che è sulla riva con il Risorto, la deve rimettere perché deve essere investito ufficialmente della presidenza.

La pesca si conclude a mensa con il Risorto che “spezza il pane” per loro, per questo il Signore li ha mandati a pescare nel mondo, perché tutto si concluda lì, nella partecipazione a quella mensa divina. Tutti coloro che si sono lasciati impigliare nelle divine reti dell’amore gettate nel mare del mondo dalla barca di Pietro sono invitati a sedersi a quella mensa con il Risorto e a partecipare così attraverso i segni sacramentali, alla liturgia celeste, unendo il proprio “Amen” all’”Amen” che risuona nel santuario del Cielo dove l’Agnello Immolato riceve “potenza, ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione” dalle schiere dei santi e degli angeli (seconda lettura).

Dopo aver spezzato loro il pane, il Risorto chiama in disparte Pietro e gli chiede per tre volte se L’ama e se L’ama di più degli altri. Chiede a colui che l’aveva pochi giorni prima rinnegato spudoratamente davanti a tutti, se l’ama! E anche se L’ama  più degli altri, più anche di Giovanni! Pietro gli risponderà sfacciatamente di sì, che L’ama e L’ama di più. Sapeva di averLo amato meno di tutti, eppure afferma di amarLo più di tutti, perché? Perché l’amore a Gesù è essenzialmente risposta all’amore suo e Pietro quell’amore l’aveva capito e conosciuto quando incrociò i suoi occhi misericordiosi dopo che Lo tradì (cf Lc 22,61). Pietro sapeva che Gesù l’aveva amato di più, perché lui L’aveva rinnegato e Gesù l’aveva e perdonato, per questo Pietro non poteva sopportare che qualcun altro Lo amasse più di lui. È proprio di chi ama veramente amare di più e non mettere limiti all’amore, Pietro deve amare così perché, nonostante il suo tradimento, riceve la conferma di Gesù della missione di rappresentarLo, di esserne Vicario, la missione di pascere i suoi agnelli, di governare la sua Chiesa, non si può accogliere questa missione senza un amore più grande per Gesù.

Nell’affidare i suoi agnelli a Pietro, il Risorto esige da questi la dichiarazione espressa del suo amore, perché solo un amore più grande per Gesù, può motivare la vita di coloro che sono a capo dell’opera pastorale della Chiesa. E così, attraverso i secoli, tutti coloro che riceveranno il mandato di pascere le pecorelle di Gesù, dovranno innanzi tutto testimoniare di amarLo più di tutti gli altri.

Questo significa che nella Chiesa, la crisi delle vocazioni al sacerdozio, vocazioni che partecipano intimamente al mandato affidato alla persona di Pietro di pascere le pecorelle di Gesù, è un segno evidente di una crisi di amore al Signore. Infatti, chi è chiamato a diventare pastore nella Chiesa, deve sempre dimostrare di avere per Gesù un amore più grande degli altri.

Così Gesù, chiedendo a Pietro se L’ama più di tutti gli altri, in realtà pone questa domanda anche a coloro che attraverso i secoli saranno chiamati a pascere il suo gregge, sia come diretti successori di Pietro, sia come membri del collegio apostolico e quindi Vicari di Cristo nelle varie Chiese locali (cf LG 27), sia come presbiteri collaboratori degli Apostoli nell’opera pastorale (cf LG 28).

La terza apparizione del Risorto dunque si chiude con la dichiarazione d’amore di Pietro a Gesù, una dichiarazione d’amore che non è più quella spavalda e basata sulla presunzione di sé, che il Principe degli Apostoli fece prima della sua Passione quando gli giurò di amarLo e di essere pronto a morire per Lui (cf Lc 22,33), ma è la dichiarazione umile e confidente di chi, conoscendo bene ormai la propria debolezza, ripone la sua forza non nella propria fedeltà, ma nella fedeltà dell’amore di Gesù per lui.

Per questo Gesù, qui, rinnova la sua chiamata a Pietro, perché, ora che ha fatto esperienza della propria debolezza e del suo amore misericordioso, l’Apostolo è in grado di confermare nella verità quella sequela iniziata sull’onda di un entusiasmo che non aveva saputo cogliere fino in fondo le sue conseguenze crocifiggenti e quindi ora si lascerà portare, senza far più resistenze, dove non vorrà, terminando la sua vita crocifisso come il suo Gesù, ma a testa in giù perché non si sentiva degno di morire come Lui.

La Vergine Maria, Regina degli Apostoli, interceda per tutti coloro che il suo Figlio Gesù invita ad amarLo di più, perché, come Pietro e con Pietro sappiano dare al Risorto, la bella testimonianza di un amore più grande per Lui e per la sua Chiesa che Egli amò spargendo per Lei tutto il suo preziosissimo Sangue. 

Amen.

                                                                                    

j.m.j.