Liturgia di Domenica prossima

Testi della Liturgia della XXX Domenica del Tempo Ordinario "A"
Domenica 25 ottobre 2020

 

Il “primo”comandamento 

Carissimi fratelli e sorelle,

il Vangelo odierno ci presenta ancora una discussione tra Gesù e un fariseo che vuole “metterlo alla prova”, cioè desidererebbe incastrarLo con una domanda che Lo spinga a dire qualcosa di sbagliato per poi poterLo accusare. Domenica scorsa la domanda postaGli riguardava la legittimità del tributo dovuto a Cesare, oggi la domanda verte su qual è il comandamento più importante. 

«I rabbini avevano raccolto la legge di Mosè in 613 comandamenti: 365 in forma negativa ("non devi"), tanti quanti i giorni dell'anno, ed erano considerati lievi. I rimanenti 248, in forma positiva ("devi"), tanti quanti le membra del corpo umano secondo la concezione di allora, ed erano ritenuti gravi. Con questi numeri si voleva indicare simbolicamente che l'uomo nella totalità della sua persona, nell'intero arco della sua esistenza e nello spazio della sua attività deve essere tutto proteso verso Dio e pronto ad attuare la sua volontà, espressa nella Legge. I maestri ebrei cercavano anche, nella serie interminabile dei precetti, di individuarne uno che in qualche modo li riassumesse tutti e così, osservandolo, si potesse osservare tutta la legge. Per es. il famoso maestro Hillel, di poco anteriore a Gesù, aveva sintetizzato il contenuto della Legge nel "Non fare al prossimo tutto ciò che è odioso a te…"» – Mons. Ilvo Corniglia.

Spesso chiedo, dialogando con la gente, specialmente i giovani, quale è la cosa più fondamentale che il Signore Gesù ci abbia insegnato. La risposta finora è stata più o meno la stessa: “Ci ha insegnato ad amare tutti… a volerci bene” e così via. Risposta apparentemente vera, ma fondamentalmente inesatta perché dimentica dell’amore per il Padre che è l’asse verticale reggente quest’amore orizzontale:

«"Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti". Si deforma il pensiero di Gesù quando si dice che la vita cristiana è solo amore fraterno. La risposta di Cristo riflette la sua vita. Egli è stato l'uomo tutto rivolto a Dio: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato" (Gv 4,34). Certamente il grande e primo amore di Gesù è Dio, suo Padre. Solamente al vederlo pregare, impressionava: erano spazi che privilegiava. Fin dall'adolescenza aveva chiara coscienza che "doveva occuparsi delle cose del Padre suo" (Lc 1,49). E "con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente", cioè con pienezza di passione e coerenza di vita. Quel "tutto" ripetuto tre volte dice l'assoluta esclusione di ogni altro idolo: il denaro, il sesso, il potere, l'interesse, l'orgoglio…! Una radicalità che ci interpella: il tuo stile di vita manifesta in modo totale che Dio è il tuo solo Dio? Il tuo vestire, la tua casa, il tuo lavoro… manifestano che tu ami Dio? che Dio è il tuo vero bene, che non puoi perdere? Tendi verso di Lui pur dovendo utilizzare altri beni intermedi e vivere altri amori? Solo questo del resto dà senso alla vita. Dio s'è comunicato all'uomo per avere da lui una risposta d'amore e di vita. Dio si rivela all'uomo per chiamarlo ad un dialogo e ad una partecipazione piena alla sua vita intima, entro la Trinità. Questo è l'unico e vero destino d'ogni persona, l'unica sua riuscita e felicità: "Come tu, Padre – prega Gesù – sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola" (Gv 17,21). Amare Dio non è un di più, ma costituisce l'anima d'ogni altra attività, la cornice che dà sostegno al quadro. Solo questo itinerario matura la nostra identità interiore. "Ci hai fatti per te, Signore e niente ci realizza al di fuori di te" (sant'Agostino)».

Don Romeo Maggiori.

«Il "cuore, l'anima, la mente" non designano tre facoltà differenti, ma l'uomo intero secondo dimensioni diverse: il "cuore" è il centro profondo della sua persona, dove nascono gli affetti e maturano le decisioni; l'"anima" indica l'intera sua esistenza sostenuta e permeata dal soffio vitale; la "mente" esprime la sua attività intellettuale. Tutta la realtà dell'uomo, tutto il suo essere Dio lo vuole interamente ed esclusivamente per sé…"» – Mons. Ilvo Corniglia.

L’amore per il prossimo, questo “secondo comandamento simile al primo”, è una verifica continua e insieme un complemento necessario del nostro vivere nell’amore del Padre e per il Padre. Per questo Gesù ne parla pur non essendoGli stato chiesto di parlarne – la domanda riguardava solo il primo, non il secondo comandamento! – esso è troppo unito al primo per poterlo sottacere come ben ricordano s. Giovanni e s. Giacomo nei loro scritti:

1Gv 4,2021: …Se uno dicesse: "Io amo Dio", e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti 

non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

Gc 2,15-17: Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.

Possiamo notare ancora come 

«…la novità e l'originalità di Gesù non sta soltanto nell'aver rivelato e insegnato l'unità di questi due comandamenti. Sta anche nel fatto che nessuno li ha vissuti così perfettamente come Lui. […] Mai aveva amato in tale misura gli uomini. Mai prima né mai dopo.  Di conseguenza amare per il cristiano, più che osservare un comandamento, è imitare una persona, Gesù. È fare come Lui.     È imitare il Padre (cfr. Mt 5, 43-48)» – Mons. Ilvo Corniglia.

Dal duplice comandamento dell’amore nasce quella che viene chiamata “Regola d’Oro” dell’agire morale espressa  già nel Vecchio Testamento, ma in forma negativa: “non fare a nessuno quello che non vorresti fosse fatto a te” (Tb 4,15) che sta alla base di ogni convivenza civile. Gesù innalza questa norma alle sublimi altezze del suo amore divino promulgandone anche la forma positiva: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti” (Mt 7,12). Propriamente in questa positività di amore che si allarga e distende su tutti, possiamo riscontrare la specificità dell’amore insegnatoci da Gesù.

Un'altra osservazione. Noi cristiani amiamo il prossimo, o meglio dovremmo amare il prossimo, con una modalità nuova e specifica dovuta anche all’avvenuta riconciliazione con noi stessi nell’esperienza dell’amore misericordioso del Padre. Il perdono che Egli ci ha donato nel Sangue Preziosissimo del suo Figlio Gesù, ci ha permesso di riconciliarci con noi stessi, accogliendoci e perdonandoci perché accolti e perdonati dal Padre. Questo fatto ci permette di relazionarci con il prossimo con l’atteggiamento di chi rende partecipi gli altri di ciò che, senza merito, ha ricevuto per primo. Infatti, stupiti e commossi da tanto amore ricevuto dal Padre in modo assolutamente gratuito, senza alcun nostro merito, come possiamo poi non amare tutti (cf Mt 18,23-35)? L’esperienza, inoltre, ci dice che troppo spesso quando sono chiuso all’amore verso il prossimo, quando sono astioso, duro, acido e senza cuore, la causa di questi atteggiamenti negativi risiede nella mancanza di amore verso me stesso, rifiuto gli altri perché non ho accolto me stesso! Vivo un sotterraneo rifiuto di me stesso che si scarica esternamente sotto forma di rifiuto degli altri. Solo la scoperta della misericordia di Dio per me, potrà liberarmi, frantumando il mio cuore di pietra e innestando in me un cuore nuovo capace di amare nella tenerezza (cf Ez 11,19):

«Quando l’anima conosce la somma bontà di Dio, essendosi ritrovata come annegata in un abisso d’amore nel quale si sente amata ineffabilmente da Lui, sente che il cuore e il sentimento si dilatano e dilatandosi sollecitano l’intelletto a conoscere più profondamente questo amore, la memoria a ritenerlo in sé senza dimenticarlo e la volontà ad amare ciò che Egli ama. E l’anima dice e grida: “O dolce Dio, che ami Tu di più?”. Risponde il dolce Dio nostro: “Guarda in te stessa, e troverai quello che Io amo”. Allora, guardate in voi stessi – figliuoli miei carissimi – e troverete e vedrete che con quella medesima bontà e ineffabile amore con cui Dio ama voi, con quel medesimo amore ama tutte le altre creature dotate di ragione. Onde l’anima come innamorata si eleva e si dispone ad amare quello che Dio ama: i dolci fratelli nostri. E si eleva con tanto desiderio e concepisce tanto amore, che volentieri darebbe la vita per la salute loro, e per restituirli alla vita della Grazia». – S. Caterina da Siena, Lettera 134.

S. Paolo che nella seconda lettura odierna propone ai Tessalonicesi se stesso, insieme a Gesù, come modello da imitare, ci mostra concretamente nella sua propria esperienza di conversione, che è veramente possibile diventare capaci di amare come Gesù ci ha insegnato e come Gesù stesso ardentemente desidera vedere vissuto da tutti (cf Lc 12,49). Infatti:

«[…] tale amore, impossibile alle sole forze umane, il Padre e Gesù ce lo comunicano, donandoci il loro Spirito. Implorare da Dio il dono dello Spirito Santo è chiedere tale capacità d'amare.  L'Eucaristia, poi, è memoria e presenza dell'amore a Dio e agli uomini che Cristo ha vissuto in modo supremo nella sua Pasqua. È da qui che attingiamo la medesima capacità d'amare. L'Eucaristia è Gesù "pane spezzato" per l'intera umanità. Come Lui e con la forza dello Spirito Santo che Egli ci comunica, anche noi siamo chiamati a diventare "pane spezzato" per gli altri» – Mons. Ilvo Corniglia.

La Vergine Santa che mai dubitò della potenza ineffabile dello Sp. Santo (cf Lc 1,37), ci aiuti a disporci nella fede e nella speranza, dilatando il nostro cuore a ricevere l’Amore che solo può farci amare nella verità e nella santità. Amen.                                     

j.m.j.